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1) LE INIZIATIVE DEL PRIMO SEMESTRE 2017  ----   LE INIZIATIVE DEL SECONDO SEMESTRE  (CLICCARE SUL LINK)

2) VARIE:

Si ricorda che le iniziative sono riservate agli associati, i quali, con il tesseramento annuale si rendono tutti compartecipi delle responsabilità e della gestione dell’associazione stessa. Chi non è socio può comunque partecipare una tantum alle escursioni, versando 5 euro che verranno considerate come acconto del successivo tesseramento, da effettuarsi in occasione di una prossima uscita ( €.15 singolo/€.20 familiare ).

L'iscrizione ha validità annuale, con rinnovo entro il mese di aprile dell'anno successivo e si può effettuare o partecipando ad un'iniziativa e versando la quota al referente dell'iniziativa stessa, che poi la consegnerà al tesoriere, oppure contattando direttamente il tesoriere: attualmente Luisa Rocchi - luisa.massimo@gmail.com - 349 7114943

note e regole di partecipazione:

1) tramite una mailing list vengono effettuate comunicazioni di vario tipo agli associati, dai periodici incontri nell'attuale sede (via Roma 230 c/o locali annessi al museo di storia naturale) ad eventi interessanti ma gestiti da altre associazioni etc.etc................chi vorrà ricevere tali informazioni è sufficiente che lo comunichi ad agireverde@tin.it .

2) per partecipare alle diverse attività dell'associazione si deve prendere atto che diventando soci ci si corresponsabilizza nella gestione dell'associazione stessa, divenendo tutti con eguali diritti/doveri essendo quindi tacitamente inteso che, non esistendo accompagnatori professionali e retribuiti, i referenti occasionali che si prestano alla conduzione ed auspicati in rotazione, non saranno mai da considerarsi responsabili per eventuali incidenti possano verificarsi in occasione delle diverse iniziative. E' sottinteso come sia opportuno verificare le proprie condizioni fisiche prima di partecipare alle escursioni, benchè siano sempre previste per essere alla portata di tutti.

3) Partecipando ad una iniziativa, quando non previsto altrimenti, è opportuno farlo sapere entro il venerdi sera precedente, al più tardi (lasciando nome, numero di partecipanti e telefono) per essere avvertiti di eventuali mutamenti di programma anche all'ultimo minuto, senza correre il rischio di arrivare nel luogo dell'appuntamento quando questo è stato precedentemente annullato per maltempo o altro motivo.

4) Per favorire l'amalgama tra soci e direttivo (rinnovabile a scadenza, a norma di statuto) e far sentire tutti responsabili della crescita dell'associazione, intesa non solo come momento aggregativo ma anche come attrice di cambiamento in tema di politiche ambientali e salvaguardia del territorio, ogni primo mercoledi di ogni mese ( o comunque quando stabilito dal direttivo in carica) è indetto un incontro soci/direttivo in via Roma 230, c/o locali annessi al museo di storia naturale alle h.21.15, come precedentemente specificato.

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Avvertenze: prima di iniziare un trekking, oltre ad auto valutare la propria condizione fisica, senza barare, vi consigliamo la lettura di questo sito, utilissimo per chi ha poca pratica di escursionismo. Da ricordare, quando si affrontano dislivelli, che in media per circa 250/300 metri occorreranno circa 1 ora (ma se anche ce ne mettete h.1,30 va bene lo stesso), non dimenticando comunque eventuali soste di recupero di 15 minuti ogni ora (in escursione non c’è alcun record da battere!).            http://xoomer.virgilio.it/geotrek/page271.htm . Ovviamente è scontato che si debbano calzare scarpe da trekking con suola robusta e non scarpette tempo libero.

Buona lettura e buone scarpinate con Agire Verde.

ps: informatevi sempre e personalmente c/o il referente di eventuali problemi che possano esserci sul percorso, anche in base alla propria condizione fisica, del tipo: dislivelli da superare; cosa fare se, sentendo la stanchezza, non si riesce a tenere passo di chi va più veloce; se c’è acqua per rifornirsi etc.etc.

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PROGRAMMA 2017   (cliccare sul titolo per andare all'iniziativa)

Domenica 8 gennaio: passeggiata sulle Antiche Mura Medievali di Pisa

Domenica 22 gennaio: la pianta del mirto

Domenica 12 febbraio: L’antica colonia romana di Lugnano, alias Molino di Quosa

Domenica 19 febbraio: fuori programma - trekking urbano a Livorno - il lungomare storico

4 e 5 marzo - Ciaspolata 2017: il laghetto del Greppo ed il lago Scaffaiolo

Domenica 26 marzo - Quercianella walk

Domenica 9 aprile - sui sentieri di Michelangelo: l’area archeomineraria de la Cappella (Seravezza)

Domenica 23 aprile - la Riserva Naturale di Monterufoli-Caselli e le cascate della Sterza

fuori programma 30.04/01.05 al lago Calamone ed alla fortezza di mont'Alfonso 

Domenica 7 maggio. LA VALLE DEL TORRENTE PAVONE

Domenica 13 maggio - Escursione al passo Sella (mt.1500)

Domenica 28 maggio: La Torbiera di Fociomboli e gli alpeggi di Puntato e Col di Favilla.

Domenica 4 giugno - in canoa e/o barchini da palude sul lago di Massaciuccoli

Domenica 18 giugno - La via francigena, da Abbadia a Isola a Monteriggioni

Domenica 25 giugno: pranzo sociale nella tenuta Bellavista-Insuese   NOTA: per motivi tecnici la presente viene sostituita dall'iniziativa sotto indicata

Domenica 25 giugno: pranzo sociale nel Parco di Camaiano         (clic x dettaglio)      

SECONDO SEMESTRE (cliccare sui titoli)

Domenica 10 settembre: ll Palio delle Contrade a Pomarance.

Domenica 24 settembre: i luoghi del cuore del F.A.I, "il Masso delle fanciulle"

Domenica 8 ottobre: i castagneti sopra Colonnata

Domenica 22 ottobre: Da Santa Luce a Poggio al Pruno

Domenica 5 novembre: al Castello Rocchetta Mattei

Domenica 19 novembre: Toscana da salvare “il borgo fantasma di Toiano”

Domenica 3 dicembre: al museo egizio di Firenze

Sabato 16 dicembre – Convivium

 

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Domenica 8 gennaio: passeggiata sulle Antiche Mura Medievali di Pisa.

Da piazza del Rosso fino a piazza dei Miracoli, come prima uscita del 2017, proponiamo questa stimolante iniziativa, resa possibile dai lavori di riqualificazione del comune di Pisa,  cofinanziati dall’Unione Europea.  Percorreremo le antiche mura (km 3 accessibili), strette e alte, non pensate per resistere ai cannoneggiamenti ma agli assalti e alle arrampicate dei soldati nemici, incontrando lungo il cammino alcune magnifiche aree monumentali (Piazza delle Gondole, la Torre Piezometrica, la passerella di via San Francesco, il Bastione del Barbagianni, quello del Parlascio, la Chiesa di San Francesco, la cattedrale di Santa Maria, il Battistero, etc.etc.) che non abbiamo mai avuto occasione di ammirare da questa prospettiva del tutto nuova.

Info: Giovanna Massidda - cell: 333 9055927

Le mura di Pisa erano la cinta muraria medioevale della Repubblica di Pisa e, in gran parte ancora presenti, circondano il centro storico della città.

Iniziate nel 1155  sono il più antico esempio in Italia di mura cittadine quasi completamente conservate. Precedentemente la città aveva avuto una cinta tardo-romana, tutta sulla riva destra, e una più ristretta nel periodo alto-medievale, che tagliò fuori numerosi edifici pubblici quali le terme, l'anfiteatro e il porto, che caddero in rovina e vennero usati come cave di materiale da costruzione.

Gradualmente, con la rinata importanza di Pisa e dei suoi commerci marittimi, si svilupparono nuovi quartieri con case, chiese e monasteri, specialmente a est e a nord-est, inoltre sulla sponda sinistra dell’Arno esisteva una città satellite, dove si stabilirono liberamente genti di ogni provenienza e religione, lavorando nelle rimesse per carovane, nelle aree di stoccaggio merci e in altre attività commerciali e manifatturiere.

La delibera della costruzione delle nuove mura avvenne in un periodo di grande prosperità economica e si procedette senza particolare urgenza essendo previsto fin dall'inizio un tempo di realizzazione attorno ai quindici-vent'anni. Furono impiegati diversi tipi di pietra, che creano tuttora vivaci effetti cromatici, dal bianco in basso al rosato nelle merlature, con bozze regolari e ben squadrate (una prerogativa che ha rarissimi esempi analoghi a quell'epoca), e si creò un recinto su entrambe le sponde dell'Arno che includeva 185 ettari di terreno, per un perimetro di circa sei chilometri, uno spessore medio di due metri e venti e un'altezza media di undici metri. Le mura definirono inoltre una nuova impostazione urbanistica pianificata, con l'asse Borgo-Via di Ponte Vecchio e l'Arno a dividerla in quattro settori quadrangolari.

Nelle mura si innalzano ancora alcune torri difensive (la torre di Santa Maria, la torre di Sant'Agnese e la torre del Leone) e vi si aprono le antiche porte.

Le mura vennero restaurate dai Medici dopo l'occupazione della città nel XVI secolo, con la costruzione di una Cittadella che fosse adeguata alle nuove tecniche militari delle armi da fuoco. Nel XX secolo alcuni tratti delle mura a sud vennero abbattuti per ragioni urbanistiche e di viabilità, ad esempio vicino alla stazione o nell'area di San Paolo a Ripa d'Arno, inoltre alcune parti subirono danni durante la seconda guerra mondiale.

Le mura avevano una lunghezza complessiva di poco meno di 7 km, sono alte in media 11 m con 2 m sotto terra. La composizione delle mura è, nella parte più antica, di grossi blocchi di panchina di provenienza livornese mentre nel resto è un misto di diversi materiali di cui nella parte grigia inferiore sono presenti calcari di San Giuliano Terme e nella parte rosata superiore conci squadrati di breccia di Asciano.

 

Domenica 22 gennaio: la pianta del mirto. Il mirto, per il suo contenuto in olio essenziale, tannini e resine, è un’interessante pianta dalle proprietà aromatiche e officinali cui sono attribuite proprietà balsamiche, antiinfiammatorie, astringenti e leggermente antisettiche, e trova impiego in campo erboristico e farmaceutico per la cura di affezioni a carico dell’apparato digerente e del sistema respiratorio. Questa pianta arbustiva spontanea delle regioni mediterranee, comune nella macchia bassa, tuttavia è più conosciuta per il suo utilizzo nella preparazione di un liquore, ottenuto per infusione alcolica delle bacche attraverso macerazione o corrente di vapore. Come ormai nostra consuetudine, nel mese di gennaio, effettueremo un’escursione mirata alla raccolta di questi frutti dal colore nero-azzurrastro, fornendo ai partecipanti anche una ricetta tipica per la produzione del liquore, con l’impiego delle bacche ma anche, volendo, soltanto delle foglie della pianta.

Info: Giovanna Massidda - cell:333 9055927

Liquore di mirto

Ingredienti: 1 litro di alcool a 90°/400 g   di bacche di mirto/500 gr.di zucchero/500 ml di acqua

Procedimento - Dopo avere raccolto le bacche, mettetele in infusione nell'alcool in un vaso ben chiuso e
lasciatele per 40 giorni in un luogo buio.Passato questo tempo preparate uno sciroppo con l'acqua e lo zucchero facendolo fondere a fuoco dolcissimo e lasciandolo poi raffreddare completamente a temperatura ambiente. Nel frattempo filtrate l'alcool e mettete le bacche in uno straccio bianco pulito. Strizzate con molta forza il "fagottino per estrarre tutto il succo e I aroma delle bacche, unitelo all'alcool e poi mescolate il tutto allo sciroppo. Imbottigliate il liquore che può essere bevuto anche subito. È importante che lo sciroppo sia raffreddato a temperatura ambiente prima di unirlo all'alcool se si vuole ottenere un liquore ben limpido. Se invece è ancora tiepido il liquore s intorbida.
Se volete un liquore meno forte usate l'alcool a 45° che si ottiene diluendo 500 mi di quello da 90° con altrettanta quantità di acqua.

Oltre che con le bacche è anche fattibile un liquore solo con le foglie:Ingredienti:  500 ml grammi di alcool/100 foglie di mirto/1 buccia di limone sottilissima
400 gr di zucchero/1litro di acqua (se si vuole ottenere un gusto più forte ridurre la quantità di acqua e di zucchero).  Procedimento - lavare bene le foglie asciugarle bene, metterle in infusione assieme alla buccia di limone nell' alcool e lasciare x 20 giorni fino a che non avranno rilasciato tutto il colore verde.
Preparare lo sciroppo facendo bollire l'acqua con lo zucchero x10 minuti, lasciare raffreddare e filtrare l'alcool dalle foglie ricordandosi di mischiare bene

 

Domenica 12 febbraio: Un’antica colonia romana, Lugnano, alias Molino di Quosa. Nella campagna che corre lungo la base occidentale del Monte Pisano, tra i numerosi paesetti che si distribuiscono a corona lungo l’asse viario che collega Pisa a Lucca, si incontra Molina di Quosa, una tranquilla località immersa nel verde dei monti, che la circondano come in un abbraccio. La via che attraversa questo paese è la via Emilia Scauri che in epoca romana collegava Pisa a Lucca e difatti nel centro dell'attuale borgo sono stati trovati resti di un'abitazione signorile di epoca romana, facendo supporre che in questa zona fosse stata costruita una colonia, un'azienda agricola, affidata alla famiglia dei Leoninus, da cui il nome Lugnano, con cui Molina era conosciuta. L’escursione di oggi prevede una visita al borgo, senz’altro meritevole di questo, ed un trekking tra i boschi che sovrastano il paese per godere di splendidi panorami sulla vallata sottostante, percorrendo la scenografica vecchia Via dei Molini che ci porterà all’ Eremo di Rupe Cava, un complesso monastico che ebbe il suo massimo splendore nel periodo dal 1200 al 1400, andando successivamente in lenta decadenza fino a che fu ufficialmente abbandonato nel 1750.

Info: Giovanna Massidda - cell:333 9055927

dettagli: dal sito: http://www.montipisani.com/

Nella campagna che corre lungo la base occidentale del Monte Pisano, tra i numerosi paesetti che si distribuiscono a corona lungo l’asse viario che collega Pisa a Lucca, si incontra Molina di Quosa, una tranquilla località immersa nel verde dei suoi monti, che la circondano come in un abbraccio.

Un tempo, più o meno duemila anni fa, il paese, che appare nell’ attuale configurazione non era esattamente così; Molina di Quosa non esisteva affatto, nonostante che l’area su cui si estende attualmente, tra il monte ed il piano, sia stata abitata fin dalla preistoria (lo confermano i numerosi resti umani e di animali rinvenuti nell’Ottocento nelle Grotte di Parignana: famoso è il dente dell’ippopotamo del Serchio, specie scomparsa che aveva il suo habitat naturale nella vallata).
Dall’ epoca romana si hanno tracce significative di una colonia sul luogo, (cioè un’azienda agraria con abitazione signorile), nella centuriazione e nelle vie di comunicazione (elemento della presenza romana è sicuramente la strada Pisa-Lucca), attestate anche da numerosi reperti archeologici e strutture superstiti rinvenute sul posto e nei dintorni.
I romani erano degli specialisti nel recupero di superfici per la produzione agricola, e la zona, percorsa dai fiumi Serchio, Auser e Tubra (quest’ultimo scomparso), era sottoposta a frequenti inondazioni che provocavano acquitrini e paludi; da ciò, la necessità di continui e consistenti interventi di arginatura, di contenimento delle acque e di bonifica al fine di rendere la terra coltivabile e abitabile.
La "Colonia" era considerata un affidamento, e Coloni furono detti coloro che avevano ottenuto in premio questi frazionamenti di terra centuriali per qualche servizio reso alla Repubblica romana, come era d’uso nel costume romano.
In Valdiserchio si ebbero numerosi luoghi occupati dalla colonizzazione romana. Nell’area in questione si incontrano i nomi di Apunianum o Aponiano, Metellius, Patrinio, Leonis o Leoninus, che si riferiscono alle rispettive aziende agrarie ubicate nell’ attuale Pugnano, Mutiliano (tra Pugnano-Ripafratta), Patrignone, e Lugnano, per citarne alcuni; nomi di proprietari romani che dettero la denominazione alle località.
Il toponimo prediale di Lugnano, area occupata dalla "colonia" romana e che corrisponde all’ attuale Molina di Quosa, sembra che derivi da Leonius, o meglio Leoninus (da cui volgarmente Lugnano), proprietario del fondo su cui fu eretta la villa signorile con gli annessi di una fattoria debitamente recintata e con tanto di torrette di sentinella. L’azienda era ubicata nel luogo dove attualmente sorge la cinquecentesca Villa Gaetani, oggi Studiati-Berni.
La villa, come risulta dai numerosi reperti archeologici rinvenuti nel recinto e nei dintorni (Pugnano), doveva essere ben arredata, confortevole, insomma la residenza di un gran signore. Si deve ricordare che tra i reperti fu rinvenuta anche la testa marmorea di Giulio Cesare, probabilmente resti di un mezzo busto del ritratto dell’Imperatore, a testimonianza dell’arredo delle ville della zona e dell’interesse dei proprietari nell’adeguarsi al costume allora in voga. Infatti, Giulio Cesare si trovava nella vicina Lucca, provincia romana dove aveva sede il più grande presidio militare Cisalpino. Si può dunque ipotizzare una qualche visita di Cesare ai coloni della zona, distante dal capoluogo appena sei miglia. Nel IV al VIII secolo, con l’arrivo delle orde di popoli barbari dall’Est, le efficientissime aziende agricole romane della zone furono rase al suolo o arse. I terreni del piano furono completamente abbandonati all’incuria del tempo, tornarono solo dopo molti anni civilizzati e produttivi.
Il territorio pisano-lucchese fu occupato dai Longobardi i quali, a differenza di altri popoli si stabilirono nella zona.
La popolazione del "piano" che, durante la sottomissione romana, aveva vissuto tranquillamente per lo più a servizio delle fattorie, ora affamata e in preda al terrore di fronte a tale inaudita violenza, trovo scampo sul monte dove si rifugiò nelle grotte o spelonche naturali, così numerose in questa zona, e vi rimase.
Col passare degli anni e con il placarsi della furia barbarica, i Longobardi formarono con la popolazione del luogo degli insediamenti che a poco a poco si affermarono come comunità in cui regole di convivenza civile, etica e spirituale venivano accettate da tutti, nella condivisione dei principi cristiani concretizzati dalla costruzione delle prime chiese, e delle chiese "monastiche" o monasteri.
Infatti, pare che la storia di Molina di Quosa abbia inizio durante il dodicesimo anno di reggenza del Re Liutpdrando, quando fu eretto sul monte, in località Quosa, uno dei primi monasteri cristiani con annessa chiesa dedicata a San Michele Arcangelo.
E’ lecito ipotizzare che, a seguito della costruzione di un modesto nucleo demico chiamato Quosa, o Cuoza (dal nome del nervoso rigagnolo), si sia costituito il primitivo villaggio addossato al poggio lungo il borro, allo scadere del VII secolo d.C.. Il borgo, Lugnano, si formò lentamente nei secoli come insediamento pedemontano nell’ area che in epoca romana si identificava nella villa e fattoria di Leoninus, che fin dall’Alto Medioevo cominciò a chiamarsi Corte di Lugnano , ossia uno dei tanti latifondi, sebbene in pessimo stato, tornati in possesso dell’Imperatore, o meglio della Corte Regia.
La Corte di Lugnano venne meglio identificandosi come bene possessorio nel momento in cui Ottone III, con un diploma imperiale, privilegiò Manfredo o Maginfredo da Ripafratta con la concessione delle Corti di Pugnano, Lugnano e di Laiano, presso Filettole, assieme ai monti di Ripafratta ed alcuni terreni alle porte di Pisa. Nella concessione imperiale erano comprese persone e cose che già esistevano nel territorio che, automaticamente, passavano di diritto al signore beneficiato (nel caso Manfredo). Manfredo dette origine ad una delle Consorterie più importanti e temute di quest’area a Nord-Ovest di Pisa: i Da Ripafratta. Non si esclude, pertanto, che tra i beni ottenuti, fosse già compresa la chiesa di Santa Lucia di Lugnano, o forse fu edificata dagli stessi Da Ripafratta, comunque di loro spettanza possessoria e di juspadronato.
Attorno all’XI, XII secolo, riconosciuta l’importanza sul piano economico dell’impiego dei mulini ad acqua importati dai Crociati, venne presa in considerazione la possibilità di costruirne anche a Molina sfruttando l’energia idrica del rigagnolo Quosa. Così il luogo di Quosa, in cui, nell’ Alto medioevo, si erano rifugiate intere famiglie di servi e contadini del piano, ebbe un improvviso sviluppo demografico e edilizio grazie alla costruzione di numerosi opifici che ininterrottamente, notte e giorno, provvedevano alla molitura dei prodotti cerealicoli ed alla spremitura delle olive.
Gli opifici ospitavano mulini e frantoi funzionanti con macine di pietra sospinte dal torrente che si precipitava a valle dalle balze, sistemati in modesti locali, quasi inagibili, in quanto superfici strappate al monte scosceso.
Grazie ai mulini, Molina, o meglio Mulina e l’area circostante, raggiunse una notevole importanza economica, sostenuta dalla ricchezza proveniente dal monte e dal recupero, seppure lento, dei fertili terreni del piano.
Suscitando l’interesse economico e politico in particolare di Lucca, a cui il territorio era soggetto e che fece di tutto per tenerselo.
Così Molina venne ad essere un importante centro produttivo di sostegno all’economia delle Repubbliche di Lucca e di Pisa. Lucca tenne il territorio incastellato in suo possesso per diverso tempo; Pisa, suo malgrado, si accorse troppo tardi del potenziale economico-politico-sociale del territorio e corse ai ripari nel momento in cui rivolse i propri interessi alla conquista dell’entroterra, strappando il luogo alla rivale.
Ovviamente, per difendere i rudimentali opifici andatisi via via perfezionando nelle meccaniche della lavorazione, si impose subito la necessità di potenziare la difesa del luogo con un castello che vigilasse sull’attività molitoria, sui boschi, sulle vaste estensioni di oliveti e sulle foreste di castagni che, dalle balze di "Ciapino", si dilatavano fin sul versante lucchese finendosi nel poggio più elevato, battuto dai venti in ogni stagione e perciò definito i "Quattro Vènti".
Il territorio, appartenne alla Repubblica di Lucca per oltre un secolo; i Pisani riuscirono a riconquistarlo solo nel 1286, e appena tornato nelle loro mani, rafforzarono le difese dotando il già robusto e strategico cassero di una torre (mastio), di varie torrette di guardia, di un alto muro di cinta e di diversi serramenti tra il vecchio castello, e la nuova struttura militare.
La vita degli antichi Molinesi doveva svolgersi principalmente sul monte, cioè nel villaggio che fino alla fine dell’Ottocento rileva la più alta densità abitativa. Un andirivieni di gente con braccia nerborute, chine sotto il peso di sacchi di frumento, di castagne, di olive, di cereali, spesso con l’aiuto di somari dal basto stracarico per alleviare le fatiche di una salita irta e tortuosa.
Quando l’economia locale divenne prevalentemente dipendente dall’attività molitoria, l’espressione popolare più consona alla località divenne Mulina, per cui, proprio per ragion di popolo, non si esitò a cancellare l’antica toponomastica di Lugnano e di Quosa, per meglio attribuire alla borgata la specificità operativa, e fu chiamata prima Mulina, poi Molina di Quosa.
Tra il Cinquecento e l’Ottocento, particolarmente in quest’ultimo secolo, si ebbe un progressivo aumento di mulini. Si contano circa trenta opifici suddivisi in specifiche attività: molini e frantoi. Di questi antichi "mulini" non è rimasto neppure un esemplare a memoria. Dagli anni cinquanta del nostro secolo, quel moto e quel rumore di granitiche macine che per secoli, giorno e notte ininterrottamente, come una musica monotona ma preziosa, aveva abituato gli orecchi di intere generazioni, cessò definitivamente di pervadere i silenzi notturni.


