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1) LE INIZIATIVE DEL PRIMO SEMESTRE 2018 ----  

2) VARIE:

Si ricorda che le iniziative sono riservate agli associati, i quali, con il tesseramento annuale si rendono tutti compartecipi delle responsabilità e della gestione dell’associazione stessa. Chi non è socio può comunque partecipare una tantum alle escursioni, versando 5 euro che verranno considerate come acconto del successivo tesseramento, da effettuarsi in occasione di una prossima uscita ( €.15 singolo/€.20 familiare ).

L'iscrizione ha validità annuale, con rinnovo entro il mese di aprile dell'anno successivo e si può effettuare o partecipando ad un'iniziativa e versando la quota al referente dell'iniziativa stessa, che poi la consegnerà al tesoriere, oppure contattando direttamente il tesoriere: attualmente Luisa Rocchi - luisa.massimo@gmail.com - 349 7114943

note e regole di partecipazione:

1) tramite una mailing list vengono effettuate comunicazioni di vario tipo agli associati, dai periodici incontri nell'attuale sede (via Roma 230 c/o locali annessi al museo di storia naturale) ad eventi interessanti ma gestiti da altre associazioni etc.etc................chi vorrà ricevere tali informazioni è sufficiente che lo comunichi ad agireverde@tin.it .

2) per partecipare alle diverse attività dell'associazione si deve prendere atto che diventando soci ci si corresponsabilizza nella gestione dell'associazione stessa, divenendo tutti con eguali diritti/doveri essendo quindi tacitamente inteso che, non esistendo accompagnatori professionali e retribuiti, i referenti occasionali che si prestano alla conduzione ed auspicati in rotazione, non saranno mai da considerarsi responsabili per eventuali incidenti possano verificarsi in occasione delle diverse iniziative. E' sottinteso come sia opportuno verificare le proprie condizioni fisiche prima di partecipare alle escursioni, benchè siano sempre previste per essere alla portata di tutti.

3) Partecipando ad una iniziativa, quando non previsto altrimenti, è opportuno farlo sapere entro il venerdi sera precedente, al più tardi (lasciando nome, numero di partecipanti e telefono) per essere avvertiti di eventuali mutamenti di programma anche all'ultimo minuto, senza correre il rischio di arrivare nel luogo dell'appuntamento quando questo è stato precedentemente annullato per maltempo o altro motivo.

4) Per favorire l'amalgama tra soci e direttivo (rinnovabile a scadenza, a norma di statuto) e far sentire tutti responsabili della crescita dell'associazione, intesa non solo come momento aggregativo ma anche come attrice di cambiamento in tema di politiche ambientali e salvaguardia del territorio, ogni primo mercoledi di ogni mese ( o comunque quando stabilito dal direttivo in carica) è indetto un incontro soci/direttivo in via Roma 230, c/o locali annessi al museo di storia naturale alle h.21.15, come precedentemente specificato.

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Avvertenze: prima di iniziare un trekking, oltre ad auto valutare la propria condizione fisica, senza barare, vi consigliamo la lettura di questo sito, utilissimo per chi ha poca pratica di escursionismo. Da ricordare, quando si affrontano dislivelli, che in media per circa 250/300 metri occorreranno circa 1 ora (ma se anche ce ne mettete h.1,30 va bene lo stesso), non dimenticando comunque eventuali soste di recupero di 15 minuti ogni ora (in escursione non c’è alcun record da battere!).            http://xoomer.virgilio.it/geotrek/page271.htm . Ovviamente è scontato che si debbano calzare scarpe da trekking con suola robusta e non scarpette tempo libero.

Buona lettura e buone scarpinate con Agire Verde.

ps: informatevi sempre e personalmente c/o il referente di eventuali problemi che possano esserci sul percorso, anche in base alla propria condizione fisica, del tipo: dislivelli da superare; cosa fare se, sentendo la stanchezza, non si riesce a tenere passo di chi va più veloce; se c’è acqua per rifornirsi etc.etc.

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PROGRAMMA 2018   (cliccare sul titolo per andare all'iniziativa)

 Domenica 21 gennaio: al Museo Archeologico di Rosignano Marittimo

 Domenica 28 gennaio: nella riserva naturale Tombolo di Cecina

Sabato 3 febbraio - Fuori programma della Pro Loco di Quercianella "il giardino dei Tarocchi"

 Domenica 11 febbraio: Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure

 24 e 25 febbraio: ciaspolata nel Parco del Frignano

 Domenica 11 marzo: nella macchia della Magona

 Domenica 25 marzo: La cascata dell'Acquapendente a Pruno   

 Domenica 15 aprile: lungo la vecchia ferrovia a cremagliera, tra Saline e Volterra

 Domenica 29 aprile - La via francigena, da Abbadia a Isola a Monteriggioni

 Domenica 6 maggio: anello del poggio di Corno al Bufalo, nella valle del Linari

 Domenica 20 maggio: all’Abbazia di San Fruttuoso, nel Parco naturale di Portofino

 Domenica 27 maggio: la Giornata Europea dei Parchi

 Domenica 3 giugno:  Al masso delle Fanciulle

 Domenica 17 giugno:  convivium di fine semestre

        Domenica 21 gennaio: al Museo Archeologico di Rosignano Marittimo

Nato nel 1955, il Museo Archeologico di Palazzo Bombardieri a Rosignano Marittimo ripercorre la storia degli insediamenti e dello sfruttamento delle risorse della fascia costiera compresa tra Castiglioncello e la Valle del Cecina, dalla preistoria al Medioevo. Il Museo, oltre a presentare la collezione dei reperti archeologici arricchita da ricostruzioni, plastici e strumenti multimediali, vuole anche essere un’introduzione alla visita del territorio, suggerendo itinerari e percorsi alla riscoperta della storia e delle tradizioni di un paesaggio variegato e suggestivo. E’ prevista una visita guidata. Dettagli e info: Marcello Lenzi 329 79 14 327

 

Per i dettagli vi rimandiamo al link del museo - http://www.munus.com/museo-archeologico-di-palazzo-bombardieri-rosignano-marittimo-livorno

 

 

 

           Domenica 28 gennaio: nella riserva naturale Tombolo di Cecina

La Riserva Naturale del Tombolo di Cecina conta ben 15 km di macchia mediterranea e dune di sabbia ed è considerata il polmone verde della costa cecinese: un luogo di pace e tranquillità, ambiente ideale dove rilassarsi, sfiorati dalla brezza marina della vicina fascia costiera. La fitta vegetazione è attraversata da moltissimi sentieri e spesso, lungo questi itinerari, è possibile avvistare le tracce di numerosi animali che hanno trovato nel parco il loro habitat ottimale: scoiattoli, ricci e persino volpi e caprioli, oltre che moltissime specie di uccelli, tra le quali spiccano il picchio, la ghiandaia ma anche, più raro, lo sparviero. Si ricorda infine che la lunga e fitta pineta, che conosciamo oggi e che attraverseremo, è opera del Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena il quale nel 1839 si impegnò a costruire una foresta per proteggere le coltivazioni locali, in modo che i venti e la salsedine provenienti dal mare non danneggiassero il lavoro dei contadini. Escursione facile, per tutti.

Info e dettagli: Laura Malevolti 338 9083212

 

Fuori programma della Pro Loco di Quercianella (referente Silvana Malevolti 335 7833238) - Sabato 3 febbraio: il giardino dei Tarocchi

Non è  gestita da noi ma dalla Pro Loco di Quercianella, alla quale dovrete rivolgervi per info e dettagli, segnaliamo questa iniziativa:

 

 

Domenica 11 febbraio: Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure

Dersu Uzala è un film russo-nipponico del 1975, diretto dal regista Akira Kurosawa e tratto dai libri biografici dell'esploratore russo Vladimir Klavdievič Arsen'ev in cui sono riportate notizie circa le sue numerose esplorazioni nel Sichotė-Alin', una regione della Siberia, risalenti ai primi anni del XX secolo. È un film basato sul legame tra uomo e natura dove Dersu è l’ uomo allo stato di natura idealizzato, l’ espressione tangibile di come la vita dà e toglie senza alcun tipo di giustizia ed è anche un’ opera sulla generosità, sulla vicinanza tra uomini appartenenti a culture diverse ma allo stesso genere. Stupenda la fotografia e rara la delicatezza con la quale vengono descritti i personaggi. Premio Oscar come miglior film straniero nel 1976. Proiezione nell’auditorium del museo di storia naturale. RISERVATO AI SOCI. Info e prenotazioni: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

TRAMA:

1910: Il film inizia in un'area al limite di una città in costruzione nella foresta disboscata, dove il dottor Arseniev cerca una tomba; la tomba di Dersu Uzala.

Il film quindi è raccontato per flashback delle precedenti esplorazioni di Arseniev, prima che fosse costruito il villaggio.

1902: Gli uomini di una spedizione topografica, guidati dal Capitano Arseniev, incontrano un nomade, appartenente al gruppo etnico Hezhen, chiamato Dersu Uzala, originario di quei luoghi, che accetta di fargli da guida in quei territori impervi. Inizialmente visto come un rozzo ed eccentrico vecchio, Dersu guadagna il rispetto dei soldati grazie alla sua grande intelligenza, il suo istinto, l'acuto senso di osservazione e la sua profonda umanità. Dersu Uzala salva le vite del Capitano Arseniev e di uno dei suoi uomini per ben due volte. Fra i due nasce una grande amicizia. Alla fine della spedizione lascerà i soldati presso i binari della ferrovia e ritornerà nuovamente nella foresta.

Cinque anni dopo nel 1907, i due amici si incontrano di nuovo nella foresta, durante una nuova spedizione di Arseniev. Dersu si unirà nuovamente al drappello. In quest'ultimo periodo Dersu è invecchiato, ma soprattutto è diventato miope e non riesce più a centrare le sue prede e perciò non è più in grado di cacciare. Arseniev, preoccupato che non riesca più a sopravvivere nella foresta, lo porta a casa sua, nella città di Chabarovsk, dove risiede con la sua famiglia. Dersu ben presto si rende conto che non può adattarsi alla vita della città, perciò un giorno chiede al capitano che lo lasci libero di abbandonare la città e di tornare nella foresta. Così l'amico decide di lasciarlo andare dopo avergli regalato un bellissimo fucile, con un mirino potente che possa aiutarlo a vedere coi suoi deboli occhi.

