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Parco Monti Livornesi

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2019

vedi PROGRAMMA primo semestre             vedi PROGRAMMA primo semestre

Si ricorda che le iniziative sono riservate agli associati, i quali, con il tesseramento annuale si rendono tutti compartecipi delle responsabilità e della gestione dell’associazione stessa. Chi non è socio può comunque partecipare una tantum alle escursioni, versando 5 euro che verranno considerate come acconto del successivo tesseramento, da effettuarsi in occasione di una prossima uscita ( €.15 singolo/€.20 familiare ).

L'iscrizione ha validità annuale e si può effettuare o partecipando ad un'iniziativa e versando la quota al referente dell'iniziativa stessa, che poi la consegnerà al tesoriere, oppure contattando direttamente il tesoriere: attualmente Luisa Rocchi - luisa.massimo@gmail.com - 349 7114943

note e regole di partecipazione:

1) tramite una mailing list vengono effettuate comunicazioni di vario tipo agli associati, dai periodici incontri nell'attuale sede provvisoria (via Roma 230 c/o locali annessi al museo di storia naturale) ad eventi interessanti ma gestiti da altre associazioni etc.etc................chi vorrà ricevere tali informazioni è sufficiente che lo comunichi ad agireverde@tin.it .

2) per partecipare alle diverse attività dell'associazione si deve prendere atto che diventando soci ci si corresponsabilizza nella gestione dell'associazione stessa, divenendo tutti con eguali diritti/doveri essendo quindi tacitamente inteso che, non esistendo accompagnatori professionali e retribuiti, i referenti occasionali (anch'essi soci) che si prestano alla conduzione ed auspicati in ampia rotazione, non saranno mai da considerarsi responsabili per eventuali incidenti possano verificarsi in occasione delle diverse iniziative. E' sottinteso come sia opportuno verificare le proprie condizioni fisiche prima di partecipare alle escursioni, benchè esse siano sempre previste per essere alla portata di tutti, trattandosi sempre di percorsi oggettivamente privi di qualsiasi rischio.

3) Partecipando ad una iniziativa, quando non previsto altrimenti, è opportuno farlo sapere entro il venerdi sera precedente, al più tardi (lasciando nome, numero di partecipanti e telefono) per essere avvertiti di eventuali mutamenti di programma anche all'ultimo minuto, senza correre il rischio di arrivare nel luogo dell'appuntamento quando questo è stato precedentemente annullato per maltempo o altro motivo.

4) Per favorire l'amalgama tra soci e direttivo (rinnovabile a scadenza, a norma di statuto) e far sentire tutti responsabili della crescita dell'associazione, intesa non solo come momento aggregativo ma anche come attrice di cambiamento in tema di politiche ambientali e salvaguardia del territorio, quando il direttivo in carica ha proposte da presentare ai soci oppure quando un socio lo richiede, avendo egli stesso proposte o questioni che desidera affrontare e sviluppare in associazione, viene chiamato un incontro soci/direttivo in via Roma 230, c/o locali annessi al museo di storia naturale alle h.21.15, come precedentemente specificato.

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Avvertenze: prima di iniziare un trekking, oltre ad auto valutare la propria condizione fisica, senza barare, vi consigliamo la lettura di questo sito, utilissimo per chi ha poca pratica di escursionismo. Da ricordare, quando si affrontano dislivelli, che in media per circa 250/300 metri occorreranno circa 1 ora (ma se anche ce ne mettete h.1,30 va bene lo stesso), non dimenticando comunque eventuali soste di recupero di 15 minuti ogni ora (in escursione non c’è alcun record da battere!).            http://xoomer.virgilio.it/geotrek/page271.htm . Ovviamente è scontato che si debbano calzare scarpe da trekking con suola robusta e non scarpette tempo libero.

Buona lettura e buone scarpinate con Agire Verde.

ps: informatevi sempre e personalmente c/o il referente di eventuali problemi che possano esserci sul percorso, anche in base alla propria condizione fisica, del tipo: dislivelli da superare; cosa fare se, sentendo la stanchezza, non si riesce a tenere passo di chi va più veloce; se c’è acqua per rifornirsi etc.etc.

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2019 primo semestre

Domenica 12 gennaio - Anello di Camaiore

Domenica 26 gennaio - gli arenili tra Donoratico e San Vincenzo

Domenica 17 febbraio - due passi in borgo (Montecarlo) e visita al lago di Sibolla

2 e 3 marzo - week end a ciaspolare

Domenica 31 marzo - andar per borghi - a Casale Marittimo da Poggio Gagliardo

Domenica 14 aprile - in val d'Elsa - la Galleria del Granduca PER MALTEMPO VIENE POSTICIPATA AL 5 MAGGIO E PER MALTEMPO RINVIATA AL CALENDARIO AUTUNNALE

Domenica 28 aprile - i trekking di Camaiore Antiqua

Domenica 12 maggio - Anello: dal Gabbro al ponte romano sul botro Riardo X MALTEMPO VIENE RIMANDATA AL PROSSIMO CALENDARIO AUTUNNALE

Domenica 19 maggio: vedere l'iniziativa del 26, anticipata per le elezioni europee e comunali

Domenica 26 maggio - il Montalbano e Leonardo da Vinci NOTA: PER LE CONCOMITANTI ELEZIONI EUROPEE L'INIZIATIVA VIENE ANTICIPATA AL 19 MAGGIO MA PER PIOGGIA E' SPOSTATA AL 2 GIUGNO

Domenica 2 giugno (vedere iniziativa del 26 maggio)

 Giugno - escursione per amanti della montagna

 Giovedi 25 luglio - extra programma - iniziativa a Giglio/Giannutri della Pro Loco di Quercianella

 20/27 luglio - gitone in Valtellina nel Parco dello Stelvio

 Domenica 6 ottobre 2019 - extra programma, iniziativa della Pro Loco di Quercianella: Castagnata in allegria

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Anello di Camaiore - 12 gennaio

Il camaiorese è una zona ricca di charme e tradizione che si estende dalle vette delle Alpi Apuane fino al mar Ligure, nel cuore della Versilia. Idealmente si può parlare di quattro grandi aree: le colline delle Seimiglia, il capoluogo con la sua valle, la piana di Capezzano ed infine il litorale di Lido di Camaiore e ciascuna di esse ha tipicità particolari, dalle pendici dei monti ricoperti da boschi che, man mano che si sale, divengono pascolo alpino, al piano che divide la costa dalle colline ad ovest o anche alle piccole oasi, con le caratteristiche originali del territorio paludoso tipico delle pianure costiere mediterranee. La possibilità esplorativa quindi è molto ampia ma il percorso definitivo sarà tuttavia comunicato in seguito, molto dipendendo dalle informazioni che ci perverranno sulla manutenzione di alcuni importanti sentieri, ad oggi ancora da rivisitare da parte delle cooperative incaricate di controllarne l’agibilità.

info: Laura Malevolti 338 9083212

Domenica 26 gennaio - Gli arenili tra Donoratico e San Vincenzo

Il trekking sulla spiaggia tra Donoratico e San Vincenzo si sviluppa su un tracciato diverso dagli altri, di recente progettazione e contrassegnato da cartelli sulle distanze, diventando in breve un prezioso servizio per bagnanti e turisti, oltre che percorso escursionistico classico della costa degli etruschi. La spiaggia è di sabbia dorata e fine e si estende per chilometri e chilometri, punteggiati, oltre all’antica Torre di San Vincenzo, da suggestive fortificazioni e vedette di avvistamento, un tempo utilizzate per la difesa della costa dagli assalti dei pirati. Da dire infine che saremo prossimi all’oasi floro-faunistica del Parco di Rimigliano, dove fiorisce il giglio di mare e le dune sabbiose sono ricoperte di ginepri, di mirto e di lentisco, con boschi di lecci e sugheri e la folta pineta che lambiscono l’arenile. Info: Laura Malevolti 338 9083212

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Domenica 17 febbraio - a spasso per borghi medioevali (Montecarlo) e visita alle zone umide toscane (lago di Sibolla)    - la mattina al lago ed il pomeriggio al borgo.   

Montecarlo di Lucca è un piccolo borgo fra la Lucchesia e la Valdinievole che val la pena di visitare per numerosi motivi, primo tra tutti il paesaggio poiché si erge su un colle che domina tutto il territorio circostante, regalando un panorama davvero unico, ipnotizzante per la sua bellezza. Altro protagonista del suo fascino particolare sono poi le imponenti mura che la circondano le quazli, nonostante il tempo passato sono in ottime condizioni, come lo sono i suoi vicoli stretti  dove è piacevole  perdersi in un girovagare senza mèta, andando a zonzo a partire dalla piazza principale, una bellissima terrazza di pietra antica. Da ricordare anche il  Museo del Vino  (presso il Club Enoteca La Lavagna), fornito di testimonianze fotografiche e descrittive con attrezzi di quell’epoca che raccontano dalla raccolta dell’uva al suo imbottigliamento. E’ la fortezza però che domina l'abitato medievale, nota anche come Rocca del Cerruglio dal nome delle più antiche fortificazioni che sorgono sul luogo, che merita un’occhiata, anche da fuori. Il primo complesso militare, a pianta triangolare, nasce probabilmente tra il XII° ed il XIV° secolo, quando ancora non esisteva il borgo fortificato, fondato nel 1333 per volere della potente e vicina Lucca e di Giovanni e Carlo di Boemia (da cui il nome di Montecarlo), venuti in aiuto dei Lucchesi contro i Fiorentini. Fino a quel momento in un'altra zona del colle sorgeva il Castello di Vivinaia, residenza della contessa Matilde di Canossa, distrutto dai Fiorentini nel 1332-33 durante la fuga dovuta all’arrivo di Giovanni e Carlo ed i cui resti si trovano oggi sotto l’attuale cimitero, poco al di fuori del borgo e della cinta muraria.  .

 

Da vedere, scendendo da piazza d’Armi:

1) Il convento di S. Anna, costruito nel 1614 inglobando nella costruzione anche l'antico palazzo pretorio (stemmi su Piazza Francesco Carrara- il più antico è del 1338- ed alcune case private verso la metà di quel secolo.

2) La Chiesa di S.Andrea fu costruita entro la prima metà del secolo XIV e completamente ristrutturata e trasformata secondo il gusto dell'epoca sul finire del secolo XVIII (1783).
Della chiesa trecentesca, oltre alla parte inferiore della facciata, restano soltanto un pezzo dell'architrave dell'antico portale (attualmente murato in fondo al corridoio della Prepositura) ed una sezione del fregio dipinto che anticamente correva sotto il tetto (visibile dalla scaletta che sale al pulpito, nel passaggio fra la seconda e la terza Cappella, a destra di chi entra). Da vedere anche la Fonte Battesimale di S. Andrea, nel battistero situato all'interno della base del vecchio campanile, si trova il fonte battesimale della Pieve di S. Andrea. Costruito a partire dal 1580, grazie alle donazioni di Annibale Tolomei e Pietro Bocciantini, presenta una vasca altamente simbolica, di forma ottagonale costruita in marmo bianco di Carrara, intarsiato con altro marmo colorato e ricavata in un unico blocco alto circa un metro. Nella parte anteriore del fonte vi è un disco raggiato con un cherubino, sormontato dallo Spirito Santo. Sui fianchi, l'antico stemma del Comune di Montecarlo con le catene incrociate ed il simbolo dell'Opera Maggiore della Chiesa. La cappella circolare, in stile tardorinascimentale fu costruita nel 1596, i pilastri sono in pietra serena e sorreggono il motto "venite sitientes".

4) Teatro dei Rassicurati

La storia del settecentesco TEATRO montecarlese è legata a quella dell'ACCADEMIA degli "ASSICURATI" (poi a partire dal 1795, dei "Rassicurati") che ne fu la creatrice e la proprietaria e che lo gestì fino al 1966, quando il teatro, da lungo tempo inattivo e abbandonato al saccheggio e alle intemperie, fu, in extremis , strappato alla demolizione, già decretata, dall'indignazione popolare. L' ACCADEMIA degli ASSICURATI fu fondata nel 1702 ad iniziativa di 19 notabili montecarlesi e ricevette in dono dal conte Muzio della famiglia de' BARDI di VERNIO la sua prima sede, al n. 60 di Via GRANDE, sopra l'attuale sede della Cassa di Risparmio di Lucca. Cinquant'anni dopo, i locali di Via Grande vennero definitivamente abbandonati ed il 4 novembre 1750 ventidue rappresentanti delle più notevoli famiglie montecarlesi, acquistate le due case contigue di Agostino Francesco BIANUCCI in PESCHERIA, dettero incarico al socio G. Domenico NALDI di provvedere all'allestimento di un SALONE - TEATRO, con palchi a ringhiera. Infine nel 1795, acquistate altre due case (GIORGI e PANCANI), a cura di G. Pietro BERNARDINI e su disegno dell'ingegnere Antonio CAPRETTI, il vecchio teatro fu completamente ristrutturato e trasformato, secondo i gusti e il costume dell'epoca, in teatro d'opera, con due ordini di palchetti, complessivamente in numero di 22.
Per tutto il secolo XIX il TEATRO dei RASSICURATI fu particolarmente attivo e richiamò frequentatori - a volte perfino illustri quali il sommo musicista GIACOMO PUCCINI che veniva a Montecarlo in visita alla sorella Ramelde - anche dei centri vicini: sul minuscolo palcoscenico passarono quasi tutti i capolavori del melodramma italiano, alternati a spettacoli di prosa talvolta veramente notevoli. Nel 1894 infine, con l'aggiunta dei quattro palchetti di proscenio e con il raddoppio del palcoscenico, il teatro venne di nuovo ingrandito ed assunse la forma e le dimensioni attuali.

Torre "il Fortino" e sotterranei medioevali
Ad un tiro di balestra dal maschio della rocca del Cerruglio si trovano i resti di una torre medioevale di avvistamento detta comunemente "Il Fortino". Essa, pur mozzata, misura in pianta cinquanta metri quadri. La leggenda narra che qui uscisse il passaggio segreto proveniente dalla fortezza per le sortite dei soldati assediati. Sono accertate, a Montecarlo, anche gallerie sotterranee sotto il bastione a scarpa a fianco della piazza d'armi, che proseguono nell'altro bastione prospiciente la rocca. Tali opere difensive furono fatte costruire da Cosimo I de Medici nel 1556. Un altro sotterraneo a volta ha l'ingresso dalla via della Pubblica Fonte e si indirizza sotto l'abitato del centro storico

La cinta muraria, nel suo complesso, risale all'epoca della fondazione del paese (1333): in qualche punto non corrisponde più però a quella originaria: la parte meglio conservata e più agevolmente visibile è quella che va dalla PORTA NUOVA alla cosiddetta "Tomba", alla TORRE DEL BELVEDERE e quindi alla PORTA FIORENTINA. All'interno della cinta muraria correva un tempo la "Via delle MURA

 Le Porte del Castello originariamente erano quattro:
- LA PORTA FIORENTINA: risalente, come le altre, all'epoca della costruzione delle Mura, ma successivamente (sec. XVI) rialzata: sono ancora visibili i merli frontali che definivano il culmine originario.
- LA PORTA NUOVA (poi PORTA DELL'ALTOPASCIO): riaperta e rialzata nel 1598: deve a questo fatto il suo nome attuale.
- LA PORTA A LUCCA o PORTICCIOLA: originariamente di più piccole dimensioni, fu ricostruita ed allargata fra il1570 e il 1594.
- LA PORTA A PESCIA: chiusa da epoca immemorabile, è tuttavia visibile sullo spigolo nord delle Mura (discesa per PIAZZA D'ARMI).

in auto: Livorno, lucca, capannori, porcari, montecarlo

La Fortezza è visitabile da Maggio ad Ottobre, sabato e domenica con orario 16-19.30.

Ingresso 5 Euro, 8 Euro con visita guidata (anche in lingua inglese e francese).Informazioni: 0583 22401 –

approfondimenti -

http://www.promontecarlo.it/cartina_montecarlo.html

http://www.promontecarlo.it/galleria_immagini_montecarlo.html

http://www.castellitoscani.com/italian/montecarlo.htm  vedi questo per la storia

 Tempo stimato per la visita al borgo h.1.30 + 0,30 percorso mura

     La Riserva Naturale del Lago di Sibolla

nasce per proteggere una piccola ma significativa zona umida che si estende per circa 60 ettari nel comune di Altopascio e rappresenta, dal punto di vista floristico, uno dei più importanti biotopi palustri della Toscana. 
Per un'ampia parte l'area palustre è circondata da prati incolti e campi tuttora coltivati, mentre nelle parti sudorientale e orientale del bacino si trovano i boschi. 
Il Lago di Sibolla, rimasto incontaminato negli anni e rende bene l'idea di come dovevano apparire i vicini Paduli di Fucecchio e di Bientina prima delle bonifiche del secolo scorso. Sulle rive dello specchio d'acqua si possono ammirare diverse specie di uccelli acquatici, tra cui una colonia di 
aironi coloniali.

dettagli:

Il bacino della Sibolla, situato a circa 2,5 km. a nord-est di Altopascio, e’ costituito da un piccolo specchio lacustre  circondato da un territorio paduloso. Qui infatti si sono mantenute condizioni ambientali che hanno permesso la conservazione di una flora interessantissima, ormai quasi totalmente scomparsa altrove. Il laghetto di Sibolla presenta una forma allungata ed e’ diviso da una strozzatura.  Lungo circa 400 metri e largo  50, non e’ mai profondo piu’ di 3 metri. Non vi sono emissari e l’alimentazione dipende in massima parte dalle acque meteoriche. Esiste invece un fosso di scolo, il cosiddetto “fosso di Sibolla”,  e si tratta di un emissario artificiale, come testimonia un decreto del podesta’ di Lucca datato 22 Agosto 1263. Circonda lo specchio d’acqua una caratteristica formazione che prende il nome di aggallato o pollino.Tali formazioni vegetali erano un tempo comuni in tutte le paduli della Toscana e la loro pecularieta’ ha attirato l’attenzione dei naturalisti fin dal Settecento.

Gli aggallati durante i periodi di magra del Sibolla si posano sul fondo, contribuendo al naturale processo di interramento del lago che va infatti lentamente evolvendosi in torbiera. Dal punto di vista botanico, sono presenti sia specie palustri che acquatiche. In copiosa quantita’ vi si trovano le ninfee sia gialle che bianche; le brasche, l’erba vescia, le callitriche, il mirofillo,eccetera. Sebbene piu’ rara, e’ presente  anche l’aldrovanda, che e’ da considerarsi un relitto terziario accantonatosi a Sibolla poiche’, durante piu’ mesi dell’anno, le acque raggiungono una elevata temperatura – fino a 30°  – e sono poverissime di calcio. Durante la visita naturalmente incontreremo anche numerose specie di uccelli, tra le quali garzette,  aironi, falchi, oche eccetera.

 Approfondimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Lago_di_Sibolla

http://angoliditoscana.it/altopascio-lucca-riserva-naturale-del-lago-di-sibolla/

http://www.regione.toscana.it/documents/10180/14438515/Riserva_Naturale_Regionale_Lago_di_Sibolla_LU.pdf/a6f9205a-6985-46c0-9299-3c2fc5db69e1

galleria fotografica -

Tempi: visita al borgo h.1,5 – sosta pranzo h.1 -  visita Sibolla h. 2 a/r  tramonto alle h. 17.50  

Scheda di viaggio con direzione indicativa: andata – Livorno-Arnaccio-Fornacette-Vicopisano-Bientina-Altopascio- lago di Sibolla (Riserva Naturale del Lago di Sibolla, Via dei Sandroni, 15, 55011 Altopascio LU. (h.1.00). Dopo Sibolla- Montecarlo e ritorno da Montecarlo x medesimo percorso andata o autostrada

Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

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Ciaspolare che passione! Il 2 e 3 marzo

Quest’anno non ci allontaneremo troppo per la ciaspolata, sia per rendere meno disagevole il viaggio di ritorno che per avere il rifugio del pernottamento prossimo a dove sosteremo con l’auto e la nostra mèta sarà l'Abetone.  Soprattutto andremo lungo i sentieri dei tracciati per lo sci di fondo, per faggete ed abetaie ghiacciate e silenziose ma chi vorrà  potrà però anche aggregarsi a chi andrà per percorsi meno piani, come quelli verso il lago Nero.

Alcuni esempi di percorsi possibili (da https://www.abetone.com/ciaspolate-abetone.asp):

o  Anello del Maiori: tempo di percorrenza 2 ore, passeggiata non impegnativa che parte dalla piazza di Abetone e raggiunge le pendici del monte Libro Aperto.

o  Abetone – Verginetta – Boscolungo: tempo di percorrenza 2 ore e 30 minuti, passeggiata non impegnativa fra i boschi del Monte Maiori.

o  Anello del Doni: tempo di percorrenza 1 ora e 30 minuti, passeggiata facile attorno al paese dell’Abetone.

o  Lago Nero: tempo di percorrenza 1 ora e 30 minuti, passeggiata non impegnativa ma con qualche tratto tecnico che dall’Orto Botanico raggiunge il Lago Nero. Nota: prenotazione necessaria entro il 10 febbraio

     Info: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

    

     Domenica 31 marzo -

    da Poggio Gagliardo a Casale Marittimo (andar per Borghi)

a casale M.moIn Val di Cecina, nella parte meridionale della provincia di Pisa ed a 15 minuti dalla costa tirrenica, felicemente posizionato per le terre e la campagna, andremo da Poggio Gagliardo a Casale Marittimo seguendo quel percorso tra vigneti, colline e storia che abbiamo dovuto rimandare per maltempo, in occasione della nostra visita enologica dello scorso novembre. 

L’escursione avrà inizio dalla fattoria di Poggio Gagliardo e, tagliando per i vigneti, ci condurrà ad alcune grotte utilizzate come rifugio nella seconda guerra mondiale, su un tratto di strada di epoca romana ed infine a Casale Marittimo, borgo medievale tra i più belli d’Italia, come attestato dall’assegnazione della Bandiera Arancione del Touring Club. Non ci sono difficoltà particolari da superare e quindi è un’iniziativa per tutti, in un contesto naturalistico di grande bellezza Info e dettagli: Laura Malevolti 338 9083212

Casale Marittimo - Su una collina, nel bel mezzo della Toscana,  improvvisamente sembra di entrare nel Medioevo. E' quello che succede se si visita Casale Marittimo, un piccolo borgo che sorge nella zona di Cecina, nella provincia di Pisa. Nonostante il suo nome, questo minuscolo villaggio, non è sul mare, ma si  trova a circa sei miglia di distanza dal litorale. Tra le stradine di pietra che si inerpicano intorno al centro storico regna il silenzio, sorvegliati dal castello, cuore della città, dove si aprono delle terrazze che offrono una spettacolare vista fino al mare. Nelle giornate limpide è possibile vedere le isole dell'arcipelago toscano: Elba, Capraia e Gorgona. Anche se le vacanze a Casale Marittimo sono perfette per "non fare nulla", ci sono molte cose da vedere. Ovviamente il Castello è una delle attrazioni più forti, di questo oggi  si possono ammirare solo alcuni resti delle mura. Da vedere la casa del Camarlingo, che si trova nelle mura difensive ed è senza dubbio uno degli edifici più antichi della città, in quanto il camarlingo era una specie di tesoriere addetto alla riscossione delle tasse e nominato direttamente dal feudatario.

Da:   https://travel.fanpage.it/casale-marittimo-un-minuscolo-borgo-in-toscana/

Altro: https://it.wikipedia.org/wiki/Casale_Marittimo

 

         https://www.visittuscany.com/it/localita/casale-marittimo/

Domenica 14 aprile: La galleria del Granduca in val d'Elsa. POSTICIPATA AL 5 MAGGIO PER MALTEMPO

L' Itinerario, di grande interesse storico e religioso, ha inizio da Fungaia (siamo in Val d’Elsa) e, con dislivelli di poco conto, transita da S. Colomba e S. Leonardo al Lago, importante eremo medievale, come testimoniano i cicli di affreschi che decorano le pareti interne della Chiesa. Da qui raggiungeremo l'ingresso della Galleria del Granduca, importante scolmatore sotterraneo fatto costruire dal Granduca Leopoldo (a.1.766) per la bonifica del Pian del Lago che, stagnando per 156 ettari circa e con altezza talvolta anche di oltre tre metri, rendevano estremamente insalubre la zona. L’imponente e grandiosa opera idraulica ha una lunghezza di mt.2.173 e come caratteristiche principali una  “volta a botte” in mattoni ed una pavimentazione in pietra serena, con pendenza del 2 per mille.

Itinerario:  sentiero c.a.i n16 in zona val d'Elsa a Monteriggioni - lunghezza km. 8(12 - percorrenza ca 3 ore

Descrittivo - Il sentiero n° 116 si stacca dal sentiero n° 113 (che da Caldana conduce a S. Colomba) presso una radura con quattro grandi querce, poco sotto il podere Pastine di Sotto. Si segue la carrareccia che sale in breve alla suddetta casa colonica, aggirandola sulla destra. Dopo l’edificio si continua per una stradina di bosco dal fondo assai disconnesso, che procede in lieve salita. Più in alto questa s’immette in una strada bianca che va seguita verso destra, in direzione di Bellaria. Dopo l’ultima casa di Pastine di Sopra (m 350), in prossimità di un bel cipresso solitario emergente da un gruppo di lecci si devia a sinistra, imboccando una mulattiera: questa scende per il lecceto, costeggiata all’inizio da un vecchio muro a secco. Oltrepassata un’abitazione (destra), si giunge all’Eremo di S. Leonardo al Lago (m 292), che va aggirato sulla sinistra, raggiungendo così la parte posteriore del complesso. Qui prende avvio a destra il sentiero n° 117 che porta alla Strada del Ferratore. Il sentiero n° 116 prosegue invece diritto, in direzione Nord-Est, ed esce ben presto sulla strada bianca presso la località Osteriaccia. Qui si deve imboccare un sentiero che ha inizio sull’altro lato della strada, poco a destra dell’edificio. Si passa subito a monte dell’Inghiottitoio del Mulinaccio e, attraversato il bosco di cerri, si esce infine nei campi del Pian del Lago, a breve distanza dall’obelisco denominato “Guglia”, fatto erigere dal Granduca Leopoldo di Lorena. Dietro la stele ha inizio la galleria di bonifica del Pian del Lago, detta “Galleria del Granduca”. Si scende dunque nel canale e, muniti di torcia elettrica e stivali di gomma, si va a percorrere i 2173 metri di galleria (attenzione: dopo periodi molto piovosi la traversata non è effettuabile). All’uscita del tunnel si guada il Torrente Rigo e si sbuca sulla Strada Provinciale del Ferratore (Volte Basse – Pian del Lago). Il tempo di percorrenza di questo itinerario è leggermente più alto della media, dato che per l’attraversamento del Canale del Granduca occorre un’ora abbondante. Volendo tornare a piedi a S. Leonardo al Lago, è consigliabile seguire il sentiero n° 117, che inizia dalla Strada del Ferratore, a breve distanza dal punto in cui termina il sentiero n° 116 (in sostanza, usciti sulla strada bisogna dirigersi verso destra – Nord).

http://www.terresiena.it/it/itinerari-trekking/item/sentiero-del-cai-n-116

                       sentieri della val d'Elsa

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Dal Gabbro al “ponte romano” sul botro Riardo (anello)  Domenica 12 maggio

Utilizzando la nuova segnaletica del Parco dei monti livornesi, realizzata e messa in opera grazie al lavoro delle associazioni aderenti al “progetto occhisullecolline”, oggi percorreremo un interessante anello che si sviluppa ora in zone boschive, ora per tratte agresti ora infine nella valle del botro Riardo, sotto i rilievi di Monte Carvoli e del Monte Pelato, nel Parco di Camaiano, arrivando al cosi detto “ponte romano di Castelnuovo della Misericordia”, benchè le sue origini siano più recenti, verosimilmente tardo settecentesche,  costruito per rendere raggiungibile una fornace di mattoni oltre il botro Riardo, anche durante eventuali periodo di piena. L’escursione inizierà dal paese del Gabbro per raggiungere i vecchi lavatoi, un itinerario che veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua ed a lavare i panni dalla seconda metà del 1600 fino alla seconda del 1900. Saremo parzialmente sul “sentiero del mille” (tracciato altomedioevale che collegava i borghi collinari a Vada e quindi al mare, anche se la costa era tuttavia raggiungibile ben prima, prendendo per la via vecchia della Marina del m.Pelato), per boschi e viottoli di campagna che si alternano piacevolmente, in un trekking di circa h.4/4.30, escluse le soste.

Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Dettaglio: Dal parcheggio del Gabbro saliamo all’asfaltata e prendiamo subito per via della Rosa, di fronte a noi e ben riconoscibile per la presenza di un ambulatorio veterinario. Andiamo avanti per circa 10 minuti, uscendo dal paese e trovando prima un’edicola votiva a sinistra e quindi un bivio che ci indica Colognole andando avanti e Ricaldo invece a destra.Scendiamo per Ricaldo, ora nel bosco, ora uscendo verso i coltivi ed in altri 20 minuti siamo ai lavatoi del Gabbro, di cui si ha notizia fin dal tardo ‘600. Una breve visita e risaliamo quindi per una

 stradina sterrata (a destra) che ci riporta sull’asfaltata in circa 20 minuti. Prendiamo ancora a destra per altri 10 minuti sulla provinciale ed iniziamo l’avvicinamento al ponte romano, facendo attenzione a scendere alla nostra sinistra (ben evidenti i cartelli che indicano la direzione da seguire, seguendo il sentiero 199). Ci aspetta adesso un saliscendi di circa h.1, per zone boschive, sterrati e canneti e viottoli lastricati di massi, vestigia degli antichi tracciati, finchè, dopo aver guadato il botro Riardo, saremo ad un cancello grigio dove gireremo a sinistra per altri 45 minuti, per raggiungere il “ponte romano”. Il ritorno sarà per questo stesso sterrato, altre h.0,45 dunque, ma andando questa volta a diritto per h.0,20 finchè, alla nostra sinistra, troveremo un breve stradello a fondo chiuso dove noi gireremo invece alla prima carrareccia a destra. In altre h.0,30 saremo al botro Sanguigna ed ai suoi mulini e, girando a destra e seguendo il corso d’acqua termineremo la nostra passeggiata, risalendo per circa h.0,20 (unica salita impegnativa) ed arrivando al campo sportivo prima e dopo ancora al parcheggio dove avremo lasciato le auto. Tot. Prima parte h.1 + seconda parte h.1.45/.Ritorno circa h.1.45 Calcolare le soste al ponte h.1 (sosta pranzo). Trekking di h.4.30/5 + soste.

Altre note descrittive :

1) Gabbro - Sorto sul versante orientale dei monti livornesi ha origini medievali: mai citato dalle fonti come castello – nel ‘300 è definito ‘comune rurale’ - l’agglomerato ereditò probabilmente la popolazione dei vicini castelli di Torricchi e Contrino, forse distrutti già nel corso del basso-medioevo. Il toponimo, dal latino glabrum, allude alla sterilità del suolo, ricco di rocce di origine vulcanica - il “gabbro” appunto, così battezzato in onore del paese, trovando un curioso parallelo nell’appellativo ‘Pelato’ dato al poggio su cui il paese sorge.

La zona fu oggetto, dal 1547  - con Cosimo I° de Medici - in poi, di ripetuti tentativi di colonizzazione voluti dai Medici allo scopo di accrescere la produzione agricola necessaria allo sviluppo del centro di Livorno. L’interesse granducale è testimoniato anche dai resti di numerosi mulini ad acqua, risalenti allo stesso periodo e che sorgevano lungo l’alta valle del Botro Sanguigna, facenti parte di un più ampio sistema produttivo creato proprio allo scopo di approvvigionare di grano la nascente e vicina città di Livorno. Dal 1886 visse a Gabbro il pittore macchiaiolo Silvestro Lega che nella sua opera si è ispirato più volte al paesaggio di questo ridente paese.

2) I vecchi lavatoi:

Situata fra Gabbro e Torricchi, per secoli è stata usata da uomini e donne per l'acqua da bere e per lavare i panni. Da Piazza Cavour, seguendo Via Rialto che scende verso la vallata orientale si ha occasione di percorrere un sentiero molto suggestivo che si snoda fra alberi di sughero ai margini della boscaglia. Questo itinerario veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua e a lavare i panni alla fonte di Rialto. Tale fonte fu ristrutturata nel 1609 e nel 1682 quando vennero costruiti i lavatoi e gli abbeveratoi per gli animali. Prima di arrivare alla fonte è possibile scorgere una edicola votiva originaria del 600, che custodisce un quadro della Madonna, ed alcuni cunicoli nei quali i Gabbrigiani si nascondevano per sfuggire ai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Si ha notizia dei lavatoi fin dal 1682, quando vengono stanziati dalla Comunità del Gabbro: "25 scudi per fare un arco e muro attorno alla Fonte del Ricaldo, per far venire l'acqua a doccio, fare un abbeveratoio per le bestie.Il rifornimento di acqua potabile avveniva presso le due fonti distanti un chilometro dal paese sulla parte destra della strada che porta a Castelnuovo della Misericordia. Veniva anche attinta a una fonte situata nella località Riardo, anche questa distante oltre un chilometro dal paese, lungo una strada secondaria che porta verso la località di Staggiano. Dopo il 1945 la fonte fu chiusa e l'acqua incanalata, a mezzo di un piccolo acquedotto, fu fatta affluire alla Fornace Serredi per le necessità della lavorazione. L'acqua veniva trasportata giornalmente alle abitazioni dalle donne che portavano sulla testa brocche o canestre piene di fiaschi e da ragazzi con carrettino, con corbellini anche questi pieni di fiaschi. La lontananza delle fonti causava fatica e perdita di tempo specialmente nell'estate quando si doveva fare la fila perchè il getto dell'acqua diminuiva. Le donne spesso si recavano, portando sempre grosse canestre in testa, a lavare i panni ai due lavatoi pubblici, cioè a quello di Rialdo e a quello che si trova dalla parte opposta, sulla via che dal Gabbro porta a Castelnuovo della Misericordia. Due fonti di incerta potabilità, una chiamata fonte di Giomo sulla via Taversa Livornese per Castelnuovo poco prima della località Stregonie e l'altra situata nelle vicinanze, fornivano acqua, per far fronte alle diverse necessità degli agricoltori e dei possidenti, i quali riempivano damigiane e botticelle che trasportavano con carri trainati da buoi o con barrocci trainati da cavalli o di ciuchi. Dopo il 1945 il comune di Rosignano Marittimo, dietro le insistenti richieste dei paesani, deliberò di fare l'acquedotto per portare l'acqua potabile in paese. Fu allora incanalata l'acqua delle due fonti e, utilizzate altre sorgenti a mezza costa della collina di Poggio d'Arco, fu creato un deposito sul Poggio Pelato. Col passar del tempo le fonti del paese furono integrate da altre direttamente installate nelle case avendo così gli utenti l'acqua sempre a disposizione senza fatica, con vantaggi igienici e senza perdita di tempo. Purtroppo quando il Comune, per approvvigionare l'acqua potabile al paese di Nibbiaia, decise di alimentare l'acquedotto con altra acqua presa lungo il fiume Sanguigna, in località Bucafonda, la situazione peggiorò sia come qualità sia come quantità. testo da - http://www.lungomarecastiglioncello.it/

Domenica 28 Aprile: Itinerari trekking di “CAMAIORE antiqua”

GREPPOLUNGO - LA CULLA – ROCCIA DEI PENNATI – GREPPOLUNGO. Il percorso ha Inizio dal parcheggio di Greppolungo (quota m 340), prosegue sul sentiero del Castellaccio per raggiungere la località La Culla (quota 450) e svolta a destra sul sentiero 107, in forte salita. Dopo circa km. 1 attraversiamo le case di Soppenna (quota m 670) e torniamo a Greppolungo, arrivando prima ad una deviazione che ci condurrà ad alcune antiche incisioni rupestri. Le difficoltà sul percorso sono rappresentate da alcuni tratti in forte salita e, nel tratto che dal Castellaccio conduce alla Culla, dal dover superare un breve tratto stretto e tra le rocce, da affrontarsi con prudenza, soprattutto se non si è molto allenati. I dettagli dell’itinerario sono sul sito a PROGRAMMA, è importante però consultarsi col referente prima di partecipare.