Testi tratti e riadattati dal volume - Molina di Quosa e la sua storia (con breve appendice storica di Colognole e Patrignone) di Mario Noferi, edito dalla casa editrice Editgrafica Orsini – cooperativa Coccapani - Pisa. Per maggiori info anche: wikipedia.org/wiki/Molina_di_Quosa

 

Domenica 19 febbraio - trekking urbano: Livorno da rivisitare

L’iniziativa è fuori programma, motivo per cui non è stata inserita nel giornalino, e prevede la prima di una serie di passeggiate alla scoperta della città di Livorno.

Il turista che sbarca dalla motonave solitamente viene dirottato dalle agenzie a Firenze, Pisa o Lucca, splendide e storiche città, nulla da dire …… se però a Livorno ci fosse una visione lungimirante e d’insieme (monumenti ed edifici urbani, mare e colline), con un “occhio di riguardo” verso chi è interessato ad apprezzare i luoghi in cui si viene a trovare, anche la nostra città non potrebbe diventare a pieno titolo una località di soggiorno e non solo di transito, come attualmente?

Comunque sia: domenica prossima 19.02 l’appuntamento è alle h.9 davanti al Comune -si va via alle h 9.15 -. ed il trekking urbano avrà momenti di sosta in cui verrà spiegato dove saremo: i 4 mori, l’ex Cantiere Orlando, lo scoglio della Regina, i Bagni Trotta, la Terrazza Mascagni, l’Hotel Palazzo, la chiesa di S.Jacopo in Acquaviva, l’Accademia Navale, la Barriera Margherita, i Casini di Ardenza, la Rotonda, per citarne solo alcuni…………… protraendosi la passeggiata fino al Rex (km.8, circa).

Naturalmente, se non si viene in bici, occorrerà avere un biglietto bus per il ritorno.

Chi vuole potrà portarsi il solito pranzo al seguito, “da consumarsi sul mare”.

 

 

Non occorre prenotazione e tuttavia, volendo ulteriori ragguagli, i soci possono riferirsi a Gianfranco Scampuddu 3282352712 o scampuddu1953@gmail.com

 

 

4 e 5 marzo - Ciaspolata 2017: il laghetto del Greppo ed il lago Scaffaiolo

L’anno scorso le condizioni meteo ci impedirono di apprezzare pienamente sia il fascino delle faggete della riserva biogenetica di Pian di Novello sia i panorami mozzafiato delle vicine cime appenniniche, tanto sul versante modenese del Monte Cimone quanto su quello bolognese del Corno alle Scale.

Oggi, confidando in giornate finalmente terse ed assolate, ripeteremo l’esperienza ciaspolando nelle abetaie della riserva di Campolino per salire al laghetto del Greppo (m 1442), portandoci poi, la mattina del giorno seguente e per un sentiero di crinale, al lago Scaffaiolo ed al rifugio Duca degli Abruzzi (m 1787), essendo comunque arrivati in funivia al passo della Croce Arcana (m 1737). Nota: l’iniziativa ha obbligo di prenotazione entro il 10 febbraio e di versamento del 50% di quanto richiesto.

Info e dettagli (anche relative al possibile grado di difficoltà) - Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

FORESTA DI PIAN DI NOVELLO

Partenza dal parcheggio grande di Pian di Novello, immediatamente sopra il paese. Iniziare il percorso in via dei Lamponi, in direzione dell’albergo “La Casetta” e dopo poche decine di metri, in prossimità di una fontana dove si trovavano i vecchi impianti da sci, oltrepassare una sbarra. Proseguire in lieve salita nel breve tratto di strada asfaltata, finchè il fondo diventa sterrato, ma ben praticabile. L’aspetto che offre la faggeta con i suoi colori è veramente stupendo e le panchine lungo il percorso rendono il tragitto ancora più gradevole. Poco più avanti, sulla sx, è possibile osservare la ricostruzione di una vecchia carbonaia, antico metodo per la produzione del carbone vegetale ed ancora avanti una sorgente indica “Orto di Giovannino” che è il nome che identifica questo tracciato utilizzato in inverno per lo sci di fondo. Percorsi circa km 3 dal punto di partenza, sulla dx, in bellissima posizione, si trova il rifugio “Lagacciolo” (m.1200) (conosciuto anche come rifugio Lippi) generalmente chiuso perché gestito dal Corpo Forestale di Stato, ma offre agli escursionisti un’ampia area pic-nic con sorgente e barbecue. Questa prima parte del percorso non è assolutamente impegnativa e costituisce una delle mete preferite dalle famiglie compresi anziani e bambini. Da qui inizia un bellissimo percorso ad anello (è consigliata la percorrenza in senso orario) che non presenta alcuna difficoltà, ma a causa della lunghezza e del dislivello, anche se graduale, è richiesto un minimo di allenamento.

Proseguire a dritto seguendo sempre la larga carrareccia principale evitando ogni deviazione laterale (il tracciato è così evidente che è praticamente impossibile sbagliare), anche se lungo il percorso ci sono diversi segnali in legno che indicano altri possibili itinerari o varianti. Inizialmente il tragitto corre in falsopiano, successivamente in discesa e poi piegando decisamente a destra inizia il tratto in salita che, attraversando un folto bosco con il terreno sempre ricoperto di foglie, raggiunge il Rifugio Fonte dei Cecchini (m.1310). Anche qui ci sono una bella fonte in pietra e un’area pic-nic, inoltre il rifugio in legno, anche se chiuso, ha un’ampia tettoia che offre riparo in caso di pioggia. Il luogo è sicuramente pieno di fascino: quando la luce del sole penetra nel folto bosco crea meravigliosi cromatismi di colori ed anche quando l’umidità presente nel sottobosco dà origine ad una leggera nebbia, il paesaggio assume un immagine decisamente fantastica. Dopo la sosta inizia l’ultima parte dell’itinerario inizialmente in falsopiano e leggera salita, poi totalmente in discesa fino a ritornare al rifugio “Lagacciolo” e successivamente al parcheggio di Pian di Novello

 

 

 

 

Domenica 26 marzo - Quercianella walk. La rete dei sentieri si snoda su di un sistema collinare che non supera i 200 metri di quota, direttamente prospiciente al mare ed il suolo è composto da rocce calcaree dette “calcari palombini” a causa del loro colore grigio scuro che ricorda il piumaggio del piccione selvatico (Colomba palumbus), formazioni rocciose formatesi oltre 100 milioni di anni fa in ambiente sottomarino e poi sollevate ed ammassate come grosse falde di ricoprimento durante l’orogenesi dell’ Appennino, verso la metà dell’era terziaria (circa 40 milioni di anni fa), per formare l’emergenze montuose di Quercianella. La forte vicinanza al mare, l’esposizione ai venti marini e la scarsa piovosità, consentono lo sviluppo della macchia mediterranea: un tipo di copertura vegetale composto d’essenze che si sono adattate ai climi caldi ed aridi soprattutto durante la stagione estiva ed alle prolungate esposizioni al sole. Lecci, eriche, corbezzoli, cisti marini e pini rappresentano la folta vegetazione presente nella zona, con fauna tipica dell'ambiente mediterraneo come cinghiali, scoiattoli, merli, cinciallegre. Questo l’ambiente in cui si svolgerà il “Quercianella walk”, un trekking ormai diventato tradizionale ed anche un evento culturale che si sviluppa su quattro tipi di percorso (a lunghezza variabile ma tutti non impegnativi), permettendoci in tale modo una esplorazione approfondita e semplice di un territorio che vale la pena di conoscere ed apprezzare.

Per informazioni tel. 335.7833238 e-mail: silvana.malevolti@virgilio.it

Domenica 9 aprile - sui sentieri di Michelangelo: l’area archeomineraria de la Cappella (Seravezza) - il borgo di Riomagno si trova lungo la riva sinistra del fiume Serra, un tempo chiamato anche Rimagno, lungo la strada che da Seravezza s’inoltra verso il Monte Altissimo. La località fu residenza (fino dal XIII° secolo) dei primi cavatori locali che estraevano il marmo dalla Cappella, ma è a Michelangelo (1517) che si deve la realizzazione dell'attuale percorso che collega Riomagno alla Cappella ed al sovrastante Azzano, per arrivare fino al Monte Altissimo ed è per questa ragione che quest'antico sentiero, oggi diventato un interessante itinerario storico-artistico, ha preso il nome di “Via di Michelangelo”. Da qui saliremo per una vecchia via di lizza ed in circa h.1.30 saremo, attraversando terreni coltivati e castagneti, al paese di Fabbiano per raggiungere quindi l'Area Archeomineraria de La Cappella, un sistema di cave dismesse all'interno del quale è  allestito un percorso illustrativo delle attività minerarie della zona. Dalle cave saliremo ancora per altri 15/30 minuti e arriveremo alla Pieve romanica di S. Martino de La Cappella (XI-XII secolo), su una terrazza panoramica naturale, sopra la valle del Serra e con vista spettacolare del Monte Altissimo e delle sue cave. Interessante sarà inoltre anche un oratorio, con dedica all’Annunziata e di cui purtroppo rimangono in piedi solo le mura, che è presistente alla Pieve e che rappresentava, intorno all’anno 1000, un “ospitale” per i pellegrini che si fermavano qui per poi recarsi a Basati, Terrinca, Levigliani e quindi in Garfagnana ed oltre, valicando l’Appennino. Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Da  - http://www.prolocoseravezza.it/index.php                                                       

la Pieve di San Martino

 

 

 

 

 

escursione: Dal paese di Riomagno, parcheggiata l'auto, si va verso destra, fiancheggiando il negozio di alimentari. Sorpassato l'arco si gira a destra e poi subito a sinistra, salendo lungo l'antica mulattiera.

La si percorre, attraversando terreni coltivati e castagneti, fino al paese di Fabbiano. Attraversato il paese si arriva all'Area Archeomineraria de La Cappella, un sistema di cave dismesse all'interno del quale è  allestito un percorso.

Da qui si continua fino alla Pieve romanica di S. Martino de La Cappella (XI-XII secolo), su una terrazza panoramica naturale che sovrasta la valle del Serra, fra le propaggini del monte Cavallo e quelle del Trambiserra, offrendo una vista spettacolare del Monte Altissimo e delle sue cave, famose fin dai tempi di Michelangelo. Da - http://www.prolocoseravezza.it/index.php

riferimento escursione: http://www.prolocoseravezza.it/escursione-it.php?nome=riomagno-la-cappella

Riomagno (88 m s.l.m.) - Fabbiano (383 m s.l.m.) - La Cappella (445 m s.l.m.)

Partenza: Riomagno (88 m s.l.m.)
Arrivo: La Cappella (445 m s.l.m.)
Dislivello: 357 m
Tempo di percorrenza: andata h.1/1.30 + m.20 -  ritorno h.1.10 + m.15 (m.20/30 x visita cave)

Difficoltà: E –escursionistica. Acqua in Riomagno – Fabbiano – La Cappella
Interessi prevalenti: Artistico – Naturalistici (Pieve S. Martino – Area archeomineraria)

Note sul percorso: Mulattiera ampia e ben tenuta che rientra nel SAV (Sentiero Alta Versilia)

Riferimenti sui borghi attraversati : 

http://www.prolocoseravezza.it/localita-alta-versilia-it.php?nome=riomagno

Inerpicandosi per la via che da Seravezza conduce ad Azzano, in località La Cappella si trova la Pieve di San Martino. Rivolta verso le cave di marmo del Monte Altissimo, ben conosciute da Michelangelo, e affacciata sulla valle del torrente Serra, con il mare in lontananza, la pieve offre uno degli scorci più suggestivi di tutta l’alta Versilia. In antico dotata di un portico distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che la tradizione collega alla presenza in zona dello stesso Michelangelo – ma realizzato da Donato Benti nel 1538 – la chiesa è attestata con sicurezza solo alla fine del XIII secolo, quando ottenne la concessione del fonte battesimale, ma un edificio religioso era probabilmente presente nella zona almeno fin dal secolo VIII, quando è attestato il toponimo “Capelle”.

Nonostante i numerosi interventi di modifica realizzati nel corso dei secoli, possono essere ben riconosciute nell’edificio le caratteristiche di monumentale semplicità proprie dell’architettura romanica lucchese. Ancora oggi è affiancata, in posizione leggermente ribassata e raggiungibile tramite un antico sentiero lastricato, da un oratorio, con dedica all’Annunziata, di cui restano in piedi solo le mura.

Descrizione »  La Pieve di San Martino ha pianta rettangolare a tre navate senza transetto con tribuna quadrangolare. Le navate sono divise da arcate a tutto sesto impostate su colonne; le navate laterali sono coperte con volte a crociera, mentre la navata centrale e la tribuna hanno entrambe copertura voltata a botte. Il pavimento, seicentesco, è a riquadri bianchi e neri – tranne nel coro, sopraelevato, rivestito di lastroni di marmo bianco – e ospita numerose tombe terragne con lapidi sepolcrali scolpite.

All’esterno la chiesa termina senza abside – gli spazi di risulta dati dalla presenza all’interno della tribuna sono occupati dalla sagrestia e da un locale di servizio - e la facciata a salienti rispecchia fedelmente la suddivisione interna degli spazi: ne risulta un edificio imponente, la cui armonia viene accentuata dal liscio rivestimento in marmo bianco. Resta in facciata l’arcata destra del portico cinquecentesco. La massiccia torre campanaria si eleva isolata e non perfettamente in asse con la chiesa nella parte destra del sagrato.

Storia » La Pieve di San Martino è dipesa dalla diocesi di Luni fino al 1789, quando venne assegnata alla diocesi di Pisa. È del 1299 il primo documento riferibile con certezza alla Pieve di San Martino, a questa data quindi già edificata: in quell’anno infatti gli abitanti della zona chiedono al vescovo lunense Antonio il beneficio del fonte battesimale e l’indipendenza dalla Pieve di Vallecchia, motivando tale richiesta con l’impossibilità logistica di raggiungere nella stagione invernale la chiesa madre, troppo distante. Il toponimo “Capelle” viene peraltro già riferito a questa zona in documenti dell’VIII secolo, testimoniando l’esistenza di un luogo di culto.

Nei primi decenni del XVI secolo vengono aperte le vicine cave del Monte Altissimo: il comune le dona alla Repubblica Fiorentina e Cosimo I invia nella zona Michelangelo per curare l’approvvigionamento di marmi per l’intervento dello stesso nella chiesa fiorentina di San Lorenzo. Proprio in questi anni viene realizzato dal fiorentino Donato Benti il portico antistante la facciata. Nel 1944 una bomba colpisce il campanile: se ne staccano alcuni massi che, cadendo sul portico, ne determinano la parziale rovina. A guerra conclusa gli abitanti, preoccupati della stabilità di quanto rimasto in opera, provvedono al completo smantellamento, ricoverando in una zona retrostante la chiesa i materiali rimossi.