Qualche tempo dopo, Arseniev riceve un telegramma che lo informa del ritrovamento del corpo di un Hezhen non identificato, che tuttavia aveva con sé il suo biglietto da visita e viene invitato ad identificare il corpo. Arseniev riconosce il corpo e dichiara alla polizia che si trattava di "Dersu Uzala, cacciatore". Un poliziotto gli fa notare che non era stata trovata nessun'arma da caccia vicino al corpo: Dersu era stato ucciso per rubargli il fucile, che Arseniev gli aveva regalato al momento del loro congedo.

RICONOSCIMENTI:

 

       24 e 25 febbraio: ciaspolata nel Parco del Frignano

 

 

Situato nel Parco del Frignano, sulle rive del Lago Santo Modenese, il rifugio Giovo è posto tappa sul percorso G.E.A., proprio al centro di una zona di alto valore ambientale e punto di partenza per moltissime escursioni, sia estive che invernali. Sopra il rifugio, massiccio ed imponente, si erge il monte Giovo e vicino, oltre al lago Santo modenese, troviamo i laghi Baccio e Turchino, proprio sotto la vetta del monte Rondinaio. E’ una zona splendida in estate ed assolutamente magica in inverno e ci vedrà zompettare sulla neve fresca, nel silenzio dei faggeti e delle prateria d'altitudine, con le nostre tracce che si confonderanno con quelle dei caprioli e dei daini che qui vivono. Il nostro programma prevede il pernottamento in rifugio, ben riscaldato, con trattamento di mezza pensione (cucina casalinga) e la classica ciapolata. 

Info: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900. Max 25 posti - PRENOTAZIONI ENTRO LA FINE DI GENNAIO.

 

 

 

 

Domenica 11 marzo: nella macchia della Magona

Un mare di verde che si estende per oltre 1600 ettari, questa è la Macchia della Magona: un'area naturale protetta, un tempo riserva di legname, visitabile tutto l’anno, che rappresenta una meta ideale per il turismo naturalistico. L’ambiente è tipicamente toscano ed ospita una folta e ricca vegetazione, con boschi di latifoglie e di pini, ginestre e lecci e corbezzoli, aceri, olmi e molte specie arbustive che caratterizzano invece la tipica macchia mediterranea (il lentisco, il viburno e le eriche), rappresentando anche un ottimo habitat per numerose specie animali che qui vivono e si riproducono (cinghiali, caprioli, daini, mufloni, lepri, volpi, istrici, tassi, scottaioli, martore). L’escursione di oggi, seguendo uno degli innumerevoli itinerari proposti nella riserva ci condurrà al passo delle Golazze aperte, uno spettacolare punto panoramico dal quale la vista potrà spaziare dai vigneti intorno a Bolgheri e Castagneto Carducci fino alla costa, al mare ed alle isole dell’arcipelago. Info e dettagli sul percorso: Laura Malevolti 338 9083212

La Macchia della Magona

Dopo il periodo medievale, che vide la Macchia della Magona al centro di lotte e aspre contese, con l’Unità d’Italia, passando sotto l’Amministrazione della Regia Intendenza di Finanza di Pisa, diventò fornitrice di legname e carbone per soddisfare la richiesta energetica da parte delle saline e delle fonderie della zona fino a quando, agli inizi del 1900, il Demanio Forestale si impegnò a renderla inalienabile ed a incrementarne la silvicoltura.
Anche Bibbona, che nel 1873 aveva assunto la denominazione di “Fitto di Cecina”, nel 1906 si riappropriò del titolo di “Comune”e fu delegato dalla Regione Toscana, fino dal 1976, alla gestione dell’intero complesso boschivo della “Macchia della Magona”.
La Macchia della Magona è un’area naturale protetta del Complesso Demaniale Regionale, istituto nel 1995.
Il suo patrimonio boschivo che si estende per 1635 ettari, si trova al confine con la Foresta di Monterufoli e il Comune di Bibbona ed è costituto da un susseguirsi di splendidi boschi cedui puri e cedui misti, ricchi di lecci e cerri o mescolati con splendidi esemplari di caducifoglie come querce, carpini e aceri. Anche la Macchia Mediterranea è presente in gran parte della zona, con la sua particolare vegetazione del “Forteto”, che ricopre i dolci versanti e le vallate scavate dai numerosi fossi a carattere torrentizio che la attraversano.
Al suo interno, La Macchia, ospita anche un arboreto sperimentale (Riserva Naturale Biogenetica) dove sono presenti diverse varietà di pino, cipresso e cedro.
Il sottobosco è ricco di numerose varietà floreali, funghi e felci. Ottimo habitat anche per specie animali: cinghiali, caprioli, daini, mufloni, volpi, lepri, istrici, tassi, scoiattoli, martore ecc. Anche diversi uccelli migratori, hanno scelto la Macchia della Magona per le loro soste, quali beccacce, colombacci, poiane e altre specie di passeracei.
Nei numerosi percorsi escursionistici che si intrecciano nella Macchia, si possono incontrare i resti di carbonaie, testimonianza di antichi mestieri legati al bosco stesso. In passato infatti, lo stesso bosco è stato fonte e riserva di legname per la ferriera “Real Magona di Cecina”, da cui ha preso il nome, che fin dai primi del 1600 riduceva in ghisa il minerale di ferro proveniente dall’Elba.
Il fantasioso nome di “Magona” è dato da una parola che deriva dall’arabo e significa “Azienda del Ferro”. Da: http://carrozzadergambini.it/varir/qualche-curiosit%C3%A0-su-libbiano-villa-delle-100-stanze-2.html

                       

La

 

           Domenica 25 marzo: La cascata dell'Acquapendente a Pruno   

              La cascata dell’Acquapendente, bellissima ma anche pochissimo conosciuta, si trova nelle Alpi Apuane, vicino al paese di Pruno di Stazzema, ed è facilmente raggiungibile per un sentiero, prima sassoso stradello e poi mulattiera nel bosco. In breve ci porteremo ad un antico ponte in pietra che scavalca il Canal di Deglio, immediatamente sopra ad un mulino che proprio grazie a questo ponte fu graziato dal salto d’acqua che devastò Cardoso nel ’96, saltandolo letteralmente, passeremo oltre ed inizieremo una salita che in 45 minuti ci porterà fin sotto la cascata. Rimarremo affascinati dalla sua imponenza, specialmente dopo un inverno piovoso, poi, dopo aver sostato alla base della cascata, prenderemo la via del ritorno seguendo il percorso fatto all’andata oppure, attraversando il canale e passando sul suo lato sinistro, trovando un ottimo sentiero che ci riporta all’antico ponte di Pruno. Interessante, se aperto, la visita al mulino sotto il ponte, cui si accede per un breve sentiero in discesa. Info e dettagli: Laura Malevolti 338 9083212

 

 

 

                                                                                                                                     Domenica 15 aprile: lungo la vecchia ferrovia a cremagliera, tra Saline e Volterra

L’ escursione di oggi ci vedrà attorniati dalla splendida cornice delle colline metallifere, poiché saremo sul tracciato della vecchia ferrovia a cremagliera che si arrampicava fino alla pittoresca cittadina etrusca e medievale  di Volterra, con partenza da Saline. Lungo il percorso incontreremo alcuni caselli e varie case coloniche, immersi in un panorama straordinario, su cui spiccano le mulattiere dell’antica viabilità poderale. Dopo la sosta pranzo, sarà poi fattibile un prolungamento della nostra camminata in un trekking urbano sulle tracce delle civiltà storiche che si sono avvicendate nel territorio, raggiungendo il centro della città di Volterra e la bellissima piazza dei Priori. Il ritorno a Saline lo faremo nel pomeriggio, ripercorrendo a ritroso il tragitto dell’andata. Nota: possibile anche unalternativa per il ritorno, in base tuttavia al tempo necessario per dare almeno un’occhiata a Volterra, obbligatorio quindi informarsi c/o il referente.

Info sul tracciato e difficoltà: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

 

Dettagli - http://www.ferrovieabbandonate.it/linea_dismessa.php?id=57

                 http://www.volterracity.com/volterra-saline-ferrovia/

                 https://sentieridautore.it/2016/02/13/volterra-una-volta-cera-una-cremagliera/

Descrizione

Un lungo tragitto che nella prima parte ripercorre lo storico tracciato della vecchia ferrovia a cremagliera, che per quasi 60 anni, dall’inizio del 1900 ha collegato col famoso ‘trenino’, Saline alla città etrusca di Volterra.

Un’escursione priva di qualsiasi difficoltà che si snoda sui dolci pendii delle colline di creta che col variare delle stagioni si colorano di mille sfumature che caratterizzano da sempre il paesaggio volterrano.

Abbiamo scelto di provare il percorso in piena primavera, quando ad allietare il nostro cammino, sarà la costante presenza delle fioriture di molteplici specie, su tutte le acacie e le ginestre che renderanno l’intero tragitto piacevolmente profumato.

Per comodità abbiamo pensato di non compiere un anello completo, rinunciando ad un ultimo tratto altrimenti percorribile su asfalto.  Lasceremo perciò un’auto in località Scornello, poco meno di 1 km dopo l’abitato di Saline, in direzione Pomarance, mentre con un’altra auto ci dirigeremo al posteggio all’inizio del paese, proprio a ridosso della ferrovia.

Ci incamminiamo lungo la vecchia massicciata ferroviaria dove per circa 400 metri è ancora presente il binario e costeggeremo una serie di pollai, piccoli orti, capanni e baracche, da cui l’assordante abbaiare dei cani, ci accompagnerà per qualche centinaio di metri. Il cammino quasi totalmente pianeggiante fino ad ora, continua sul vecchio tracciato ferroviario, che ha mantenuto sia la dimensione che il pietrisco originale.

Pian piano la strada inizia a salire dolcemente, costantemente accompagnati  dalle fioriture delle acacie che con il loro  profumato richiamo attirano le api delle numerose arnie, che qualche apicoltore ha posizionato negli spazi adiacenti alla ferrovia.

Continuando a salire, si delinea davanti a noi l’inconfondibile possente struttura del Mastio di Volterra, mentre se ci voltiamo indietro, potremmo spaziare con lo sguardo su tutta la vallata del Cecina e le sue morbide colline.