Dettagli del percorso da:

http://www.comune.camaiore.lu.it/it/sezioni-turismo-e-cultura/344-itinerari/1000-anello-3-greppolungo-la-culla-roccia-dei-pennati-greppolungo

ANELLO N. 3

GREPPOLUNGO  - LA CULLA – ROCCIA DEI PENNATI – GREPPOLUNGO

Grado di difficoltà CAI: T=turistico, EE=escursionisti esperti

Km. 8 circa

Tempo di percorrenza ore 3,30

Percorso su strade e sentieri

Quota iniziale metri 340 (Greppolungo)

Quota massima metri 680 (Bacino Setriana)

Inizio dal parcheggio di Greppolungo (quota m 340), prosegue sul sentiero del Castellaccio per raggiungere la locvalità La Culla (quota 450) . Svolta a destra sul sentiero 107 in forte salita, dopo circa km. 1 svolta a destra per il sentiero di Soppenna che conduce a Greppolungo, attraversa le case di Soppenna (quota m 670) e giunge alla deviazione delle incisioni rupestri che si raggiungono svoltando a sinistra seguendo un sentiero in forte salita. Ritorno sulla via di Greppolungo e al punto di deviazione delle incisioni si prosegue sulla destra sul sentiero che scende e che ci consente di raggiungere il paese.
Difficoltà sul percorso: Ci sono alcuni tratti in forte salita. Nel tratto che dal Castellaccio conduce alla Culla si deve superare un breve tratto stretto e tra le rocce, da affrontare con prudenza, soprattutto se non si è molto allenati. Nei periodi caldi è necessario portarsi una buona riserva di acqua, perché soprattutto dopo Greppolungo non ci sono sorgenti.
Dove parcheggiare: Paese di Greppolungo (limitato nel periodo estivo)

PUNTI DI INTERESSE

BORGO DI GREPPOLUNGO, nel XIII secolo fu sede di un castello feudale, poi ripopolato nel XV secolo. Intressanti due macine a bascula poco sopra strada (proprietà privata)

RUDERI CASTELLO DI MONTEBELLO, costruito intorno al XII secolo. Di esso si conserva (proprietà privata), il basamento della torre, due macine a bascula, tratti del muro di cinta e di alcune abitazioni.

VILLAGGIO DEI LECCI, villaggio abbandonato del XVI secolo posto nel Comune di Stazzema. Interessanti i ruderi che ancora conservano tratti murari originali.  

ROCCIA DEI PENNATI, si tratta di un grande masso calcareo dove recentemente il Gruppo Archeologico Camaiore ha individuato diverse incisioni raffiguranti antichi Pennati, probabilmente riconducibili alle popolazioni dei Liguri Apuani che stazionavano sulle montagne camaioresi.

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Domenica 26 maggio: nel Montalbano, terra di Leonardo - NOTA: per la concomitanza delle elezioni comunali ed europee, visto che molti, oltre che votare, sono impegnati personalmente a vario titolo nei seggi elettorali, si è deciso di anticipare al 19 maggio l'iniziativa che poi, stante la pioggia, viene spostata al 2 giugno.

L’escursione ci porterà ad attraversare i bellissimi oliveti del Montalbano, nei luoghi che hanno dato i natali a Leonardo, il grande ingegnere, pittore e scienziato italiano. Partiremo da Vinci (97 m s.l.m.) e saliremo verso Anchiano, dove è situata la sua casa natale, proseguendo poi per il crinale boscoso delle colline sovrastanti fino a raggiungere il borgo di Faltognano ed il suo maestoso leccio monumentale, dall’ età stimata in circa 300 anni, proprio di fronte alla chiesetta di S.Maria Assunta, edificata nel XIII secolo, con un bellissimo affaccio panoramico sulla pianura del Valdarno Inferiore e sul sottostante borgo di Vinci. Il trekking non è difficile e ci impegnerà per circa 3 ore a/r, cui si aggiungeranno i tempi necessari per una visita al Museo Leonardiano di Vinci, nelle sedi espositive di palazzina Uzielli e del Castello dei Conti Guidi, alla casa natale di Anchiano ed anche, se aperta, alla “Mostra Impossibile”, a villa Ferrale, con la raccolta di tutte le opere dell'artista, riprodotte in alta definizione. S.14 (Vinci – Anchiano – Santa Lucia – Faltognano – Vinci) lunghezza: 7,5km | tempo di percorrenza a/r: 3h | Difficoltà: media

http://www.marcopolo.tv/articoli/vinci-toscana/   info varie

Variante breve:

Siccome molti sentieri sono spesso in manutenzione ed i tratti dei percorsi sono ora su sterrato, ora su asfaltata di collegamento, consigliamo questa variante, più breve ma altrettanto soddisfacente, che ci permetterà nello stesso (e meno faticoso!) modo di apprezzare questi luoghi -

Vinci, città di Leonardo

L’escursione ci porterà ad attraversare i bellissimi oliveti del Montalbano, nei luoghi che hanno dato i natali a Leonardo, il grande ingegnere, pittore e scienziato italiano. Da Vinci saliremo verso Anchiano, dopo aver visitato il borgo, il Museo in palazzina Uzielli e la terrazza panoramica della torre nel castello dei conti Guidi,  per un percorso botanico immerso nel verde di vigne ed olivi. Sosta alla casa natale e quindi il ritorno, passando per villa Ferrale e la sua mostra impossibile: l’esposizione delle opere pittoriche di Leonardo a grandezza naturale ed in altissima risoluzione, tant’è che si percepiscono le pennellate come fosse il quadro autentico. In ultimo raggiungeremo il borgo di Faltognano ed il suo maestoso leccio monumentale, dall’ età stimata in circa 300 anni. L’escursione è di tipo storico/naturalistico e da gustarsi rigorosamente senza fretta.

Tempi: in auto h.1 // visita al museo e al borgo h.1,30// sentiero verde e casa natale h.1,30// discesa a villa Ferrale e visita h.1,30// in auto a Faltognano h.0,20// al leccio (a piedi) h.0,20 + 0.20// ritorno in auto h.1.

 

Leonardo da Vinci

« Fu tanto raro e universale, che dalla natura per suo miracolo esser produtto dire si puote: la quale non solo della bellezza del corpo, che molto bene gli concedette, volse dotarlo, ma di molte rare virtù volse anchora farlo maestro. Assai valse in matematica et in prospettiva non meno, et operò di scultura, et in disegno passò di gran lunga tutti li altri. Hebbe bellissime inventioni, ma non colorì molte cose, perché si dice mai a sé medesimo avere satisfatto, et però sono tante rare le opere sue. Fu nel parlare eloquentissimo et raro sonatore di lira [...] et fu valentissimo in tirari et in edifizi d'acque, et altri ghiribizzi, né mai co l'animo suo si quietava, ma sempre con l'ingegno fabricava cose nuove. » (Anonimo Gaddiano, 1542)

Per approfondimenti su Leonardo da Vinci, andare alla pagina:

1)  https://www.google.com/search?q=la+vita+di+leonardo+da+vinci&ie=utf-8&oe=utf-8&client=firefox-b    

2)  https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_da_Vinci

Il Montalbano

Il paesaggio del Montalbano racchiude insieme i caratteri di un’antica bellezza, quasi solenne, fatta di storia e memoria, e quelli di un’evoluzione vitale che nel corso dei secoli fino ai giorni nostri è visibile sia nelle testimonianze materiali e immateriali del territorio che nelle attività della sua gente.

Gli elementi strutturali di questo, come di ogni paesaggio storicizzato, sono riscontrabili negli elementi fondanti della morfologia del luogo, nella sua composizione geologica e nel suo sistema territoriale (aree naturali e boscate, reticolo idrico e sistema insediativo) che appaiono saldamente evidenti e riconoscibili. Ed è in questa loro riconoscibilità, in questa loro capacità di essere stati tramandati attraverso i secoli e nel sapersi porre ancora oggi come capisaldi fondativi e costitutivi dei luoghi che va letta la particolarità essenziale, il genius loci del Montalbano.

Un paesaggio che si presenta al tempo stesso dolce e rude: dolce come l’icona del paesaggio toscano con le “colline create perché sovra ognuna vi fosse un castello… coi pendii coperti di cipressi, …boschetti di querce, boschetti di acacie, ghirlande di vite” (K.Capek 1923), ma anche solido come la terra in cui l’uomo ha saputo indurre le forme dell’economia e delle tecniche “organicamente adeguate al nuovo grado di sviluppo che le forze produttive e sociali hanno raggiunto in agricoltura” (Sereni, 1961) senza per questo disperderne l’innata bellezza.

Un paesaggio modellato dalla sapiente saggezza e contadini-artigiani, dove “il potare gli olivi e le viti, il piegare i capi, è un’arte” (R. Bianchi Bandinelli, 1964), ma anche usato per il tempo libero e lo svago ed anche per la caccia,  praticata per fame, per diletto e dal Rinascimento ad oggi, regolamentata e limitata ad ambiti ristretti e definiti dagli enti locali. Una tradizione che continua nel tempo. Così i Barchi si susseguono ai campi, i giardini alle ville ai paesi in un continuum che ha la naturalezza di un paesaggio costruito con amore e fatica nei secoli.

La catena collinare del Montalbano, è una diramazione dell’Appennino Tosco Emiliano, estesa per circa 16000 ettari, che si diparte dal Passo di Serravalle, si snoda in direzione Nord Ovest – Sud Est ed arriva sino alle Gole della Gonfolina, fungendo da spartiacque tra due ampie pianure, la Pianura Pistoiese-Fiorentina e la Valdinievole.

Il crinale è relativamente basso, senza forti variazioni altimetriche e si attesta a quote introno i 400 -600 m: più in particolare il tratto compreso tra il Passo di Serravalle ed il Valico di San Baronato ha cime di minore altitudine oscillanti mediamente tra i 300 e i 400 m s.l.m. anche se si raggiunge quote più elevate in corrispondenza di tre promontori e si scende a quote inferiori in corrispondenza dei valichi , mentre il tratto a sud di San Baronto si attesta tutto sopra i 500 m s.l.m., raggiungendo l’altezza massima in corrispondenza del Monte Cupola con 633 m s.l.m. Tale promontorio insieme alla cime del Monte Capolino (644 m s.l.m.) e al Poggio Ciliegio (615 m. s.l.m.) costituiscono la sommità indicata dal Repetti, nel suo dizionario Dizionario Geografico Fisico della Toscana (1833) in Pietra Marina e S.Alluccio.

Sempre Repetti sottolinea “La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di sedimento inferiore, coperto nella base orientale da sedimenti palustri, e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini. Alla parte australe di questa diramazione fu dato il nome dei monti del Barco Reale per un vasto parco vestito di selve, fatto circondare di mura dal Gran-Duca Ferdinando II ad uso di Caccia.” (Tomo, Albano Monte, pag. 60)

I due versanti, orientale ed occidentale, presentano una netta differenziazione dal punto di vista dell’acclività: il versante occidentale infatti si presenta più uniforme degradando dolcemente sino a lasciare posto alle basse colline (tutte intorno ai 100 m ) denominate “Cerbaie” alla cui base si trova la pianura occupata dal Padule di Fucecchio.

Il versante orientale, invece, presenta lungo quasi tutta la sua lunghezza una scarpata più ripida che dal crinale arriva sino a mezza costa dove viene sostituita da un’alternanza irregolare di pendii più dolci.

testo da www.montalbano.toscana.it

per esplorare percorsi - 1) http://www.montalbano.toscana.it/trekking

                                      2) http://www.toscananelcuore.it/i-sentieri/

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Domenica 2 giugno - vedere iniziativa a Vinci

GIUGNO – escursione per amanti della montagna (da concordare col referente)

Questo mese è dedicato all’escursionismo di montagna, per toccare vette che solitamente non vengono interessate dalle nostre iniziative, elaborate per essere alla portata di tutti i soci. Attualmente si sta pensando alla Pania della Croce, passando per il rifugio Rossi, come ai m.1946 del Pisanino ma anche sia alla Tambura per la Vandelli come al Pizzo d’Uccello in val Serenaia ed al m.Altissimo, per il passo degli Uncini. La data esatta, come anche la mèta, saranno concordate tra i partecipanti, una volta contattato il referente, i primi di giugno. Nota: poiché il dislivello da superare sarà impegnativo ed anche è presumibile che l’escursione sia lunga, si invita alla partecipazione solo chi se la sente ed ha buona gamba. Info : Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

25 luglio - extra programma - iniziativa a Giglio/Giannutri della Pro Loco di Quercianella

Crociera isole Giglio e Giannutri - Giovedì 25 luglio

PROGRAMMA:

Ritrovo dei partecipanti (Livorno Ipercoop Porta a terra – Quercianella) e partenza per Porto Santo Stefano. Imbarco sulla motonave e crociera verso isola di Giannutri. Arrivo e sosta di 2 ore e mezza circa, tempo a disposizione per visitare l’isola o per un tuffo in mare. Una volta risaliti a bordo verrà servito il pranzo cucinato espresso e tutto rigorosamente a base di pesce con il seguente menù:

risotto alla pescatora
fritto calamari e gamberi
gelato, pane acqua e vino

Dopo il pranzo, partenza per l’isola del Giglio e attracco a Giglio Porto, con sosta di 3 ore c.a. Possibilità di bagno nelle vicine spiagge, passeggiata a Giglio Porto, o escursione a Giglio Castello. Rientro a Porto Santo Stefano per le 18,30 circa. Tutti gli orari di rientro a bordo, saranno comunicati dal Comandante. Sbarco e proseguimento in pullman G.T. per Livorno.

Nota: Si informa che a bordo della motonave saranno presenti delle guide ambientali che effettueranno escursioni nelle due isole. Il servizio è però facoltativo ed è a carico del cliente. Eventuali variazioni di percorso sono a totale discrezione del comandante. La quota che verrà richiesta comprende: viaggio in Bus GT., crociera in motonave, pranzo a base di pesce cucinato a bordo ma non comprende la tassa di €. 4,00 per ticket Parco Giannutri -

Informazioni e iscrizioni: 3357833238 -

 

Dal 20 al 27 luglio: luglio -  gitone in Alta Valtellina, nel Parco naturale dello Stelvio

Il Parco Nazionale dello Stelvio è il più grande dei parchi storici italiani, tuttora il più esteso dell’Arco Alpino ed occupa gran parte del territorio dell'alta Valtellina, toccando tre regioni: la Lombardia, il Trentino e l’Alto Adige, confinando a nord con il Parco Nazionale Svizzero ed a sud con il Parco Regionale dell’Adamello. Impossibile non lasciarsi sorprendere dall'inestimabile patrimonio naturale che è possibile scoprire sia grazie alle numerose escursioni fattibili durante tutto l'arco dell'anno, come pure per l’ ampia varietà morfologica del territorio, determinata da cospicui dislivelli altimetrici che consentono l’esistenza di ampi ecosistemi con numerose specie rare e di animali e di piante. 
Villaggi, contrade e tipiche baite completano poi lo scenario, costituendo delle affascinanti testimonianze di architettura rurale e sacra, in completo equilibrio con l’ambiente. Il nostro programma, prevede diversi tipi di iniziative escursionistiche che spaziano dalla Valfurva, dove troveremo il ghiacciaio di tipo vallivo più esteso in Italia, il ghiacciaio dei Forni, alla Val Zebrù, una delle zone con la più alta concentrazione di cervi ma anche ai passi dello Stelvio o di Gavia oppure al gruppo montuoso Ortles-Cevedale,
 con parecchie cime che oltrepassano ampiamente i 3000 metri di quota ed ai suoi ghiacciai, anche pensando al trenino rosso del Bernina che da Tirano ci porta a St.Moritz. Da dire poi che frequentemente e sfruttando le funivie, si potranno evitare lunghe camminate, come anche che vengono previste, per i più pigri, interessanti visite a località vicine e tipiche, come Livigno o S.Caterina Valfurva o Bormio stesso dove alloggeremo. Nota: prenotazione obbligatoria, con versamento acconto, entro e non oltre il 31 marzo e comunque fino a massima disponibilità possibile. Il programma in dettaglio verrà illustrato in un incontro tra i partecipanti, il 20 marzo.

Info e prenotazioni: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

Come accennato prima, le iniziative proposte saranno alla portata di tutti poichè diversificate per difficoltà (dislivelli e lunghezza) ed andranno ad interessare zone differenti del Parco, tutte nei dintorni di Bormio, dove alloggeremo, tenendo conto non solo dei tempi di spostamento ma anche della necessità di un acclimatamento: in quota (sopra i m.1.500) la pO2 diminuisce rispetto al livello del mare e quindi la fatica, prima che intervengano i meccanismi di adattamento dell'organismo, può essere sentita prima del solito e per percorsi più brevi.  

ipotesi di programma (da valutarsi tutti insieme quando ci si troverà per confermare la propria adesione:

1) La Pedemontana del Reit: Tempo di percorrenza/km: ore 2.00/ km 6 Dislivello: 150 m Difficoltà: T

La Pedemontana è una facile e tranquilla passeggiata che percorre la base della Réit e che attraversa boschi di mughi e larici. Il toponimo Réit deriva infatti da laricetum, cioè lariceto. L’imbocco si trova in località Pravasivo e il sentiero parte in leggera salita per poi diventare quasi interamente pianeggiante. Prima di raggiungere il bivio dal quale si diparte il sentiero che conduce alla Croce della Réit, la Pedemontana incontra una deviazione che permette di raggiungere il Giardino Botanico Rezia, che raccoglie e conserva le specie vegetali della flora alpina. Il percorso porta in breve ad un’ampia radura erbosa, attrezzata ad area pic-nic, detta “Planon dei Laresc”; prosegue poi sino ad arrivare alla Val d’Uzza in località Prati di Sotto. Il rientro avviene lungo il tragitto d’andata o direttamente a Bormio passando da Pramezzano e dai ruderi del Castello di San Pietro (detto anche Gesa Rota).

Info dettagliate su immagini, punti info e percorsi -

da: http://lombardia.stelviopark.it

http://lombardia.stelviopark.it/il-parco-in-lombardia/

http://lombardia.stelviopark.it/giardino-botanico/

http://lombardia.stelviopark.it/escursioni/

http://lombardia.stelviopark.it/centri-visite/

http://lombardia.stelviopark.it/le-impronte-delluomo/

Il Forte Venini di Oga

Il Forte Venini, dal nome del capitano valtellinese al quale è stato dedicato, si trova a pochi chilometri da Bormio, nelle vicinanze della frazione di Oga.
Dotato di quattro cannoni a lunga gittata – oggi rimossi – venne realizzato tra il 1911 e il 1913 allo scopo di proteggere le strade dello Stelvio e del Foscagno da una eventuale penetrazione austriaca. La struttura fu dismessa dall’Esercito nel 1958 e sebbene tutte le aperture fossero state murate, negli anni successivi fu saccheggiato e depredato dei preziosi reperti storici.