Riferimenti dal sito: http://www.itineraromanica.eu/index.php?id=140&lang=it

                       Oratorio dell'Annunziata

Area archeomineraria:  

L’inizio dell’attività estrattiva nelle cave del Monte della Cappella è incerto. C’è chi lo fa risalire al periodo romano, c’è chi lo pone, più verosimilmente, dopo l’anno Mille. Di sicuro, i marmi bianchi e i ‘bardigli’ del luogo (di inconfondibile ed intenso colore grigio-ceruleo) sono serviti, nel XII-XIII sec., per il paramento murario, in opus quadratum, rispettivamente della Pieve di S. Martino e della sua torre campanaria. Si hanno poi notizie frammentarie ed indirette di escavazioni nel Monte della Cappella per tutto il XV sec., quando un difficile collegamento viario con il fondovalle e la pianura litoranea, limitava notevolmente la produzione lapidea. Il 18 maggio 1515, gli Uomini delle Comunità di Seravezza e della Cappella donavano alcune loro pertinenze alla Repubblica e al Popolo fiorentino “pro marmoribus cavandis”. In quegli atti si ricordano gli agri marmiferi del territorio, tra cui “Montes Capellae, Finuculariae et Costae”.

Nel 1518, Michelangelo Buonarroti costruiva la strada carrabile nel fondovalle, da Seravezza fino alla base dei bacini di Trambiserra e della Cappella, favorendo così il successivo sviluppo estrattivo della zona.
Un ulteriore impulso alle cave della Valle del Serra si deve al Granduca Cosimo I de’ Medici (1567), che spinse la “Via dei marmi” fino al Monte Altissimo ed inviò in Versilia diversi scultori ed architetti (Vasari, Ammannati, Giambologna, Danti, Moschino, Fancelli, ecc.) per ricavare marmi dalle cave di Solaio, Ceràgiola, Cappella, Trambiserra, Altissimo e Monte di Stazzema.

cave di Trambiserra. Nel XVII sec., le cave della Cappella hanno continuato a fornire i marmi bianchi e i bardigli soprattutto per l’Opera di S. Maria del Fiore di Firenze. Un documento del 1687 ricorda, per la prima volta, le produzioni di mattonelle quadrate in marmo per pavimenti (chiamate “marmette” o “quadrette” o “ambrogette”), che hanno caratterizzato per quasi tre secoli l’impresa estrattiva delle cave della Cappella. Non a caso, gli abitanti del vicino paese di Fabiano erano detti “piastrellai” proprio perché prevalentemente occupati in questa lavorazione. Il Settecento ha visto gli agri marmiferi della Cappella intensamente coltivati per “opere di quadro”, quali “colonne, stipiti di porte, caminetti, tavole e ambrogette da pavimento”. Nel 1768, le cave raggiungevano il numero di 21, per poi salire a 27 verso il 1850, con ben 114 scalpellini al lavoro.
Fino alla metà del XIX sec., le cave della Cappella erano concentrate nella parte medio-bassa dell’omonimo Monte, lungo l’affioramento, oggi esaurito, dei marmi bianchi. Nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, l’escavazione si spingeva anche nelle parti più elevate del versante, quasi a ridosso della Pieve di S. Martino e del paese di Fabiano.
Per buona parte del Novecento, le vie di lizza e le teleferiche hanno continuato a discendere i blocchi estratti, fino ai poggi caricatori nel fondovalle, sulla riva sinistra del fiume Serra.

Negli anni Sessanta dello stesso secolo, la strada di arroccamento e il trasporto su gomma hanno fatto appena in tempo ad insediarsi che, di lì a poco, l’attività delle cave di marmo della Cappella si è conclusa, lasciando notevole traccia di sé ed un paesaggio minerario unico e suggestivo.

 

Tratto da:   http://www.archeominerario.it/archeominerario_cave_cappella_1.html

                     http://www.archeominerario.it/archeominerario_cave_cappella_2.html

altre info:    http://www.versilia.toscana.it/marmo/michel.html

Domenica 23 aprile - la Riserva Naturale di Monterufoli-Caselli e le cascate della Sterza

Il territorio della Val di Cecina è caratterizzato da un elevato valore naturalistico e storico-culturale con la presenza di tre importanti aree protette: la Riserva Naturale di Berignone, di Monterufoli-Caselli e di Montenero, estese su una superficie complessiva di circa 7100 ettari che attraversa i territori dei comuni di Pomarance, Monteverdi Marittimo, Montecatini Val di Cecina e Volterra. Tra queste, in particolare, la Riserva Naturale di Monterufoli-Caselli riveste una grande importanza paesaggistica e naturalistica per l’ottimo stato di conservazione dei luoghi e la presenza di molteplici biodiversità: vaste foreste e fitte macchie attraversate da una rete di torrenti quali lo Sterza ed il Trossa, che determinano una delle zone verdi e selvagge più importanti della Toscana. L’habitat, particolarmente vario, ospita numerose piante e animali ed è caratterizzato da una flora endemica e soprattutto da interessanti mineralizzazioni e formazioni geologiche che attraggono gli appassionati di geologia e gli escursionisti. La nostra visita odierna percorrerà un anello, a partire dal borgo di Canneto, per ammirare le splendide fioriture dei tulipani e dei narcisi, faremo poi sosta al laghetto di Caselli per il pranzo e continueremo, nel pomeriggio, verso le cascate della Sterza. Il trekking non presenta particolari difficoltà ed è di circa 5 ore, escluse le soste, da tenere presente comunque che il periodo delle fioriture è variabile di anno in anno ................. Dovendo scegliere una data precisa abbiamo optato per il 23 aprile, confidando in un inverno non troppo freddo che abbia permesso lo sbocciare di tulipani e narcisi. Info e prenotazioni -Salvatore e Laura Picardi - 0586 861138 - 347 3637538 -   

   Foto Marco Morelli da http://carrozzadergambini.it                                  

altre info: http://www.parks.it/riserva.monterufoli.caselli/     e    http://www.turismo.intoscana.it/site/it/natura/Riserva-Naturale-Monterufoli-Caselli/

        Una due giorni fuori programma (30.04/01.05) al lago Calamone ed alla fortezza di mont'Alfonso  

Per approfittare pienamente del periodo migliore dell’anno si è pensato di organizzare una due giorni al villaggio Anemone, da noi ben conosciuto per l’ottima ospitalità che ogni volta ci riserva.

Si tratterebbe  di domenica 30 aprile e di lunedi 1 maggio, con cena, pernottamento e successiva colazione e pranzo.

Questo il programma di massima: il giorno 30 aprile andremo in visita alla fortezza di Mont’Alfonso a Castelnuovo G., eretta alla fine del Cinquecento come estremo presidio difensivo del Ducato di Ferrara a difesa del confine con la Repubblica di Lucca, con ritorno pomeridiano a Capanne di Sillano, passeggiata al laghetto sovrastante il villaggio, cena e pernottamento. Il I° maggio invece la nostra mèta sarà il lago di Calamone nell’appennino reggiano, con ritorno al villaggio per il pranzo ed eventuale e successiva sosta a Ponte a Moriano per la fioritura delle azalee. Nota: l’iniziativa sarà effettuata se registrarà un minimo di partecipanti (15). La prenotazione è obbligatoria - entro il giorno 25.04 – con versamento a Giovanna di €20 di acconto, da girare al villaggio Anemone, sui 48 euro richiesti +  €.2 di tassa di soggiorno.

Info: Giovanna Massidda - cell:333 9055927

 

Il lago Calamone, ai piedi del monte Ventasso ed immerso in un ambiente caratterizzato da ampie radure, boschi di faggio originari (con esemplari isolati di dimensione monumentale) e da conifere di impianto artificiale, è sicuramente il più suggestivo dei laghi di origine glaciale della montagna reggiana. Ben tutelato nel suo pregio paesaggistico, al punto che la stazione sciistica è stata costruita a valle proprio per non interferire con il suo habitat lacustre, che offre vere rarità botaniche, è un ambiente che ad ogni stagione ci offre paesaggi dai colori differenti ed è  reso ancora più magico dalla statuetta della Madonna, situata al centro su un isolotto.

 

 

 

la Fortezza di Mont'Alfonso. Sorge su un rilievo poco fuori Castelnuovo e fù costruita verso la fine del ’500 dal Duca Alfonso II d’Este per offrire alla città un sicuro rifugio e difesa in caso di attacco e assedio. Realizzata su progetto dell’ architetto Marco Antonio Pasi, la fortezza e’ formata da una lunga cinta muraria con sette baluardi, collocati in modo asimmetrico per adeguarsi alle caratteristiche del terreno. All’ interno erano pòsti gli edifici destinati alle truppe e agli ufficiali ma di questi ne rimangono solo sette, essendo stati gli altri demoliti o abbandonati a se stessi.

 

 

                                      

Domenica 7 maggio. LA VALLE DEL TORRENTE PAVONE

Tra le morbide colline della maremma pisana scorre un placido torrente che lungo il suo corso forma bellissime pozze di acqua verde smeraldo: il Torrente Pavone, il principale affluente del fiume Cecina. Si tratta di piscine naturali, la più ampia e forse la più bella delle quali è chiamata la pozza verde, costeggiata da spiaggette sassose e sabbiose che la rendono ideale per bivaccare e prendere il sole. L’escursione di oggi può considerarsi avventurosa ed abbastanza impegnativa, dovendosi percorrere per un tratto l’alveo roccioso di uno dei più spettacolari torrenti della valle, alla scoperta di ambienti acquatici sorprendenti come anche di splendidi scorci pittoreschi.

Ci immergeremo dunque in un ambiente ricco di bellezze naturali e storiche della Val di Cecina, partendo dal suggestivo borgo di Montecastelli, incontrando lungo il cammino le "buche fiorentine", le interessanti cavità naturali di cui si è detto prima, la Pieve di San Giovanni, la Rocca Sillana, famoso baluardo medievale oggi interamente restaurato ed infine le antiche miniere di rame.

L’itinerario è impegnativo ma anche estremamente particolare e meritevole di una visita, con tratti in pendenza e guadi da effettuarsi in acqua ( occorrono scarpette impermeabili) e saranno necessarie circa 7 ore per completarlo……………per info e dettagli si raccomanda quindi di rivolgersi ai referenti, prima di aderire all’iniziativa.

Foto da http://www.girografando.it/tag/pavone-montecastelli/                  

Info e prenotazioni -Salvatore e Laura Picardi - 0586 861138 - 347 3637538 -   

Domenica 13 maggio: Escursione al passo Sella (mt.1500)

 

Ampio e verde valico tra le valli di Arni e d'Arnetola è solitamente una tappa di passaggio per chi si dirige al Passo Fiocca per poi scendere di nuovo ad Arni passando per lo stupendo bosco del Fatonero, oppure per chi si vuol cimentare con il sentiero attrezzato Vecchiacchi, che porta alla Focetta dell'Acqua Fredda. L’escursione di oggi ci condurrà dal borgo di Arni (mt.916) fino in cima al passo Sella per una strada sterrata di cava (marmifera), permettendoci di osservare da vicino le zone di estrazione del marmo apuano, non attive nel giorno festivo ma a tutt’oggi operative. In dettaglio: dal paese di Arni si prenderà la strada marmifera e quindi, dopo circa 2 km, il sentiero CAI n.31 che in h. 2,20 ci condurrà al Passo Sella, ampia e panoramica conca prativa, crocevia di molti itinerari, sotto l'impervio Monte Sella ad ovest e la Tambura ad est. Volendo, ma verrà deciso sul momento e per chi avrà ancora energie da investire, l’escursione potrebbe proseguire (altre h.0,45) fino al Monte Fiocca (mt.1711), vetta suggestiva e molto panoramica. Ritorno per lo stesso itinerario, con difficoltà complessiva di tipo E, pranzo al sacco, scarpe da montagna, giacca a vento/acqua e medio allenamento. Per ogni dubbio sentire il referente -

Info: Fabio Paltrinieri 0586-505485 / 338 7708578

 

Domenica 28 maggio: La Torbiera di Fociomboli e gli alpeggi di Puntato e Col di Favilla.

Andremo verso un'area incontaminata e raggiungibile solo a piedi: gli alpeggi di Puntato e Col di Favilla, un insieme di baite in pietra disabitate pòste in una suggestiva conca prativa, tra i 920 - 1150 mt s.l.m, sovrastata dal maestoso panorama delle imponenti vette del Monte Corchia, del Freddone, del Pizzo delle Saette e della Pania della Croce. Abitata da comunità di pastori quest’area rappresentava anticamente l’alpeggio di Levigliani (sec.XVII), diventando intorno al 1880 un borgo con popolazione stabile, ad attività prevalente di pastorizia e produzione di carbone, ed essere infine abbandonata verso la metà del 1900. L'atmosfera di questi luoghi è sicuramente unica ma affascinante sarà anche il percorso di avvicinamento, a partire da Passo Croce (dove inizia la marmifera per il m.Corchia), quando attraverseremo faggete e boschi di castagno e prati e pascoli, incontrando frequentemente sul nostro cammino delle marginette votive, zone di sosta e preghiera per pastori e pellegrini. Particolarmente interessante sarà anche la Torbiera di Fociomboli, per la quale passeremo: una conca prativa acquitrinosa, residuo dell’ultima glaciazione, circondata da un bosco di faggi e percorsa da rivoli di acqua meteorica alimentati anche da molteplici sorgenti sotterranee. L’escursione non è particolarmente faticosa per i dislivelli superati quanto, se mai, per la lunghezza complessiva dell’anello (5/6 ore), consigliata quindi a buoni camminatori.   Info: Giovanna Massidda - cell: 333 9055927

                                                                                                                    

    Dettaglio - In auto: da Terrinca si prosegue verso la  strada della galleria del Cipollaio, ma, dopo circa un chilometro, molto prima della galleria, si imbocca a destra una strada (deviazione evidente, in salita) che, con numerosi tornanti, sale prima a Pian di Lago, una terrazza prativa alla pendici sud del Monte Corchia. e poi al soprastante Passo di Croce (1.160m), dove conviene parcheggiare la macchina (marginetta a valle del passo sotto un pilone dell' elettrodotto). Periodo consigliato: dalla tarda primavera al tardo autunno

Trek -

Si percorre a piedi la strada marmifera molto dissestata che taglia i fianchi occidentali dei Torrioni del Corchia e che porta al valico di Fociomboli (1.260m), spartiacque fra il versante marittimo e quello interno garfagnino delle Apuane.

Lasciata a destra la strada che prosegue verso le cave abbandonate del "Retro Corchia" (segnavia 129), si prende la mulattiera di sinistra (segnavia 11) e nella faggeta si inizia una leggera salita verso il Padule di Fociomboli (ci si arriva in h.0,30), la più importante zona umida delle Apuane (una conca prativa ed acquitrinosa, residuo di un laghetto incastonato in un circo glaciale wurmiano che custodisce rare piante di particolare valore geobotanico e conserva, nei depositi di limo e di torba del sottosuolo, pollini fossili che documentano le vicende climatiche e floristiche delle epoche glaciale e post-glaciale). Lungo il percorso si toccano parecchie marginette    Proseguendo il nostro cammino, si guada il torrentello che scende dal padule e si continua in costa, fino a sbucare sull'ampio ripiano di Puntato, un tempo alpeggio estivo dei paesi di Terrinca e di Levigliani. Caratteristiche le abitazioni, in parte in stato di rudere, in parte ristrutturate e ben visibili sono gli antichi terrazzamenti dei pendii ("a ciglioni"), un tempo coltivati a segale ed a patate. Di recente restaurato dalla Comunità Montana su finanziamento del Parco è l'oratorio della Santissima Trinità dal grazioso campanile a vela. Nei prati circostanti bruca allo stato brado una mandria di mucche con toro di razza rendena. Dalla chiesa si piega a destra e si prosegue, sempre seguendo il segnavia 11, con un piacevole percorso in costa. La mulattiera bordata da sorbi degli uccellatori e da faggi dalle intricate radici, penetra da ultimo in un castagneto e raggiunge la dorsale sulla quale si trova l'alpeggio di Col di Favilla. Si tratta di un antico insediamento temporaneo estivo, diventato poi villaggio stabile, per essere definitivamente abbandonato agli inizi degli anni Settanta (da Fociomboli ci avremo messo h.1,30). Al Col di Favilla si imbocca poi il sentiero (n° 9), proveniente dal lago di Isola Santa, nella valle di Turrite Secche e ai piedi del Pizzo delle Saette, si inizia a risalire il Canale delle Verghe, giungendo  così alla Foce di Mosceta, una larga insellatura erbosa - quasi "muschiesa" - posta tra il Monte Cerchia e la Pania della Croce (1.182 mt a circa ore 1,30 dal paesino abbandonato,di cui si diceva prima). Nei suoi pressi, poco a monte dell'omonima torbiera, si trova il rifugio G. Del Freo del CAI di Viareggio circondate da recenti rimboschimenti di abeti e di larici (1.180m). La bellezza del posto e l'ottima cucina del rifugio Del Freo potrebbero suggerire anche di pernottare in questa località. Alla mattina seguente si potrà così raggiungere la panoramica vetta della Pania della Croce, la "regina" delle Apuane (1.859m). Un suggerimento a pernottare, viene anche spontaneo, vista l’abbondanza delle macchie di lamponi che si trovano tutto intorno, vere e proprie distese a perdita d’occhio che, in agosto, potrebbero permettere e una abbondante raccolta di questo rosso frutto del bosco e l’osservazione delle stelle cadenti……..visto che la montagna, garantisce l’assenza di ogni inquinamento luminoso.

Se invece si vuole concludere il percorso in giornata, si prende il sentiero 129 che si stacca alle spalle del rifugio, si acquista inizialmente quota in un bosco di conifere (una ventina di minuti)  poi, dopo aver ripreso fiato rimanendo in quota nel bosco,  si sale in una fitta faggeta, lungo le pendici nord orientali del Monte Corchia (circa 20 minuti di salita abbastanza ostica) e terminiamo il nostro percorso sulla strada marmifera, non molto distante dal valico di Fociomboli (ore 1, 30 complessive, dal rifugio a qui)). Da fare attenzione alla deviazione, non molto evidente, che vediamo a sinistra, su un albero in alto.

Il segnale 129, bianco e rosso, con le indicazioni x Fociomboli, ci confermerà che la direzione è giusta  e che ci si dovrà inerpicare per una severa salita. Lungo il tracciato si possono notare diverse carbonaie, a testimonianza di una attività oggi ormai scomparsa.

Note di viaggio: il percorso, molto interessante e bello, per la varietà dei paesaggi e degli ambienti incontrati – boschi di faggi, castagni, abeti, macchie di lamponi e mirtilli, montagne, prati, villaggi, alpeggi, etc.etc.- è  turistico fino a Col di Favilla, impegnandoci nella risalita del canale delle Verghe per almeno  una trentina di minuti (sent.9) e nei due tratti in salita, prima ricordati, dal rifugio a Fociomboli per una ventina di minuti ciascuno……………considerato che l’intero anello avrà la durata di circa cinque/sei ore, si consiglia a buoni camminatori e si raccomanda anche di tenere molto di conto le ore di luce disponibili, per non farsi sorprendere nei boschi dal buio .