Dopo aver camminato per circa km 1,700, sulla nostra sx, seminascosti dalla vegetazione noteremo i ruderi di un primo casello ferroviario, che conserva appena la struttura perimetrale. Poco dopo 1 km e mezzo, dal primo, in prossimità di un crocevia,  incontreremo un secondo casello, sempre invaso da rovi, acacie e  timide rose antiche, che una volta abbellivano le aiole adiacenti la costruzione. Da qui aveva inizio la tratta ancorata con la cremagliera.

Prima di proseguire ci fermeremo per le immancabili foto e per raccogliere qualche mazzolino di camomilla, rigogliosa lungo l’argine dei vicini campi; poi continueremo per altri 2 km, prima di incontrare il terzo casello, senza cambiare mai direzione. La salita diventerà pian piano più costante e più ripida e noteremo che in mezzo alla ghiaia della vecchia massicciata, compaiono ogni tanto, alcuni monconi ferrosi che ancoravano la cremagliera.  Passando da un viottolo, aggireremo l’arco di un piccolo ponte che sosteneva la strada ferrata, ma che alcuni vistosi cartelli, ora ne vietano l’attraversamento perché pericolante. Riguadagneremo di nuovo il vecchio tracciato ghiaioso, sempre sovrastati dalla mole del Mastio di Volterra, incorniciato dal verde dei campi e saliamo ancora ignorando i piccoli incroci. Ci manterremo sempre sul tracciato, che lambisce ora piccoli orticelli e oliveti e oltrepasseremo una grande casa colonica sulla nostra sx. Salendo ancora incroceremo una strada rurale, attraverseremo un ponte a tre arcate, fino a intravedere la sagoma della vecchia stazione. Abbandoniamo qui il percorso della ferrovia, perché sommerso dalla vegetazione, per seguire un breve e tortuoso viottolo che in pochi metri ci condurrà alle prime case della periferia di San Lazzero. Da qui proseguiremo lungo la via asfaltata, portandoci prima verso sx, poi verso dx in ripida salita,  che con ancora poche centinaia di metri ci condurrà alla strada regionale per Colle Val d’Elsa.

Volteremo a dx in prossimità di una scuola e benché costretti a percorrere un breve tratto della trafficata regionale, avremmo modo di ammirare il vasto panorama che si apre di fronte a noi, lasciando alle nostre spalle l’arco dei grandi ponti di regresso che conduceva il trenino al punto estremo della tratta.

Raggiunto l’imbocco della strada dello Zambra o di Scornello, inizierà la seconda parte del nostro percorso, che scendendo verso Saline, si snoderà attraverso una piacevole campagna tra calanchi, biancane e verdissime colline tondeggianti.

Camminando ora comodamente lungo la piccola strada asfaltata che costeggia poderi e casali ristrutturati, passeremo a margine di numerose olivete, dove le fioriture primaverili colorano e contrastano il verde diffuso in tutta vallata. Di fronte a noi la magnifica vista spazia fino ai fumi della Valle del Diavolo, mentre voltandoci indietro  non ci stancheremo di osservare la severa sagoma di Volterra e più in basso quello che rimane dei ponti e delle strutture ferroviarie. Camminando per circa km 3,200 dall’inizio della discesa, devieremo leggermente il nostro cammino a sx per curiosare tra i resti della grande colonia agricola (Tanzi) dell’ospedale psichiatrico volterrano.

L’intera zona che stiamo attraversando, fino agli anni 1970 era infatti di esclusivo utilizzo del manicomio. L’innovativa ‘ergoterapia’, che lo psichiatra Luigi Scabia sperimentava coi ricoverati, prevedeva che questi venissero curati anche con un costante impegno lavorativo, a seconda della gravità della patologia. All’interno dell’ospedale vi erano laboratori di ogni genere e nella zona che da San Lazzero, costeggia l’antica villa di Scornello, era sorta una  vera e propria azienda agricola, comprendente i fabbricati della Tignamica, il Caggio, con nuove costruzioni e tanti poderi già esistenti adattati  per ospitare gli ammalati i medici e tutto il personale necessario. Nella grande azienda oltre alla produzione agro-alimentare, i ricoverati si dedicavano all’allevamento di ogni tipo di bestiame, da stalla e da cortile.

La grande struttura a cui ci stiamo avvicinando è conosciuta popolarmente con il nome di ‘Tignamica’ e anche se in condizioni di fatiscente abbandono, conserva un inquietante e misterioso fascino. Data la precarietà degli edifici è sconsigliabilissimo addentrarci, ma sbirciando attraverso le aperture delle porte e delle finestre rotte, ci sembrerà di sentire voci provenire dai disegni che colorano le pareti e il fruscio del vento che smuove la polvere sulle suppellettili abbandonate.  Scattate le immancabili foto, riprendiamo di nuovo il nostro percorso tornando sui nostri passi o tagliando liberamente per il campo sottostante.

Da qui la strada non è più asfaltata, ma si presenta inghiaiata e un po’ sconnessa a causa dei recenti lavori del nuovo acquedotto.

Oltrepassati i ruderi di ‘Casa Gattera’ inizieremo a salire lungo i tornanti che portano verso la villa di Scornello, importante residenza secentesca degli Inghirami, nobile famiglia volterrana. Con una deviazione di circa 6/700 metri dedicheremo una breve visita alla villa per apprezzarne il fascino un po’ decadente delle sue strutture esterne. (43°21’28,6’’N  10°51’07,4’’E)

Nel ‘Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana’, Emanuele Repetti descrive la villa adagiata su un piccolo promontorio di un poggio cretoso, cosparso di filoni di gesso, sotto i quali scorre l’acqua salata delle Moje vecchie di San Giovanni.

 La villa, su una carta del 1700 appare sovrastata da una torre a tre piani con tetto a capanna e attorno si era costituito in senso longitudinale, un borgo denominato ‘Citernino’. Dal 1777 al 1794 la proprietà comprendeva 9 poderi, passati a 30 negli anni intorno al 1940. Ancora oggi, la villa di Scornello, in parte attrezzata come agriturismo, appartiene agli eredi della famiglia Inghirami.

Torniamo di nuovo sulla nostra strada che si snoda sotto due file di grandi cipressi, per percorrere il tratto finale che ci riporterà all’auto. Qui il fondo stradale è costituito da un selciato abbastanza ampio, ancora in buono stato di conservazione e questo ci fa notare in maniera evidente, la tecnica, ma soprattutto la cura e la meticolosità, che veniva riservata una volta alla costruzione delle strade, anche se di campagna.     

Rimangono ora circa km 3 alla fine del nostro giro che continueremo a percorrere sulla medesima strada, accompagnati nell’ultimo tratto da evidenti tracce dell’attività industriale del sale, come resti di pozzetti e di tubazioni. Giunti in prossimità di un vecchio podere, vicino al quale abbiamo parcheggiato l’auto, possiamo scorgere in direzione di Saline la zona delle ‘Moje Vecchie’ che biancheggiano nel paesaggio fin dal tempo degli Etruschi.

Non ci resta che riprendere l’auto e raggiungere l’abitato di Saline da cui ha avuto inizio questa nostra  escursione.

Più che una lunga passeggiata, è stato come ripercorrere un viaggio attraverso i particolari di una storia recente un po’ dimenticata, che dall’inizio del 1900 per circa 70 anni, ha caratterizzato la vita e l’economia di una grande zona, geograficamente periferica e di un’intera città:   Volterra, conosciuta per la sua storia fatta dagli Etruschi e dai Vescovi, ma anche dal suo alabastro, dal suo manicomio e dal suo sbuffante trenino.

 Dal sito:   http://carrozzadergambini.it/volter/c-era-una-volta-un-trenino.html  (con possibili varianti dopo ricognizione del percorso)

 

 

Domenica 29 aprile - La via francigena, da Abbadia a Isola a Monteriggioni

Riproposta poiché non effettuata nel giugno u.s, questa iniziativa toccherà due tappe della via francigena: l’abbazia di Badia a Isola, dove soggiornò il vescovo Sigerico, arcivescovo di Canterbury e Monteriggioni, borgo fortificato della Repubblica di Siena del XIII secolo. La nostra proposta prevede la visita alla bellissima abbazia cistercense (sec.XI), al chiostro e quindi al castello di Monteriggioni. L’escursione, di circa 3 ore complessive, più il tempo occorrente per le soste, non presenta particolari difficoltà e seguirà il tracciato originale dell’antica via francigena. Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

La via francigena: da Abbadia a Isola a Monteriggioni

Come pellegrini del medioevo il nostro breve viaggio toccherà due posti tappa della via francigena: l’abbazia di Badia a Isola, dove testimonianza scritte affermano il soggiorno del vescovo Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel suo lungo viaggio verso Roma (ad 999) per l’investitura papale, e Monteriggioni, borgo fortificato  costruito a spese della Repubblica di Siena nel XIII secolo, intorno ad una fattoria Longobarda preesistente, allo scopo di sbarrare la strada ai fiorentini, nelle lunghe guerre fra le due città. La nostra proposta prevede la visita alla bellissima abbazia cistercense (sec.XI) ed al chiostro e quindi il percorso di avvicinamento al castello di  Monteriggioni quando ci soffermeremo in una esplorazione particolare del borgo, alla cinta muraria ed ai suoi camminamenti, come al museo delle armature ed alla chiesa di S.Maria Assunta, l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. L’escursione non presenta particolari difficoltà e, parte su carrarecce sterrate, parte nel bosco, sarà di circa 3 ore complessive, rigorosamente sul tracciato della via francigena. 

                                                                                                                                                                             info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Abbadia a Isola (anche Badia a Isola, già Abazia dell'Isola o Abazia del Lago, anticamente Borgonuovo  è una frazione del comune di Monteriggioni, in provincia di Siena. L'abbazia fu fondata nel 1001 dalla contessa Ava, figlia del conte Zanobi e vedova d'Ildebrando Signore di Staggia e di Val di Strove, lungo la via Francigena ed in particolare presso uno dei castelli di proprietà della stessa famiglia denominato Borgonuovo. Deve il nome al contesto ambientale, in quanto, sorgendo ai margini di terreni impaludati, la chiesa sembrava poggiare su un'isola. Il castello di Borgonuovo invece era lo stesso menzionato da Sigerico di Canterbury che vi fece tappa tra il 990 e il 994, di ritorno da Roma dopo avere ricevuto l'investitura dal papa Giovanni XV con la consegna del pallio. Nota: percorrendo la via Francigena l'arcivescovo di Canterbury menziona nel suo diario Burgenove la località, che rappresentava la XVI tappa (mansio) del suo itinerario verso l'Inghilterra. Gli abati divennero nei secoli successivi padroni assoluti di Borgonuovo e delle terre circostanti, cosicché quel castello perse progressivamente d'importanza in favore dell'abbazia, il cui potere culminò nel XIV secolo, ed a riprova esiste una convenzione stipulata alla Badia a Isola l'11 dicembre 1256 fra l'abate e il rettore o sindaco del Comune di Borgonuovo, con la quale si accorda agli abitanti di potere eleggere per rettore una persona di loro fiducia.