A partire dal 1985 è stato restaurato e riaperto al pubblico.

Loc. Dossaccio

23030 VALDISOTTO SO
Tel. 0342950166 (Pro Loco Valdisotto)

https://www.fortedioga.it

Centro storico di Bormio „

Il ricco passato di Contea si respira ancor oggi a Bormio passeggiando nel centro storico immersi tra le innumerevoli testimonianze del suo glorioso passato.

In ognuna delle cinque contrade (o reparti) in cui è suddivisa Bormio si può ancora ammirare il grande patrimonio artistico frutto di una storia secolare che rende questa zona unica rispetto alla gran parte delle altre località turistiche montane.

Il liber stratorum, risalente al 1304, rappresenta il più antico documento dello sviluppo urbanistico di Bormio: a quei tempi due erano le sole grandi aree occupate: quella che oggi corrisponde alla Piazza del Kuerc e quella attorno alla chiesa di Sant’Antonio nel cuore del reparto Combo.

Ancor oggi queste due zone, perfettamente conservate, offrono la possibilità di godere di innumerevoli scorci tra le case e gli incantevoli angoli rimasti come un tempo.

Numerosi sono anche gli affreschi che, la gran parte restaurati, adornano le facciate di molte case del centro storico di Bormio così come gli splendidi portali intagliati nel legno.

Nel XIV secolo, periodo in cui era fiorente il commercio e il transito, Bormio contava ben 32 torri, simbolo della potenza dei casati, la cui quasi totalità sono però andate distrutte. Rimangono, oltre quella del Kuerc simbolo stesso di Bormio, la Torre degli Alberti, nel cuore della Via Roma, e quella annessa al Palazzo De Simoni.

I monumenti di Bormio :

Le chiese di Bormio :

Altre idee per passeggiate defatiganti, alternative ad escursioni proposte o anche come idee di acclimatamento:

Bienno: uno dei borghi più belli d’Italia

Il primo giorno ci siamo fermati a Bienno, il Borgo dei Magli e degli Artisti, insignito deltitolo di “Uno dei borghi più belli d’Italia” ; è un paese medievale nella Valle Camonica in provincia di Brescia. Un borgo fatto di acqua e pietra, la cui peculiarità è quella di lavorare il ferro. Lasciatevi trasportare in un posto dove il tempo sembra essersi fermato e riscoprite la bellezza dei suoi vicoli, dei mulini ad acqua, dei palazzi, delle chiese, dei musei e delle opere dei vari artisti.

Visitare il lago bianco e Livigno

Proseguendo per Bormio ci siamo fermati anche a vedere il lago bianco, presso il passo del Bernina, in Svizzera; il nome del lago è dovuto al colore biancastro che viene conferito dall’acqua e dalla sabbia del ghiacciaio. Abbiamo poi visitato Livigno dove abbiamo fatto una passeggiata per le vie centrali di questo paese, in provincia di Sondrio, in cui gli acquisti sono agevolati dalla zona extra-doganale.

Alla scoperta della Valtellina e dei sui dintorni

La zona di Bormio è ricca di paesaggi e di attività per tutti i gusti, da quelle sportive a quelle culturali, senza dimenticare la natura, la cucina e le tradizioni. Ci sono però anche dei luoghi particolari nei dintorni che meritano sicuramente una visita.

In particolar modo, in Valtellina, possiamo citare, tra gli altri, Livigno, Tirano, Grosio, senza dimenticare i terrazzamenti che caratterizzano tutto il versante retico della valle. E anche allontanandosi dalla provincia di Sondrio e, talvolta, dall’Italia, potrete trovare dei veri e propri gioiellini: Glorenza, St.Moritz, il Trenino Rosso del Bernina o anche il Castello di Neuschwanstein.

Escursioni da non perdere nei dintorni di Bormio

2) in val Fraele

http://lombardia.stelviopark.it/wp-content/uploads/2016/09/DD_Valle_di_Fraele.pdf

Ampia e suggestiva vallata di origine glaciale la Valle di Fraele è oggi caratterizzata dalla presenza di due grandi bacini artificiali. Entrata a far parte del Parco Nazionale dello Stelvio con l’ampliamento del 1977, è l’ideale punto di partenza per escursioni nelle valli limitrofe alcune delle quali particolarmente selvagge e incontaminate.

Giornata in val di Fraele (laghi di Cancano/sorgenti dell’Adda). Questo itinerario ci condurrà in Val Alpisella, in provincia di Sondrio, sviluppandosi lungo un percorso costellato da laghetti alpini ed arrivando alle sorgenti dell’Adda, uno dei fiumi più importanti della Lombardia.

1) Trekking (A/R): h 2.40 circa - Dislivello: 365 m - Difficoltà: medio facile. Nota: un'alternativa possibile (per chi non avesse voglia di fare salite) può essere il lungolago Km. 17. percorso in MTB su sterrato , oppure i percorsi di nordic, utilizzando i bus/navetta che diminuiscono a volontà il chilometraggio da farsi.

Percorso n°1)

Questo itinerario ci conduce in Val Alpisella, in provincia di Sondrio, sviluppandosi lungo un percorso costellato da laghetti alpini e raggiungendo le sorgenti dell’Adda, uno dei fiumi più importanti della Lombardia.

In auto si oltrepassa Bormio e si devia a Fior d’Alpe Turripiano e, seguendo le indicazioni per i Laghi di Cancano e le Torri di Fraele. Si costeggiano i due laghi fino a raggiungere il Ristoro San Giacomo, poco oltre il quale parcheggiamo.

In prossimità di un ponticello sull’Adda prendiamo la stradina che risale gradualmente la Val Alpisella a tornanti. Incontriamo tre laghetti tra i quali si trova una delle sorgenti dell’Adda in alcune pozze rossastre. Le sorgenti di maggior portata si trovano sul versante opposto della valle che si percorre al ritorno. Dopo un’ora di cammino si giunge al passo di Val Alpisella (m. 2.285) dove si trovano un grazioso laghetto e una malga.

Dopo una sosta per ammirare il panorama, si scende fino ad incontrare sulla sinistra un largo sentiero che discende la valle sul versante opposto a quello fatto salendo, con le indicazioni Sorgenti dell’Adda a 15 minuti. Si seguono le indicazioni fino a una serie di sorgenti che scaturiscono dal sottosuolo e si riprende poi la discesa fino al parcheggio.

2) laghetti di Cancano (opzione bike al punto info)

Sorpassate le torri di Fraele, antiche e possenti costruzioni di epoca trecentesca, si raggiungono i laghetti artificiali di Cancano, creati nel secolo scorso ( i lavori per la diga di Cancano furono ultimati nel 1956 ) per la produzione di energia elettrica ed oggi gestiti da AEM, e che hanno portato alla creazione di un ambiente unico, ideale per passeggiate a piedi, trekking e in mountain bike tra i boschi dell’alta montagna valtellinese.

I laghi sono alimentati di acqua dallo Spòl, dai torrenti Alpe, Gavia, Frodolfo, Zebrù, Braulio, Viola e Forcola e, anche dal più celebre fiume Adda che ha poco lontano le sue sorgenti e sono in grado di contenere fino ad oltre 190 milioni di metri cubi di acqua in massima portata.

Per raggiungere i laghetti di Cancano è sufficiente seguire le apposite indicazioni posizionate lungo la strada che da Bormio porta verso Livigno, deviando nei pressi dell’abitato di Premadio lungo una strada che sale ripida sino al passo di Fraele.
In sintesi: arrivare in auto fino ai parcheggi nei pressi della Palazzina A2A, proseguendo
verso le Torri di Fraele acquistando un ticket al costo di € 5,00, inclusivo del costo del parcheggio.

http://lombardia.stelviopark.it/escursioni/

http://lombardia.stelviopark.it/centri-visite/

https://www.movimentolento.it/it/resource/blog/GianfrancoBracci/il-giro-del-lago-di-cancano-con-la-tecnica-del-nor/ LUNGOLAGO

https://www.bormio.info/scoprire_bormio/laghetti-di-cancano/

https://sentieridautore.it/2017/08/17/il-tibet-di-lombardia-ai-laghi-di-cancano/

Le navette saranno in funzione dalle ore 9:00 alle ore 17:30 secondo le seguenti tratte:
– Palazzina A2A – Diga di San Giacomo
– Strada coronamento lago di San Giacomo
Il costo per il bus navetta è di € 1,00 per la singola tratta.

DESCRITTIVO: Itinerario circolare in mountain bike attorno ai laghi di Cancano e di S.Giacomo nel settore lombardo del Parco dello Stelvio. Nel suo piccolo anche il Parco nazionale dello Stelvio, come il Tibet, ha il suo ‘tetto del mondo’. Si chiama Valle di Fraele: è un largo altopiano che ricopre la porzione più settentrionale della regione; dal 1977 è incluso nel Parco nazionale dello Stelvio allo scopo di ottenere un collegamento con l’attiguo Parco nazionale svizzero dell’Engadina. Una buona scelta per far sì che la fauna selvatica si possa spostare tranquilla senza la minaccia di una doppietta. Per la sua collocazione ad alta quota e per essere lontana dalle più frequentate strade turistiche del parco, la Valle di Fraele mostra un volto del tutto particolare, quasi magico, una bellezza da giardino alpino nonostante la presenza di due laghi artificiali, forti intromissioni dell’uomo nell’ambiente. Qui, lungo i rilievi che a nord fanno da confine con la Svizzera e a sud con la Valdidentro, si estende la boscaglia di pino mugo più vasta d’Italia. La presenza umana si limita a qualche baita e alle strutture di controllo degli invasi. Il paesaggio agrario è limitato a soffici praterie dalle stupefacenti fioriture.

Utilizzando l’auto si può raggiungere l’ingresso della valle e da lì, in mountain-bike, effettuare il circuito dei laghi su una strada sterrata che presenta solo qualche breve rampa in salita e un paio di gallerie.

L’anello dei laghi – Punto di partenza e di arrivo: Cancano (m 1950). Si raggiunge da Bormio seguendo la direzione per Premadio e quindi imboccando la strada ex-militare, asfaltata, delle Scale di Fraele. Cancano si trova circa 1.5 km dopo le Torri di Fraele.

Lunghezza: 17.3 km - Dislivello: 50 metri circa – Condizioni del percorso: facile tracciato intorno ai laghi su strade sterrate

1) Lasciato il Centro Bike Cancano, si tiene la direzione di sinistra (segnavia 199) per seguire la sponda meridionale del Lago di Cancano lungo le propaggini delle Cime di Plator. La Valle di Fraele è uno splendido ambiente alpino, una conca di origine glaciale. Il paesaggio si identifica in tre fondamentali aspetti. Il primo è stato determinato dall’uomo con la realizzazione di due laghi artificiali. Gli altri sono tipici delle alte quote: il pino mugo fino a una certa altezza e, al di sopra, la prateria alpina interrotta da ghiaioni, rocce e detriti franosi. Dove fino a quasi cent’anni fa c’erano verdissime praterie ora c’è un lago il cui aspetto dipende molto dalla variabilità del livello delle acque. Nei momenti di ‘magra’, una cornice di sponde erose e di fondali limacciosi rende più malinconico il paesaggio. Al contrario lo ravviva quando le acque, dopo il disgelo, raggiungono la massima altezza, contenute dalle dighe. Il Lago di Cancano fu realizzato a partire dal 1922, mentre il lago superiore di S. Giacomo, che si vede sul fondo della valle, fra il 1940 e il 1950. 2. Al km 3.9 si avvicina la diga di questo secondo lago. Si continua sempre nella stessa direzione tenendo sulla destra le cerulee acque del lago. Più avanti però la strada si stacca dalla sponda e aggira un dosso di prati e boschi. È il luogo adatto per una sosta, complice un accogliente ristoro. A 2000 metri d’altezza, nel regno della natura alpina, le attività agricole sono sporadiche e limitate alla breve stagione estiva. Prima della costruzione degli invasi artificiali, la Valle di Fraele era una delle più ricche di prati e pascoli dove si praticavano abbondanti fienagioni e dove si tenevano, da giugno a settembre, le mandrie di bovini per l’alpeggio. Di quell’assetto oggi restano i bellissimi prati da sfalcio sul pendio a sud del Lago di S.Giacomo, il cui patchwork di toni fra il verde e il giallo, a seconda delle fasi di taglio, rivela l’accentuata suddivisione delle proprietà. Gli insediamenti si limitano a isolate baite, localmente dette ‘tèa’, molte delle quali oggi ristrutturate come case di vacanza, ma che discendono dal modello della dimora temporanea alpina con una accentuazione della struttura muraria al piano terra, usato come stalle, e del legno al piano superiore. 3. Al culmine del percorso, in capo al lago, si avvicinano i ruderi dell’unico villaggio della valle, S.Giacomo di Fraele. La chiesetta e le fondamenta di alcuni edifici sono le ultime tracce di un insediamento umano posto a quasi 2000 metri d’altezza. Nel villaggio, sommerso dalle acque del lago, vivevano boscaioli, minatori e carbonai che mantenevano contatti con la valle dell’Inn, fino a Innsbruck. I viandanti erano usi ritrovarsi nell’Osteria della Luisa, provvidenziale punto di sosta sul tracciato della già citata Strada Imperiale d’Alemagna. Il vicinissimo Passo di Fraele indica lo spartiacque alpino e il passaggio dell’antica strada. Ora tornando a ritroso verso Cancano si percorre la strada che costeggia le sponde settentrionali dei due laghi, inframmezzata dal Rifugio Val Fraele e dal Ristoro Solena (breve deviazione), altri punti di sosta. 4. Nell’ultimo tratto la strada (a rigore accessibile solo ai mezzi di servizio degli impianti) diventa poco più accidentata e penetra in due gallerie dove è utile avere con sé una torcia elettrica.

5. Passando sul colmo della diga di Cancano si fa infine ritorno al piazzale del Ristoro Monte Scale con l’unico breve tratto di salita di tutto l’itinerario.

3) La Val Zebrù

http://lombardia.stelviopark.it/wp-content/uploads/2016/06/DD_Val_Zebrù.pdf

La Val Zebrù è una lunga e suggestiva valle di circa 12km interamente compresa nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, raggiungibile proseguendo da Bormio in direzione di Valfurva fino all’abitato di Madonna dei Monti. La Valle è tipicamente di origine glaciale ed è attraversata da un omonimo torrente che prende origine proprio dal ghiacciaio sovrastante. Caratteristica morfologica interessante della valle è dovuta alla linea di faglia dello Zebrù che corre proprio lungo il fondovalle, che rende notevole la differenza tra i due versanti della valle stessa: uno roccioso con alte pareti che cadono a picco sulla valle e l’altro più morbido e ricco di vegetazione, con molti pascoli d’alta quota che arrivano fino agli oltre 3.000 metri di altitudine. Delle vette montuose che circondano la Val Zebrù, le più alte e facilmente identificabili sono il Gran Zebrù, di 3.851m e la cima Pale Rosse con i suoi 3.446m. La valle è percorribile solo a piedi o in mountainbike ( possibilità di parcheggio per l’auto nella frazione Niblogo, all’imbocco della valle ) ed è rimasta quindi splendidamente conservata nella sua rigogliosa natura alpina. Nota: in Val Zebrù è presente una delle più vaste colonie di ungulati dell’Alta Valtellina e non sarà difficile per il visitatore imbattersi in branchi di camosci, stambecchi e cervi, oltre alle caratteristiche greggi di animali domestici al pascolo, tra antiche baite rurali in legno meta dell’alpeggio estivo.

da Bormio, percorrendo la SS 300 in direzione di S. Caterina Valfurva, si giunge a S. Nicolò Valfurva, dove delle indicazioni segnalano il Parco Nazionale dello Stelvio e il Rifugio V Alpini, giungendo dopo pochi km alla frazione di Niblogo (1600 m.). Da qui parte il sentiero n. 29 seguendo una carrareccia che si addentra nella Val Zebrù, passando prima dal Rifugio Campo (2000 m.) in circa 2 ore e quindi alla Baita del Pastore (2166 m.) nota: possibilità di usufruire di un servizio Jeep fino alla baita del Pastore, dalla frazione di Niblogo). La strada prosegue con una serie di tornanti, il paesaggio cambia passando da pascoli verdi fino alla grande morena della Val Rio Marè dove un comodo sentiero porta al rifugio V° Alpini ben visibile sul costone roccioso ai piedi del Monte Zebrù e sullo sfondo l’imponente cresta dell’Ortles.

https://www.valtellina.it/it/attivita/trekking/valfurva

http://www.paesidivaltellina.it/giroconfinale/index.htm

https://www.bormio.info/scoprire_bormio/escursione-in-val-zebru-alta-valtellina/

1) Dalla frazione di Niblogo (m.1600), a Madonna dei Monti, si imbocca la strada carrabile per la Val Zebrù fino alle Baite di Campo (m.1948). Il percorso è agevole ed è caratterizzato inizialmente da fitti boschi, interrotti poi da terrazzi verdi con caratteristiche baite. Lungo il percorso si potranno osservare colonie di stambecchi che popolano la zona come, in alto, la maestosa aquila reale e il gipeto

escursione turistica – percorrenza h.2.oo – dislivello m.300

Arrivati alle frazioni (comprensorio S.Caterina Valfurva) denominate
Madonna dei Monti e Niblogo (m. 1600), dove la strada aperta al traffico termina ad un parcheggio, ci incamminiamo su una percorso sterrato. Attraversiamo il letto del rio d'Ardof e siamo ad una radura pianeggiante, che presenta un dosso verde coperto di mughi detto Piano delle Tre Croci. Ignorata la deviazione per Pradaccio proseguiamo raggiungendo il pont di Plaz, che scavalca il torrente Zebrù, portandoci dalla parte sinistra a quella destra (per chi sale) della valle. Dopo una salita siamo ai Piaz (m. 1660), dove si trova anche il ristoro Zebrù. A circa 1800 m. un terzo ponte ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle, dove troviamo una nuova coppia di tornanti, superati i quali ed ignorata una deviazione sulla sinistra per la Valle Ardof e l’alpe Solaz, siamo alle baite di Zebrù di fuori (m. 1828). La valle intanto si fa più ampia e pianeggiante, ed in breve siamo alle baite di Chitomàs (m. 1881). La strada propone qualche saliscendi e si porta a destra e poi ancora a sinistra della valle (sempre per chi sale), con due ponti, e raggiunge la località Campo di Fuori (m. 1947). Poco oltre, troviamo l’azienda agrituristica Ristoro La Baita (m. 1980). Dopo breve tratto siamo al rifugio Campo (m. 2000). Qui si fermerà il primo gruppo, in località Campo di Dentro.