Domenica 4 giugno - in canoa e/o barchini da palude sul lago di Massaciuccoli

L'ambiente della Riserva naturale ricalca quello dell'intero lago, dove sono presenti un po' tutti i microambienti del lago stesso. A causa della sua particolare posizione, eccezionale per il transito e la sosta degli uccelli migratori, il lago e la Riserva naturale ospitano moltissime specie in tutte le stagioni. In inverno, ad esempio, lo Svasso maggiore ed il Cormorano, che si immergono a pescare Tinche e Muggini, mentre nella palude stazionano l'Airone cenerino, la Garzetta, l'Airone bianco maggiore ed il Guardabuoi. E’ in marzo ed aprile però, che il Lago riserva gli spettacoli più allettanti, con numerose Anatre in viaggio verso Nord che si uniscono alla moltitudine dei Trampolieri e La primavera è anche il periodo migliore per ammirare gli spettacolari tuffi del Falco pescatore e le piccole colonie del più elegante Cavaliere d'Italia. La nostra proposta, riservata ai soci agire verde, è di esplorare, in mattinata, questo splendido ambiente naturale in due modi: 1) Percorrendo gli stretti canali con le guide utilizzando I barchini da palude, che consentono di godere alla giusta velocità e nel più assoluto silenzio i suoni e le emozioni dell’habitat. 2) andare in canoa attraverso i canali grandi e piccoli che si intrecciano tra i canneti con Kayak singoli e doppi o canoe canadesi a 2 o 3 posti, con l’utilizzo di mappe fornite alla partenza. La prenotazione va effettuata entro e non oltre domenica 21 giugno, con versamento della quota relativa che è di 12 euro per il barchino da palude con guida e di 8 euro per la canoa (chi scegliesse la canoa però, deve essere certo di saperci andare, come di sapere nuotare). Dopo la data indicata non verranno più accettate prenotazioni. Nel pomeriggio invece, tutti insieme, visiteremo i resti della villa della famiglia dei Venulei, costruita agli inizi del I secolo d.C. e di cui si conserva il monumentale complesso termale, risalendo un sentiero che attraversa gli uliveti e ci conduce ad un secondo edificio di età romana, scoperto negli anni trenta, al cui interno è conservato un piccolo quartiere termale di cui sono ancora visibili alcuni ambienti, parte dell'impianto di riscaldamento e il mosaico pavimentale del frigidarium, decorato con animali fantastici in tessere bianche e nere. Info - Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE E GLI SCAVI

Le prime scoperte archeologiche risalgono al 1756 ma i risultati sono scarsi. Nel 1770 vengono riorganizzate alcune indagini e viene ritrovata una fistula acquaria. Tuttavia, il primo segno di un interesse pubblico intorno alle antichità di Massaciuccoli si data al 1819 per volontà di Maria Luisa di Borbone. L'attenzione delle Istituzioni, al più alto livello, si ripeterà ancora nel XX secolo all'inizio degli anni Venti, con l'esplorazione intrapresa dalla Soprintendenza (allora alle Antichità dell'Etruria) nel piazzale su cui sorge la Pieve di San Lorenzo e nella terrazza sottostante, tra i muri eccezionalmente monumentali delle “Terme”. Negli anni Trenta, uno scavo d'emergenza lungo via Pietra a Padule, rinviene il settore occidentale di un altro complesso, con balneum e mosaici, interpretato come parte di una villa romana. È il Comune di Massarosa che negli anni 2000 si fa promotore del prosieguo dei lavori. Nel 2004 le indagini preventive alla costruzione di un nuovo Museo sul sito della Scuola elementare già dismessa, posta su un alto terrazzo a monte di via Pietra a Padule, mettono in evidenza l'estensione dell'area occupata da strutture di epoca romana e determinano un mutamento di rotta. Si sceglie di musealizzare il complesso a valle della via Pietra a Padule sotto un Padiglione costruito nel 2007. Nel frattempo, il sito destinato a Museo si trasforma in un cantiere finalizzato all'esplorazione dell'area dove i sondaggi preventivi (2006) restituiscono sicuri indizi della parte nord‐orientale dello stesso complesso edilizio scoperto negli anni Trenta. Successivamente, gli studi che affrontano l'interpretazione delle “Terme” sulla collina e della “Villa” ai suoi piedi rivoluzionano le letture precedenti e rivelano relazioni a vari livelli tra i due complessi: con questi presupposti vengono avviate le indagini del 2006‐2009 e quella del 2011-2012. Obiettivo di queste ultime campagne è stato ricostruire gli avvenimenti, dalla costruzione dell'impianto fino al suo completo abbandono, scandendone cronologicamente i momenti salienti, cercare di ridisegnare gli spazi che caratterizzavano l'edificio e comprenderne le funzione.

PERIODO PRE ROMANO Ciò che rimane del periodo più antico attestato nell'area di scavo sono resti di strutture irregolari e ormai difficilmente leggibili, che assieme ai pochi frammenti ceramici rinvenuti permettono di collocare il primo periodo di utilizzo in un generico momento compreso tra il VII e il IV secolo a.C. Nonostante l'assenza di elementi certi, la storia del sito di Massaciuccoli comincia con strutture, probabilmente capanne, costruite in materiali deperibili quali terra, paglia e legno collocate sopra ad un deposito privo di ulteriori tracce antropiche. In un momento successivo, anch'esso di difficile interpretazione, sui resti di parte delle fondazioni delle strutture appena descritte si costruisce un edificio in pietra con andamento curvilineo, identificata in struttura abitativa o difensiva, ma tali ipotesi sono ancora aperte nell'attesa che emergano nuovi dati.

PERIODO ROMANO Le prime tracce dell'occupazione di epoca romana corrispondono ai resti di un edificio in muratura databile attorno al I secolo a.C, localizzato nel settore nord-orientale dell'area di scavo. Le strutture rinvenute sono riferibili ad un edificio con un unico vano, forse un rustico isolato oppure parte di un edificio più ampio che si estendeva a nord, oltre il limite dell'area di scavo. Questo rimane in uso fino agli inizi del I secolo d.C. quando si procede alla riorganizzazione dell'area attraverso l'impianto di un esteso complesso rustico connesso allo sfruttamento agricolo.

L'équipe di archeologi ha messo in luce una struttura più complessa: ai resti monumentali della villa dell'otium dei Venulei si aggiungono anche resti di strutture produttive. Si vengono così a delineare due aspetti importanti della vita: l’otium e il negotium. L'area archeologica “Massaciuccoli romana” si divide quindi in due complessi principali: in alto sulla collina i resti monumentali della villa dell'otium con le terme; in basso, diviso in due sezioni dalla strada moderna, l'“edificio con mosaico”. Benché manchino elementi per risalire alla data di costruzione, non si esclude la contemporaneità dei complessi e si ipotizza una funzione “di servizio” dell'edificio in basso rispetto a quello sulla collina. Con le ultime ricerche si è riusciti a restituire il complesso nella sua diacronia, ovvero nella sequenza di momenti che vedono la nascita, lo sviluppo, le trasformazioni, il declino e il riuso, fino al seppellimento.

La villa dei Venulei

Salendo alla Pieve di San Lorenzo sono visibili i resti monumentali della villa costruita dalla famiglia dei Venulei, che nei secoli I e II d.C. sono una delle più importanti famiglie di Pisa. Lo sviluppo della villa e il lussuoso apparato ornamentale riflettono le fortune economiche e politiche dei suoi ricchi proprietari che da Pisa o da Roma, dove svolgevano le loro attività, qui venivano a trascorre i periodi di otium. Due iscrizioni attestano il legame dei Venulei con Massaciuccoli. La

prima è un bollo su una conduttura in piombo rinvenuta nella villa, la seconda iscrizione è anch'essa un bollo su un laterizio rinvenuto nell'edificio con mosaico.

Costruita agli inizi del I secolo d.C., tra il I e il II secolo d.C. la villa subisce restauri e lavori di ampliamento che accentuano il carattere scenografico del complesso monumentale affacciato sullo splendido paesaggio lacustre. Sul terrazzo superiore, successivamente occupato dalla Pieve di San Lorenzo, era collocata la parte residenziale della villa. Nel piazzale antistante la chiesa si presuppone vi fosse collocato il castellum acquae, ovvero il serbatoio generale nel quale venivano raccolte le acque che alimentavano il ninfeo posto a metà tra le due terrazze e l'impianto termale nella terrazza inferiore.

Le terme

Nella terrazza inferiore si articolavano i vari ambienti dell'edificio termale. La pianta non ha una disposizione regolare per cui si presume abbia subito modificazioni ed ampliamenti rispetto all'edificio iniziale. L'ingresso principale, molto probabilmente collocato sul lato sud, si affacciava su una vasta sala di pianta rettangolare dalla quale si accedeva ad altre stanze che conducevano agli ambienti principali dell'impianto: frigidarium, tepidarium, calidarium e alla grande sala centrale.

Il grande salone centrale, anch'esso di forma rettangolare, presentava muri formati da mattoni di grandi dimensioni che si levavano fino al soffitto a volta e pavimento con dettagli romboidali e triangolari di marmo giallo antico; si attesta nella sala la presenza di nicchie absidate rivestite da lastre in marmo contenenti statue.

Ambienti secondari presenti erano: la sala massaggi, il vestibolo, la latrina ed altri adibiti a contenere la calida lavatio (vasca per il bagno caldo) e il praefurnium (forno in cui si produceva aria calda ad altissima temperatura).

Il sistema di riscaldamento della cella calidaria prevedeva l'utilizzo di tubuli fittili che attraversavano le intercapedini dei pavimenti e dei muri; questo sistema era così efficiente che negli ambienti più caldi la temperatura raggiungeva anche i 50-60 °C.

L'area funzionale

Un nuovo edificio, probabilmente dipendenza della villa d’otium accostata alla famiglia pisana dei Venulei, viene impostato poco più in basso e articolato in quartieri funzionali ripartiti al loro interno e con destinazioni d'uso diversificate. Una serie di ambienti sono distribuiti attorno ad un ampio cortile porticato con giardino centrale e munito di due canalizzazioni lungo il perimetro (una per raccogliere e smaltire le acque meteoriche, l'altra per drenare l'umidità dai vani). Il cortile è configurato come un'area di transito e di comunicazione tra i vani, nonché come area di lavoro per attività di cui non è però possibile accertare la natura.

Nella parte centro settentrionale si sviluppano una serie di ambienti funzionali allo svolgimento delle attività quotidiane: un granaio, magazzini, rimesse per attrezzi e piccoli ambienti forse ricovero per lavoranti. A nord, un grande vano è ripartito in diverse zone funzionali mediante pavimentazioni differenti e tramezzi. Le caratteristiche morfologiche e tipologiche lasciano ipotizzare la presenza di un torchio oleario o vinario. Sul lato sud-orientale del cortile centrale si affacciano un'ampia cucina ed una stanza pavimentata, forse utilizzata come stanza da letto (cubiculum). Una muratura perimetrale evidenzia la netta separazione del quartiere produttivo dal grande cortile centrale.

Tra l'età claudiana e la fine del I secolo d.C. si registra il secondo rinnovamento dell'impianto con una serie di modifiche nella ripartizione e nella funzionalità degli spazi interni. La porzione maggiormente interessata è quella settentrionale dove il grande ambiente in cui si ipotizza la presenza di un torchio viene smantellato e suddiviso in vani più piccoli; il porticato nord si trasforma in cortile scoperto dove si svolgono attività connesse all'uso del fuoco; i piccoli ambienti affacciati sul cortile vengono accorpati ottenendo vani di servizio più ampi. Sul limite orientale dell'area si ipotizza l'esistenza di una grande cisterna per la raccolta dell'acqua.
È credibile supporre che la parte residenziale dell'edificio si articolasse lungo i lati est, sud e
ovest del cortile, dove doveva anche trovarsi l'ingresso principale. In questa fase si attesta anche la costruzione di un piccolo circuito termale (balneum) nella porzione di edificio ad ovest di via Pietra Padule.

Nel II secolo d.C. un probabile evento traumatico provoca il crollo di parte delle murature che vengono ristrutturate. Ciò comporta una nuova ripartizione degli spazi con la creazione di vani più ampi e la creazione di un'area destinata al culto (sacellum) che si apre sul cortile centrale. La nuova organizzazione sembra trasformare la vocazione dell'edificio, che adesso potrebbe essere utilizzato come struttura di accoglienza (mansio). A nord rimangono i vani adibiti alle attività produttive (legate all'allevamento e all'agricoltura) connesse con l'utilizzo di fuoco e acqua, attestate dalla presenza di piani di cottura e di sistemi per l'approvvigionamento e lo scarico delle acque.

L'abbandono

È ragionevole supporre che il ruolo svolto dalla villa/mansio si esaurisca con il declino dei suoi proprietari: alla fine del II secolo d.C., in coincidenza con le ultime notizie sui Venulei, le strutture evidenziano dissesti e si verificano crolli importanti seguiti, nel corso del III secolo, da rifacimenti e interventi vari che però non restituiscono al complesso le funzionalità precedenti. Nuovi crolli portano al progressivo abbandono dell'area e alla sua sepoltura sotto una serie di strati di terra (fine III secolo d.C.). È solo in un momento successivo al IV secolo d.C. che si attestano le ultime frequentazioni a carattere agricolo: fase caratterizzata da numerose buche per pali di tettoie lignee e da tracce lasciate per l'impianto e l'espianto di essenze arboree.

Il museo

Il padiglione espositivo Guglielmo Lera

I resti dell'edificio lungo via Pietra a Padule sono oggi protetti da una tensostruttura in vetro e acciaio a creare una sorta di padiglione espositivo che ne permette la fruizione ottimale e grazie ad essa godono di una visibilità che non hanno mai avuto dalla scoperta, nel 1932. Pannelli didattici accompagnano il visitatore lungo un percorso che racconta i momenti essenziali della storia dell'edificio.

I reperti

Speculare al padiglione espositivo e separata dal corso dell'asse viario principale, la struttura del nuovo museo insiste su parte dell'area di scavo, permettendo pertanto la salvaguardia in loco e contemporaneamente l'esposizione al pubblico delle fondamenta di parte della mansio.
All'interno, inoltre, è allestita la piccola selezione di reperti, testimonianza diretta di ciò che è stato portato in luce durante gli scavi a valle di Via Pietra a Padule.
I pochi ma significativi rinvenimenti ceramici (bucchero nero, ceramica a pasta grigia e a vernice nera), databili a partire dalla fine del VII-VI secolo a.C., attestano che l'area era frequentata anche prima che l'edificio fosse costruito.
La vita quotidiana all'interno di esso è documentata invece dal I fino almeno al VI secolo d.C. dal vasellame utilizzato in dispensa, in cucina e a tavola (ceramiche a pareti sottili, sigillate italiche, sud-galliche e africane, ceramiche comuni) e dalle lucerne, mentre i reperti architettonici (mattoni e mattonelle, tegole e coppi, chiodi in ferro e vetri) ci offrono elementi per immaginare anche ciò che della struttura non è più conservato: porticati sostenuti da colonne in laterizi, pavimenti a esagoni e a spina di pesce, tetti e solai in legno, finestre vetrate.

La via francigena: da Abbadia a Isola a Monteriggioni

Come pellegrini del medioevo il nostro breve viaggio toccherà due posti tappa della via francigena: l’abbazia di Badia a Isola, dove testimonianza scritte affermano il soggiorno del vescovo Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel suo lungo viaggio verso Roma (ad 999) per l’investitura papale, e Monteriggioni, borgo fortificato  costruito a spese della Repubblica di Siena nel XIII secolo, intorno ad una fattoria Longobarda preesistente, allo scopo di sbarrare la strada ai fiorentini, nelle lunghe guerre fra le due città. La nostra proposta prevede la visita alla bellissima abbazia cistercense (sec.XI) ed al chiostro e quindi il percorso di avvicinamento al castello di  Monteriggioni quando ci soffermeremo in una esplorazione particolare del borgo, alla cinta muraria ed ai suoi camminamenti, come al museo delle armature ed alla chiesa di S.Maria Assunta, l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. L’escursione non presenta particolari difficoltà e, parte su carrarecce sterrate, parte nel bosco, sarà di circa 3 ore complessive, rigorosamente sul tracciato della via francigena. 

                                                                                                                                                                             info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Abbadia a Isola (anche Badia a Isola, già Abazia dell'Isola o Abazia del Lago, anticamente Borgonuovo  è una frazione del comune di Monteriggioni, in provincia di Siena. L'abbazia fu fondata nel 1001 dalla contessa Ava, figlia del conte Zanobi e vedova d'Ildebrando Signore di Staggia e di Val di Strove, lungo la via Francigena ed in particolare presso uno dei castelli di proprietà della stessa famiglia denominato Borgonuovo. Deve il nome al contesto ambientale, in quanto, sorgendo ai margini di terreni impaludati, la chiesa sembrava poggiare su un'isola. Il castello di Borgonuovo invece era lo stesso menzionato da Sigerico di Canterbury che vi fece tappa tra il 990 e il 994, di ritorno da Roma dopo avere ricevuto l'investitura dal papa Giovanni XV con la consegna del pallio. Nota: percorrendo la via Francigena l'arcivescovo di Canterbury menziona nel suo diario Burgenove la località, che rappresentava la XVI tappa (mansio) del suo itinerario verso l'Inghilterra. Gli abati divennero nei secoli successivi padroni assoluti di Borgonuovo e delle terre circostanti, cosicché quel castello perse progressivamente d'importanza in favore dell'abbazia, il cui potere culminò nel XIV secolo, ed a riprova esiste una convenzione stipulata alla Badia a Isola l'11 dicembre 1256 fra l'abate e il rettore o sindaco del Comune di Borgonuovo, con la quale si accorda agli abitanti di potere eleggere per rettore una persona di loro fiducia.

La Via Francigena, Franchigena, Francisca o Romea, è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conducevano dall'Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma. Nel meridione d'Italia, in particolare in Puglia, è attestata inoltre una via Francesca, legata alla pratica dei pellegrinaggi, che taluni accostano alla via Francigena sostenendo esserne la prosecuzione a sud, verso Gerusalemme, benché non esistano prove storiche di tale affermazione.

I primi documenti d'archivio che citano l'esistenza della Via Francigena risalgono al IX secolo e si riferiscono a un tratto di strada nell'agro di Chiusi, in provincia di Siena, mentre nel X secolo il vescovo Sigerico descrisse il percorso di un pellegrinaggio che fece da Roma, alla quale era giunto per essere ricevuto dal Pontefice il "pallium", per ritornare a Canterbury, su quella che già dal XII verrà largamente chiamata Via Francigena. Il documento di Sigerico rappresenta una delle testimonianze più significative di questa rete di vie di comunicazione europea in epoca medioevale, ma non esaurisce le molteplici alternative che giunsero a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi.

Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela.Per questo l'Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d'Europa. Molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Ancona e da lì si imbarcavano per la Terra Santa. Una tappa importante prima di giungere a Brindisi era il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, sul Gargano, in provincia di Foggia in Puglia. Nella maggior parte dei casi i pellegrini seguivano le Strade consolari romane. I pellegrini provenienti soprattutto dalla terra dei Franchi in età post carolingia cominciarono a valicare le Alpi ed entrare in Italia. Con l'itinerario primitivo si entrava in territorio italico dalla Valle di Susa attraverso il Colle del Moncenisio (talvolta transitando anche dal Colle del Monginevro), dando così alla strada il nome di Francigena, cioè proveniente dalla Terra dei Franchi.  

La presenza di questi percorsi, con la grande quantità di persone provenienti da culture anche molto diverse tra loro, ha permesso un eccezionale passaggio di segni, emblemi, culture e linguaggi dell'Occidente Cristiano ed ancora oggi sono rintracciabili sul territorio le memorie di questo passaggio che ha strutturato profondamente le forme insediative e le tradizioni dei luoghi attraversati. Un passaggio continuo che ha permesso alle diverse culture europee di comunicare e di venire in contatto, forgiando la base culturale, artistica, economica e politica dell'Europa moderna; è nota la frase del poeta Goethe secondo cui la coscienza d'Europa è nata sulle vie di pellegrinaggio. A partire dal 1994 la Via Francigena è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del Cammino di Santiago di Compostela, una dignità sovranazionale.

Sigerico di Canterbury (950 circa – 28 ottobre 994) è stato un arcivescovo cattolico britannico, arcivescovo di Canterbury, istruito presso l'abbazia di Glastonbury, dove divenne monaco. Nel 980 fù nominato abate dell'abbazia di Sant'Agostino di Canterbury e nel 985 fù consacrato vescovo di Ramsbury da Dunstano, arcivescovo di Canterbury e forse mantenne la reggenza dell'abbazia anche da vescovo, fino al 990 quando fu eletto arcivescovo di Canterbury. Nello stesso anno si recò a Roma per ricevere dalle mani di papa Giovanni XV il pallio, simbolo della dignità arcivescovile e la sua notorietà odierna è legata essenzialmente al ritrovamento del diario di viaggio di ritorno, dove sono annotate le 80 tappe - tra Roma e l'imbarco per l'Inghilterra, nei pressi di Calais - di quello che sarebbe stato chiamato Itinerario di Sigerico e nei secoli successivi Via Francigena. Morto il 28 ottobre del 994, fu sepolto nella cripta della Christ Church di Canterbury.