La Via Francigena, Franchigena, Francisca o Romea, è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conducevano dall'Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma. Nel meridione d'Italia, in particolare in Puglia, è attestata inoltre una via Francesca, legata alla pratica dei pellegrinaggi, che taluni accostano alla via Francigena sostenendo esserne la prosecuzione a sud, verso Gerusalemme, benché non esistano prove storiche di tale affermazione.

I primi documenti d'archivio che citano l'esistenza della Via Francigena risalgono al IX secolo e si riferiscono a un tratto di strada nell'agro di Chiusi, in provincia di Siena, mentre nel X secolo il vescovo Sigerico descrisse il percorso di un pellegrinaggio che fece da Roma, alla quale era giunto per essere ricevuto dal Pontefice il "pallium", per ritornare a Canterbury, su quella che già dal XII verrà largamente chiamata Via Francigena. Il documento di Sigerico rappresenta una delle testimonianze più significative di questa rete di vie di comunicazione europea in epoca medioevale, ma non esaurisce le molteplici alternative che giunsero a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi.

Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela.Per questo l'Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d'Europa. Molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Ancona e da lì si imbarcavano per la Terra Santa. Una tappa importante prima di giungere a Brindisi era il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, sul Gargano, in provincia di Foggia in Puglia. Nella maggior parte dei casi i pellegrini seguivano le Strade consolari romane. I pellegrini provenienti soprattutto dalla terra dei Franchi in età post carolingia cominciarono a valicare le Alpi ed entrare in Italia. Con l'itinerario primitivo si entrava in territorio italico dalla Valle di Susa attraverso il Colle del Moncenisio (talvolta transitando anche dal Colle del Monginevro), dando così alla strada il nome di Francigena, cioè proveniente dalla Terra dei Franchi.  

La presenza di questi percorsi, con la grande quantità di persone provenienti da culture anche molto diverse tra loro, ha permesso un eccezionale passaggio di segni, emblemi, culture e linguaggi dell'Occidente Cristiano ed ancora oggi sono rintracciabili sul territorio le memorie di questo passaggio che ha strutturato profondamente le forme insediative e le tradizioni dei luoghi attraversati. Un passaggio continuo che ha permesso alle diverse culture europee di comunicare e di venire in contatto, forgiando la base culturale, artistica, economica e politica dell'Europa moderna; è nota la frase del poeta Goethe secondo cui la coscienza d'Europa è nata sulle vie di pellegrinaggio. A partire dal 1994 la Via Francigena è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del Cammino di Santiago di Compostela, una dignità sovranazionale.

Sigerico di Canterbury (950 circa – 28 ottobre 994) è stato un arcivescovo cattolico britannico, arcivescovo di Canterbury, istruito presso l'abbazia di Glastonbury, dove divenne monaco. Nel 980 fù nominato abate dell'abbazia di Sant'Agostino di Canterbury e nel 985 fù consacrato vescovo di Ramsbury da Dunstano, arcivescovo di Canterbury e forse mantenne la reggenza dell'abbazia anche da vescovo, fino al 990 quando fu eletto arcivescovo di Canterbury. Nello stesso anno si recò a Roma per ricevere dalle mani di papa Giovanni XV il pallio, simbolo della dignità arcivescovile e la sua notorietà odierna è legata essenzialmente al ritrovamento del diario di viaggio di ritorno, dove sono annotate le 80 tappe - tra Roma e l'imbarco per l'Inghilterra, nei pressi di Calais - di quello che sarebbe stato chiamato Itinerario di Sigerico e nei secoli successivi Via Francigena. Morto il 28 ottobre del 994, fu sepolto nella cripta della Christ Church di Canterbury.

Monteriggioni - Situato all’estremità settentrionale del proprio territorio comunale, occupa la sommità di una dolce collina dalle pendici coltivate a vigne e olivi.
Il castello venne fondato nel secondo decennio del Duecento dalla Repubblica di Siena, con il principale scopo di creare un avamposto difensivo contro la rivale Firenze. Per secoli l’insediamento svolse in pieno la funzione per cui era stato creato, respingendo di volta in volta una miriade di assedi e attacchi. La sua funzione militare venne meno a partire dalla metà del Cinquecento, quando l’intero Stato Senese, di cui il nostro borgo faceva parte, venne annesso a quello fiorentino.

La cinta muraria: Monteriggioni conserva ancora oggi gran parte delle strutture del XIII secolo e si configura come un luogo assolutamente unico nel panorama dei borghi medievali toscani.
La cinta muraria, realizzata in pietra, abbraccia la sommità di una collina con uno sviluppo lineare di circa 570 metri.
Dalla superficie esterna sporgono quattordici torri a pianta rettangolare, mentre una quindicesima è addossata alla cortina interna. La loro imponenza dovette essere assai notevole anche nel Medioevo, tanto da suggerire a Dante una famosa similitudine con i Giganti collocati nell’Inferno: “[…] però che, come su la cerchia tonda / Monteriggion di torri si corona, / così la proda che ‘l pozzo circonda / torreggiavan di mezza persona / li orribil giganti […]” (Inf., XXXI, vv. 40-44).

La chiesa di S.Maria Assunta - affacciata sulla piazza principale, è l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. Realizzata nel corso del XIII secolo, presenta un unico ambiente con terminazione rettangolare. La facciata, di raffinata eleganza, reca un bel portale con arco in pietra sormontato da un’apertura circolare. L’interno, ristrutturato in epoca moderna, ha pareti intonacate e volte a vela. Oltre a una campana del 1299, la chiesa custodisce un dipinto del XVII secolo con la Madonna del Rosario, cui è dedicata in ottobre una sentita festa locale.

Il museo ospita fedeli riproduzioni di armi e armature medievali e rinascimentali. Accurati modellini, inoltre, illustrano mezzi e tecniche di assedio in auge nelle stesse epoche.
Ogni sala è dedicata a uno specifico momento della storia di Monteriggioni, all’interno del quale i pezzi esposti sono contestualizzati. Insolita quanto apprezzata dalla maggioranza del pubblico è la possibilità di maneggiare e indossare alcune armi e parti di armature, situate in apposite zone del museo. Alcuni pannelli esplicativi e un’agevole audioguida multilingue accompagnano il visitatore in questa breve, ma intensa immersione nella storia.

Itinerario trekking: La Via Francigena nella Montagnola senese

Premesso che cartelli ci portano senza problemi da Abbadia a Isola a Monteriggioni, seguendo le indicazioni - via francigena, questa sotto è una interessante variante.
Da Abbadia a Isola si prende la strada asfaltata per Monteriggioni e, dopo circa 200 metri, si devia a destra per seguire una lunga strada sterrata (Strada di Valmaggiore) che procede diritta attraverso i campi, con una bella visuale sulla cinta muraria di Monteriggioni in lontananza. Superato il bivio a destra per il podere Valmaggiore, la stradina raggiunge quindi il limite del bosco, dove si biforca. A sinistra il percorso è piano e va seguito per circa 30 minuti (fin qui, sulla sterrata, ne saranno già passati 40). Se invece si va a destra ( seguendo i segni bianco/rossi del c.a.i), dopo 300 metri, s’incontrano due bivi ravvicinati e ad entrambi bisogna tenere la sinistra. La mulattiera s’inoltra nel bosco salendo di quota, con qualche curva. Più in alto il percorso s’immerge poi nel fitto lecceto e diviene pianeggiante. Si arriva così ad un importante quadrivio con al centro un leccio, ove bisogna svoltare a sinistra. Al successivo bivio (circa 50 metri) si va a destra, seguendo una stradina che costeggia un campo. In breve si giunge ad un bel punto panoramico da dove si può ammirare, proprio di fronte, il castello di Monteriggioni. Più avanti s’incontra quindi un altro quadrivio, dove si prosegue diritto, quindi subito a sinistra (a destra si va alla Ripa) e si attraversa un piccolo oliveto. La stradella poi rientra nel bosco ed inizia a scendere, sbucando infine sui campi poco a monte della SS 2 Cassia. Si continua ora a destra, lungo il limite del bosco, giungendo ben presto all’innesto nel percorso n° 100. Da adesso in poi il castello è in bella vista ed è sufficiente prenderlo come traguardo (l’ultimo tratto per arrivare alla porta principale è su uno sterrato in salita – circa 20 minuti.  Itinerario facile, dislivello mt.80, tempo di percorrenza andata h.1,30).

 

                                                                                                                               Domenica 6 maggio: anello del poggio di Corno al Bufalo, nella valle del Linari

 

Collocata tra il mare e le colline interne della Toscana, nella parte sud della Provincia di Pisa, la Riserva di Monterufoli-Caselli fa parte del sistema delle Riserve Naturali dell’Alta Val di Cecina. La morfologia dei luoghi è assai movimentata, con l’alternarsi di affioramenti rocciosi, zone di erosione, profonde incisioni vallive, corsi d’acqua ed anche affiora nel territorio la più’ imponente coltre ofiolitica della Toscana. Grandi sono le estensioni di macchie sempreverdi e boschi decidui che coprono quasi ininterrottamente la Riserva, gli habitat poi sono molto differenziati, ospitando elementi floristici e faunistici dalle più disparate esigenze ecologiche. Coesistono nella riserva zone molto aride e rocciose con vegetazione di gariga, forre profondamente scavate nelle coltri serpentinose, versanti freschi con rigogliose foreste decidue, piccole zone umide naturali e ampi greti torrentizi ad altissima naturalità. L’escursione di oggi ci porterà a percorrere l’anello di Corno al Bufalo, nella valle del torrente Linari, affluente del Trossa e già nostra mèta in precedente iniziativa. Si ricorda di consultare sempre il referente (su lunghezza e dislivelli e tempo di percorrenza) per decidere sulla partecipazione.