2 VARIANTE LUNGA -

Chi volesse proseguire (eventuale secondo gruppo) troverà un bivio e seguirà le indicazioni per la Baita del Pastore, superando sulla sinistra il grande conoide della val di Campo, colonizzato da cespugli di rododendro e mugo, e sulla destra il rio del Rabbioso (Rinec). La strada attraversa adesso l'ultimo ponte sul torrente Zebrù, che corre ora alla nostra destra e porta, dopo una lunga salita, alla Baita del Pastore (m. 2168, ad 8 km da Niblogo). Una sorta di tratturo che inizia ad inerpicarsi su un largo dosso erboso, con tornanti regolari e pendenza piuttosto severa. La pista, attraversata una valletta, riprende a salire con inesorabile severità ed al termine di una rampa micidiale, volge a sinistra e raggiunge in breve la cima di un ampio dosso, lasciando il posto ad un sentiero che sale con qualche serpentina sul corpo della morena. Arrivati ad un grande masso, poco sotto il grande sperone su cui è posto il rifugio, ad una quota di circa 2750 metri, troviamo l’ultimo cartello, che segnala anche un importante bivio: alla nostra destra parte un sentiero che sale ai passi di Val Zebrù, ma seguiremo invece il sentiero che volge a sinistra, raggiunge il piede dello sperone, e piegando poi a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra si tornerà a tagliarlo da destra a sinistra, poi ancora a destra ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permetterà di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota. Occhio però che per arrivare qui da Neblogo saranno circa Km.12 e m.1300 di dislivello!

PS: a Niblogo (m. 1600), dove la strada aperta al traffico termina ad un parcheggio presso un edificio adibito a punto di informazioni del Parco Nazionale dello Stelvio. Teniamo presente che, date le ridotte dimensioni del parcheggio, nei periodi di punta dopo una certa ora questo si riempie, per cui siamo costretti a scendere sperando in miglior fortuna a Plazzola. Inoltre a Niblogo è possibile trovare veicoli autorizzati a fare la spola negli 8 km che separano il parcheggio dal Baitìn del Pastore. I tempi di attesa possono, però, essere prolungati, perché il servizio viene prestato quando i mezzi sono pieni (5 persone).

4) la val viola

La vallata è dominata dalle montagne che fanno parte del gruppo della Cima Piazzi e della Corna di Campo, svettando infatti su di essa, in un ambiente naturale incontaminato, la Cima Piazzi (3.439 metri), la Cima Viola (3.374 metri) e la Cima Dosdé (3.280 metri).

Tutta la valle è incastonata in una serie di cime, tutte oltre i tremila metri, che creano una cornice naturale che offre dei panorami mozzafiato rendendola veramente interessante soprattutto dal punto di vista paesaggistico.

Arnoga - Rifugio Viola

Dati: Dislivello:440 m - Durata: 2h - Impegno Fisico:Basso - Difficoltà :E

Descrizione:

La partenza di questa bellissima escursione è posta ad Arnoga,in prossimità del tornante lungo la statale che sale verso il passo Foscagno in prossimità di alcune strutture albeghiere qui poste,svolteremo a sinistra e poi terremo la sinistra prendendo una stradina in discesa che ci conduce sino ad un ampio parcheggio

Da questo punto una volta posteggiata la nostra autovettura possiamo avere due alternative: o salire sino al rifugio percorrendo il percorso basso, più lungo, oppure risalire per pochi metri lungo un piccolo sentiero sino a reincontrare la strada asfaltata che si addentra nella valle.

Per chi non volesse partire da questo punto lungo la valle vi sono molteplici zone dove parcheggiare tuttavia nei periodi estivi Luglio-Agosto-Settembre,appena dopo la svolta incontreremo subito delle guardie forestali che ci femeranno e chiederanno 3 € per poterci addentrare con le nostre vetture nella valle.

Salendo a piedi invece non dovremo pagare alcun tipo di tassa,partendo dal nostro parcheggio affronteremo lungo la stradina asfaltata i primi metri con scarsa pendenza primadi affrontare un tratto impegnativo con pendenze elevati e successivamenteun altrettanto breve ma impegnativa discesa, tuttavia all'inizio della salitella troveremo sulla sinistra una piccola traccia che ci permetterà di evitare questa breve salita sino ad reincontrarci con la carrareccia nella zona della prima area paracheggio all'interno della valle.

Da questa prima area di parcheggio saliremo sempre lungo la stradina con pendenze sempre lievi o a volte pressochè nulle, ammirrando di già la bellissima vallata.

Continueremo su questa strada poco trafficata,oltrepassando piccoli torrenti, ponticelli, sempre immersi tra i boschi di larici e abeti sino all'ultimo parcheggio posto in localita Altumeira a quota 2100m.s.l.m, dove la strada asfaltata termina e da dove ora in avanti non è più concesso il transito alle autovetture. Continueremo su questa strada poco trafficata,oltrepassando piccoli torrenti,ponticelli,sempre immersi tra i boschi di larici e abeti sino all'ultimo parcheggio posto in localita Altumeira a quota 2100m.s.l.m,dove la strada asfaltata termina e da dove ora in avanti non è più concesso il transito alle autovetture. Le pendenze rimangono sempre lievi sino al bivio verso la capanna Dosdè,passo Dosdè,da ora per circa 500 m le pendenze diventano leggermente più elevate e percorreremo due piccoli colli. Al termine di questi due colli le pendenze tornano ad essere quasi praticamente nulle,e siamo già in grado di vedere il rifugio in lontananza e i due laghi posti in prossimità. I cartelli ci indicano un tempo di 30' per raggiungerlo,ma anche se ancora abbastanza lontano in circa 10' e camminando tranquillamente lo riusciremo a raggiungere.

In prossimità di una deviazione verso gli alpeggi della val viola il nostro sentiero si divide: una piccola traccia va in discesa mentre il sentiero principale continua in piano e prendere l'uno o l'altro è indifferente,tuttavia consiglio di prendere il primo in discesa. Affronteremo un piccolo ponticello in legno lungo i molteplici fiumi/ruscelli, per arrivare finalmente al rifugio

Nonostante il percorso presenti un dislivello quasi nullo, potrebbe risultare ostico per via della notevole lunghezza, soprattutto la discesa potrebbe risultare estremamente stancante.

Da http://www.ilpiaceredellamontagna.it/trekking-in-lombardia/rifugi-e-bivacchi/rifugio-viola/53-arnoga-rifugio-viola.html

video: https://www.saliinvetta.com/component/allvideoshare/video/rifugio-viola-e-passo-val-viola-da-arnoga-so?Itemid=309

altro dettaglio del percorso, tratto da:  http://www.bormio3.it/val-viola/

La Val Viola nei pressi di Bormio

Informazioni sulla Val Viola a 20 minuti da Bormio:

Caratteristiche della Valle

La Val Viola, itinerario di grande bellezza paesaggistica, è raggiungibile in auto presso la località Arnoga: l’imbocco si trova lungo la strada statale n. 301 che collega Bormio a Livigno.

Di qui comincia la vallata dominata dalle montagne che fanno parte del gruppo della Cima Piazzi e della Corna di Campo: svettano infatti su di essa, in un ambiente naturale incontaminato, la Cima Piazzi (3.439 metri), la Cima Viola (3.374 metri) e la Cima Dosdé (3.280 metri).

Tutta la valle è infatti incastonata in una serie di cime, tutte oltre i tremila metri, che creano una cornice naturale che offre dei panorami mozzafiato rendendola veramente interessante soprattutto dal punto di vista paesaggistico.

E’ possibile compiere l’itinerario che attraversa la valle compierlo anche con la mountain bike.

Con tutta probabilità la Val Viola deve il suo nome ad un errore dei cartografi che, nell’ottocento, scambiarono il nome “Albiola” (derivante dal termine latino albus = bianco) con “Viola”che rimase.

Il versante bormino della Val Viola termina, dopo circa 11 km, con l’omonimo Passo il quale permette di dominare il panorama della Val Viola Poschiavina, in territorio elvetico.

Confluiscono in essa numerose altre vallate che permettono una serie infinita di possibili escursioni: oltre al menzionato Passo di Val Viola che consente di raggiungere la Val Viola Poschiavina (Val di Campo), lungo il suo percorso si trovano anche i sentieri che conducono al passo della Vallaccia che la collega alla Valle del Foscagno, al passo di Dosdé che sbocca nella Val d'Avedo e al passo di Verva che immette nella omonima valle collegata con la Val Grosina.

Il percorso è costellato di gruppi di tipiche baite montane interamente realizzate in pietra e legno: gli insediamenti più grandi e meglio conservati sono in località Dosso, Premoglio, Campo, Prato, Paluetta, Caprena, Stagimel, Caricc e Altumeira ove è ancora possibile vedere le abitazioni che venivano utilizzate dai contadini per trascorrere l’estate al pascolo con il bestiame e dedicarsi alla coltivazione del grano e soprattutto della segale, molto diffusa in questa zona.

La vegetazione della Val Viola è quella caratteristica degli ambienti montani d’alta quota: la flora è composta da colorati rododendri, profumate genziane, anemoni e numerosi fiori alpini.

Per quanto riguarda la fauna, oltre agli ungulati, la zona è popolata in maniera massiccia dalle marmotte, i cui sonori fischi echeggiano in tutta la valle.

La morfologia della Val Viola, orientata a Sud-Ovest, è quella tipica delle vallate alpine oggetto di erosione glaciale: è modellata da grandi ripiani a cui si alternano piccoli salti che immettono nuovamente in conche superiori molto ampie. L’origine della valle, dovuta al lento e inesorabile lavoro dei grandi ghiacciai che vi erano un tempo, è testimoniata anche dalle stratificazioni che si trovano sui suoi costoni e dalla conformazione e forma delle rocce che vi si trovano.

All’inizio della valle, all’incirca all’altezza in cui in essa confluisce la Val Verva, si origina il torrente omonimo che attraversa interamente la Valdidentro per poi immettersi nell’Adda.

Percorso a piedi o in mountain bike

Partendo da Arnoga ci si inoltra quasi subito in un fitto bosco d’abeti che accompagna per i primi due chilometri quasi interamente pianeggianti.

Si incontrano quindi lungo il cammino le baite di Premoglia, e, successivamente le baite di Campo (1938 m.), poste in una ampia radura.

Proseguendo dritti lungo la strada che corre lungo i prati a mezza costa, superato un piccolo torrente in località Stagimel, si rientra nuovamente nel bosco. Presso le baite di Palueta, sulla sinistra, parte il percorso che porta alla Val Verva, mentre, poco innanzi, sulla destra, parte il sentiero che conduce all’Alpe Funera e al Passo della Vallaccia.

Ignorata queste deviazioni, si prosegue ancora dritti, e, superato l’ampio parcheggio si scavalca un piccolo ponte che permette di oltrepassare un torrente.

Il panorama da qui in poi è molto più ampio in quanto la vallata, molto stretta in principio, si allarga maggiormente. Anche il paesaggio muta: la vegetazione si fa sempre più rada lasciando il posto alla tipica vegetazione dei pascoli alpini.

Continuando lungo la strada, dopo circa poco più di 5 km, all’altezza delle baite di Altumeria (2116 m.), località ove vi è anche un parcheggio, si incrocia la deviazione che permette di raggiungere la Val Cantone di Dosdé.

Proseguendo oltre, tra le pareti del Corno di Dosdè e le dorsali del Pizzo Bianco, si giunge quindi al rifugio Viola (2314 m.), dopo aver oltrepassato dall’alto un caratteristico laghetto alpino.

Il rifugio, in tempo di guerra adibito a caserma di confine, si trova sulle sponde di un altro piccolo laghetto nel quale si rispecchia.

Poco sopra il rifugio si trova il Passo della Val Viola che segna il confine con la Svizzera e mette in comunicazione con la Val Poschiavina.

Varianti di percorso.

Oltre al percorso sopra descritto che permette di attraversare tutta la Val Viola passando per le baite dell'Alpe Campo e di Altumeira e raggiungere il confine con la Svizzera, ci sono molti altri sentieri e vecchie mulattiere su entrambi i versanti della valle: come accennato infatti la Val Viola offre una serie di diramazioni, costituite da mulattiere e sentieri che si inerpicano sui suoi fianchi, che permettono di compiere numerosi altri itinerari.

Uno di questi è quello che passa per la Malga Funera, la Baita del Pastore e, attraversando il Passo della Vallaccia, permette di raggiungere Livigno.

Altro interessante itinerario si snoda nella Val Cantone di Dosdé, incastonata tra il Corno di Dosdé e la Cima Viola, al cui culmine si trova il Passo Dosdé attraverso il quale si può scendere nella Val d'Avedo. Altra possibilità ancora è quella di percorrere la Val Verva, costellata di numerosi piccoli laghetti alpini.

testo da: a: http://www.bormio3.it/val-viola/

5) La valle dei Forni

i percorsi si snodano lungo la Val Cedéc e la Valle dei Forni, poste al centro del gruppo Ortles – Cevedale, valli plasmate dall’azione di imponenti ghiacciai e che offrono all’escursionista di ogni livello numerosi spunti di osservazione floristici, faunistici, paesaggistici e soprattutto geomorfologici. In particolare, seguiremo il sentiero glaciologico basso per arrivare in h.1,30 dal rifugio Forni (m.2.176) al rifugio Branca (m.2.493), avanposto suggestivo sul panorama mozzafiato del ghiacciaio dei Forni, con l'attraversamento dei torrenti in disgelo lungo il torrente Frodolfo. La discesa può essere effettuata tramite una carrareccia sterrata (il sentiero della marmotta) che in h.0,40 ci riporta al punto di partenza. Nota: chi vuole camminare meno può fare il sentiero glaciologico al ritorno, in discesa, e chi invece volesse fare di più non ha che l'imbarazzo della scelta, una volta arrivati ai Forni..

In auto: da S. Caterina Valfurva si segue la ripida strada asfaltata (a pedaggio) che porta al Rifugio dei Forni a quota 2176 m ed a un ampio parcheggio. La partenza del percorso è dal parcheggio inferiore dei Forni: una volta aver parcheggiato non dovremo salire sino al rifugio dei Forni ma proseguire sino alla fine del parcheggio da dove inizia un breve sentiero verso una piccola diga posta in prossimità del parcheggio. Dopo circa 100m di piano svolteremo a sinistra seguendo un piccolo sentiero che, in circa 2' di salita, si ricongiungerà con la strada sterrata che sale dai rifugi dei Forni sino al Branca.

http://lombardia.stelviopark.it/wp-content/uploads/2016/06/DD_La_Valle_dei_Forni.pdf

  1. sentiero glaciologico basso: Tempo di percorrenza/km: ore 2 / km 5 - Dislivello: m. 312. Difficoltà: E . Il sentiero basso può essere considerato, rispetto al percorso glaciologico alto (più difficoltoso e di lunga percorrenza) una variante alla portata dell’escursionista anche meno esperto. Permette però di osservare da vicino la maestosità e la particolarità del più grande ghiacciaio “vallivo confluente” delle Alpi. Dal Rifugio dei Forni, seguendo la stradella che porta al Branca, si possono osservare nella valle i segni evidenti del modellamento dovuto al ghiaccio – morene, rocce montonate e tutti gli elementi geomorfologici di questo ambiente – accuratamente descritti da piccoli cartelli informativi. Superato il Rifugio Branca il sentiero scende verso il laghetto sottostante e ci si trova davanti il fronte del ghiacciaio. Attraversando l’ampio pianoro fino a pochi decenni fa coperto di ghiaccio si raggiunge di nuovo il Rifugio Forni scendendo sul versante sinistro orografico o, in alternativa, al bivio ci si riporta sulla carrareccia imboccata alla partenza.

  2. Il sentiero della marmotta: Percorso: Forni – Rifugio Branca - Tempo di percorrenza/km: ore 1.10’/ km 2,6 Dislivello: 312 m Difficoltà: T . Dal Rifugio dei Forni si imbocca la comoda stradella che percorre la valle con pendenza pressochè regolare ad eccezione dell’ultimo ripido breve tratto. Lungo tutto il percorso è facile l’incontro con le marmotte che popolano numerose la valle ed è possibile ammirare la tipica flora delle praterie alpine. In breve si raggiunge il Rifugio Branca da dove godiamo la vista ravvicinata del fronte del ghiacciaio

Nota: i percorsi possono essere effettuati al contrario, chiudendo un anello.

Dettaglio:

Realizzato in parte nel 1995 per ricordare il centenario della fondazione del Comitato Glaciologico Italiano, il sentiero si snoda nella Valle dei Forni, in Valfurva arrivando al cospetto della vasta fronte del ghiacciaio.
Qui un ponte tibetano posizionato sul torrente Frodolfo farà vivere un’attraversata emozionante sospesi sull’acqua impetuosa che scaturisce dal ghiacciaio.
Alla scoperta del ghiacciaio omonimo e alla comprensione degli eventi naturali che hanno originato la morfologia della valle. Il percorso permette inoltre di osservare resti del primo conflitto mondiale (1915-1918).

Itinerario: dalla località i Forni al primo posteggio sulla destra si scende brevemente al torrente e si attraversa il ponte seguendo le indicazioni “sentiero glaciologico” e subito dopo si sale una caratteristica scala in pietra. Si segue il sentiero che sale gradualmente a mezzacosta fino ad arrivare in una zona con evidenti resti di postazioni militari.Da qui il sentiero prosegue a saliscendi fino ad arrivare ad un ponticello. Si prosegue sempre a mezzacosta fino a che il sentiero passa in una zona particolare con rocce levigate. Poco dopo il sentiero scende sul fondovalle andando così ad attraversare i due caratteristici ponti tibetani. Adesso il sentiero scende gradualmente sulla destra idrografica arrivando al piccolo laghetto di Ròsole ed in breve si arriva al rifugio Branca per una meritata pausa, si rientrando ai Forni seguendo la carrareccia.

Dislivello: 312 m – h. 2.oo al rifugio Branca – diff.E, 40 min il rientro ai Forni per la carrareccia.