Monteriggioni - Situato all’estremità settentrionale del proprio territorio comunale, occupa la sommità di una dolce collina dalle pendici coltivate a vigne e olivi.
Il castello venne fondato nel secondo decennio del Duecento dalla Repubblica di Siena, con il principale scopo di creare un avamposto difensivo contro la rivale Firenze. Per secoli l’insediamento svolse in pieno la funzione per cui era stato creato, respingendo di volta in volta una miriade di assedi e attacchi. La sua funzione militare venne meno a partire dalla metà del Cinquecento, quando l’intero Stato Senese, di cui il nostro borgo faceva parte, venne annesso a quello fiorentino.

La cinta muraria: Monteriggioni conserva ancora oggi gran parte delle strutture del XIII secolo e si configura come un luogo assolutamente unico nel panorama dei borghi medievali toscani.
La cinta muraria, realizzata in pietra, abbraccia la sommità di una collina con uno sviluppo lineare di circa 570 metri.
Dalla superficie esterna sporgono quattordici torri a pianta rettangolare, mentre una quindicesima è addossata alla cortina interna. La loro imponenza dovette essere assai notevole anche nel Medioevo, tanto da suggerire a Dante una famosa similitudine con i Giganti collocati nell’Inferno: “[…] però che, come su la cerchia tonda / Monteriggion di torri si corona, / così la proda che ‘l pozzo circonda / torreggiavan di mezza persona / li orribil giganti […]” (Inf., XXXI, vv. 40-44).

La chiesa di S.Maria Assunta - affacciata sulla piazza principale, è l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. Realizzata nel corso del XIII secolo, presenta un unico ambiente con terminazione rettangolare. La facciata, di raffinata eleganza, reca un bel portale con arco in pietra sormontato da un’apertura circolare. L’interno, ristrutturato in epoca moderna, ha pareti intonacate e volte a vela. Oltre a una campana del 1299, la chiesa custodisce un dipinto del XVII secolo con la Madonna del Rosario, cui è dedicata in ottobre una sentita festa locale.

Il museo ospita fedeli riproduzioni di armi e armature medievali e rinascimentali. Accurati modellini, inoltre, illustrano mezzi e tecniche di assedio in auge nelle stesse epoche.
Ogni sala è dedicata a uno specifico momento della storia di Monteriggioni, all’interno del quale i pezzi esposti sono contestualizzati. Insolita quanto apprezzata dalla maggioranza del pubblico è la possibilità di maneggiare e indossare alcune armi e parti di armature, situate in apposite zone del museo. Alcuni pannelli esplicativi e un’agevole audioguida multilingue accompagnano il visitatore in questa breve, ma intensa immersione nella storia.

Itinerario trekking: La Via Francigena nella Montagnola senese

Premesso che cartelli ci portano senza problemi da Abbadia a Isola a Monteriggioni, seguendo le indicazioni - via francigena, questa sotto è una interessante variante.
Da Abbadia a Isola si prende la strada asfaltata per Monteriggioni e, dopo circa 200 metri, si devia a destra per seguire una lunga strada sterrata (Strada di Valmaggiore) che procede diritta attraverso i campi, con una bella visuale sulla cinta muraria di Monteriggioni in lontananza. Superato il bivio a destra per il podere Valmaggiore, la stradina raggiunge quindi il limite del bosco, dove si biforca. A sinistra il percorso è piano e va seguito per circa 30 minuti (fin qui, sulla sterrata, ne saranno già passati 40). Se invece si va a destra ( seguendo i segni bianco/rossi del c.a.i), dopo 300 metri, s’incontrano due bivi ravvicinati e ad entrambi bisogna tenere la sinistra. La mulattiera s’inoltra nel bosco salendo di quota, con qualche curva. Più in alto il percorso s’immerge poi nel fitto lecceto e diviene pianeggiante. Si arriva così ad un importante quadrivio con al centro un leccio, ove bisogna svoltare a sinistra. Al successivo bivio (circa 50 metri) si va a destra, seguendo una stradina che costeggia un campo. In breve si giunge ad un bel punto panoramico da dove si può ammirare, proprio di fronte, il castello di Monteriggioni. Più avanti s’incontra quindi un altro quadrivio, dove si prosegue diritto, quindi subito a sinistra (a destra si va alla Ripa) e si attraversa un piccolo oliveto. La stradella poi rientra nel bosco ed inizia a scendere, sbucando infine sui campi poco a monte della SS 2 Cassia. Si continua ora a destra, lungo il limite del bosco, giungendo ben presto all’innesto nel percorso n° 100. Da adesso in poi il castello è in bella vista ed è sufficiente prenderlo come traguardo (l’ultimo tratto per arrivare alla porta principale è su uno sterrato in salita – circa 20 minuti.  Itinerario facile, dislivello mt.80, tempo di percorrenza andata h.1,30).

 

Domenica 25 giugno - Pranzo sociale nel Parco di Camaiano  

"Lavorare la terra è spargere semi con tenerezza e raccogliere le messi con allegria."
(tratto da GIBRAN)

l’iniziativa è con prenotazione obbligatoria, entro il 10 giugno.

Info: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 Domenica 25 giugno - Pranzo sociale nel Parco di Camaiano

In un piccolo paese sulle nostre splendide colline livornesi, Castelnuovo della Misericordia, l'azienda agricola ed agrituristica Cappellese è immersa nel verde della macchia mediterranea e si estende per circa 72 ettari di terreno, coltivato secondo il regolamento "misura agroambientale".
Venire qui significa scegliere la tranquillità, l'aria pulita e l'amicizia, rimanendo nello stesso tempo vicini al mare ed alla storia, poiché il casolare risale alla seconda metà del 1600 ed è stato ristrutturato, per quanto possibile, rispettando le caratteristiche originarie. I trecento olivi dell'azienda inoltre danno un ottimo olio che è stato classificato a marchio IGP dal consorzio dell'olio Toscano e, volendo, lo si può acquistare direttamente in azienda così come il vino "Camaiano" ma anche particolari confetture di ortaggi che si accompagnano divinamente a formaggi più o meno stagionati

Questa azienda è stata da noi scelta, oltre che per l’ottima cucina casalinga, anche perché è fattoria didattica http://www.agricap.it/content/fattoria-didattica (quindi garanzia ulteriore di sana ospitalità ed interessante proposizione culturale) ma in più si interessa anche di promuovere e sviluppare un'economia ecosostenibile delle nostre valli, aderendo al circuito CSSTO - http://www.parcoculturaledicamaiano.toscana.it/chi-siamo---il-progetto.php nel Parco culturale di Camaiano, dove organizzeremo una nostra prossima iniziativa ai lavatoi del Gabbro, al ponte romano ed ai mulini della Sanguigna.

Ecco, questo è l’angolino di campagna toscana nella quale vi invitiamo a trascorrere la giornata del 25 giugno, da noi prevista come “pranzo sociale”, al termine delle attività del primo semestre.

Nota: arrivando all’azienda dove ci sarà il pranzo di fine semestre, sosteremo per una visita alla vicina necropoli etrusca di Pian dei Lupi (il percorso è breve ma roccioso, per cui è meglio portarsi scarpe con suola robusta). Un optional aggiunto poi, per chi vuole, un bagno in piscina che è possibile poiché la struttura la mette a nostra disposizione …………….. ovviamente nulla vieta che ci si possa anche stendere semplicemente al sole per godere tranquillamente di “una siesta messicana”……………………

Segue descrizione, tratta da http://www.lungomarecastiglioncello.it/ITINERARI_EXTRA/PIAN_DEI_LUPI/~Pian_dei_Lupiind.htm – dove, come specificato in nota, andremo la mattina.

    La necropoli di Pian dei Lupi

Gli scavi - Durante due campagne di scavo condotte nel 2001 e nel 2003 in località Pian dei Lupi sono state portate alla luce oltre 70 tombe, databili tra gli inizi del III sec. a.C. e la fine del II sec. a.C. La ricostruzione di una tomba con la ricollocazione dei reperti con esposti alcuni tra gli splendidi oggetti finora scoperti nella necropoli è stata realizzata all'interno del Museo Archeologico di Rosignano Marittimo.


La necropoli di Pian dei Lupi - La necropoli risale all'epoca tardo-etrusca (III - inizi I sec. a.C.) ed era già nota archeologicamente per il rinvenimento fortuito di una tomba maschile, il cui corredo, databile alla prima metà del III sec a.C., è conservato nel Museo di Rosignano Marittimo. Il rito funerario dominante era quello dell'incinerazione affiancato dalla pratica dell'inumazione, riservata, però, soltanto ai bambini. Le tombe sono a forma di "pozzetto", ricavate scavando una fossa circolare nel terreno oppure sfruttando gli affioramenti rocciosi naturali e sono talvolta coperte con una lastra di pietra locale appena sbozzata o da una o più tegole. All'interno di alcuni pozzetti sono state rinvenute due deposizioni a sottolineare la stretta parentela dei defunti. Le ceneri del defunto erano deposte all'interno della tomba, in una grande olla d'impasto, assieme agli oggetti preziosi e personali. Attorno al cinerario veniva deposto il resto del corredo funebre, costituito da vasellame da mensa, in prevalenza ceramica a vernice nera, e da oggetti in metallo: monili in oro e argento (orecchini, fermatrecce, anelli, fibule), oggetti in bronzo, oggetti da toilette (specchi e unguentari), monete. Frequente è il rinvenimento di armi in ferro (spade, punte di lancia e giavellotto) che attestano, come nella vicina Castiglioncello, la presenza di guerrieri. La composizione dei corredi e la ricchezza delle tombe, soprattutto di quelle risalenti al III sec. a.C., indica l'appartenenza dei defunti ad un ceto aristocratico legato a Volterra e agli approdi costieri, che doveva la sua ricchezza all'agricoltura e al commercio di derrate pregiate.  


Monte Carvoli - Monte Carvoli (352 m.s.l.m) sorge ad est dell'asse stradale che collega Castelnuovo della Misericordia a Nibbiaia, nell'ampia zona collinare che domina ad ovest il mare e ad est le colline di Castellina Marittima. La formazione rocciosa del monte è costituita da serpentini, rocce magmatiche e olocristalline. Nel III secolo a.C. Monte Carvoli, Poggio alle Fate ed altri siti d'altura presenti sul territorio, erano caratterizzati dalla presenza di grandi cinte murarie, che fa presupporre che la nascita di questi insediamenti vada messa in relazione con un'esigenza difensiva legata all'espansione romana in Etruria. Questi insediamenti dovevano difendere sia le coste che le vie di collegamento tra il mare e l'entroterra e servivano come luoghi di avvistamento e ricovero per la popolazione in caso di pericolo. Il popolamento del territorio doveva invece essere costituito in prevalenza da villaggi, dove probabilmente risiedeva anche l'aristocrazia rurale, e da unità abitative di piccole dimensioni. La prima cinta muraria circonda il monte a mezza costa ed ha un andamento più o meno regolare, che segue le asperità del terreno, senza però sostanziali variazioni di quota. E' costruita a secco, cioè senza l'ausilio di malta, con blocchi irregolari di serpentino, di medie (cm. 40/60 x 30/40) e grandi (cm. 100 x 80) dimensioni. Ad ovest, sul lato che guarda il mare, la cinta è provvista di un'ampia porta d'accesso, l'unica finora individuata. La seconda cinta muraria circonda la sommità del monte ed ha una forma pressoché rettangolare, anche se la presenza di una fitta vegetazione impedisce un'attenta valutazione del suo perimetro, che in alcuni tratti sembra addirittura interrotto. E' formata da blocchi squadrati di serpentino, di piccole e medie dimensioni, tenute insieme da un legante solo nella parte inferiore, mentre i blocchi superiori sono uniti a secco. Ad ovest un tratto delle mura di cinta è conservato per circa m. 1,70 di altezza e qui si appoggiano ad angolo retto due strutture di forma rettangolare, dello spessore di m. 1,60 ciascuna.  Delle due strutture, costruite con la stessa tecnica delle mura  principali, solo una è interamente conservata per una lunghezza di m. 3,40. La loro funzione è ancora sconosciuta, ma potrebbero far pensare a dei contrafforti costruiti nella parte della cinta meno difendibile naturalmente. La porta d'accesso di questa cinta muraria è posta, come nel caso della cinta sottostante, sul lato ovest verso il mare, anche se è di dimensioni notevolmente inferiori all'altra. La datazione di questa cinta muraria è presumibilmente medievale, ma solo con future campagne di scavo sarà possibile confermare o meno questa ipotesi.

 

                                                                                                                  Domenica 25 giugno: pranzo sociale nella tenuta Bellavista-Insuese  ANNULLATO

NOTA: Per motivi inerenti sia alla possibilità che in zona possano esserci molte zanzare (è zona umida) sia per la oggettiva complessità di reperire una guida (obbligatoria) proprio per la data scelta ma anche per una location inadatta al nostro scopo poichè fuori target, l'alternativa è stata proposta nel Parco di Camaiano. VEDI link sopra.

 

La Riserva Naturale Provinciale "Oasi della Contessa" è un lembo relitto dell'antico sistema delle paludi costiere della piana pisano-livornese, come testimoniato dalla presenza di sedimenti palustri, alluvionali e di colmata depositatisi nel postglaciale e da ritrovamenti archeologici riferibili a comunità palafitticole protostoriche. L’area, bonificata prima dai Medici e successivamente dai Lorena, è adesso  “Zona di Protezione Speciale e Sito di Importanza Regionale”, con vegetazione tipica di cannuccia palustre e di essenze arboree quali il salice bianco, la tamerice ed il pioppo bianco, essendo anche un punto di riferimento per molte specie di uccelli acquatici nelle varie stagioni dell’anno, tanto da essere stata inserita nella Rete Ecologica Europea come Sito di Importanza Comunitaria. L’area protetta, data la delicatezza dell’ecosistema di zona umida e le ridotte dimensioni, è visitabile esclusivamente su prenotazione. Dopo la visita ci recheremo nella limitrofa Tenuta Bellavista-Insuese  per il pranzo.

 

L’iniziativa è con prenotazione obbligatoria entro il 10 giugno.

Info: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

 Riserva Naturale Provinciale "Oasi della Contessa"

La Riserva Naturale Provinciale "Oasi della Contessa", come detto prima, è un lembo relitto dell'antico sistema di paludi planiziali costiere della piana pisano-livornese.

La natura palustre dell'area, lembo meridionale dell'ex-Padule di Stagno, è testimoniata dalla presenza di sedimenti palustri, alluvionali e di colmata depositatisi nel postglaciale e da ritrovamenti archeologici riferibili a comunità palafitticole protostoriche nel contiguo sito dei Pratini dell'Argin Traverso. Gli stessi toponimi locali (Stagno, Mortaiolo, Guasticce) rivelano la presenza di ampie zone paludose almeno fino agli interventi di bonifica attuati dai Medici e, successivamente, dai Lorena.

La riserva, situata tra gli abitati di Stagno e Guasticce, all'interno della Tenuta Bellavista-Insuese, si estende per 22 ha ca., a cui si aggiungono gli oltre 67 ha di area contigua. L'area è inserita inoltre nella Rete Ecologica Europea Natura 2000 come Sito di Importanza Comunitaria, insieme alla zona umida del Biscottino, oltre ad essere Zona di Protezione Speciale, ed è Sito di Importanza Regionale ai sensi della L.R.T. 56/00.

Fino alla metà degli anni '80  vera e propria zona palustre, con vaste estensioni di prati umidi, l'area è stata in seguito trasformata in un invaso artificiale circondato da terreni di bonifica, deputati all'attività agricola, con evidenti cambiamenti nel popolamento vegetale ed animale.

Le alte potenzialità naturalistiche della zona hanno portato, con l'istituzione della Riserva Provinciale, alla definizione di un piano di rinaturalizzazione dell'area che prevede il ripristino delle originarie condizioni naturali dell'antico Paduletto della Conte                                

                                                                           

 

                                                                                                                                                                                           DETTAGLIO SECONDO SEMESTRE

 

Domenica 10 settembre: ll Palio delle Contrade a Pomarance

 

Il Palio Storico delle Contrade è una manifestazione unica in Toscana dove le contrade di Pomarance, Marzocco, Centro, Gelso e Paese Novo si sfidano con delle rappresentazioni teatrali nel vecchio campo del Piazzone, dove un tempo si correva il palio con i cavalli alla “tonda” e nel quale le contrade allestiscono grandi scenografie sulle quali si esibiscono gli attori delle quattro contrade. Ogni contrada ha tempo 30 minuti per eseguire la loro rappresentazione che va tutta in diretta, dalla recitazione, alle musiche di sottofondo ai movimenti scenici. Partecipano alla manifestazione centinaia di persone che realizzano le scenografie, costumi, musiche e allestimenti. Ogni rione ha i propri attori e i propri registi, mettendo in scena ogni anno una rappresentazione nuova ispirata alla storia locale, alla fantasia oppure a problematiche attuali. Una manifestazione, come si diceva prima,  unica nel suo genere e ricchissima di colore, sia per i teatranti all’opera che per la sfilata del corteo storico.

Info – Luisa Rocchi – 349 7114943

 

documentazione specifica e dettagliata a:

http://www.irisoluti-pomarance.it/palio-origini-e-cenni-storici/

 

 

Domenica 24 settembre – Al masso delle Fanciulle Il Masso delle Fanciulle, situato nella Riserva Naturale “Foresta di Berignone” (inclusa in un Sito di Interesse Comunitario), è un’area naturale presso un tratto balneabile del fiume Cecina; le numerose spiaggette, cascatelle ed il laghetto incastonato tra due faraglioni di pietra (il Masso cui fa riferimento il nome della località) hanno reso questo luogo una mèta molto amata sia dai locali sia dai turisti. Il nome deriva dalla leggenda secondo la quale alcune fanciulle si gettarono dal Masso che sovrasta la pozza, preferendo l’annegamento. alle profferte di un nobile locale. La Regione Toscana, nonostante il parere negativo delle amministrazioni locali e della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, ha recentemente dato l'approvazione a ricerche di risorse geotermiche a meno di 1 km dal sito, che includerebbero la captazione delle acque del fiume Cecina, già molto sfruttato lungo il suo corso. Proprio per ovviare a questa problematica è stato segnalato questo luogo come luogo del cuore del F.A.I. Lo scenario è paesaggisticamente unico e, per chi vuole, sarà anche possibile un tuffo nelle acque cristalline del fiume Cecina.

Info: Laura Malevolti 338 9083212

                                                                                                                                                            

                                                                                                                                                              Domenica 8 ottobre: i castagneti sopra Colonnata

Dal borgo di Colonnata, situato in un bacino montano tra i più sfruttati nella storia delle Apuane per l'estrazione marmifera, guadagneremo i boschi sovrastanti, entrando in contatto con la vita e le tradizioni di queste valli: dall'uomo cavatore e pastore, alle coltivazioni dei boschi di castagno. Splendido il panorama, uno dei più suggestivi del versante a mare delle Alpi Apuane, situato com’è davanti allo splendido spigolo nord-est del Sagro ed all’intera catena apuana, dal Cavallo all’Altissimo. Il trekking è mediamente impegnativo (dislivello mt.300) per circa h.3.30 di cammino ma ci divideremo in due gruppi, per difficoltà differenti da superare. Pranzo al sacco, scarponcini da trekking. Il pomeriggio, entrambi i gruppi visiteranno il borgo ed in particolare un laboratorio artigianale per la produzione del lardo. Nota: il dettaglio sul sito www.agireverde.it) Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Note di viaggio: In auto: Livorno/Viareggio/Forte dei Marmi/Massa/Carrara

A Carrara uscire e prendere a diritto fino ad incrociare i viali dove si gira a destra, trovando una grande rotonda con a sx il cartello blu per Colonnata (7 km) che si segue facilmente. Tempo: h. 1 + 0.30.