Info e dettagli: Laura Malevolti 338 9083212

 

il dettaglio del percorso, pure soggetto a variazioni a discrezione del referente, è visionabile a questo link:

http://carrozzadergambini.it/monterufoli-caselli/attraverso-la-storia-mineraria-di-monterufoli.html

 

                                                                                                  Domenica 20 maggio: all’Abbazia di San Fruttuoso, nel Parco naturale di Portofino

Tra Camogli e Portofino si apre una deliziosa baia con in fondo l’abbazia di San Fruttuoso (sec.XIII); Abbazia benedettina, covo di pirati, proprieta’ per secoli dei principi Doria e luogo che la natura e la storia hanno reso assolutamente unico. La passeggiata si svilupperà lungo un percorso che da Ruta, frazione di Camogli, arriverà alla baia per sentieri immersi in fitti boschi di castagni, lecci e pini marittimi, svelando panorami marini di rara ed incontaminata bellezza quando cominceremo a scendere verso l’Abbazia, Il percorso non è troppo impegnativo ed è di circa 4 ore a/r, con sosta e visita all’Abbazia di San Fruttuoso. Possibile opzione aggiuntiva, sarà proseguire fino a Portofino (dipenderà dai tempi di percorrenza e della visita all’Abbazia), prendendo poi uno dei tanti traghetti che ci riporteranno a Camogli. Note di viaggio: In bus fino a Recco, quindi a Camogli e da qui a Ruta. Info e prenotazioni: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

Descrizione itinerario: Ruta, Portofino Vetta, Gaixella - dislivello da 260mt a 430mt.

Da Ruta prendiamo per una scalinata, svoltiamo all’altezza di Chiesa San Michele e ci inoltriamo nel sentiero, tra campagna e bosco, attraverso una lecceta, molto fitta in epoca romana e sostituita poi da pini e castagni, che comunque alterna ancora  lecci e macchia, sempre presente dopo disboscamenti o incendi.

Seguendo l’itinerario, contraddistinto da un quadrato rosso, proseguiamo in un bosco discretamente luminoso, che favorisce la crescita di un ricco sottobosco, ospitante numerosi animali: riccio, scoiattolo, volpi e faine, oltre ad una ricchissima avifauna con pettirossi, fringuelli, merli e scriccioli, oltre al picchio.

Arriviamo ad alcuni ripetitori della Rai, a Portofino Vetta, incamminandoci quindi verso Gaixella, per ammirare un panorama che abbraccerà i due golfi, Paradiso e Tigullio, delimitati dal Promontorio, e con essi l’intero arco ligure.

Da qui andiamo per Pietre Strette, restando sempre in quota e, dopo aver attraversato un bosco di pini marittimi con all’esterno il castagno ed il carpino nero, il suolo diventerà rossastro per ricoprirsi poi di edera, con fioriture di anemoni, scilla ed erba trinità. Arriveremo infine ai grandi torrioni di roccia, da cui la località prende il nome e  da cui si dipartono i sentieri per tutte le località del Parco.

La nostra direzione sarà adesso San Fruttuoso: il sentiero è segnalato con un cerchio e ci porterà a livello del mare, dopo un cammino di circa 50 minuti.

Scendiamo per la stretta valle, in fondo alla quale si cèla l’Abbazia, percorrendo un ambiente fresco ed umido, con sottobosco di pungitopo ed edera, notando torrentelli e case abbandonate e muri a secco e canneti e felci, dove giunge l’acqua, attraversiamo una piccola lecceta ed eccoci alla cinquecentesca Torre dei Doria.

Da qui alla spiaggia ed all’Abbazia, visitabile unitamente alla Torre dei Doria, candidata a diventare patrimonio UNESCO.

Dopo la sosta, il ritorno,  risalendo verso Base 0 per un itinerario molto panoramico che raggiunge il crinale orientale della vallata di San Fruttuoso, in uno splendido e vario susseguirsi di ambienti mediterranei, con un sentiero   contrassegnato da due cerchi rossi che ci impegnerà per circa 30 minuti e ci porterà a 226 mt.slm, prima lungocosta e poi risalendo nuovamente verso Pietre Strette,  da qui a Portofino Vetta, Gaixella e Ruta. Note conclusive: Il percorso ci impegna per  circa 4 ore, seguendo la direzione: Ruta, Portofino Vetta, Gaixella, Pietre Strette, San Fruttuoso, Base 0, Pietre Strette, Gaixella, Portofino Vetta, Ruta. Una possibile variante a questo programma di massima tuttavia potrebbe essere una lunga sosta nella baia oppure un’ulteriore passeggiata fino a Portofino e l’utilizzo successivo di un traghetto che ci riporterebbe a Camogli, come anche interrompere l’escursione a San Fruttuoso (valuteremo sul posto).

Approfondimenti:

https://www.fondoambiente.it/luoghi/abbazia-di-san-fruttuoso

 http://www.parcoportofino.com/parcodiportofino/it/parco.page;jsessionid=512B67634297207AD3423C1BDB3474EC#.Wg1cBLidyCk

 http://www.prolocoseravezza.it/escursione-it.php?nome=cascata-dell-acquapendente

http://www.alpiapuane.com/index.php?option=com_content&view=article&id=255:pruno&catid=3&Itemid=29

video) https://www.youtube.com/watch?v=0P-0QjSiAqA

http://www.camogliedintorni.it/SanFruttuoso.html

http://www.sanfruttuoso.eu/toc.htm

 

 

 

Domenica 27 maggio: la Giornata Europea dei Parchi

Ogni anno si rinnova l'iniziativa della Federazione Europea dei Parchi (EUROPARC) per ricordare il giorno in cui, nell'anno 1909, venne istituito in Svezia il primo parco europeo. In Italia questa data si dilata su più giorni, con un ricco programma di incontri, escursioni, mostre ed attività ambientali e l’associazione Agire Verde, aderendo all’iniziativa, parteciperà con un’escursione che verrà programmata sulle nostre colline e della quale (tracciato e particolari) si verrà informati dal referente, in prossimità dell’evento.

Info e dettagli: Laura Malevolti 338 9083212

 

Domenica 3 giugno:  Al masso delle Fanciulle

Non effettuata a settembre per l’alluvione, ripresentiamo questa interessante iniziativa nella Riserva Naturale “Foresta di Berignone”, lungo un tratto balneabile del fiume Cecina. Le numerose spiaggette, le cascatelle ed il laghetto incastonato tra due faraglioni di pietra hanno reso questo luogo una mèta molto amata ed ambita dal turismo naturalistico.. Un’antica leggenda narra di alcune fanciulle che si gettarono dal Masso, preferendo annegarsi per non cedere alle profferte di un nobile locale, da cui il nome della località, importante però è come questo posto sia stato segnalato al F.A.I. come luogo del cuore, in modo da contrastare le ricerche geotermiche autorizzate dalla Regione Toscana negli immediati dintorni, nonostante il parere contrario di tutte le autorità locali. Il paesaggio è unico e, per chi ne avrà voglia, sarà anche possibile un tuffo nelle acque cristalline del fiume.

Info e dettagli: Laura Malevolti 338 9083212

           

 

Domenica 17 giugno:  convivium di fine semestre

Con questo tradizionale appuntamento si chiude il nostro primo semestre escursionistico, confidando di vederci numerosi come ogni anno. Sia la località che la tipologia dell’incontro conviviale verranno scelti in prossimità dell’evento, dovendo ancora individuare una struttura che risponda al meglio ai requisiti richiesti da noi tutti: “buona tavola che non costringa a spese folli” e  “gradevolezza ambientale per un relax completo”, come il più delle volte è accaduto in questi lunghissimi 20 anni di attività. Anche il proporre una qualche attività sarà oggetto di valutazione sul momento, in ogni caso la data è scelta e le comunicazioni avverranno per e mail, come al solito.  Info e prenotazioni: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

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iniziative da rivisitare:

Da Farnocchia a sant'Anna di Stazzema (anello)

il M.Lieto è una cima delle Apuane meridionali vicinissima al mare, un punto panoramico di prim’ordine, non solo sulla conca di Camaiore e la Versilia ma anche sulle altre vette delle Apuane. In più, se la giornata è tersa, lo sguardo spazia tranquillamente fino al golfo di La Spezia e oltre, distinguendosi molto bene sia la Palmaria che il Tino. L’itinerario parte da Farnocchia, gira attorno al m. Lieto e ridiscende a Farnocchia, descrivendo un anello.

Descrizione percorso:

A Farnocchia (mt.646), oltrepassata la piazzetta dove si trova il monumento ai caduti della Grande Guerra, prendiamo a destra del negozio di alimentari, e, sulla nostra sinistra, prendamo per il sentiero 3, trovando le indicazioni per la Foce di Farnocchia e Sant’Anna di Stazzema. Saliamo per il castagneto e, dopo h.0.15 troviamo il bivio col sentiero 4, che trascuriamo. Altre h.0,45, sempre sul 3, e troviamo una marginetta. Continuiamo per lo stesso sentiero che diviene francamente sassoso e saliamo ancora per poi scendere, sempre seguendo i segni bianco/rossi, passando accanto ad una palestra di roccia ( con rinvii e spesso scalatori), trovando infine un ampio spiazzo erboso, dopo altre h.0,45. Siamo alla foce di S.Anna (mt.830) e qui possiamo decidere se proseguire per il sacrario (h.0.45) oppure scendere direttamente sotto la chiesa di S.Anna, prendendo per il canalone proprio davanti a noi e l’asfaltata dove finisce (h.0.30) – un bivio ci indicherà l’opzione possibile. Da Farnocchia a qui sono passate circa h.2.15/2.45 (secondo il passo). Sosta alla chiesa dell’eccidio. Il ritorno sarà dalla piazza sotto S.Anna, dove c'è il parcheggio insomma, quando prendiamo il sentiero 4 (inizia con una scaletta) e, dopo circa 30 minuti di salita, siamo sull’asfaltata voltando a destra e, in 10 minuti, passata casa Moco (con cartello commemorativo), siamo in località Case Sennari (mt.720) dove, sulla ns.sinistra, troviamo le indicazioni del sentiero 4 diretto a Farnocchia. Il sentiero, inizialmente in aspra salita, diventa poi un’ ampia mulattiera a pendenza più dolce, sempre nel bosco, con a destra ed in basso l’abitato di S. Anna ed il Monumento alle vittime della strage, ben visibile. In h.1/1,15 arriviamo ad un bivio dove il sentiero 4 sale a sinistra alla Foce di Farnocchia (quello sulla ns.destra, va invece al monte Gabberi e non lo prendiamo). Andiamo invece per il nr.4 essendo subito alla foce di Farnocchia o "Le Focette" (mt.873) dove, tra gli alberi, possiamo ammirare i monti apuani, da sinistra a destra, il m. Corchia, le Panie, il Nona, il Matanna, il Prana ed il m.Piglione. Scendiamo per un bosco a castagni e faggi, e concludiamo il nostro anello con a vista Farnocchia, in circa h.0.45.