La Pro Loco di Quercianella organizza:

Castagnata in allegria

Domenica 6 ottobre 2019

La Pro Loco di Quercianella organizza per Domenica 6ottobre 2019 una giornata dedicata alla raccolta e alla degustazione della castagna. Quest’anno, oltre al tradizionale pranzo e mondinata, ognuno potrà raccogliere e portare a casa le castagne direttamente dalla selva messa a totale nostra disposizione.

Il programma della giornata:

Ritrovo dei partecipanti e partenza in Pullman GT per Castelnuovo Garfagnana: tempo libero per la visita della località e del suo mercato contadino. Capoluogo della Garfagnana, il paese sorge alla confluenza del fiume Serchio con il torrente della "Turrite Secca" ed è storicamente segnato dalla dominazione estense che ne fece il capoluogo della provincia di Garfagnana. Monumenti d’interesse sono la Rocca Ariostesca, simbolo della città che domina la centrale piazza Umberto I, e il Duomo, eretto nel XVI secolo sui resti di una preesistente chiesa romanica. Pranzo in locale caratteristico. Subito dopo il pranzo trasferimento presso l’Agriturismo dove nelle selve circostanti ognuno inizierà la raccolta delle castagne (1 kg. a famiglia gratis) e grazie ad un bel falò nel bosco assaggeremo caldarroste bagnate da un buon lambrusco. Ulteriori quantità di castagne raccolte devono essere pagate in loco. Nel tardo pomeriggio partenza per il rientro
 

Nota: La quota che verrà richiesta comprenderà: Viaggio in Pullman Gran Turismo riservato – pranzo in locale caratteristico con bevande comprese. Mondinata e 1 kg. di castagne a nucleo familiare - La conferma dovrà pervenire entro e non oltre il giorno 20 AGOSTO 2019 con il versamento di un acconto di euro 20,00 a persona non restituibile, salvo sostituzione del rinunciatario.

Per informazioni ed iscrizioni: 335 7833238

Altre da riproporre:

La valle del Chioma e la grotta dei banditi

L’escursione ci porterà dove il torrente Chioma è raggiunto dall’affluente Quarata, per proseguire nell’ampia valle collinare che lo conduce a Quercianella, ampio ed in un letto ben scavato. L’itinerario è naturalistico, poiché passeremo per una delle zone dove iniziò l’esondazione del Chioma, nel settembre ’17 , ma anche storico, poiché da Nibbiaia ripercorreremo i sentieri che portavano alla macchia i partigiani del Decimo Distaccamento Oberdan Chiesa della Terza Brigata Garibaldi e quindi alla così detta “grotta dei banditi”, dove trovavano momentaneo rifugio.

La “grotta dei banditi” è a neanche un paio di chilometri dal Castellaccio ed era il luogo dove si rifugiavano i partigiani del Decimo Distaccamento Oberdan Chiesa della Terza Brigata Garibaldi, insieme ai tanti giovani alla macchia che, dopo l'8 settembre’43, fuggivano dal reclutamento forzato fra i repubblichini e dai rastrellamenti dei tedeschi (ricordiamo che la strage di Sant’Anna di Stazzema avvenne nell’agosto del’44 e quindi che la guerra era tutt’altro che finita). La zona “Quarata” è impervia e boscosa ma, conoscendone i sentieri, non sarà difficile arrivarci a partire da Nibbiaia. L’escursione ha una notevole valenza paesaggistica ed evidentemente anche storica, sviluppandosi per i 2/3  nel folto del sottobosco collinare e per 1/3 su strade vicinali, ad uso dei numerosi poderi della zona. Dettaglio: seguendo il sentiero 00 in discesa (segni bianco/rossi), si arriva al podere del Gorgo dove, per una carrareccia, prenderemo la direzione Quarata per salire verso una casa colonica bianca, in alto sulla collina e a destra. Ci addentreremo quindi nella macchia, arrivando ad uno spiazzo aperto con evidente bivio da dove, in discesa, ci porteremo alle grotte (dei banditi dal tedesco banditen), da dove, visitati questi anfratti naturali, sempre in discesa,  chiuderemo il nostro anello in circa h.4.30 di cammino.

A scuola di natura al museo della geotermia di Larderello.

Piccolo centro in provincia di Pisa, si presenta al viaggiatore con colonne di vapori bianchi che si alzano dal terreno, acqua che ribolle ed un panorama suggestivo che ricorda la superficie lunare. Qui, per la prima volta in tutto il mondo, si è iniziato a sfruttare l’energia geotermica, ovvero il calore che fuoriesce dalla terra per produrre elettricità. Larderello si trova nel comune di Pomarance, al centro della cosiddetta "Valle del Diavolo", chiamata così proprio per la presenza dei soffioni boraciferi, che erano famosi già all’epoca di Dante Alighieri il quale si ispirò proprio a questo paesaggio per descrivere l’Inferno nella "Divina Commedia". La nostra proposta prevede una visita guidata al Museo della Geotermia in un percorso che, partendo dagli utilizzi della risorsa nel periodo etrusco e medievale, ci porta allo sviluppo industriale ed alla sfida odierna delle energie alternative. Successivamente sarà anche possibile visitare un soffione e la centrale geotermoelettrica, permettendoci una completa comprensione dei fenomeni geotermici e del loro utilizzo.  

       Per la vecchia cremagliera a Saline di Volterra

L’ escursione di oggi ci vedrà attorniati dalla splendida cornice delle colline metallifere, poiché saremo sul tracciato della vecchia ferrovia a cremagliera che si arrampicava fino alla pittoresca cittadina etrusca e medievale  di Volterra, con partenza da Saline. Lungo il percorso incontreremo alcuni caselli e varie case coloniche, immersi in un panorama straordinario, su cui spiccano le mulattiere dell’antica viabilità poderale. Dopo la sosta pranzo, sarà poi fattibile un prolungamento della nostra camminata in un trekking urbano sulle tracce delle civiltà storiche che si sono avvicendate nel territorio, raggiungendo il centro della città di Volterra e la bellissima piazza dei Priori. Il ritorno a Saline lo faremo nel pomeriggio, ripercorrendo a ritroso il tragitto dell’andata. Nota: possibile anche unalternativa per il ritorno, in base tuttavia al tempo necessario per dare almeno un’occhiata a Volterra, obbligatorio quindi informarsi c/o il referente.

Dettagli - http://www.ferrovieabbandonate.it/linea_dismessa.php?id=57

                 http://www.volterracity.com/volterra-saline-ferrovia/

                 https://sentieridautore.it/2016/02/13/volterra-una-volta-cera-una-cremagliera/

Descrizione: Un lungo tragitto che nella prima parte ripercorre lo storico tracciato della vecchia ferrovia a cremagliera, che per quasi 60 anni, dall’inizio del 1900 ha collegato col famoso ‘trenino’, Saline alla città etrusca di Volterra.

Un’escursione priva di qualsiasi difficoltà che si snoda sui dolci pendii delle colline di creta che col variare delle stagioni si colorano di mille sfumature che caratterizzano da sempre il paesaggio volterrano.

Abbiamo scelto di provare il percorso in piena primavera, quando ad allietare il nostro cammino, sarà la costante presenza delle fioriture di molteplici specie, su tutte le acacie e le ginestre che renderanno l’intero tragitto piacevolmente profumato.

Per comodità abbiamo pensato di non compiere un anello completo, rinunciando ad un ultimo tratto altrimenti percorribile su asfalto.  Lasceremo perciò un’auto in località Scornello, poco meno di 1 km dopo l’abitato di Saline, in direzione Pomarance, mentre con un’altra auto ci dirigeremo al posteggio all’inizio del paese, proprio a ridosso della ferrovia.

Ci incamminiamo lungo la vecchia massicciata ferroviaria dove per circa 400 metri è ancora presente il binario e costeggeremo una serie di pollai, piccoli orti, capanni e baracche, da cui l’assordante abbaiare dei cani, ci accompagnerà per qualche centinaio di metri. Il cammino quasi totalmente pianeggiante fino ad ora, continua sul vecchio tracciato ferroviario, che ha mantenuto sia la dimensione che il pietrisco originale.

Pian piano la strada inizia a salire dolcemente, costantemente accompagnati  dalle fioriture delle acacie che con il loro  profumato richiamo attirano le api delle numerose arnie, che qualche apicoltore ha posizionato negli spazi adiacenti alla ferrovia.

Continuando a salire, si delinea davanti a noi l’inconfondibile possente struttura del Mastio di Volterra, mentre se ci voltiamo indietro, potremmo spaziare con lo sguardo su tutta la vallata del Cecina e le sue morbide colline.

Dopo aver camminato per circa km 1,700, sulla nostra sx, seminascosti dalla vegetazione noteremo i ruderi di un primo casello ferroviario, che conserva appena la struttura perimetrale. Poco dopo 1 km e mezzo, dal primo, in prossimità di un crocevia,  incontreremo un secondo casello, sempre invaso da rovi, acacie e  timide rose antiche, che una volta abbellivano le aiole adiacenti la costruzione. Da qui aveva inizio la tratta ancorata con la cremagliera.

Prima di proseguire ci fermeremo per le immancabili foto e per raccogliere qualche mazzolino di camomilla, rigogliosa lungo l’argine dei vicini campi; poi continueremo per altri 2 km, prima di incontrare il terzo casello, senza cambiare mai direzione. La salita diventerà pian piano più costante e più ripida e noteremo che in mezzo alla ghiaia della vecchia massicciata, compaiono ogni tanto, alcuni monconi ferrosi che ancoravano la cremagliera.  Passando da un viottolo, aggireremo l’arco di un piccolo ponte che sosteneva la strada ferrata, ma che alcuni vistosi cartelli, ora ne vietano l’attraversamento perché pericolante. Riguadagneremo di nuovo il vecchio tracciato ghiaioso, sempre sovrastati dalla mole del Mastio di Volterra, incorniciato dal verde dei campi e saliamo ancora ignorando i piccoli incroci. Ci manterremo sempre sul tracciato, che lambisce ora piccoli orticelli e oliveti e oltrepasseremo una grande casa colonica sulla nostra sx. Salendo ancora incroceremo una strada rurale, attraverseremo un ponte a tre arcate, fino a intravedere la sagoma della vecchia stazione. Abbandoniamo qui il percorso della ferrovia, perché sommerso dalla vegetazione, per seguire un breve e tortuoso viottolo che in pochi metri ci condurrà alle prime case della periferia di San Lazzero. Da qui proseguiremo lungo la via asfaltata, portandoci prima verso sx, poi verso dx in ripida salita,  che con ancora poche centinaia di metri ci condurrà alla strada regionale per Colle Val d’Elsa.

Volteremo a dx in prossimità di una scuola e benché costretti a percorrere un breve tratto della trafficata regionale, avremmo modo di ammirare il vasto panorama che si apre di fronte a noi, lasciando alle nostre spalle l’arco dei grandi ponti di regresso che conduceva il trenino al punto estremo della tratta.

Raggiunto l’imbocco della strada dello Zambra o di Scornello, inizierà la seconda parte del nostro percorso, che scendendo verso Saline, si snoderà attraverso una piacevole campagna tra calanchi, biancane e verdissime colline tondeggianti.

Camminando ora comodamente lungo la piccola strada asfaltata che costeggia poderi e casali ristrutturati, passeremo a margine di numerose olivete, dove le fioriture primaverili colorano e contrastano il verde diffuso in tutta vallata. Di fronte a noi la magnifica vista spazia fino ai fumi della Valle del Diavolo, mentre voltandoci indietro  non ci stancheremo di osservare la severa sagoma di Volterra e più in basso quello che rimane dei ponti e delle strutture ferroviarie. Camminando per circa km 3,200 dall’inizio della discesa, devieremo leggermente il nostro cammino a sx per curiosare tra i resti della grande colonia agricola (Tanzi) dell’ospedale psichiatrico volterrano.

L’intera zona che stiamo attraversando, fino agli anni 1970 era infatti di esclusivo utilizzo del manicomio. L’innovativa ‘ergoterapia’, che lo psichiatra Luigi Scabia sperimentava coi ricoverati, prevedeva che questi venissero curati anche con un costante impegno lavorativo, a seconda della gravità della patologia. All’interno dell’ospedale vi erano laboratori di ogni genere e nella zona che da San Lazzero, costeggia l’antica villa di Scornello, era sorta una  vera e propria azienda agricola, comprendente i fabbricati della Tignamica, il Caggio, con nuove costruzioni e tanti poderi già esistenti adattati  per ospitare gli ammalati i medici e tutto il personale necessario. Nella grande azienda oltre alla produzione agro-alimentare, i ricoverati si dedicavano all’allevamento di ogni tipo di bestiame, da stalla e da cortile.

La grande struttura a cui ci stiamo avvicinando è conosciuta popolarmente con il nome di ‘Tignamica’ e anche se in condizioni di fatiscente abbandono, conserva un inquietante e misterioso fascino. Data la precarietà degli edifici è sconsigliabilissimo addentrarci, ma sbirciando attraverso le aperture delle porte e delle finestre rotte, ci sembrerà di sentire voci provenire dai disegni che colorano le pareti e il fruscio del vento che smuove la polvere sulle suppellettili abbandonate.  Scattate le immancabili foto, riprendiamo di nuovo il nostro percorso tornando sui nostri passi o tagliando liberamente per il campo sottostante.

Da qui la strada non è più asfaltata, ma si presenta inghiaiata e un po’ sconnessa a causa dei recenti lavori del nuovo acquedotto.

Oltrepassati i ruderi di ‘Casa Gattera’ inizieremo a salire lungo i tornanti che portano verso la villa di Scornello, importante residenza secentesca degli Inghirami, nobile famiglia volterrana. Con una deviazione di circa 6/700 metri dedicheremo una breve visita alla villa per apprezzarne il fascino un po’ decadente delle sue strutture esterne. (43°21’28,6’’N  10°51’07,4’’E)

Nel ‘Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana’, Emanuele Repetti descrive la villa adagiata su un piccolo promontorio di un poggio cretoso, cosparso di filoni di gesso, sotto i quali scorre l’acqua salata delle Moje vecchie di San Giovanni.

 La villa, su una carta del 1700 appare sovrastata da una torre a tre piani con tetto a capanna e attorno si era costituito in senso longitudinale, un borgo denominato ‘Citernino’. Dal 1777 al 1794 la proprietà comprendeva 9 poderi, passati a 30 negli anni intorno al 1940. Ancora oggi, la villa di Scornello, in parte attrezzata come agriturismo, appartiene agli eredi della famiglia Inghirami.

Torniamo di nuovo sulla nostra strada che si snoda sotto due file di grandi cipressi, per percorrere il tratto finale che ci riporterà all’auto. Qui il fondo stradale è costituito da un selciato abbastanza ampio, ancora in buono stato di conservazione e questo ci fa notare in maniera evidente, la tecnica, ma soprattutto la cura e la meticolosità, che veniva riservata una volta alla costruzione delle strade, anche se di campagna.     

Rimangono ora circa km 3 alla fine del nostro giro che continueremo a percorrere sulla medesima strada, accompagnati nell’ultimo tratto da evidenti tracce dell’attività industriale del sale, come resti di pozzetti e di tubazioni. Giunti in prossimità di un vecchio podere, vicino al quale abbiamo parcheggiato l’auto, possiamo scorgere in direzione di Saline la zona delle ‘Moje Vecchie’ che biancheggiano nel paesaggio fin dal tempo degli Etruschi.

Non ci resta che riprendere l’auto e raggiungere l’abitato di Saline da cui ha avuto inizio questa nostra  escursione.

Più che una lunga passeggiata, è stato come ripercorrere un viaggio attraverso i particolari di una storia recente un po’ dimenticata, che dall’inizio del 1900 per circa 70 anni, ha caratterizzato la vita e l’economia di una grande zona, geograficamente periferica e di un’intera città:   Volterra, conosciuta per la sua storia fatta dagli Etruschi e dai Vescovi, ma anche dal suo alabastro, dal suo manicomio e dal suo sbuffante trenino.

Dal sito:   http://carrozzadergambini.it/volter/c-era-una-volta-un-trenino.html  (con possibili varianti dopo ricognizione del percorso)

Altra: Due passi nel verde, a Pomezzana

Pomezzana - mt. 600
Il paese, circondato da castagneti, sorge sulle pendici del monte Matanna ed offre suggestive vedute delle Alpi Apuane (sul Procinto ed il Matanna, in particolare) e dei paesi del comprensorio stazzemese, quando si sale per il sentiero che conduce al Rifugio Forte dei Marmi. Attualmente e come segnalato sul percorso, arrivarci è pericoloso per la presenza di alberi, frane e smottamenti, ma noi non avremo problemi nel raggiungere le vecchie cave di ardesia sopra il borgo, perché il sentiero è pulito. Ci arriveremo dopo circa h.1/1.30 di cammino, attardandoci anche a raccogliendo le castagne cadute.

Nel pomeriggio ci riporteremo poi in paese, dove è da visitare la Chiesa di S. Sisto, che conserva opere d’arte sacra e pregevoli arredi (in particolare una croce parrocchiale opera di argentieri lucchesi del 1200 ed una pala processionale del 1400. Se eventualmente fosse rimasto del tempo faremo anche un salto alla vicina Farnocchia
Info sui borghi: 
http://www.contadolucchese.it/Stazzema.htm

La strada asfaltata ci porta a un parcheggio non molto distante dalla chiesa principale di Pomezzana, dedicata a S. Sisto, col suo grande campanile.
Il luogo è panoramico su Farnocchia, Stazzema e il Monte Lieto e il Gabberi.
Il sentiero 106, ben segnato, inizia da questa piazzetta: saliamo pochi scalini lasciandoci alle spalle la chiesa e siamo nel paese.
Percorriamo alcune strade salendo prima lievemente poi più decisamente.
A 10’ inizia una mulattiera lastricata con ardesia che corre parallela all’abitato di Pomezzana, il quale si allunga sul crinale ben esposto al sole.
A 17’ siamo su una strada e il sentiero si dirige a sinistra.
C’è una casa e il sentiero continua in lieve discesa (evitare la salita verso destra), tra gli alberi si scorgono, verso sinistra, Stazzema e di fronte il gruppo del Procinto.
Il sentiero poi prende a salire e a 30’ siamo presso una zona di cave di ardesia, di tentativi di cave e di ripari sotto roccia.
A 37’ incontriamo una casa in muratura e subito dopo l’edificio principale delle cave, ormai semi distrutto. Dietro esso ci sono gli ingressi della miniera parzialmente coperti da edere che formano una cortina discendente, diamo un’occhiata e poi proseguiamo il cammino.
A 50’ siamo a un luogo molto panoramico, anche se ci sono rami di alberi a ostacolare la visibilità, su Procinto, Nona, Matanna e la zona delle Panie.
Continuiamo con saliscendi mantenendo sulla sinistra Procinto e Nona mentre il Matanna rimane di fronte. A 01h a destra c’è un’altra miniera presso la quale c’è un immenso blocco di ardesia coperto in parte da edere.
Subito dopo superiamo un canalino e poi riprendiamo a salire.
A 01h 08’ troviamo dei ruderi, forse di un’antica maestà e a 01h 16’ superiamo un altro ruscello che scende dai monti scavando un ripido canale.
Subito dopo un’altra antica costruzione che sembra una calchera (struttura per produrre calce).
Il sentiero prende a salire e per qualche minuto la salita si fa più ripida per strette voltoline per poi addolcirsi e a 01h 41’ siamo presso il Rifugio Forte dei Marmi.