                                                                                                                                                        Trekking: gruppo A – h.0,45 x 2// gruppo B h.1.30 x 2 –  NON c’è campo per i cellulari.

Trekking:  (MS-Carrara) COLONNATA (532m) - VERGHETO (850m) 

Arriviamo a Colonnata e da piazza Palestro, lastricata in marmo, seguiremo le indicazioni per due sentieri, 38 e 195, andando sul 38 (a destra). 

Esso è all’inizio un strada asfaltata che seguiamo superando una larderia e, salendo ancora per la strada, ancora asfaltata e stretta ed in 7’ arriviamo ad una chiesetta con campanile: la Cappella della famiglia Cattani. Saliamo ancora per qualche minuto e la strada diventa un sentiero cementato. A 17’ abbiamo a sinistra una captazione d’acqua ed il sentiero diventa una agevole mulattiera nel bosco che costeggia il Canale del Vento, molto più in basso. A 27’ tralasciamo la mulattiera che continua in avanti e prendiamo a destra superando il canale su un ponte metallico, che di recente ha sostituito il vecchio ponte di tavole. Presso il ponte c’è una piccola costruzione che può servire da riparo.

Gruppo A (soft) sarà arrivato qui in circa h.0.45 e non in h.0.27, con passo lento, e qui si fermerà per la sosta pranzo, proprio sopra le cascatelle di un ramo del torrente Carrione, che scende al borgo. Volendo, chi si ferma potrà anche andare a raggiungere poi il gruppo B, ma l’avvertenza è che per Vergheto, a passo lento e faticoso, occorreranno circa h.1.30 da adesso, di salita continua ed in certi tratti ripida. Il gruppo A quindi, effettuata la sosta, potrà riscendere a Colonnata per girare tra i vicoli e fotografare ed ammirare il paesaggio dai numerosi punti di sosta. Per acquistare volendo il lardo e visitare uno dei tanti laboratori, aspetteremo il gruppo B che starà scendendo da Vergheto.

Gruppo B: Dal ponte, fin qui h.0,27, per questo gruppo e dopo alcuni metri, inizierà la salita ripida con il sentiero che curverà decisamente a sinistra per un tratto scalinato (NB: al bivio non andare a diritto, ma girare a sinistra, in salita): Dopo questo primo tratto un po’ faticosoo il sentiero proseguirà nel castagneto con lunghi tornanti, non faticosi ma continui. A h.053’ (dalla partenza da Colonnata) il panorama si apre sulle Cave di Gioia verso mare. A h 1.oo siamo sul crinale presso un grosso castagno dove arriva, da destra, un sentiero, numerato 38 (seguire sempre le indicazioni x sentiero 38), dalla strada che sale da Forno al Vergheto-Pianello. Lo seguiamo e salendo di poco incontrieremo le prime case del Vergheto, un piccolo borgo costituito da un gruppo di edifici, alcuni in abbandono ed altri invece restaurati, residuo di attività silvo-pastorali del secolo scorso. A 01h 07’ eccoci presso una bella maestà (Maria Santissima del Bon Consiglio) restaurata di recente e di fronte ecco il nucleo principale delle case del borgo. Il panorama è splendido sullo spigolo nord-est del Sagro e sull’intera catena apuana dal Cavallo all’Altissimo e oltre. Non proseguire oltre Vergheto perché il sentiero andrà a stringersi entro la macchia, con tratti esposti). Sosta pranzo del gruppo B e ritorno a Colonnata. Il gruppo farà sosta pranzo e tornerà indietro per unirsi al gruppo precedente e far visita ad una bottega artigiana che lavora il lardo.

Colonnata si trova nelle Alpi Apuane, tra i monti Maggiore, Spallone e Sagro, a 8 km ad est di Carrara. ed è collocata all'interno del comprensorio delle cave e in particolare nella zona conosciuta come "Gioia Calagio":, una delle cave maggiori che, sfruttata con un'estesa lavorazione a gradini, produce marmo venato, arabescato e bardiglio. La cava venne utilizzata anche in epoca antica, come provano i ritrovamenti di monete ed epigrafi incise direttamente sulla roccia.. Monumenti e luoghi di interesse: il paese ha mantenuto in parte le proprie caratteristiche storiche originali che erano principalmente improntate all'uso nelle opere murali del marmo lasciato a vista, nei portali, negli stipiti di porte e finestre ed in altri componenti edilizi. Tra gli altri elementi di arredo presenti nel paese si possono ammirare: la porta Nord di accesso al borgo, appartenuta alla cinta muraria medioevale oramai scomparsa; l'aia pavimentata in marmo che si trova nella punta più a Sud dell'abitato, dove un percorso pedonale costruito con informi marmorei ad incastro situato poco sotto, la Piazza Palestro, porta alla moderna scultura dedicata al Cristo dei cavatori; il campanile con sassi a vista e orologio; la chiesa parrocchiale del XVI secolo dedicata a San Bartolomeo: all'interno nel suo arredo marmoreo spiccano l'altare maggiore in marmo bianco, gli altari laterali in marmi policromi e il rilievo marmoreo raffigurante l'Assunzione in cielo di Maria tra i Santi; conserva anche nel coro i frammenti di un'ancona d'altare con i santi Andrea, Bartolomeo e Pietro e un bel crocifisso in marmo del Seicento attribuito ad un allievo di Michelangelo Buonarroti. Sentieri: Il paese è importante come punto di partenza per visite alle cave e da qua partono due sentieri: il 38 per Vergheto e Vinca, che si raccorda, sotto Foce Luccica, con il 172 per la Foce di Pianza e il 195 (ex 48) che passando per la Cima d’Uomo va poi a ricongiungersi col precedente.

Domenica 22 ottobre: Da Santa Luce a Poggio al Pruno. Il bosco di Santa Luce non ricopre uniformemente le colline intorno, ma piuttosto presenta una diversità ecologica determinata dalle specie vegetali di volta in volta predominanti: ora il leccio,  caratterizzato da una struttura vegetale compatta con sviluppo in altezza ridotto, ora il corbezzolo, il lentisco, il mirto, ora invece, in altre zone,  le piante che si sviluppano maggiormente  in altezza e con tronchi imponenti, quali gli aceri e le querce. Notevole poi la presenza di specie caducifoglie, come il carpino nero o il cerro-sughera, ma anche ed importante la presenza di uccelli (upupa, usignolo, poiana, allocco, picchio verde …….per dirne alcuni), vista la prossimità dell’omonima Riserva regionale del Lago di Santa Luce, area di conservazione degli habitat naturali e famosa per la possibilità di praticare birdwatching. Arrivati  al borgo saliremo fino a Poggio al Pruno, seguendo un sentiero che sale dolcemente sulle colline che fanno da cornice alla valle del fiume Fine, ridiscendendo infine verso il lago per coltivi collinari che ricordano molto da vicino i classici paesaggi bucolici che rendono la Toscana famosa nel mondo. Nota: sono previsti due gruppi con difficoltà escursionistiche differenti. Info: Laura Malevolti 338 9083212

 

Domenica 5 novembre: al Castello Rocchetta Mattei

L’iniziativa ha un numero chiuso a 25, raggiunto il quale non sarà più possibile aderire. Per ogni info rivolgersi a Laura Malevolti 3389083212 –

 

Nota: andando al sito http://www.cesaremattei.com/ potrete trovare tutte le info sulla struttura ed anche sulla figura di Cesare Mattei. Lo storico ed affascinante castello che vedete in foto è stato edificato nel 1850 dal Conte Cesare Mattei, sulle rovine di un antico maniero risalente al 1200.
Il Conte Mattei era un letterato e politico, ma divenne soprattutto noto per i suoi studi nell’ambito della disciplina dell’Elettromeopatia, una scienza mutuata dai principi dell’omeopatia, che ebbe un grande successo su scala mondiale richiamando al castello uomini e donne di tutti i ceti.
Durante la sua vita il Conte modificò più volte la struttura dell’edificio rendendola un intreccio labirintico di torri, scalette e camere dai variopinti stili, dal medievale al moresco.

Chi era Cesare Mattei (1809/1896)? Tratto da un articolo di Silvia Menicagli (ben a noi nota per il suo interessamento alle “nostre” Terme del Corallo): un castello arroccato su di una altura, un Conte lunatico e geniale, complotti, una terapia miracolosa, un segreto da tramandare. Tutto ciò è realmente accaduto, in quell'Ottocento che dette vita a un fermento culturale e scientifico dove tutto era sperimentabile e da scoprire. Quell'Ottocento che vide nascere le tante branche di quelle che saranno le moderne scienze biomediche, come ad esempio la citologia, la fisiologia, la microbiologia, l'immunologia, la medicina termale per citarne solo alcune, una serie di discipline che in questo secolo si avvalsero dello sviluppo della tecnologia per divenire fondamenti, dove la coesione del mondo scientifico si faceva sempre più necessaria per condividere linee guida comuni.

Nacquero in questo periodo i primi convegni medici e le organizzazioni professionali al fine di garantire una ufficialità ai componenti laureati in scienze mediche e un'attestazione di serietà che doveva contrapporsi al quel liberismo fino ad allora esistito che fece sì che brulicassero una infinità di ciarlatani e guaritori. Il Conte Cesare Mattei, fu tacciato di ciarlataneria per il suo liberismo sperimentale ma le sue scoperte si basavano su studi medici seri e un utilizzo della tecnologia moderna; attraverso questi elementi dette vita a una branca medica nuova che però così come apparve misteriosamente scomparve.

Colto, cresciuto insieme ai più importanti pensatori dell'epoca, impegnato politicamente fino ad essere eletto Deputato al Parlamento di Roma, nel 1885 fu devastato dalla perdita della madre morta di tumore. Lasciò la carriera politica e si ritirò da solo in un castello che fece costruire sui ruderi di uno precedente medievale sulla cima dell'antica rocca di Savignano, che lui chiamò Rocchetta. Qua si dedicò alla medicina, alla possibilità di inventare essenzialmente una cura contro il tumore per salvare vite. Nel 1881, dopo aver studiato i fondamenti di Hahnemann (fondatore dell'omeopatia) elaborò una nuova scienza medica che chiamò Elettromeopatia e benché avversato dalla medicina tradizionale, iniziò la produzione dei rimedi elettromeopatici esportandoli anche all'estero.

Questi prodotti si basavano sulla unione di granuli e fluidi omeopatici con 5 liquidi elettrici per ristabilire il corretto equilibrio delle cariche elettriche del corpo e riportarlo alla neutralità. I principi erano estratti da 33 piante officinali e lavorati con una metodologia segreta, e proprio la metodologia conferiva ai semplici elementi la loro efficacia terapeutica. Mattei diceva: se la linfa è ammalata ne derivano le malattie linfatiche, se il sangue è ammalato si scatenano le malattie del sangue, se entrambi i sistemi sono malati il corpo soffre delle malattie organiche gravi o croniche. Pertanto i suoi principi elettromeopatici andavano ad agire sull'uno o sull'altro sistema o combinati, su entrambi. La sua cura fu comprovata clinicamente su numerosi pazienti “miracolosamente” guariti dalle più svariate malattie, compresi casi di tumore, laddove la medicina tradizionale aveva fallito.

I suoi rimedi furono richiesti ovunque e il successo di Mattei dilagò in tutto il mondo. Componenti delle corti reali europee si curavano con i rimedi Mattei, anche la famiglia dello Zar russo. La sua fama si diffuse nel mondo, compreso il Giappone, la Cina, l'India e l'Asia e in ogni paese aveva depositi. Nel 1884 ne contava ben 107 nel mondo. Quando Il Conte morì nel 1896 lasciò il suo segreto al collaboratore Mario Venturoli che nel frattempo aveva adottato per riconoscenza, il quale alla sua morte lo lasciò alla moglie, lei alla figlia e poi alla figlia ancora, Gianna Fadda Venturoli, che ancora ne custodisce il segreto. Il Conte, era un uomo eclettico e filantropo tanto che agli indigenti regalava i suoi prodotti medicinali, viveva solo nel suo castello a tratti smaccatamente moresco e intriso di simboli alchemici, come ne racconta una visitatrice dell'Ottocento: ”In effetti non si sa cosa pensare se non che una simile farneticazione architettonico-decorativa, per la sconvolgente negazione di ogni simmetria e per il suo ritmo sincopato e psicotico, appartenga di diritto (in quanto rifiuto di ogni principio architettonico) alla storia dell’architettura”.

Così come era il suo castello era lui, psicotico e farneticante ma allo stesso tempo geniale scienziato, come un moderno Paracelso elaborò l'Elettromeopatia, che si esaurì verso la fine degli anni '60 del XX secolo, snobbata, boicottata, sostituita da altre terapie farmaceutiche di industrie multinazionali.

La Rocchetta Mattei è una rocca situata sull'Appennino settentrionale, su di un'altura posta a 407 metri sul livello del mare, in località Savignano nel comune di Grizzana Morandi, sulla strada statale nº 64 Porrettana, nella città metropolitana di Bologna. Costruita nella seconda metà del XIX secolo, mescola in modo eclettico stili diversi, dal medievale al moresco.

L'insieme di edifici che forma il castello odierno è collocato su un complesso medievale, appartenuto agli imperatori Federico il Barbarossa e Ottone IV e dominio della Contessa Matilde di Canossa, che vi tenne come custode un vassallo, Lanfranco da Savignano. La necessità della difesa del passaggio sul Reno rese prezioso questo castello ai sovrani del tempo. Caduto in potere dei Bolognesi, e creata una linea difensiva più avanzata, la rocca divenne inutile e fu distrutta nel 1293.

Prima di scegliere come luogo per la costruzione del suo castello la località Savignano, pare che Cesare Mattei avesse visitato diversi luoghi. Il luogo fu preferito per molte ragioni: la comodità dell'accesso, l'isolamento del rialzo roccioso formante un gigantesco piedistallo naturale, la situazione del luogo sulla confluenza dei fiumi Limentra e Reno, le vallate dei quali domina sovrano questo scoglio in faccia al pittoresco gruppo di Montovolo e Monvigese. Lo stile prevalente è il moresco, a cui si aggiunge l'architettura italiana medioevale e moderna.

L'ingresso principale si apre sulla strada provinciale n. 62,' Riola - Camugnano - Castiglione dei Pepoli ', diramazione della strada statale 64. Una iscrizione in alto ricorda l'origine e il compimento dell'edificio con le parole seguenti: « Il Conte Cesare Mattei - sopra le rovine di antica rocca - edificò questo castello dove visse XXV anni - benefico ai poveri - assiduamente studioso - delle virtù mediche dell'erbe - per la qual scienza ebbe nome in Europa - ed era cercato dagli infermi il suo soccorso - Mario Venturoli Mattei - compié l'edificio - e secondo il voto di lui - nel X anno dalla morte - ne portò qui le ceneri - con amore e riconoscenza di figlio - il III Aprile MCMVI »

Una larga e comoda scala conduce al vestibolo del corpo abitato. Un ippogrifo è a guardia dell'entrata, per la quale si passa in un cortile scavato nella roccia. Due gnomi a guisa di cariatidi sostengono lo stipite di una porta di faccia. Il catino monolite che occupa il centro proviene dalla parrocchiale di Verzuno ove serviva da battesimale. In questo cortile, entrando, nell'angolo sinistro il 5 novembre 1850, alla presenza di pochi amici, Cesare Mattei pose la prima pietra della costruzione, da lui chiamata col vezzeggiativo di Rocchetta.

Dallo stesso lato una porta conduce a una scaletta e poi al magnifico loggiato noto come Loggia Carolina in stile orientale. La scala della Torre conduce, attraverso un ponte levatoio, a una stanzetta dalle finestre piccole e dal soffitto a stalattiti, che fu la camera da letto del Conte Cesare Mattei, in cui sono ancora conservati i mobili originali e le pipe di proprietà del conte. Quasi di fronte si trova la scala delle visioni dove una fantasia allegorica nella volta rappresenta la nuova scienza omeopatica che vince la vecchia medicina. Due distici del latinista abate Giordan, nizzardo, amico del Mattei e ospite in Rocchetta, celebrano la vittoria: « Finxerat. Haec. Deus. Huc Immissa. Luce. Superne Signavitque. Umbras. Lumine. Ducta. Manus Hisce. Nova. Ex. Herbis. Mundo. Medicina. Paratur Hinc. Vetus. Ella. Fugit. Victima. Strata. Jacet » La scala conduce alla sala inglese sull'alto del torrone principale. Ritornando nella Loggia Carolina si trovano la camera bianca e la camera turca. Dopo un breve tratto di roccia scoperta, rupe e balcone allo stesso tempo, si trova il cortile dei Leoni, la parte meglio riuscita dell'intero edificio, riproduzione del cortile dell'Alhambra di Granada. A lato del cortile dei Leoni si trova l'ingresso a una specie di vasta cantoria, che sovrasta l'interno della chiesa del castello. Entro un'arca rivestita di maioliche si trovano le spoglie di Cesare Mattei. L'arca non riporta alcun nome, ma soltanto un'iscrizione: « Anima requiescat in manu dei ». Ripassando dal cortile dei Leoni si entra nel salone della pace, così chiamata in omaggio alla fine vittoriosa della Grande Guerra, e successivamente nella sala della musica nella chiesa, imitazione della cattedrale di Cordova. Accanto alla chiesa si trova il salone dei novanta, così chiamato perché il Conte Mattei avrebbe voluto tenervi un banchetto di vecchi nonagenari quando avesse raggiunta questa età. Morì prima del tempo senza aver vista la sala compiuta, che fu terminata dal figlio adottivo Mario Venturoli Mattei. Si esce nel parco e da qui una elegante scala in macigno conduce alla Porrettana. Varie costruzioni minori, destinate un tempo a locali di servizio e oggi trasformate in villette, coronano il corpo principale.