Totale, con passo lento e fotografando, andata h.2.45/ritorno h.2.45. Dislivelli: Farnocchia mt.646/Foce S.Anna mt.830/S.Anna mt.660/Casa Sennari mt.720/Le Focette mt.873/ Farnocchia mt.646. Media difficoltà con 200 metri di salita due volte ed altrettante in discesa. nota: scarpe robuste, utili bastoncini e tenere di conto le ore di luce possibili.
 

Da Pomezzana al rifugio Forte dei Marmi

La strada asfaltata ci porta a un parcheggio non molto distante dalla chiesa principale di Pomezzana, dedicata a S. Sisto, col suo grande campanile.
Il luogo è panoramico su Farnocchia, Stazzema e il Monte Lieto e il Gabberi.
Il sentiero 106, ben segnato, inizia da questa piazzetta: saliamo pochi scalini lasciandoci alle spalle la chiesa e siamo nel paese.
Percorriamo alcune strade salendo prima lievemente poi più decisamente.
A 10’ inizia una mulattiera lastricata con ardesia che corre parallela all’abitato di Pomezzana, il quale si allunga sul crinale ben esposto al sole.
A 17’ siamo su una strada e il sentiero si dirige a sinistra.
C’è una casa e il sentiero continua in lieve discesa (evitare la salita verso destra), tra gli alberi si scorgono, verso sinistra, Stazzema e di fronte il gruppo del Procinto.
Il sentiero poi prende a salire e a 30’ siamo presso una zona di cave di ardesia, di tentativi di cave e di ripari sotto roccia.
A 37’ incontriamo una casa in muratura e subito dopo l’edificio principale delle cave, ormai semi distrutto. Dietro esso ci sono gli ingressi della miniera parzialmente coperti da edere che formano una cortina discendente, diamo un’occhiata e poi proseguiamo il cammino.
A 50’ siamo a un luogo molto panoramico, anche se ci sono rami di alberi a ostacolare la visibilità, su Procinto, Nona, Matanna e la zona delle Panie.
Continuiamo con saliscendi mantenendo sulla sinistra Procinto e Nona mentre il Matanna rimane di fronte. A 01h a destra c’è un’altra miniera presso la quale c’è un immenso blocco di ardesia coperto in parte da edere.
Subito dopo superiamo un canalino e poi riprendiamo a salire.
A 01h 08’ troviamo dei ruderi, forse di un’antica maestà e a 01h 16’ superiamo un altro ruscello che scende dai monti scavando un ripido canale.
Subito dopo un’altra antica costruzione che sembra una calchera (struttura per produrre calce).
Il sentiero prende a salire e per qualche minuto la salita si fa più ripida per strette voltoline per poi addolcirsi e a 01h 41’ siamo presso il Rifugio Forte dei Marmi.

Sosta e ritorno per la stessa via.

da Montemarcello a Tellaro (anello)

Dalla cima del promontorio del Caprione, immerso nella vegetazione mediterranea, lascia senza fiato il panorama del golfo di La Spezia a ovest e della fertile piana del fiume Magra, a est. Apprezzata dai Romani, che vi fondarono l'insediamento di Luni, l'area fluviale alterna coltivazioni e zone umide, ove nidificano uccelli acquatici, a settori assai compromessi. Il parco, nato dalla fusione del precedente parco fluviale e dell'area protetta di Montemarcello, rappresenta quindi un esperimento (riuscito!) di riqualificazione di zone degradate, tant’è che la porzione di Parco in cui andremo è veramente bella. Dal borgo di Montemarcello, con le sue viuzze strette che s'intersecano ad angolo retto, ricordano un "castrum" romano, saliremo verso l’orto botanico, splendidamente collocato sulla sommità di Monte Murlo, e sosteremo a Tellaro, piccolo borgo marinaro abbarbicato sopra una penisoletta rocciosa digradante ed ultimo abitato della riva orientale del Golfo dei Poeti. Il ritorno sarà per un sentiero a mezza costa, solo recentemente riaperto, attraverso tratti di macchia mediterranea che si alternano alla folta lecceta. Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti in cui fare attenzione e salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

Descrittivo: Una volta giunti a Montemarcello si parcheggia e si entra nel paese attraverso l'antica porta (scegliendo il parcheggio che incontriamo seguendo l'indicazione stradale a destra. A sinistra ne troveremmo un altro che per adesso trascuriamo). Proseguiamo a destra della chiesa parrocchiale dove si scende lungo una scalinata, al termine della quale si attraversa la strada asfaltata, percorrendo circa 100 metri in una stradina tra le case. Attraversata che avremo la strada e trovato un altro parcheggio, quello di cui si diceva prima e che però ci priverebbe della visita al borgo ed anche ai punti panoramici su punta Corvo, si scenderà l’asfaltata in direzione Lerici per 5 minuti, trovando un sentiero segnato ( a destra) che seguiremo fino a Tellaro (n°433).Nota - da adesso seguire sempre il n°433.

Saliamo a destra e ci inoltriamo per 30 minuti in una folta macchia a leccio, uscendone per ritrovare l’asfaltata e, dopo 5 minuti e sempre alla nostra destra, troviamo la continuazione del sentiero 433 per Zanego/Lerici, salendo per altri 15 minuti, in un bosco a pini d'Aleppo e lecci. Altro attraversamento dell’asfaltata ed altri 15 minuti, di salitella col selciato in pietra e due muri a secco che lo delimitano, ed arriviamo ad un punto panoramico, con apertura sul golfo dei poeti, la Palmaria e Porto Venere (siamo ad un bivio col sentiero 437, per l’orto botanico). Noi andiamo a diritto ed in altri 15 minuti siamo a Zanego, nella zona dei coltivi e degli orti e poi tra le case della piccola frazione.

Siamo adesso nuovamente sull’asfaltata che attraversiamo, col ristorante Pescarino davanti a noi, dove, seguendo i segni bianco/rossi tracciati sul muro ( alla nostra destra) scendiamo per 20 minuti il sentiero, tra le abitazioni, arrivando alla segnalazione per Tellaro, davanti a noi ed in discesa ed Ameglia, in discesa ma alla nostra destra. Fin qui sono passate circa h.1.45/2.

Scendiamo per Tellaro, facendo attenzione al fondo sconnesso ed a alcuni punti franati e non troppo larghi. Altri 60 minuti e, passato il bivio per Portesone e Lerici, infine arrivati a Tellaro (borgo incantevole!)in altri 10 minuti, torniamo indietro per il sentiero 444, recentemente riaperto dal CAI di Sarzana e segnalato come con tratti potenzialmente pericolosi e da percorrere con molta attenzione, ed in altre h.1,45 a mezza costa torniamo a Montemarcello e volendo a punta Corvo (bellissimo promontorio ma cui si arriva dopo una scalinata con ben 700 gradini!). Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti ed in cui fare attenzione. Salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

 

Domenica 26 marzo: l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare"

Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria Percorso: dai Bagnetti prendiamo a sinistra del ponte e devieremo per la salitella che troveremo alla nostra sinistra. Prima il bosco, poi una radura ed ancora il bosco e saremo in vista degli archi dell’acquedotto dove noi prenderemo a destra, lungo i campi e costeggiando una distesa di grano selvatico. Andiamo adesso sempre a diritto per entrare in un bosco più fitto di lecci e querciformi, trovando un bivio che dovremo prendere a sinistra perché a destra andremmo al monte La Poggia. Il sentiero diviene adesso più largo e battuto e ci riporta alla radura di prima, da dove in poco tempo si ritorna, non prima però di aver seguito un percorso nella macchia molto frequentato dai numerosi cinghiali che vivono in queste selve.

I Bagni nell’Acqua… Puzzolente ………..

"Lasciammo a destra la strada del Limone e da mano sinistra è una pozza o Lagunetta formata da una sorgente di Acqua Sulfurea fredda, la quale a cagione del gran fetore, viene in Livorno chiamata l'Acqua Puzzolente […] L'acqua assaggiata non ha sapore, né acido di alcunasorta in se, ma puzza di Uova sode. Ella fa bene per i Mali cutanei". Così scrisse Giovanni Targioni Tozzetti nelle sue "Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana" del 1786.Per sfruttare le proprietà dell’acqua solforosa i proprietari della tenuta Limone affidarono all'architetto Poccianti la realizzazione dei bagni della Puzzolente, iniziati nel 1843 e inaugurati nel 1844. L’edificio ha pianta rettangolare con due emicicli che contenevano ognuno otto bagnetti. A poca distanza dietro le terme vi è un'altra costruzione a forma di tempietto rotondo dove sono riunite e allacciate tutte le polle. Qui la pompa aspirante raccoglieva l'acqua che veniva riscaldata e diramata nelle diverse cabine. A quell'epoca Livorno, con le sue 12 sorgenti, era un famoso centro termale. Anche la fonte Puzzolente ebbe successo, infatti nell'anno 1876 usufruirono di tali impianti circa 9.720 persone e furono praticati giornalmente oltre 90 bagni. “Molto potremmo dire sopra felici risultati ottenuti dall'uso di quest'acqua e si potrebbero ancora allegare numerosi attestati di persone ammalate che ricuperarono la salute, o trovarono nell'acqua puzzolente alleviamento alle loro sofferenze” (G.Orosi, 1845). Col volgere dei tempi però, con la scoperta di nuove acque simili, con le comodità sempre maggiori che nuovi stabilimenti offrivano ai frequentatori, dopo un lento e graduale decadimento, i bagni della Puzzolente furono chiusi al pubblico nell'anno 1897 ed adibiti ad uso di magazzini e di cantina di vino e le acque furono abbandonate per i fossi adiacenti. Da - http://www.webalice.it/diego.guerri/EeP/guida_boschi_rid.p

altra proposta analoga;

l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare" - Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria, adesso che questo inizio di primavera comincia ad indurci di nuovo al movimento.