Sosta e ritorno per la stessa via.

Altra: I mulini lungo il torrente Lòmbrici. Alle pendici delle montagne che circondano Camaiore si trova un luogo incantevole, in una zona ad alto valore paesaggistico e storico la cui natura è incontaminata, con il torrente che crea piscine naturali e cascatelle di rara bellezza. Sulle pareti rocciose laterali esistono poi alcune tra le palestre di roccia più interessanti dell’Italia centrale e lungo la via d’acqua, riccamente verde, sono disseminati numerosi opifici di epoca pre-industriale. Dei 40 mulini, pastifici e frantoi, tutti azionati tramite l’energia idraulica ricavata dalla forza propulsiva del torrente ed uno dei quali troviamo addirittura documentato a Casoli sin dal 1347, rimangono tuttavia ad oggi soltanto dei ruderi, benchè ne sia previsto un recupero strutturale. L’escursione non presenta difficoltà e viene abbinata alla raccolta delle castagne nei boschi sovrastanti che raggiungeremo in auto nel pomeriggio, lasciando tuttavia la possibilità, per chi volesse camminare un po’ di più, di raggiungere il borgo di Metato per il "Sentiero do Saudade" (h.1.30), dedicato ai soldati brasiliani che lo percorsero nel 1944 per scollinare il monte Prana, dove ci ricongiungeremo tutti insieme. 

Lasciata l’auto in località Candalla (dove la strada finisce), si attraversa il ponte sul torrente Lombricese e si prosegue lungo il sentiero che costeggia il torrente stesso, e trascurando la deviazione per Casoli a sinistra. Alla destra è ben visibile un’imponente parete di roccia. Trascurare la deviazione a destra (sentiero con balaustra) che conduce al torrente ed alla vicina palestra di roccia. Si incontrano i primi ruderi (ex pastificio) e si prosegue ancora per una decina di minuti lungo la traccia, fino a giungere ad una biforcazione in prossimità di due grossi massi. Pochi metri oltre i massi, un guado facilmente superabile porta ad altri ruderi di vecchi mulini. Se si volesse proseguire verso Metato o verso Casoli, entrambi luoghi caratteristici meritevoli di essere visitati, basta salire a sinistra e superare una grossa pietra sul sentiero per arrivare allo stradello che porta a sinistra a Casoli (h.0,15) ed a destra a Metato (h.1,30)..Per Candalla si chiuderà poi l'anello, in discesa, seguendo le indicazioni nella piazzetta del paese.

Domenica di marzo: l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare"

Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria Percorso: dai Bagnetti prendiamo a sinistra del ponte e devieremo per la salitella che troveremo alla nostra sinistra. Prima il bosco, poi una radura ed ancora il bosco e saremo in vista degli archi dell’acquedotto dove noi prenderemo a destra, lungo i campi e costeggiando una distesa di grano selvatico. Andiamo adesso sempre a diritto per entrare in un bosco più fitto di lecci e querciformi, trovando un bivio che dovremo prendere a sinistra perché a destra andremmo al monte La Poggia. Il sentiero diviene adesso più largo e battuto e ci riporta alla radura di prima, da dove in poco tempo si ritorna, non prima però di aver seguito un percorso nella macchia molto frequentato dai numerosi cinghiali che vivono in queste selve.

I Bagni nell’Acqua… Puzzolente ………..

"Lasciammo a destra la strada del Limone e da mano sinistra è una pozza o Lagunetta formata da una sorgente di Acqua Sulfurea fredda, la quale a cagione del gran fetore, viene in Livorno chiamata l'Acqua Puzzolente […] L'acqua assaggiata non ha sapore, né acido di alcunasorta in se, ma puzza di Uova sode. Ella fa bene per i Mali cutanei". Così scrisse Giovanni Targioni Tozzetti nelle sue "Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana" del 1786.Per sfruttare le proprietà dell’acqua solforosa i proprietari della tenuta Limone affidarono all'architetto Poccianti la realizzazione dei bagni della Puzzolente, iniziati nel 1843 e inaugurati nel 1844. L’edificio ha pianta rettangolare con due emicicli che contenevano ognuno otto bagnetti. A poca distanza dietro le terme vi è un'altra costruzione a forma di tempietto rotondo dove sono riunite e allacciate tutte le polle. Qui la pompa aspirante raccoglieva l'acqua che veniva riscaldata e diramata nelle diverse cabine. A quell'epoca Livorno, con le sue 12 sorgenti, era un famoso centro termale. Anche la fonte Puzzolente ebbe successo, infatti nell'anno 1876 usufruirono di tali impianti circa 9.720 persone e furono praticati giornalmente oltre 90 bagni. “Molto potremmo dire sopra felici risultati ottenuti dall'uso di quest'acqua e si potrebbero ancora allegare numerosi attestati di persone ammalate che ricuperarono la salute, o trovarono nell'acqua puzzolente alleviamento alle loro sofferenze” (G.Orosi, 1845). Col volgere dei tempi però, con la scoperta di nuove acque simili, con le comodità sempre maggiori che nuovi stabilimenti offrivano ai frequentatori, dopo un lento e graduale decadimento, i bagni della Puzzolente furono chiusi al pubblico nell'anno 1897 ed adibiti ad uso di magazzini e di cantina di vino e le acque furono abbandonate per i fossi adiacenti. Da - http://www.webalice.it/diego.guerri/EeP/guida_boschi_rid.p

altra proposta analoga:

l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare" - Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria, adesso che questo inizio di primavera comincia ad indurci di nuovo al movimento.

L’Acquedotto del Limone, andando verso il monte La Poggia (colline livornesi)

Nascosti dal bosco e dimenticati ci sono i resti dell'antico Acquedotto di Limone, che diede l'acqua a Livorno fra il '600 e l''800 prima della costruzione dell’Acquedotto Leopoldino.

descrittivo -

All’altezza del ponte in cemento, dopo i vecchi bagni della Puzzolente si va a destra e si procede a diritto per uno stradello che collega tra di loro i diversi poderi e orti della zona e lo si segue per circa h.0,45. Arrivati ad un bivio, lasciamo questa carrareccia e, dove vediamo una sbarra bianco/verde che ci segnala che siamo nel Parco, giriamo ed entriamo nel bosco. Risaliremo adesso il rio dell’acqua puzzolente per circa h.1, dovendolo guadare di traverso per alcune volte. L’ultimo tratto di questo itinerario è in leggera salita per altri h.0,15 (unico tratto con una pendenza noiosa) e ci vede sbucare sotto il monte La Poggia, proprio sotto la zona della cava del Canaccini. A questo punto prendiamo lo stradello asfaltato alla nostra destra e in discesa per circa h.0,20, finchè troveremo un bivio che scende a destra (a sinistra vedremo un viale alberato a cipressi, che sale), prima per h.0.30 di stradello sassoso e dopo, entrando nel bosco per altre h.0.20, uscendone infine sulla sinistra trovando una rete divisoria lunghissima che seguiremo, non lasciando il bosco finchè non arriveremo alla zona degli oliveti. Scendiamo a diritto tra gli olivi, leggermente sulla destra  ed eccoci nuovamente alla fonte della Puzzolente in altri h.0,45 (volendo possiamo anche restare a contatto della rete divisoria ed andare a trovare lo stradello che porta alla fattoria didattica del limone) dove prenderemo a destra per tornare alle auto. Totale circa h.4 a/r (escluse soste) – dislivello ca mt.300

L’acquedotto del Limone e l’approvvigionamento idrico di Livorno

L’acqua di questo acquedotto, proveniente da sorgenti della zona (ancora oggi utilizzate ad uso agricolo locale), non serviva soltanto per la sopravvivenza delle popolazioni residenti, ma anche per il rifornimento di navi ormeggiate presso il vicino porto (porto pisano) e per il retroterra produttivo della zona, certamente fiorente vista l’attività del porto nelle varie epoche. Il termine Limone, con cui si definisce quest’area, non è da ricondursi a coltivazioni dell’omonimo agrume; essendo più probabile invece che derivi dal termine latino limus = fango, viste le caratteristiche del terreno che si presenta particolarmente fangoso.

Edificato seguendo un preesistente acquedotto romano che  testimonianze archeologiche permettono di datare in un periodo compreso fra il I sec. a.C. ed il IV sec. d.C, con un approvvigionamento stimato per circa 8.000 persone, l’acquedotto di Limone venne approvato nel 1601 da Ferdinando I dei Medici, onde sopperire alla continua mancanza d’acqua potabile in cui si trovava Livorno e divenne la maggiore fonte di approvvigionamento idrico della città fino alla fine dell’Ottocento.

Da dire che durante il Medioevo la cittadina di Livorno ebbe un forte incremento demografico con un costante aumento del fabbisogno idrico giornaliero, soddisfatto tramite la raccolta dell’acqua piovana in grandi cisterne e col prelievo da pozzi posti nelle vicinanze degli abitati. Nel 1421 a Livorno si contavano circa 1.200 abitanti e l’acqua potabile veniva cercata in fonti sempre più lontane ( gli incaricati che si procuravano e smerciavano quest’acqua erano detti acquaioli). Con la costruzione della Fortezza Vecchia (a.1530 circa) poi ed il conseguente ampliamento dell’abitato di Livorno, la popolazione salì fino a circa 1800 persone e quindi aumentò ulteriormente la necessità di acqua per cui, sotto il governo di Francesco I de’ Medici, fù indispensabile pensare ad un grande acquedotto che poi fu il  Granduca Ferdinando I a realizzare e che entrò in attività nel 1611, con il nome di Acquedotto di Limone o delle Vigne ( sorgenti ubicate sul Monte la Poggia). Questo permise l’ampliamento di Livorno e quindi della sua demografia fino al 1645, quando si raggiunsero gli 8.000 abitanti.  Un grande acquedotto si era reso indispensabile anche perchè agli inizi del 1600, con i lavori necessari per la costruzione dei fossi, furono interrotte numerose falde freatiche locali con in più la salinizzazione di numerosi pozzi all’interno della città. Per sopperire a questo grave problema ci si rivolse a sorgenti sempre più lontane dalla città, in particolare a quelle di Limone, finchè nel 1732, anche l’acqua proveniente da quest’area non si rivelò insufficiente per una popolazione che ormai contava 24.000 persone e che raddoppiò entro il 1789. Fù allora che il sovrano Ferdinando III approvò il progetto dell’Acquedotto di Colognole (1792) che entrò in funzione  nel 1816 per essere infine sostituito agli inizi del ‘900 con quello di Filettole che, con dovuti ammodernamenti, approvvigiona ancora oggi la città.

approfondimenti:

http://www.archart.it/livorno-sorgenti-di-limone.html  archeologia della costruzione

http://www.lalivornina.it/DESCRIZIONI%20PERSONAGGI%20FAMOSI/FERDINANDO%20I.htm   Livorno ai tempi di Ferdinando I

http://wsimag.com/it/economia-e-politica/17471-emergenza-idrica-a-livorno emergenza idrica cittadina nel 1600

Da Farnocchia a sant'Anna di Stazzema (anello)

il M.Lieto è una cima delle Apuane meridionali vicinissima al mare, un punto panoramico di prim’ordine, non solo sulla conca di Camaiore e la Versilia ma anche sulle altre vette delle Apuane. In più, se la giornata è tersa, lo sguardo spazia tranquillamente fino al golfo di La Spezia e oltre, distinguendosi molto bene sia la Palmaria che il Tino. L’itinerario parte da Farnocchia, gira attorno al m. Lieto e ridiscende a Farnocchia, descrivendo un anello.

Descrizione percorso:

A Farnocchia (mt.646), oltrepassata la piazzetta dove si trova il monumento ai caduti della Grande Guerra, prendiamo a destra del negozio di alimentari, e, sulla nostra sinistra, prendamo per il sentiero 3, trovando le indicazioni per la Foce di Farnocchia e Sant’Anna di Stazzema. Saliamo per il castagneto e, dopo h.0.15 troviamo il bivio col sentiero 4, che trascuriamo. Altre h.0,45, sempre sul 3, e troviamo una marginetta. Continuiamo per lo stesso sentiero che diviene francamente sassoso e saliamo ancora per poi scendere, sempre seguendo i segni bianco/rossi, passando accanto ad una palestra di roccia ( con rinvii e spesso scalatori), trovando infine un ampio spiazzo erboso, dopo altre h.0,45. Siamo alla foce di S.Anna (mt.830) e qui possiamo decidere se proseguire per il sacrario (h.0.45) oppure scendere direttamente sotto la chiesa di S.Anna, prendendo per il canalone proprio davanti a noi e l’asfaltata dove finisce (h.0.30) – un bivio ci indicherà l’opzione possibile. Da Farnocchia a qui sono passate circa h.2.15/2.45 (secondo il passo). Sosta alla chiesa dell’eccidio. Il ritorno sarà dalla piazza sotto S.Anna, dove c'è il parcheggio insomma, quando prendiamo il sentiero 4 (inizia con una scaletta) e, dopo circa 30 minuti di salita, siamo sull’asfaltata voltando a destra e, in 10 minuti, passata casa Moco (con cartello commemorativo), siamo in località Case Sennari (mt.720) dove, sulla ns.sinistra, troviamo le indicazioni del sentiero 4 diretto a Farnocchia. Il sentiero, inizialmente in aspra salita, diventa poi un’ ampia mulattiera a pendenza più dolce, sempre nel bosco, con a destra ed in basso l’abitato di S. Anna ed il Monumento alle vittime della strage, ben visibile. In h.1/1,15 arriviamo ad un bivio dove il sentiero 4 sale a sinistra alla Foce di Farnocchia (quello sulla ns.destra, va invece al monte Gabberi e non lo prendiamo). Andiamo invece per il nr.4 essendo subito alla foce di Farnocchia o "Le Focette" (mt.873) dove, tra gli alberi, possiamo ammirare i monti apuani, da sinistra a destra, il m. Corchia, le Panie, il Nona, il Matanna, il Prana ed il m.Piglione. Scendiamo per un bosco a castagni e faggi, e concludiamo il nostro anello con a vista Farnocchia, in circa h.0.45.

Totale, con passo lento e fotografando, andata h.2.45/ritorno h.2.45. Dislivelli: Farnocchia mt.646/Foce S.Anna mt.830/S.Anna mt.660/Casa Sennari mt.720/Le Focette mt.873/ Farnocchia mt.646. Media difficoltà con 200 metri di salita due volte ed altrettante in discesa. nota: scarpe robuste, utili bastoncini e tenere di conto le ore di luce possibili.
 

Da Pomezzana al rifugio Forte dei Marmi

La strada asfaltata ci porta a un parcheggio non molto distante dalla chiesa principale di Pomezzana, dedicata a S. Sisto, col suo grande campanile.
Il luogo è panoramico su Farnocchia, Stazzema e il Monte Lieto e il Gabberi.
Il sentiero 106, ben segnato, inizia da questa piazzetta: saliamo pochi scalini lasciandoci alle spalle la chiesa e siamo nel paese.
Percorriamo alcune strade salendo prima lievemente poi più decisamente.
A 10’ inizia una mulattiera lastricata con ardesia che corre parallela all’abitato di Pomezzana, il quale si allunga sul crinale ben esposto al sole.
A 17’ siamo su una strada e il sentiero si dirige a sinistra.
C’è una casa e il sentiero continua in lieve discesa (evitare la salita verso destra), tra gli alberi si scorgono, verso sinistra, Stazzema e di fronte il gruppo del Procinto.
Il sentiero poi prende a salire e a 30’ siamo presso una zona di cave di ardesia, di tentativi di cave e di ripari sotto roccia.
A 37’ incontriamo una casa in muratura e subito dopo l’edificio principale delle cave, ormai semi distrutto. Dietro esso ci sono gli ingressi della miniera parzialmente coperti da edere che formano una cortina discendente, diamo un’occhiata e poi proseguiamo il cammino.
A 50’ siamo a un luogo molto panoramico, anche se ci sono rami di alberi a ostacolare la visibilità, su Procinto, Nona, Matanna e la zona delle Panie.
Continuiamo con saliscendi mantenendo sulla sinistra Procinto e Nona mentre il Matanna rimane di fronte. A 01h a destra c’è un’altra miniera presso la quale c’è un immenso blocco di ardesia coperto in parte da edere.
Subito dopo superiamo un canalino e poi riprendiamo a salire.
A 01h 08’ troviamo dei ruderi, forse di un’antica maestà e a 01h 16’ superiamo un altro ruscello che scende dai monti scavando un ripido canale.
Subito dopo un’altra antica costruzione che sembra una calchera (struttura per produrre calce).
Il sentiero prende a salire e per qualche minuto la salita si fa più ripida per strette voltoline per poi addolcirsi e a 01h 41’ siamo presso il Rifugio Forte dei Marmi.