 

Domenica 19 novembre: Toscana da salvare “il borgo fantasma di Toiano”. Questo antico borgo, al quale si accede da un ponte (un tempo un ponte levatoio), risale all'alto medioevo ma oggi è completamente abbandonato e disabitato, costituendo un reale pericolo di degrado, motivo per il quale è stato incluso nella lista dei luoghi del cuore da salvare del FAI. Si trova tra Palaia e Volterra ed è adagiato su un poggio di tufo arenario, circondato da balze volterrane tipiche di questa regione, inconfondibile fin da quando lo si scorge dal basso, risalendo la carrareccia che lo raggiunge. Un borgo ormai fantasma che almeno fino all'800 però, visse un periodo di splendore terminato con l'industrializzazione degli anni '60 ed il flusso verso le grandi città. Attualmente ci vive un’unica persona, rimasta comunque anche se qui non arriva neppure l’acqua corrente. L’agglomerato di vecchie ed ormai cadenti mura è attraversato da un'unica strada, lunga appena 50 metri ed ha una chiesa, dedicata a San Giovanni Battista ed anch’essa in rovina e chiusa per il pericolo di crolli, più un piccolo e caratteristico cimitero che rappresenta quasi il simbolo di ciò che questo luogo è diventato. In ultimo, dobbiamo ancora ricordare che Oliviero Toscani, il famoso fotografo, vi organizzò un concorso di fotografia allo scopo di far conoscere Toiano ed evitarne la totale scomparsa ma con scarsi risultati purtroppo, poichè il lento sbriciolamento e la progressiva scomparsa di questo luogo continuano. L’escursione è semplice e non presenta difficoltà alcuna. Splendidi i panorami e molto suggestive le atmosfere. Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

approfondimenti:  http://www.slowtuscany.it/toscana/toiano.htm

 

in auto: Pontedera/da Peccioli x SP11 direzione Montaione e dopo circa km.10 c’è uno stradello x Toiano a sx.

    video 

 

 

Domenica 3 dicembre: al museo egizio di Firenze

Al primo piano del palazzo della Crocetta, sede anche del museo etrusco, troviamo il museo Egizio, il secondo per importanza in Italia dopo quello di Torino e ne visiteremo l'esposizione che ci illustrerà l'evoluzione della civiltà egizia dalla nascita fino alla fine dell'impero. Questo museo esiste grazie alla grande passione di Leopoldo II di Lorena verso questa civiltà, passione che si concretizzò nel 1824 con l'acquisto di una collezione di 1400 opere e reperti, frutto degli scavi effettuati nelle necropoli menfite (4449/3358 a.c.) dal Nuovo Regno all'epoca Tolemaica; nel 1832 la raccolta si arricchì poi di ulteriori 850 elementi, donati dal medico ed esploratore Alessandro Ricci. Nello stesso edificio, costruito nel 1620 da Giulio Parigi per la granduchessa Maria Maddalena d'Austria,  troveremo e visiteremo il Museo Archeologico, che contiene una delle più importanti collezioni d'arte etrusca del mondo, con ampia documentazione  di questa cultura, ma anche con molte e belle opere d'arte greche ed egizie ( la cui sezione, come detto, visiteremo a parte). L’iniziativa è di tutto riposo, dovendosi anche sottolineare che l’ingresso sarà gratuito in quanto museo statale, nella prima domenica del mese. Info Adriana Brontesi 328 3786239

 

 

Sabato 16 dicembre – Convivium. Come ormai tradizione viene organizzato l’incontro conviviale dicembrino, per fare due chiacchiere tra di noi dopo un anno di escursioni e scambiarci opinioni e punti di vista su momenti associativi e non. Importante momento di aggregazione, sarà anche la fotoproiezione di immagini relative alle iniziative sviluppate dall’associazione, come pure di report di viaggio, effettuati e proposti dai soci che vogliano condividere con altri le loro esperienze. A suo tempo verranno comunicati i dettagli della nostra proposta, come pure le modalità di invio del materiale fotografico e anche le eventuali ulteriori iniziative collegate alla serata.

Info e prenotazioni: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

 

iniziative da rivisitare:

Da Farnocchia a sant'Anna di Stazzema (anello)

il M.Lieto è una cima delle Apuane meridionali vicinissima al mare, un punto panoramico di prim’ordine, non solo sulla conca di Camaiore e la Versilia ma anche sulle altre vette delle Apuane. In più, se la giornata è tersa, lo sguardo spazia tranquillamente fino al golfo di La Spezia e oltre, distinguendosi molto bene sia la Palmaria che il Tino. L’itinerario parte da Farnocchia, gira attorno al m. Lieto e ridiscende a Farnocchia, descrivendo un anello.

Descrizione percorso:

A Farnocchia (mt.646), oltrepassata la piazzetta dove si trova il monumento ai caduti della Grande Guerra, prendiamo a destra del negozio di alimentari, e, sulla nostra sinistra, prendamo per il sentiero 3, trovando le indicazioni per la Foce di Farnocchia e Sant’Anna di Stazzema. Saliamo per il castagneto e, dopo h.0.15 troviamo il bivio col sentiero 4, che trascuriamo. Altre h.0,45, sempre sul 3, e troviamo una marginetta. Continuiamo per lo stesso sentiero che diviene francamente sassoso e saliamo ancora per poi scendere, sempre seguendo i segni bianco/rossi, passando accanto ad una palestra di roccia ( con rinvii e spesso scalatori), trovando infine un ampio spiazzo erboso, dopo altre h.0,45. Siamo alla foce di S.Anna (mt.830) e qui possiamo decidere se proseguire per il sacrario (h.0.45) oppure scendere direttamente sotto la chiesa di S.Anna, prendendo per il canalone proprio davanti a noi e l’asfaltata dove finisce (h.0.30) – un bivio ci indicherà l’opzione possibile. Da Farnocchia a qui sono passate circa h.2.15/2.45 (secondo il passo). Sosta alla chiesa dell’eccidio. Il ritorno sarà dalla piazza sotto S.Anna, dove c'è il parcheggio insomma, quando prendiamo il sentiero 4 (inizia con una scaletta) e, dopo circa 30 minuti di salita, siamo sull’asfaltata voltando a destra e, in 10 minuti, passata casa Moco (con cartello commemorativo), siamo in località Case Sennari (mt.720) dove, sulla ns.sinistra, troviamo le indicazioni del sentiero 4 diretto a Farnocchia. Il sentiero, inizialmente in aspra salita, diventa poi un’ ampia mulattiera a pendenza più dolce, sempre nel bosco, con a destra ed in basso l’abitato di S. Anna ed il Monumento alle vittime della strage, ben visibile. In h.1/1,15 arriviamo ad un bivio dove il sentiero 4 sale a sinistra alla Foce di Farnocchia (quello sulla ns.destra, va invece al monte Gabberi e non lo prendiamo). Andiamo invece per il nr.4 essendo subito alla foce di Farnocchia o "Le Focette" (mt.873) dove, tra gli alberi, possiamo ammirare i monti apuani, da sinistra a destra, il m. Corchia, le Panie, il Nona, il Matanna, il Prana ed il m.Piglione. Scendiamo per un bosco a castagni e faggi, e concludiamo il nostro anello con a vista Farnocchia, in circa h.0.45.

Totale, con passo lento e fotografando, andata h.2.45/ritorno h.2.45. Dislivelli: Farnocchia mt.646/Foce S.Anna mt.830/S.Anna mt.660/Casa Sennari mt.720/Le Focette mt.873/ Farnocchia mt.646. Media difficoltà con 200 metri di salita due volte ed altrettante in discesa. nota: scarpe robuste, utili bastoncini e tenere di conto le ore di luce possibili.
 

Da Pomezzana al rifugio Forte dei Marmi

La strada asfaltata ci porta a un parcheggio non molto distante dalla chiesa principale di Pomezzana, dedicata a S. Sisto, col suo grande campanile.
Il luogo è panoramico su Farnocchia, Stazzema e il Monte Lieto e il Gabberi.
Il sentiero 106, ben segnato, inizia da questa piazzetta: saliamo pochi scalini lasciandoci alle spalle la chiesa e siamo nel paese.
Percorriamo alcune strade salendo prima lievemente poi più decisamente.
A 10’ inizia una mulattiera lastricata con ardesia che corre parallela all’abitato di Pomezzana, il quale si allunga sul crinale ben esposto al sole.
A 17’ siamo su una strada e il sentiero si dirige a sinistra.
C’è una casa e il sentiero continua in lieve discesa (evitare la salita verso destra), tra gli alberi si scorgono, verso sinistra, Stazzema e di fronte il gruppo del Procinto.
Il sentiero poi prende a salire e a 30’ siamo presso una zona di cave di ardesia, di tentativi di cave e di ripari sotto roccia.
A 37’ incontriamo una casa in muratura e subito dopo l’edificio principale delle cave, ormai semi distrutto. Dietro esso ci sono gli ingressi della miniera parzialmente coperti da edere che formano una cortina discendente, diamo un’occhiata e poi proseguiamo il cammino.
A 50’ siamo a un luogo molto panoramico, anche se ci sono rami di alberi a ostacolare la visibilità, su Procinto, Nona, Matanna e la zona delle Panie.
Continuiamo con saliscendi mantenendo sulla sinistra Procinto e Nona mentre il Matanna rimane di fronte. A 01h a destra c’è un’altra miniera presso la quale c’è un immenso blocco di ardesia coperto in parte da edere.
Subito dopo superiamo un canalino e poi riprendiamo a salire.
A 01h 08’ troviamo dei ruderi, forse di un’antica maestà e a 01h 16’ superiamo un altro ruscello che scende dai monti scavando un ripido canale.
Subito dopo un’altra antica costruzione che sembra una calchera (struttura per produrre calce).
Il sentiero prende a salire e per qualche minuto la salita si fa più ripida per strette voltoline per poi addolcirsi e a 01h 41’ siamo presso il Rifugio Forte dei Marmi.

Sosta e ritorno per la stessa via.

da Montemarcello a Tellaro (anello)

Dalla cima del promontorio del Caprione, immerso nella vegetazione mediterranea, lascia senza fiato il panorama del golfo di La Spezia a ovest e della fertile piana del fiume Magra, a est. Apprezzata dai Romani, che vi fondarono l'insediamento di Luni, l'area fluviale alterna coltivazioni e zone umide, ove nidificano uccelli acquatici, a settori assai compromessi. Il parco, nato dalla fusione del precedente parco fluviale e dell'area protetta di Montemarcello, rappresenta quindi un esperimento (riuscito!) di riqualificazione di zone degradate, tant’è che la porzione di Parco in cui andremo è veramente bella. Dal borgo di Montemarcello, con le sue viuzze strette che s'intersecano ad angolo retto, ricordano un "castrum" romano, saliremo verso l’orto botanico, splendidamente collocato sulla sommità di Monte Murlo, e sosteremo a Tellaro, piccolo borgo marinaro abbarbicato sopra una penisoletta rocciosa digradante ed ultimo abitato della riva orientale del Golfo dei Poeti. Il ritorno sarà per un sentiero a mezza costa, solo recentemente riaperto, attraverso tratti di macchia mediterranea che si alternano alla folta lecceta. Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti in cui fare attenzione e salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

Descrittivo: Una volta giunti a Montemarcello si parcheggia e si entra nel paese attraverso l'antica porta (scegliendo il parcheggio che incontriamo seguendo l'indicazione stradale a destra. A sinistra ne troveremmo un altro che per adesso trascuriamo). Proseguiamo a destra della chiesa parrocchiale dove si scende lungo una scalinata, al termine della quale si attraversa la strada asfaltata, percorrendo circa 100 metri in una stradina tra le case. Attraversata che avremo la strada e trovato un altro parcheggio, quello di cui si diceva prima e che però ci priverebbe della visita al borgo ed anche ai punti panoramici su punta Corvo, si scenderà l’asfaltata in direzione Lerici per 5 minuti, trovando un sentiero segnato ( a destra) che seguiremo fino a Tellaro (n°433).Nota - da adesso seguire sempre il n°433.

Saliamo a destra e ci inoltriamo per 30 minuti in una folta macchia a leccio, uscendone per ritrovare l’asfaltata e, dopo 5 minuti e sempre alla nostra destra, troviamo la continuazione del sentiero 433 per Zanego/Lerici, salendo per altri 15 minuti, in un bosco a pini d'Aleppo e lecci. Altro attraversamento dell’asfaltata ed altri 15 minuti, di salitella col selciato in pietra e due muri a secco che lo delimitano, ed arriviamo ad un punto panoramico, con apertura sul golfo dei poeti, la Palmaria e Porto Venere (siamo ad un bivio col sentiero 437, per l’orto botanico). Noi andiamo a diritto ed in altri 15 minuti siamo a Zanego, nella zona dei coltivi e degli orti e poi tra le case della piccola frazione.

Siamo adesso nuovamente sull’asfaltata che attraversiamo, col ristorante Pescarino davanti a noi, dove, seguendo i segni bianco/rossi tracciati sul muro ( alla nostra destra) scendiamo per 20 minuti il sentiero, tra le abitazioni, arrivando alla segnalazione per Tellaro, davanti a noi ed in discesa ed Ameglia, in discesa ma alla nostra destra. Fin qui sono passate circa h.1.45/2.

Scendiamo per Tellaro, facendo attenzione al fondo sconnesso ed a alcuni punti franati e non troppo larghi. Altri 60 minuti e, passato il bivio per Portesone e Lerici, infine arrivati a Tellaro (borgo incantevole!)in altri 10 minuti, torniamo indietro per il sentiero 444, recentemente riaperto dal CAI di Sarzana e segnalato come con tratti potenzialmente pericolosi e da percorrere con molta attenzione, ed in altre h.1,45 a mezza costa torniamo a Montemarcello e volendo a punta Corvo (bellissimo promontorio ma cui si arriva dopo una scalinata con ben 700 gradini!). Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti ed in cui fare attenzione. Salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

 

Domenica 26 marzo: l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare"

Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria Percorso: dai Bagnetti prendiamo a sinistra del ponte e devieremo per la salitella che troveremo alla nostra sinistra. Prima il bosco, poi una radura ed ancora il bosco e saremo in vista degli archi dell’acquedotto dove noi prenderemo a destra, lungo i campi e costeggiando una distesa di grano selvatico. Andiamo adesso sempre a diritto per entrare in un bosco più fitto di lecci e querciformi, trovando un bivio che dovremo prendere a sinistra perché a destra andremmo al monte La Poggia. Il sentiero diviene adesso più largo e battuto e ci riporta alla radura di prima, da dove in poco tempo si ritorna, non prima però di aver seguito un percorso nella macchia molto frequentato dai numerosi cinghiali che vivono in queste selve.

I Bagni nell’Acqua… Puzzolente ………..

"Lasciammo a destra la strada del Limone e da mano sinistra è una pozza o Lagunetta formata da una sorgente di Acqua Sulfurea fredda, la quale a cagione del gran fetore, viene in Livorno chiamata l'Acqua Puzzolente […] L'acqua assaggiata non ha sapore, né acido di alcunasorta in se, ma puzza di Uova sode. Ella fa bene per i Mali cutanei". Così scrisse Giovanni Targioni Tozzetti nelle sue "Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana" del 1786.Per sfruttare le proprietà dell’acqua solforosa i proprietari della tenuta Limone affidarono all'architetto Poccianti la realizzazione dei bagni della Puzzolente, iniziati nel 1843 e inaugurati nel 1844. L’edificio ha pianta rettangolare con due emicicli che contenevano ognuno otto bagnetti. A poca distanza dietro le terme vi è un'altra costruzione a forma di tempietto rotondo dove sono riunite e allacciate tutte le polle. Qui la pompa aspirante raccoglieva l'acqua che veniva riscaldata e diramata nelle diverse cabine. A quell'epoca Livorno, con le sue 12 sorgenti, era un famoso centro termale. Anche la fonte Puzzolente ebbe successo, infatti nell'anno 1876 usufruirono di tali impianti circa 9.720 persone e furono praticati giornalmente oltre 90 bagni. “Molto potremmo dire sopra felici risultati ottenuti dall'uso di quest'acqua e si potrebbero ancora allegare numerosi attestati di persone ammalate che ricuperarono la salute, o trovarono nell'acqua puzzolente alleviamento alle loro sofferenze” (G.Orosi, 1845). Col volgere dei tempi però, con la scoperta di nuove acque simili, con le comodità sempre maggiori che nuovi stabilimenti offrivano ai frequentatori, dopo un lento e graduale decadimento, i bagni della Puzzolente furono chiusi al pubblico nell'anno 1897 ed adibiti ad uso di magazzini e di cantina di vino e le acque furono abbandonate per i fossi adiacenti. Da - http://www.webalice.it/diego.guerri/EeP/guida_boschi_rid.p

altra proposta analoga;

l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare" - Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria, adesso che questo inizio di primavera comincia ad indurci di nuovo al movimento.

L’Acquedotto del Limone, andando verso il monte La Poggia (colline livornesi)

Nascosti dal bosco e dimenticati ci sono i resti dell'antico Acquedotto di Limone, che diede l'acqua a Livorno fra il '600 e l''800 prima della costruzione dell’Acquedotto Leopoldino.

descrittivo -

All’altezza del ponte in cemento, dopo i vecchi bagni della Puzzolente si va a destra e si procede a diritto per uno stradello che collega tra di loro i diversi poderi e orti della zona e lo si segue per circa h.0,45. Arrivati ad un bivio, lasciamo questa carrareccia e, dove vediamo una sbarra bianco/verde che ci segnala che siamo nel Parco, giriamo ed entriamo nel bosco. Risaliremo adesso il rio dell’acqua puzzolente per circa h.1, dovendolo guadare di traverso per alcune volte. L’ultimo tratto di questo itinerario è in leggera salita per altri h.0,15 (unico tratto con una pendenza noiosa) e ci vede sbucare sotto il monte La Poggia, proprio sotto la zona della cava del Canaccini. A questo punto prendiamo lo stradello asfaltato alla nostra destra e in discesa per circa h.0,20, finchè troveremo un bivio che scende a destra (a sinistra vedremo un viale alberato a cipressi, che sale), prima per h.0.30 di stradello sassoso e dopo, entrando nel bosco per altre h.0.20, uscendone infine sulla sinistra trovando una rete divisoria lunghissima che seguiremo, non lasciando il bosco finchè non arriveremo alla zona degli oliveti. Scendiamo a diritto tra gli olivi, leggermente sulla destra  ed eccoci nuovamente alla fonte della Puzzolente in altri h.0,45 (volendo possiamo anche restare a contatto della rete divisoria ed andare a trovare lo stradello che porta alla fattoria didattica del limone) dove prenderemo a destra per tornare alle auto. Totale circa h.4 a/r (escluse soste) – dislivello ca mt.300

L’acquedotto del Limone e l’approvvigionamento idrico di Livorno

L’acqua di questo acquedotto, proveniente da sorgenti della zona (ancora oggi utilizzate ad uso agricolo locale), non serviva soltanto per la sopravvivenza delle popolazioni residenti, ma anche per il rifornimento di navi ormeggiate presso il vicino porto (porto pisano) e per il retroterra produttivo della zona, certamente fiorente vista l’attività del porto nelle varie epoche. Il termine Limone, con cui si definisce quest’area, non è da ricondursi a coltivazioni dell’omonimo agrume; essendo più probabile invece che derivi dal termine latino limus = fango, viste le caratteristiche del terreno che si presenta particolarmente fangoso.

Edificato seguendo un preesistente acquedotto romano che  testimonianze archeologiche permettono di datare in un periodo compreso fra il I sec. a.C. ed il IV sec. d.C, con un approvvigionamento stimato per circa 8.000 persone, l’acquedotto di Limone venne approvato nel 1601 da Ferdinando I dei Medici, onde sopperire alla continua mancanza d’acqua potabile in cui si trovava Livorno e divenne la maggiore fonte di approvvigionamento idrico della città fino alla fine dell’Ottocento.

Da dire che durante il Medioevo la cittadina di Livorno ebbe un forte incremento demografico con un costante aumento del fabbisogno idrico giornaliero, soddisfatto tramite la raccolta dell’acqua piovana in grandi cisterne e col prelievo da pozzi posti nelle vicinanze degli abitati. Nel 1421 a Livorno si contavano circa 1.200 abitanti e l’acqua potabile veniva cercata in fonti sempre più lontane ( gli incaricati che si procuravano e smerciavano quest’acqua erano detti acquaioli). Con la costruzione della Fortezza Vecchia (a.1530 circa) poi ed il conseguente ampliamento dell’abitato di Livorno, la popolazione salì fino a circa 1800 persone e quindi aumentò ulteriormente la necessità di acqua per cui, sotto il governo di Francesco I de’ Medici, fù indispensabile pensare ad un grande acquedotto che poi fu il  Granduca Ferdinando I a realizzare e che entrò in attività nel 1611, con il nome di Acquedotto di Limone o delle Vigne ( sorgenti ubicate sul Monte la Poggia). Questo permise l’ampliamento di Livorno e quindi della sua demografia fino al 1645, quando si raggiunsero gli 8.000 abitanti.  Un grande acquedotto si era reso indispensabile anche perchè agli inizi del 1600, con i lavori necessari per la costruzione dei fossi, furono interrotte numerose falde freatiche locali con in più la salinizzazione di numerosi pozzi all’interno della città. Per sopperire a questo grave problema ci si rivolse a sorgenti sempre più lontane dalla città, in particolare a quelle di Limone, finchè nel 1732, anche l’acqua proveniente da quest’area non si rivelò insufficiente per una popolazione che ormai contava 24.000 persone e che raddoppiò entro il 1789. Fù allora che il sovrano Ferdinando III approvò il progetto dell’Acquedotto di Colognole (1792) che entrò in funzione  nel 1816 per essere infine sostituito agli inizi del ‘900 con quello di Filettole che, con dovuti ammodernamenti, approvvigiona ancora oggi la città.

approfondimenti:

http://www.archart.it/livorno-sorgenti-di-limone.html  archeologia della costruzione

http://www.lalivornina.it/DESCRIZIONI%20PERSONAGGI%20FAMOSI/FERDINANDO%20I.htm   Livorno ai tempi di Ferdinando I

http://wsimag.com/it/economia-e-politica/17471-emergenza-idrica-a-livorno emergenza idrica cittadina nel 1600

Dal Gabbro al “ponte romano” sul botro Riardo (anello).