L’Acquedotto del Limone, andando verso il monte La Poggia (colline livornesi)

Nascosti dal bosco e dimenticati ci sono i resti dell'antico Acquedotto di Limone, che diede l'acqua a Livorno fra il '600 e l''800 prima della costruzione dell’Acquedotto Leopoldino.

descrittivo -

All’altezza del ponte in cemento, dopo i vecchi bagni della Puzzolente si va a destra e si procede a diritto per uno stradello che collega tra di loro i diversi poderi e orti della zona e lo si segue per circa h.0,45. Arrivati ad un bivio, lasciamo questa carrareccia e, dove vediamo una sbarra bianco/verde che ci segnala che siamo nel Parco, giriamo ed entriamo nel bosco. Risaliremo adesso il rio dell’acqua puzzolente per circa h.1, dovendolo guadare di traverso per alcune volte. L’ultimo tratto di questo itinerario è in leggera salita per altri h.0,15 (unico tratto con una pendenza noiosa) e ci vede sbucare sotto il monte La Poggia, proprio sotto la zona della cava del Canaccini. A questo punto prendiamo lo stradello asfaltato alla nostra destra e in discesa per circa h.0,20, finchè troveremo un bivio che scende a destra (a sinistra vedremo un viale alberato a cipressi, che sale), prima per h.0.30 di stradello sassoso e dopo, entrando nel bosco per altre h.0.20, uscendone infine sulla sinistra trovando una rete divisoria lunghissima che seguiremo, non lasciando il bosco finchè non arriveremo alla zona degli oliveti. Scendiamo a diritto tra gli olivi, leggermente sulla destra  ed eccoci nuovamente alla fonte della Puzzolente in altri h.0,45 (volendo possiamo anche restare a contatto della rete divisoria ed andare a trovare lo stradello che porta alla fattoria didattica del limone) dove prenderemo a destra per tornare alle auto. Totale circa h.4 a/r (escluse soste) – dislivello ca mt.300

L’acquedotto del Limone e l’approvvigionamento idrico di Livorno

L’acqua di questo acquedotto, proveniente da sorgenti della zona (ancora oggi utilizzate ad uso agricolo locale), non serviva soltanto per la sopravvivenza delle popolazioni residenti, ma anche per il rifornimento di navi ormeggiate presso il vicino porto (porto pisano) e per il retroterra produttivo della zona, certamente fiorente vista l’attività del porto nelle varie epoche. Il termine Limone, con cui si definisce quest’area, non è da ricondursi a coltivazioni dell’omonimo agrume; essendo più probabile invece che derivi dal termine latino limus = fango, viste le caratteristiche del terreno che si presenta particolarmente fangoso.

Edificato seguendo un preesistente acquedotto romano che  testimonianze archeologiche permettono di datare in un periodo compreso fra il I sec. a.C. ed il IV sec. d.C, con un approvvigionamento stimato per circa 8.000 persone, l’acquedotto di Limone venne approvato nel 1601 da Ferdinando I dei Medici, onde sopperire alla continua mancanza d’acqua potabile in cui si trovava Livorno e divenne la maggiore fonte di approvvigionamento idrico della città fino alla fine dell’Ottocento.

Da dire che durante il Medioevo la cittadina di Livorno ebbe un forte incremento demografico con un costante aumento del fabbisogno idrico giornaliero, soddisfatto tramite la raccolta dell’acqua piovana in grandi cisterne e col prelievo da pozzi posti nelle vicinanze degli abitati. Nel 1421 a Livorno si contavano circa 1.200 abitanti e l’acqua potabile veniva cercata in fonti sempre più lontane ( gli incaricati che si procuravano e smerciavano quest’acqua erano detti acquaioli). Con la costruzione della Fortezza Vecchia (a.1530 circa) poi ed il conseguente ampliamento dell’abitato di Livorno, la popolazione salì fino a circa 1800 persone e quindi aumentò ulteriormente la necessità di acqua per cui, sotto il governo di Francesco I de’ Medici, fù indispensabile pensare ad un grande acquedotto che poi fu il  Granduca Ferdinando I a realizzare e che entrò in attività nel 1611, con il nome di Acquedotto di Limone o delle Vigne ( sorgenti ubicate sul Monte la Poggia). Questo permise l’ampliamento di Livorno e quindi della sua demografia fino al 1645, quando si raggiunsero gli 8.000 abitanti.  Un grande acquedotto si era reso indispensabile anche perchè agli inizi del 1600, con i lavori necessari per la costruzione dei fossi, furono interrotte numerose falde freatiche locali con in più la salinizzazione di numerosi pozzi all’interno della città. Per sopperire a questo grave problema ci si rivolse a sorgenti sempre più lontane dalla città, in particolare a quelle di Limone, finchè nel 1732, anche l’acqua proveniente da quest’area non si rivelò insufficiente per una popolazione che ormai contava 24.000 persone e che raddoppiò entro il 1789. Fù allora che il sovrano Ferdinando III approvò il progetto dell’Acquedotto di Colognole (1792) che entrò in funzione  nel 1816 per essere infine sostituito agli inizi del ‘900 con quello di Filettole che, con dovuti ammodernamenti, approvvigiona ancora oggi la città.

approfondimenti:

http://www.archart.it/livorno-sorgenti-di-limone.html  archeologia della costruzione

http://www.lalivornina.it/DESCRIZIONI%20PERSONAGGI%20FAMOSI/FERDINANDO%20I.htm   Livorno ai tempi di Ferdinando I

http://wsimag.com/it/economia-e-politica/17471-emergenza-idrica-a-livorno emergenza idrica cittadina nel 1600

Dal Gabbro al “ponte romano” sul botro Riardo (anello).

Utilizzando la nuova segnaletica del Parco dei monti livornesi, realizzata e messa in opera grazie al lavoro delle associazioni aderenti al “progetto occhisullecolline”, oggi percorreremo un interessante anello che si sviluppa ora in zone boschive, ora per tratte agresti ora infine nella valle del botro Riardo, sotto i rilievi di Monte Carvoli e del Monte Pelato, nel Parco di Camaiano, arrivando al cosi detto “ponte romano di Castelnuovo della Misericordia”, benchè le sue origini siano più recenti e  verosimilmente tardo settecentesche, costruito per rendere raggiungibile una fornace di mattoni oltre il botro Riardo, anche durante eventuali periodo di piena.

L’escursione inizierà dal paese del Gabbro per raggiungere i vecchi lavatoi, un itinerario che veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua ed a lavare i panni dalla seconda metà del 1600 fino alla seconda del 1900. Saremo parzialmente sul “sentiero del mille” (tracciato altomedioevale che collegava i borghi collinari a Vada e quindi al mare, anche se la costa era tuttavia raggiungibile ben prima, prendendo per la via vecchia della Marina del m.Pelato), per boschi e viottoli di campagna che si alternano piacevolmente, in un trekking di circa h.4/4.30, escluse le soste.

Dettaglio: Dal parcheggio del Gabbro saliamo all’asfaltata e prendiamo subito per via della Rosa, di fronte a noi e ben riconoscibile per la presenza di un ambulatorio veterinario. Andiamo avanti per circa 10 minuti, uscendo dal paese e trovando prima un’edicola votiva a sinistra e quindi un bivio che ci indica Colognole andando avanti e Ricaldo invece a destra.

Scendiamo per Ricaldo, ora nel bosco, ora uscendo verso i coltivi ed in altri 20 minuti siamo ai lavatoi del Gabbro, di cui si ha notizia fin dal tardo ‘600. Una breve visita e risaliamo quindi per una stradina sterrata (a destra) che ci riporta sull’asfaltata in circa 20 minuti. Prendiamo ancora a destra per altri 10 minuti sulla provinciale ed iniziamo l’avvicinamento al ponte romano, facendo attenzione a scendere alla nostra sinistra (ben evidenti i cartelli che indicano la direzione da seguire, seguendo il sentiero 199). Ci aspetta adesso un saliscendi di circa h.1, per zone boschive, sterrati e canneti e viottoli lastricati di massi, vestigia degli antichi tracciati, finchè, dopo aver guadato il botro Riardo, saremo ad un cancello grigio dove gireremo a sinistra per altri 45 minuti, per raggiungere il “ponte romano”. Il ritorno sarà per questo stesso sterrato, altre h.0,45 dunque, ma andando questa volta a diritto per h.0,20 finchè, alla nostra sinistra, troveremo un breve stradello a fondo chiuso dove noi gireremo invece alla prima carrareccia a destra. In altre h.0,30 saremo al botro Sanguigna ed ai suoi mulini e, girando a destra e seguendo il corso d’acqua termineremo la nostra passeggiata, risalendo per circa h.0,20 (unica salita impegnativa) ed arrivando al campo sportivo prima e dopo ancora al parcheggio dove avremo lasciato le auto.

Tot. Prima parte h.1 + seconda parte h.1.45/.Ritorno circa h.1.45 Calcolare le soste al ponte h.1 (sosta pranzo). Trekking di h.4.30/5 + soste.

Altre note descrittive :

1) Gabbro - Sorto sul versante orientale dei monti livornesi ha origini medievali: mai citato dalle fonti come castello – nel ‘300 è definito ‘comune rurale’ - l’agglomerato ereditò probabilmente la popolazione dei vicini castelli di Torricchi e Contrino, forse distrutti già nel corso del basso-medioevo. Il toponimo, dal latino glabrum, allude alla sterilità del suolo, ricco di rocce di origine vulcanica - il “gabbro” appunto, così battezzato in onore del paese, trovando un curioso parallelo nell’appellativo ‘Pelato’ dato al poggio su cui il paese sorge.

La zona fu oggetto, dal 1547  - con Cosimo I° de Medici - in poi, di ripetuti tentativi di colonizzazione voluti dai Medici allo scopo di accrescere la produzione agricola necessaria allo sviluppo del centro di Livorno. L’interesse granducale è testimoniato anche dai resti di numerosi mulini ad acqua, risalenti allo stesso periodo e che sorgevano lungo l’alta valle del Botro Sanguigna, facenti parte di un più ampio sistema produttivo creato proprio allo scopo di approvvigionare di grano la nascente e vicina città di Livorno. Dal 1886 visse a Gabbro il pittore macchiaiolo Silvestro Lega che nella sua opera si è ispirato più volte al paesaggio di questo ridente paese.