Sosta e ritorno per la stessa via.

da Montemarcello a Tellaro (anello)

Dalla cima del promontorio del Caprione, immerso nella vegetazione mediterranea, lascia senza fiato il panorama del golfo di La Spezia a ovest e della fertile piana del fiume Magra, a est. Apprezzata dai Romani, che vi fondarono l'insediamento di Luni, l'area fluviale alterna coltivazioni e zone umide, ove nidificano uccelli acquatici, a settori assai compromessi. Il parco, nato dalla fusione del precedente parco fluviale e dell'area protetta di Montemarcello, rappresenta quindi un esperimento (riuscito!) di riqualificazione di zone degradate, tant’è che la porzione di Parco in cui andremo è veramente bella. Dal borgo di Montemarcello, con le sue viuzze strette che s'intersecano ad angolo retto, ricordano un "castrum" romano, saliremo verso l’orto botanico, splendidamente collocato sulla sommità di Monte Murlo, e sosteremo a Tellaro, piccolo borgo marinaro abbarbicato sopra una penisoletta rocciosa digradante ed ultimo abitato della riva orientale del Golfo dei Poeti. Il ritorno sarà per un sentiero a mezza costa, solo recentemente riaperto, attraverso tratti di macchia mediterranea che si alternano alla folta lecceta. Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti in cui fare attenzione e salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

Descrittivo: Una volta giunti a Montemarcello si parcheggia e si entra nel paese attraverso l'antica porta (scegliendo il parcheggio che incontriamo seguendo l'indicazione stradale a destra. A sinistra ne troveremmo un altro che per adesso trascuriamo). Proseguiamo a destra della chiesa parrocchiale dove si scende lungo una scalinata, al termine della quale si attraversa la strada asfaltata, percorrendo circa 100 metri in una stradina tra le case. Attraversata che avremo la strada e trovato un altro parcheggio, quello di cui si diceva prima e che però ci priverebbe della visita al borgo ed anche ai punti panoramici su punta Corvo, si scenderà l’asfaltata in direzione Lerici per 5 minuti, trovando un sentiero segnato ( a destra) che seguiremo fino a Tellaro (n°433).Nota - da adesso seguire sempre il n°433.

Saliamo a destra e ci inoltriamo per 30 minuti in una folta macchia a leccio, uscendone per ritrovare l’asfaltata e, dopo 5 minuti e sempre alla nostra destra, troviamo la continuazione del sentiero 433 per Zanego/Lerici, salendo per altri 15 minuti, in un bosco a pini d'Aleppo e lecci. Altro attraversamento dell’asfaltata ed altri 15 minuti, di salitella col selciato in pietra e due muri a secco che lo delimitano, ed arriviamo ad un punto panoramico, con apertura sul golfo dei poeti, la Palmaria e Porto Venere (siamo ad un bivio col sentiero 437, per l’orto botanico). Noi andiamo a diritto ed in altri 15 minuti siamo a Zanego, nella zona dei coltivi e degli orti e poi tra le case della piccola frazione.

Siamo adesso nuovamente sull’asfaltata che attraversiamo, col ristorante Pescarino davanti a noi, dove, seguendo i segni bianco/rossi tracciati sul muro ( alla nostra destra) scendiamo per 20 minuti il sentiero, tra le abitazioni, arrivando alla segnalazione per Tellaro, davanti a noi ed in discesa ed Ameglia, in discesa ma alla nostra destra. Fin qui sono passate circa h.1.45/2.

Scendiamo per Tellaro, facendo attenzione al fondo sconnesso ed a alcuni punti franati e non troppo larghi. Altri 60 minuti e, passato il bivio per Portesone e Lerici, infine arrivati a Tellaro (borgo incantevole!)in altri 10 minuti, torniamo indietro per il sentiero 444, recentemente riaperto dal CAI di Sarzana e segnalato come con tratti potenzialmente pericolosi e da percorrere con molta attenzione, ed in altre h.1,45 a mezza costa torniamo a Montemarcello e volendo a punta Corvo (bellissimo promontorio ma cui si arriva dopo una scalinata con ben 700 gradini!). Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti ed in cui fare attenzione. Salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

Zone umide toscane e borghi: Il bosco di Tanali e Vicopisano

Alle pendici del monte Pisano c’è un’area posta ai margini dell’ex lago di Bientina, oggi prosciugato per interventi di bonifica intorno all’anno 1850, con flora e fauna tipici delle aree palustri, oggi sempre più rarefatte e soggette ad azioni di degrado, che vale la pena di conoscere ed apprezzare: il bosco Tanali.

La zona,  con prati umidi periodicamente allagati, pagliereti, boschi umidi ad ontano nero, canneti e piccoli specchi d’acqua, offre ambienti importanti per la vita di molte specie, sia botaniche che animali, tipo l’avifauna migratrice oppure i suoi antagonisti rapaci (la poiana, l’albanella o anche il falco di palude, sebbene più raro).

L’escursione, semplice ma suggestiva, ci condurrà gradatamente verso la parte più interna dell’area, attraversando in sequenza le comunità vegetazionali principali (bosco mesofilo, bosco igrofilo, canneto/cariceto) terminando, con l’attraversamento di un pontile di legno, in un capanno per l’avvistamento degli uccelli.

Nota storica: Il lago di Bientina o di Sesto (Lacus Sexti) fino alla prima metà dell’ottocento costituiva il lago più grande della Toscana. Nel 1852 il Granduca Leopoldo II di Lorena, approvò il progetto di bonifica di Alessandro Manetti con il quale fu realizzata la deviazione del Canale Imperiale sotto l’alveo dell’Arno grazie a un condotto sotterraneo per mezzo di una cosiddetta “botte”, cioè di un condotto sotterraneo lungo 255 metri, che permise il prosciugamento del lago di Bientina.

Dal sito della regione toscana

Riserva Regionale: BOSCO DI TANALI (PI)

Atto istitutivo: Delibera della Giunta Provinciale di Pisa n. 77 del 12/04/2010

Estensione: 175 ettari

Descrizione: Situata ai margini dell'ex alveo del Lago di Bientina, occupa un'area di 175 ettari, ricca di fauna e di flora. Agli inizi del secolo scorso il territorio, antico lembo del padule di Bientina, fu oggetto di opere di bonifica per il prosciugamento del terreno paludoso e di edificazione di argini per convogliare al suo interno le acque del rio Tanali e del rio della Valle degli Alberi, determinando la formazione di un " bacino di colmata" . Tale bacino, con il trascorrere del tempo, ha contribuito alla creazione e al mantenimento di un ambiente umido di grande interesse naturalistico. L'area presenta attualmente una grande varietà di ambienti che, sotto l'aspetto vegetazionale, si possono distinguere in quattro differenti habitat. L’'associazione vegetale più importante è il bosco igrofilo caratterizzato, nelle specie arboree, dalla prevalenza di ontano nero e, nella flora tipica dei suoli inondati, dalla presenza della più grande felce italiana e di varie liane rampicanti. Nei terreni dove l'allagamento è ridotto si estende il bosco mesofilo, caratterizzato nella sua specie vegetale da ontano nero, pioppo bianco, farnia, sambuco e salicone. La parte più orientale del bacino di colmata è occupato da una vegetazione uniforme a cannella palustre. Il canneto è estremamente importante per la nidificazione di molte specie ornitiche, mentre nelle parti più depresse del canneto stesso vegetano i grandi carici, una specie palustre in via di estinzione. All'interno del cariceto è stata rinvenuta la primulacea Hottonia palustris, pianta rarissima in tutta l'Italia peninsulare e probabile unico esemplare superstite nel Padule di Bientina. Le raccolte di acqua sottoposte ad essiccamento estivo vedono lo sviluppo di vegetazioni di prato umido che annoverano specie molto rare come la Ladwigia palustris. Le piante idrofite, necessitando della presenza d'acqua per l'intero ciclo vitale, vivono confinate in alcuni canali e fossi; tra di esse meritano menzione il morso di rana, la ninfea bianca, la rarissima erba scopina e l'erba vescica, pianta carnivora il cui nome volgare è attribuibile alla presenza di piccole vescicole sulle foglie atte alla cattura di piccoli invertebrati acquatici. La ricchezza degli ambienti vegetazionali dell'area, la cui variabilità è incrementata dal periodico allagamento di alcune zone, che determina un’ulteriore diversificazione stagionale, favorisce la presenza di numerose ed interessanti specie animali. Le specie vertebrate presenti sono strettamente condizionate dalla ricchezza di acqua; tuttavia non manca una fauna meno legata a questo particolare ecosistema.

Negli ambienti palustri sono presenti specie nidificanti quali il pendolino, la cannaiola, il cannareccione, il bengalino comune e la gallinella d'acqua. Durante le stagioni invernali è presente il migliarino di padule in migrazione e l'usignolo di fiume che è nidificante. Tra gli ardeidi è stata rilevata la presenza dell'airone cenerino, soprattutto in autunno e inverno, della garzetta durante il periodo primaverile e dell'airone guardabuoi. In estate sono avvistabili l'airone rosso, la garza ciuffetto e la nitticora. Tra gli anseriformi sono stati osservati il germano reale, l'alzavola (nella stagione invernale) e la marzaiola. I rapaci avvistabili con più frequenza sono la poiana (tutto l'anno), il nibbio bruno (durante le stagioni migratorie), il falco di padule e la albarella reale (in inverno). I falconiformi sono rappresentati dal gheppio e dallo smeriglio; gli strigiformi da civetta, barbagianni, allocco e assiolo, presente durante la stagione riproduttiva. Il bosco è visitato regolarmente dal picchio verde e dal picchio rosso maggiore. La presenza d'acqua limitata al periodo fra l'autunno e la primavera costituisce l'habitat ideale per le specie di anfibi che trovano nel vicino bosco un rifugio ottimale per trascorrere gli stati di ibernazione ed estivazione. Le specie di anfibi avvistate sono cinque: il tritone punteggiato, il rospo, la raganella, la rana agile e il complesso delle rane verdi. I mammiferi presenti a Tanali sono il cinghiale, l'istrice, la volpe, la talpa e il riccio. All'interno della riserva sono presenti due strutture che fungono da osservatori, fruibili su richiesta.

Indirizzo: Regione Toscana Direzione Ambiente ed Energia Settore Tutela della Natura e del Mare Indirizzo sede centrale: Via di Novoli 26 - 50127 Firenze

 

l Padule di Fucecchio

Il Padule di Fucecchio ha un’estensione di circa 1800 ettari, divisi fra la Provincia di Pistoia e la Provincia di Firenze; se pur ampiamente ridotto rispetto all'antico lago-padule che un tempo occupava gran parte della Valdinievole meridionale, rappresenta tuttora la più grande palude interna italiana. La zona naturalisticamente più interessante è situata prevalentemente nei Comuni di Larciano, Ponte Buggianese e Fucecchio. Da un punto di vista geografico, il Padule è un bacino di forma pressappoco triangolare situato nella Valdinievole, a sud dell’Appennino Pistoiese, fra il Montalbano e le Colline delle Cerbaie. Il principale apporto idrico deriva da corsi d’acqua provenienti dalle pendici preappenniniche. L’unico emissario del Padule, il canale Usciana, scorre più o meno parallelamente all’Arno per 18 chilometri e vi sfocia in prossimità di Montecalvoli (PI). Il valore di quest’area è incrementato dalla sua contiguità con altre zone di grande pregio ambientale: il Montalbano, le Colline delle Cerbaie ed il Laghetto di Sibolla, collegato al Padule tramite il Fosso Sibolla. La Riserva Naturale del Padule di Fucecchio è dotata di strutture per la visita che comprendono anche tre osservatori faunistici, uno dei quali realizzato tramite la riconversione di uno dei caratteristici casotti del Padule. 

1) Riserva Naturale del Padule di Fucecchio - Area Le Morette (itinerario mattutino)

L' escursione di oggi ci porterà nella Riserva Naturale del Padule di Fucecchio ed in particolare nell'area de Le Morette, raggiunta dopo una breve sosta al Centro Visite di Castelmartini per prendere visione dell'area prima della nostra passeggiata naturalistica.
Il sentiero è pianeggiante e consente di ammirare paesaggi suggestivi fino ad arrivare all'antico Porto de Le Morette.


L'itinerario ci porterà nel cuore della palude a raggiungere il Casotto del Biagiotti, da molti anni adibito ad osservatorio faunistico dell'area protetta, con un’ottima visuale sugli specchi d’acqua della Riserva Naturale e, se la stagione sarà stata piovosa, sulle

numerose specie di uccelli acquatici presenti: gli aironi europei, che nidificano in grandi colonie sugli alberi e nel canneto, gli Svassi maggiori nelle acque più profonde e gli eleganti Cavalieri d'Italia sulle rive degli argini. Arrivati all'area Righetti (più protetta) torneremo indietro per portarci poi a Monsummano Alto ed alla Rocca. Nota: portare un binocolo perchè ovviamente le nidificazioni sono lontane dalla presenza umana.

note più approfondite in: http://www.zoneumidetoscane.it/it/le-aree/padule-di-fucecchio/lambiente.


2) Visita alla rocca fortificata di Monsummano Alto (visita pomeridiana)

Il colle di Monsummano costituiva un luogo viario strategico, in posizione dominante sul Padule di Fucecchio e sulla Valdinievole, e per questo fu fortificato almeno dall'XI secolo con un sistema difensivo accresciuto ed ampliato nel corso del tempo.Dell'antico castello si conservano oggi i resti della cerchia ellittica delle mura, che lo cingevano per un perimetro di circa due chilometri e due delle tre porte di accesso: la porta di "Nostra Donna" e quella detta "del Mercato" verso il colle di Montevettolini.
Delle numerose torri di cui era munito il castello resta, all'estremità occidentale della cinta muraria, una robusta e imponente torre pentagonale, databile nella sua forma attuale agli inizi del XIV secolo. L'edificio meglio conservato del borgo è la Chiesa di San Nicolao, prospiciente l'antica platea communis, fondata nell'XI secolo e compresa nel plebato di Neure (o deMontecatino), entro la diocesi medievale di Lucca. Di fianco alla chiesa è presente una terrazza panoramica naturale con l'antica chiesa di San Sebastiano, di fronte alla quale recenti scavi hanno portato alla luce le fondamenta di due edifici, dove sono stati rinvenuti frammenti di ceramica di varie epoche. Seminascosti dalla boscaglia che circonda il nucleo centrale del castello si conservano ad ovest i resti di un convento e nella zona orientale, nei pressi della torre, i ruderi dell'antico Spedale di San Bartolomeo. Dalla cima del Colle si ha una visuale unica sul Padule di Fucecchio, sui castelli della Valdinievole e sul Monte Pisano; nelle giornate più limpide lo sguardo arriva fino alle
colline livornesi, alle balze di Volterra e alle torri di San Gimignano.

 

 

Pellegrinaggi medioevali nel territorio livornese - Nell’area settentrionale delle Colline livornesi sono presenti due complessi storico-religiosi di culto Mariano che hanno caratterizzato dal punto di vista sociale, economico e religioso questa porzione di territorio: il Santuario della Madonna delle Grazie di Montenero (1390) e l’Eremo di Santa Maria alla Sambuca (1367). In questi due luoghi i pellegrini medioevali di ritorno da Santiago di Compostela o diretti a Roma, due delle tre grandi mete spirituali dell’epoca, insieme a Gerusalemme, arrivano alla ricerca di riparo, ospitalità e cibo e ci sono testimonianze di un percorso che dalla pianura livornese, attraverso la via delle Sorgenti, costeggiava la valle del torrente Ugione per giungere all’Eremo della Sambuca, da dove poi proseguiva verso Roma lungo la Via delle Parrane oppure lungo il principale percorso della Via Francigena, verso Volterra e S. Gimignano. I Gesuati gestirono congiuntamente i beni dell’Eremo della Sambuca e del Santuario di Montenero (tra il 1450 e il 1650) ed è quindi probabile che per questo siano aumentati i contatti tra i due luoghi facendo in modo che i devoti che venivano in pellegrinaggio al Santuario proseguissero poi il loro cammino penitenziale o devozionale verso l’Eremo della Sambuca e viceversa. Oggi è storicamente possibile ricostruire un percorso che, partendo dall’Eremo della Sambuca sale a Valle Benedetta, prosegue per un breve tratto verso ovest sulla S.P. 5 di Valle Benedetta fino a Poggio Montioni e, deviando a sinistra verso Campo della Menta e Popogna Nuova, raggiunge la Strada provinciale e Popogna Vecchia per terminare, seguendo l’attuale segnavia 140, a Castellaccio e quindi, per la via del Poggio, arrivare in breve all’Aula Mariana ed al Santuario, dove nel 1500 i fedeli si recavano, dopo la fine della pestilenza della città di Livorno (1479) a rendere grazie alla Madonna di Montenero. La presenza di testimonianze religiose e dello storico uso di strade e sentieri come percorso di umiltà e semplicità offre lo spunto per proporre un particolare utilizzo dell’anello di sentieri di questa porzione del Parco che, come il pellegrino di un tempo noi percorreremo, ritrovando forse un’occasione per rallentare i nostri ritmi quotidiani, ascoltare la voce della natura ed anche ascoltare noi stessi.

Il Percorso del Pellegrino si sviluppa su una parte dei sentieri presenti nella foresta di Montenero, tutti efficacemente e recentemente segnalati con segnaletica a terra dalle associazioni aderenti al Progetto “Occhi sulle Colline”. Il Percorso del Pellegrino è formato da quattro sentieri principali, percorribili ad anello, e due varianti che permettono di “chiuderlo”. L’intero percorso è segnalato con frecce segnavia.

Testo liberamente adattato da: http://www.percorsodelpellegrino.it/pagine/pellegrinaggi.html

Dettagli percorsi a: http://www.percorsodelpellegrino.it/pagine/i_sentieri.html

Noi oggi seguiremo un itinerario breve, utilizzando i sentieri 138 (in discesa per h.0,40 fino a Pian della Rena dove, a vista della costruzione, si prosegue per il sentiero 138, in salita per h.0,20, fino all’intersezione col n°140. Qui si va a sinistra per il sentiero 134 (non segnalato), bellissimo tratto nella macchia che scende per h.1.45 ed arriva a un evidente bivio dove noi, lasciando il 134, scendiamo per la bretella di raccordo 134 a, altri h.0.20. Terminata la discesa, talora difficoltosa, siamo sul sentiero 136, costeggiamo il botro del Molino nuovo, passando un paio di ponti in muratura, e proseguiamo in leggera salita per h.0.45, tornando quindi a Pian della Rena dove saliremo nuovamente per il sentiero 138 e quindi il 140 verso destra per arrivare in h.0,45 all’asfaltata. Altre h.0.15 e saremo di nuovo alle auto. Nota: in prossimità di questo percorso sono accessibili sia 1) la fonte del Sasso Rosso (dall’area di sosta del Castellaccio si scende per il primo sentiero a sinistra del parcheggio – non segnalato- per m.0,20). 2 la Grotta dei Banditi (lungo il n°140, poco dopo lo sbocco del n°138, una deviazione a destra -non segnalata- che scende per circa m.0,40.

Da: http://www.agireverde.it/PARCO%20MONTI%20LIVORNESI.htm

Totale escursione, escluso soste, h.4/4.30 circa.