Utilizzando la nuova segnaletica del Parco dei monti livornesi, realizzata e messa in opera grazie al lavoro delle associazioni aderenti al “progetto occhisullecolline”, oggi percorreremo un interessante anello che si sviluppa ora in zone boschive, ora per tratte agresti ora infine nella valle del botro Riardo, sotto i rilievi di Monte Carvoli e del Monte Pelato, nel Parco di Camaiano, arrivando al cosi detto “ponte romano di Castelnuovo della Misericordia”, benchè le sue origini siano più recenti e  verosimilmente tardo settecentesche, costruito per rendere raggiungibile una fornace di mattoni oltre il botro Riardo, anche durante eventuali periodo di piena.

L’escursione inizierà dal paese del Gabbro per raggiungere i vecchi lavatoi, un itinerario che veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua ed a lavare i panni dalla seconda metà del 1600 fino alla seconda del 1900. Saremo parzialmente sul “sentiero del mille” (tracciato altomedioevale che collegava i borghi collinari a Vada e quindi al mare, anche se la costa era tuttavia raggiungibile ben prima, prendendo per la via vecchia della Marina del m.Pelato), per boschi e viottoli di campagna che si alternano piacevolmente, in un trekking di circa h.4/4.30, escluse le soste.

Dettaglio: Dal parcheggio del Gabbro saliamo all’asfaltata e prendiamo subito per via della Rosa, di fronte a noi e ben riconoscibile per la presenza di un ambulatorio veterinario. Andiamo avanti per circa 10 minuti, uscendo dal paese e trovando prima un’edicola votiva a sinistra e quindi un bivio che ci indica Colognole andando avanti e Ricaldo invece a destra.

Scendiamo per Ricaldo, ora nel bosco, ora uscendo verso i coltivi ed in altri 20 minuti siamo ai lavatoi del Gabbro, di cui si ha notizia fin dal tardo ‘600. Una breve visita e risaliamo quindi per una stradina sterrata (a destra) che ci riporta sull’asfaltata in circa 20 minuti. Prendiamo ancora a destra per altri 10 minuti sulla provinciale ed iniziamo l’avvicinamento al ponte romano, facendo attenzione a scendere alla nostra sinistra (ben evidenti i cartelli che indicano la direzione da seguire, seguendo il sentiero 199). Ci aspetta adesso un saliscendi di circa h.1, per zone boschive, sterrati e canneti e viottoli lastricati di massi, vestigia degli antichi tracciati, finchè, dopo aver guadato il botro Riardo, saremo ad un cancello grigio dove gireremo a sinistra per altri 45 minuti, per raggiungere il “ponte romano”. Il ritorno sarà per questo stesso sterrato, altre h.0,45 dunque, ma andando questa volta a diritto per h.0,20 finchè, alla nostra sinistra, troveremo un breve stradello a fondo chiuso dove noi gireremo invece alla prima carrareccia a destra. In altre h.0,30 saremo al botro Sanguigna ed ai suoi mulini e, girando a destra e seguendo il corso d’acqua termineremo la nostra passeggiata, risalendo per circa h.0,20 (unica salita impegnativa) ed arrivando al campo sportivo prima e dopo ancora al parcheggio dove avremo lasciato le auto.

Tot. Prima parte h.1 + seconda parte h.1.45/.Ritorno circa h.1.45 Calcolare le soste al ponte h.1 (sosta pranzo). Trekking di h.4.30/5 + soste.

Altre note descrittive :

1) Gabbro - Sorto sul versante orientale dei monti livornesi ha origini medievali: mai citato dalle fonti come castello – nel ‘300 è definito ‘comune rurale’ - l’agglomerato ereditò probabilmente la popolazione dei vicini castelli di Torricchi e Contrino, forse distrutti già nel corso del basso-medioevo. Il toponimo, dal latino glabrum, allude alla sterilità del suolo, ricco di rocce di origine vulcanica - il “gabbro” appunto, così battezzato in onore del paese, trovando un curioso parallelo nell’appellativo ‘Pelato’ dato al poggio su cui il paese sorge.

La zona fu oggetto, dal 1547  - con Cosimo I° de Medici - in poi, di ripetuti tentativi di colonizzazione voluti dai Medici allo scopo di accrescere la produzione agricola necessaria allo sviluppo del centro di Livorno. L’interesse granducale è testimoniato anche dai resti di numerosi mulini ad acqua, risalenti allo stesso periodo e che sorgevano lungo l’alta valle del Botro Sanguigna, facenti parte di un più ampio sistema produttivo creato proprio allo scopo di approvvigionare di grano la nascente e vicina città di Livorno. Dal 1886 visse a Gabbro il pittore macchiaiolo Silvestro Lega che nella sua opera si è ispirato più volte al paesaggio di questo ridente paese.

2) I vecchi lavatoi:

Situata fra Gabbro e Torricchi, per secoli è stata usata da uomini e donne per l'acqua da bere e per lavare i panni. Da Piazza Cavour, seguendo Via Rialto che scende verso la vallata orientale si ha occasione di percorrere un sentiero molto suggestivo che si snoda fra alberi di sughero ai margini della boscaglia. Questo itinerario veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua e a lavare i panni alla fonte di Rialto. Tale fonte fu ristrutturata nel 1609 e nel 1682 quando vennero costruiti i lavatoi e gli abbeveratoi per gli animali. Prima di arrivare alla fonte è possibile scorgere una edicola votiva originaria del 600, che custodisce un quadro della Madonna, ed alcuni cunicoli nei quali i Gabbrigiani si nascondevano per sfuggire ai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Si ha notizia dei lavatoi fin dal 1682, quando vengono stanziati dalla Comunità del Gabbro: "25 scudi per fare un arco e muro attorno alla Fonte del Ricaldo, per far venire l'acqua a doccio, fare un abbeveratoio per le bestie.


Il rifornimento di acqua potabile avveniva presso le due fonti distanti un chilometro dal paese sulla parte destra della strada che porta a Castelnuovo della Misericordia. Veniva anche attinta a una fonte situata nella località Riardo, anche questa distante oltre un chilometro dal paese, lungo una strada secondaria che porta verso la località di Staggiano. Dopo il 1945 la fonte fu chiusa e l'acqua incanalata, a mezzo di un piccolo acquedotto, fu fatta affluire alla Fornace Serredi per le necessità della lavorazione. L'acqua veniva trasportata giornalmente alle abitazioni dalle donne che portavano sulla testa brocche o canestre piene di fiaschi e da ragazzi con carretti o

      

con corbellini anche questi pieni di fiaschi. La lontananza delle fonti causava fatica e perdita di tempo specialmente nell'estate quando si doveva fare la fila perchè il getto dell'acqua diminuiva. Le donne spesso si recavano, portando sempre grosse canestre in testa, a lavare i panni ai due lavatoi pubblici, cioè a quello di Rialdo e a quello che si trova dalla parte opposta, sulla via che dal Gabbro porta a Castelnuovo della Misericordia. Due fonti di incerta potabilità, una chiamata fonte di Giomo sulla via Taversa Livornese per Castelnuovo poco prima della località Stregonie e l'altra situata nelle vicinanze, fornivano acqua, per far fronte alle diverse necessità degli agricoltori e dei possidenti, i quali riempivano damigiane e botticelle che trasportavano con carri trainati da buoi o con barrocci trainati da cavalli o di ciuchi. Dopo il 1945 il comune di Rosignano Marittimo, dietro le insistenti richieste dei paesani, deliberò di fare l'acquedotto per portare l'acqua potabile in paese. Fu allora incanalata l'acqua delle due fonti e, utilizzate altre sorgenti a mezza costa della collina di Poggio d'Arco, fu creato un deposito sul Poggio Pelato. Col passar del tempo le fonti del paese furono integrate da altre direttamente installate nelle case avendo così gli utenti l'acqua sempre a disposizione senza fatica, con vantaggi igienici e senza perdita di tempo. Purtroppo quando il Comune, per approvvigionare l'acqua potabile al paese di Nibbiaia, decise di alimentare l'acquedotto con altra acqua presa lungo il fiume Sanguigna, in località Bucafonda, la situazione peggiorò sia come qualità sia come quantità. testo da - http://www.lungomarecastiglioncello.it/

La via francigena: da Abbadia a Isola a Monteriggioni

Come pellegrini del medioevo il nostro breve viaggio toccherà due posti tappa della via francigena: l’abbazia di Badia a Isola, dove testimonianza scritte affermano il soggiorno del vescovo Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel suo lungo viaggio verso Roma (ad 999) per l’investitura papale, e Monteriggioni, borgo fortificato  costruito a spese della Repubblica di Siena nel XIII secolo, intorno ad una fattoria Longobarda preesistente, allo scopo di sbarrare la strada ai fiorentini, nelle lunghe guerre fra le due città. La nostra proposta prevede la visita alla bellissima abbazia cistercense (sec.XI) ed al chiostro e quindi il percorso di avvicinamento al castello di  Monteriggioni quando ci soffermeremo in una esplorazione particolare del borgo, alla cinta muraria ed ai suoi camminamenti, come al museo delle armature ed alla chiesa di S.Maria Assunta, l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. L’escursione non presenta particolari difficoltà e, parte su carrarecce sterrate, parte nel bosco, sarà di circa 3 ore complessive, rigorosamente sul tracciato della via francigena. 

                                                                                                                                                                             info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Abbadia a Isola (anche Badia a Isola, già Abazia dell'Isola o Abazia del Lago, anticamente Borgonuovo  è una frazione del comune di Monteriggioni, in provincia di Siena. L'abbazia fu fondata nel 1001 dalla contessa Ava, figlia del conte Zanobi e vedova d'Ildebrando Signore di Staggia e di Val di Strove, lungo la via Francigena ed in particolare presso uno dei castelli di proprietà della stessa famiglia denominato Borgonuovo. Deve il nome al contesto ambientale, in quanto, sorgendo ai margini di terreni impaludati, la chiesa sembrava poggiare su un'isola. Il castello di Borgonuovo invece era lo stesso menzionato da Sigerico di Canterbury che vi fece tappa tra il 990 e il 994, di ritorno da Roma dopo avere ricevuto l'investitura dal papa Giovanni XV con la consegna del pallio. Nota: percorrendo la via Francigena l'arcivescovo di Canterbury menziona nel suo diario Burgenove la località, che rappresentava la XVI tappa (mansio) del suo itinerario verso l'Inghilterra. Gli abati divennero nei secoli successivi padroni assoluti di Borgonuovo e delle terre circostanti, cosicché quel castello perse progressivamente d'importanza in favore dell'abbazia, il cui potere culminò nel XIV secolo, ed a riprova esiste una convenzione stipulata alla Badia a Isola l'11 dicembre 1256 fra l'abate e il rettore o sindaco del Comune di Borgonuovo, con la quale si accorda agli abitanti di potere eleggere per rettore una persona di loro fiducia.

La Via Francigena, Franchigena, Francisca o Romea, è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conducevano dall'Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma. Nel meridione d'Italia, in particolare in Puglia, è attestata inoltre una via Francesca, legata alla pratica dei pellegrinaggi, che taluni accostano alla via Francigena sostenendo esserne la prosecuzione a sud, verso Gerusalemme, benché non esistano prove storiche di tale affermazione.

I primi documenti d'archivio che citano l'esistenza della Via Francigena risalgono al IX secolo e si riferiscono a un tratto di strada nell'agro di Chiusi, in provincia di Siena, mentre nel X secolo il vescovo Sigerico descrisse il percorso di un pellegrinaggio che fece da Roma, alla quale era giunto per essere ricevuto dal Pontefice il "pallium", per ritornare a Canterbury, su quella che già dal XII verrà largamente chiamata Via Francigena. Il documento di Sigerico rappresenta una delle testimonianze più significative di questa rete di vie di comunicazione europea in epoca medioevale, ma non esaurisce le molteplici alternative che giunsero a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi.

Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela.Per questo l'Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d'Europa. Molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Ancona e da lì si imbarcavano per la Terra Santa. Una tappa importante prima di giungere a Brindisi era il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, sul Gargano, in provincia di Foggia in Puglia. Nella maggior parte dei casi i pellegrini seguivano le Strade consolari romane. I pellegrini provenienti soprattutto dalla terra dei Franchi in età post carolingia cominciarono a valicare le Alpi ed entrare in Italia. Con l'itinerario primitivo si entrava in territorio italico dalla Valle di Susa attraverso il Colle del Moncenisio (talvolta transitando anche dal Colle del Monginevro), dando così alla strada il nome di Francigena, cioè proveniente dalla Terra dei Franchi.  

La presenza di questi percorsi, con la grande quantità di persone provenienti da culture anche molto diverse tra loro, ha permesso un eccezionale passaggio di segni, emblemi, culture e linguaggi dell'Occidente Cristiano ed ancora oggi sono rintracciabili sul territorio le memorie di questo passaggio che ha strutturato profondamente le forme insediative e le tradizioni dei luoghi attraversati. Un passaggio continuo che ha permesso alle diverse culture europee di comunicare e di venire in contatto, forgiando la base culturale, artistica, economica e politica dell'Europa moderna; è nota la frase del poeta Goethe secondo cui la coscienza d'Europa è nata sulle vie di pellegrinaggio. A partire dal 1994 la Via Francigena è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del Cammino di Santiago di Compostela, una dignità sovranazionale.

Sigerico di Canterbury (950 circa – 28 ottobre 994) è stato un arcivescovo cattolico britannico, arcivescovo di Canterbury, istruito presso l'abbazia di Glastonbury, dove divenne monaco. Nel 980 fù nominato abate dell'abbazia di Sant'Agostino di Canterbury e nel 985 fù consacrato vescovo di Ramsbury da Dunstano, arcivescovo di Canterbury e forse mantenne la reggenza dell'abbazia anche da vescovo, fino al 990 quando fu eletto arcivescovo di Canterbury. Nello stesso anno si recò a Roma per ricevere dalle mani di papa Giovanni XV il pallio, simbolo della dignità arcivescovile e la sua notorietà odierna è legata essenzialmente al ritrovamento del diario di viaggio di ritorno, dove sono annotate le 80 tappe - tra Roma e l'imbarco per l'Inghilterra, nei pressi di Calais - di quello che sarebbe stato chiamato Itinerario di Sigerico e nei secoli successivi Via Francigena. Morto il 28 ottobre del 994, fu sepolto nella cripta della Christ Church di Canterbury.

Monteriggioni - Situato all’estremità settentrionale del proprio territorio comunale, occupa la sommità di una dolce collina dalle pendici coltivate a vigne e olivi.
Il castello venne fondato nel secondo decennio del Duecento dalla Repubblica di Siena, con il principale scopo di creare un avamposto difensivo contro la rivale Firenze. Per secoli l’insediamento svolse in pieno la funzione per cui era stato creato, respingendo di volta in volta una miriade di assedi e attacchi. La sua funzione militare venne meno a partire dalla metà del Cinquecento, quando l’intero Stato Senese, di cui il nostro borgo faceva parte, venne annesso a quello fiorentino.

La cinta muraria: Monteriggioni conserva ancora oggi gran parte delle strutture del XIII secolo e si configura come un luogo assolutamente unico nel panorama dei borghi medievali toscani.
La cinta muraria, realizzata in pietra, abbraccia la sommità di una collina con uno sviluppo lineare di circa 570 metri.
Dalla superficie esterna sporgono quattordici torri a pianta rettangolare, mentre una quindicesima è addossata alla cortina interna. La loro imponenza dovette essere assai notevole anche nel Medioevo, tanto da suggerire a Dante una famosa similitudine con i Giganti collocati nell’Inferno: “[…] però che, come su la cerchia tonda / Monteriggion di torri si corona, / così la proda che ‘l pozzo circonda / torreggiavan di mezza persona / li orribil giganti […]” (Inf., XXXI, vv. 40-44).

La chiesa di S.Maria Assunta - affacciata sulla piazza principale, è l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. Realizzata nel corso del XIII secolo, presenta un unico ambiente con terminazione rettangolare. La facciata, di raffinata eleganza, reca un bel portale con arco in pietra sormontato da un’apertura circolare. L’interno, ristrutturato in epoca moderna, ha pareti intonacate e volte a vela. Oltre a una campana del 1299, la chiesa custodisce un dipinto del XVII secolo con la Madonna del Rosario, cui è dedicata in ottobre una sentita festa locale.

Il museo ospita fedeli riproduzioni di armi e armature medievali e rinascimentali. Accurati modellini, inoltre, illustrano mezzi e tecniche di assedio in auge nelle stesse epoche.
Ogni sala è dedicata a uno specifico momento della storia di Monteriggioni, all’interno del quale i pezzi esposti sono contestualizzati. Insolita quanto apprezzata dalla maggioranza del pubblico è la possibilità di maneggiare e indossare alcune armi e parti di armature, situate in apposite zone del museo. Alcuni pannelli esplicativi e un’agevole audioguida multilingue accompagnano il visitatore in questa breve, ma intensa immersione nella storia.

Itinerario trekking: La Via Francigena nella Montagnola senese

Premesso che cartelli ci portano senza problemi da Abbadia a Isola a Monteriggioni, seguendo le indicazioni - via francigena, questa sotto è una interessante variante.
Da Abbadia a Isola si prende la strada asfaltata per Monteriggioni e, dopo circa 200 metri, si devia a destra per seguire una lunga strada sterrata (Strada di Valmaggiore) che procede diritta attraverso i campi, con una bella visuale sulla cinta muraria di Monteriggioni in lontananza. Superato il bivio a destra per il podere Valmaggiore, la stradina raggiunge quindi il limite del bosco, dove si biforca. A sinistra il percorso è piano e va seguito per circa 30 minuti (fin qui, sulla sterrata, ne saranno già passati 40). Se invece si va a destra ( seguendo i segni bianco/rossi del c.a.i), dopo 300 metri, s’incontrano due bivi ravvicinati e ad entrambi bisogna tenere la sinistra. La mulattiera s’inoltra nel bosco salendo di quota, con qualche curva. Più in alto il percorso s’immerge poi nel fitto lecceto e diviene pianeggiante. Si arriva così ad un importante quadrivio con al centro un leccio, ove bisogna svoltare a sinistra. Al successivo bivio (circa 50 metri) si va a destra, seguendo una stradina che costeggia un campo. In breve si giunge ad un bel punto panoramico da dove si può ammirare, proprio di fronte, il castello di Monteriggioni. Più avanti s’incontra quindi un altro quadrivio, dove si prosegue diritto, quindi subito a sinistra (a destra si va alla Ripa) e si attraversa un piccolo oliveto. La stradella poi rientra nel bosco ed inizia a scendere, sbucando infine sui campi poco a monte della SS 2 Cassia. Si continua ora a destra, lungo il limite del bosco, giungendo ben presto all’innesto nel percorso n° 100. Da adesso in poi il castello è in bella vista ed è sufficiente prenderlo come traguardo (l’ultimo tratto per arrivare alla porta principale è su uno sterrato in salita – circa 20 minuti.  Itinerario facile, dislivello mt.80, tempo di percorrenza andata h.1,30).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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