2) I vecchi lavatoi:

Situata fra Gabbro e Torricchi, per secoli è stata usata da uomini e donne per l'acqua da bere e per lavare i panni. Da Piazza Cavour, seguendo Via Rialto che scende verso la vallata orientale si ha occasione di percorrere un sentiero molto suggestivo che si snoda fra alberi di sughero ai margini della boscaglia. Questo itinerario veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua e a lavare i panni alla fonte di Rialto. Tale fonte fu ristrutturata nel 1609 e nel 1682 quando vennero costruiti i lavatoi e gli abbeveratoi per gli animali. Prima di arrivare alla fonte è possibile scorgere una edicola votiva originaria del 600, che custodisce un quadro della Madonna, ed alcuni cunicoli nei quali i Gabbrigiani si nascondevano per sfuggire ai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Si ha notizia dei lavatoi fin dal 1682, quando vengono stanziati dalla Comunità del Gabbro: "25 scudi per fare un arco e muro attorno alla Fonte del Ricaldo, per far venire l'acqua a doccio, fare un abbeveratoio per le bestie.


Il rifornimento di acqua potabile avveniva presso le due fonti distanti un chilometro dal paese sulla parte destra della strada che porta a Castelnuovo della Misericordia. Veniva anche attinta a una fonte situata nella località Riardo, anche questa distante oltre un chilometro dal paese, lungo una strada secondaria che porta verso la località di Staggiano. Dopo il 1945 la fonte fu chiusa e l'acqua incanalata, a mezzo di un piccolo acquedotto, fu fatta affluire alla Fornace Serredi per le necessità della lavorazione. L'acqua veniva trasportata giornalmente alle abitazioni dalle donne che portavano sulla testa brocche o canestre piene di fiaschi e da ragazzi con carretti o

      

con corbellini anche questi pieni di fiaschi. La lontananza delle fonti causava fatica e perdita di tempo specialmente nell'estate quando si doveva fare la fila perchè il getto dell'acqua diminuiva. Le donne spesso si recavano, portando sempre grosse canestre in testa, a lavare i panni ai due lavatoi pubblici, cioè a quello di Rialdo e a quello che si trova dalla parte opposta, sulla via che dal Gabbro porta a Castelnuovo della Misericordia. Due fonti di incerta potabilità, una chiamata fonte di Giomo sulla via Taversa Livornese per Castelnuovo poco prima della località Stregonie e l'altra situata nelle vicinanze, fornivano acqua, per far fronte alle diverse necessità degli agricoltori e dei possidenti, i quali riempivano damigiane e botticelle che trasportavano con carri trainati da buoi o con barrocci trainati da cavalli o di ciuchi. Dopo il 1945 il comune di Rosignano Marittimo, dietro le insistenti richieste dei paesani, deliberò di fare l'acquedotto per portare l'acqua potabile in paese. Fu allora incanalata l'acqua delle due fonti e, utilizzate altre sorgenti a mezza costa della collina di Poggio d'Arco, fu creato un deposito sul Poggio Pelato. Col passar del tempo le fonti del paese furono integrate da altre direttamente installate nelle case avendo così gli utenti l'acqua sempre a disposizione senza fatica, con vantaggi igienici e senza perdita di tempo. Purtroppo quando il Comune, per approvvigionare l'acqua potabile al paese di Nibbiaia, decise di alimentare l'acquedotto con altra acqua presa lungo il fiume Sanguigna, in località Bucafonda, la situazione peggiorò sia come qualità sia come quantità. testo da - http://www.lungomarecastiglioncello.it/

La via francigena: da Abbadia a Isola a Monteriggioni

Come pellegrini del medioevo il nostro breve viaggio toccherà due posti tappa della via francigena: l’abbazia di Badia a Isola, dove testimonianza scritte affermano il soggiorno del vescovo Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel suo lungo viaggio verso Roma (ad 999) per l’investitura papale, e Monteriggioni, borgo fortificato  costruito a spese della Repubblica di Siena nel XIII secolo, intorno ad una fattoria Longobarda preesistente, allo scopo di sbarrare la strada ai fiorentini, nelle lunghe guerre fra le due città. La nostra proposta prevede la visita alla bellissima abbazia cistercense (sec.XI) ed al chiostro e quindi il percorso di avvicinamento al castello di  Monteriggioni quando ci soffermeremo in una esplorazione particolare del borgo, alla cinta muraria ed ai suoi camminamenti, come al museo delle armature ed alla chiesa di S.Maria Assunta, l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. L’escursione non presenta particolari difficoltà e, parte su carrarecce sterrate, parte nel bosco, sarà di circa 3 ore complessive, rigorosamente sul tracciato della via francigena. 

                                                                                                                                                                             info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

Abbadia a Isola (anche Badia a Isola, già Abazia dell'Isola o Abazia del Lago, anticamente Borgonuovo  è una frazione del comune di Monteriggioni, in provincia di Siena. L'abbazia fu fondata nel 1001 dalla contessa Ava, figlia del conte Zanobi e vedova d'Ildebrando Signore di Staggia e di Val di Strove, lungo la via Francigena ed in particolare presso uno dei castelli di proprietà della stessa famiglia denominato Borgonuovo. Deve il nome al contesto ambientale, in quanto, sorgendo ai margini di terreni impaludati, la chiesa sembrava poggiare su un'isola. Il castello di Borgonuovo invece era lo stesso menzionato da Sigerico di Canterbury che vi fece tappa tra il 990 e il 994, di ritorno da Roma dopo avere ricevuto l'investitura dal papa Giovanni XV con la consegna del pallio. Nota: percorrendo la via Francigena l'arcivescovo di Canterbury menziona nel suo diario Burgenove la località, che rappresentava la XVI tappa (mansio) del suo itinerario verso l'Inghilterra. Gli abati divennero nei secoli successivi padroni assoluti di Borgonuovo e delle terre circostanti, cosicché quel castello perse progressivamente d'importanza in favore dell'abbazia, il cui potere culminò nel XIV secolo, ed a riprova esiste una convenzione stipulata alla Badia a Isola l'11 dicembre 1256 fra l'abate e il rettore o sindaco del Comune di Borgonuovo, con la quale si accorda agli abitanti di potere eleggere per rettore una persona di loro fiducia.

La Via Francigena, Franchigena, Francisca o Romea, è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conducevano dall'Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma. Nel meridione d'Italia, in particolare in Puglia, è attestata inoltre una via Francesca, legata alla pratica dei pellegrinaggi, che taluni accostano alla via Francigena sostenendo esserne la prosecuzione a sud, verso Gerusalemme, benché non esistano prove storiche di tale affermazione.

I primi documenti d'archivio che citano l'esistenza della Via Francigena risalgono al IX secolo e si riferiscono a un tratto di strada nell'agro di Chiusi, in provincia di Siena, mentre nel X secolo il vescovo Sigerico descrisse il percorso di un pellegrinaggio che fece da Roma, alla quale era giunto per essere ricevuto dal Pontefice il "pallium", per ritornare a Canterbury, su quella che già dal XII verrà largamente chiamata Via Francigena. Il documento di Sigerico rappresenta una delle testimonianze più significative di questa rete di vie di comunicazione europea in epoca medioevale, ma non esaurisce le molteplici alternative che giunsero a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi.

Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela.Per questo l'Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d'Europa. Molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Ancona e da lì si imbarcavano per la Terra Santa. Una tappa importante prima di giungere a Brindisi era il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, sul Gargano, in provincia di Foggia in Puglia. Nella maggior parte dei casi i pellegrini seguivano le Strade consolari romane. I pellegrini provenienti soprattutto dalla terra dei Franchi in età post carolingia cominciarono a valicare le Alpi ed entrare in Italia. Con l'itinerario primitivo si entrava in territorio italico dalla Valle di Susa attraverso il Colle del Moncenisio (talvolta transitando anche dal Colle del Monginevro), dando così alla strada il nome di Francigena, cioè proveniente dalla Terra dei Franchi.  

La presenza di questi percorsi, con la grande quantità di persone provenienti da culture anche molto diverse tra loro, ha permesso un eccezionale passaggio di segni, emblemi, culture e linguaggi dell'Occidente Cristiano ed ancora oggi sono rintracciabili sul territorio le memorie di questo passaggio che ha strutturato profondamente le forme insediative e le tradizioni dei luoghi attraversati. Un passaggio continuo che ha permesso alle diverse culture europee di comunicare e di venire in contatto, forgiando la base culturale, artistica, economica e politica dell'Europa moderna; è nota la frase del poeta Goethe secondo cui la coscienza d'Europa è nata sulle vie di pellegrinaggio. A partire dal 1994 la Via Francigena è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del Cammino di Santiago di Compostela, una dignità sovranazionale.

Sigerico di Canterbury (950 circa – 28 ottobre 994) è stato un arcivescovo cattolico britannico, arcivescovo di Canterbury, istruito presso l'abbazia di Glastonbury, dove divenne monaco. Nel 980 fù nominato abate dell'abbazia di Sant'Agostino di Canterbury e nel 985 fù consacrato vescovo di Ramsbury da Dunstano, arcivescovo di Canterbury e forse mantenne la reggenza dell'abbazia anche da vescovo, fino al 990 quando fu eletto arcivescovo di Canterbury. Nello stesso anno si recò a Roma per ricevere dalle mani di papa Giovanni XV il pallio, simbolo della dignità arcivescovile e la sua notorietà odierna è legata essenzialmente al ritrovamento del diario di viaggio di ritorno, dove sono annotate le 80 tappe - tra Roma e l'imbarco per l'Inghilterra, nei pressi di Calais - di quello che sarebbe stato chiamato Itinerario di Sigerico e nei secoli successivi Via Francigena. Morto il 28 ottobre del 994, fu sepolto nella cripta della Christ Church di Canterbury.

Monteriggioni - Situato all’estremità settentrionale del proprio territorio comunale, occupa la sommità di una dolce collina dalle pendici coltivate a vigne e olivi.
Il castello venne fondato nel secondo decennio del Duecento dalla Repubblica di Siena, con il principale scopo di creare un avamposto difensivo contro la rivale Firenze. Per secoli l’insediamento svolse in pieno la funzione per cui era stato creato, respingendo di volta in volta una miriade di assedi e attacchi. La sua funzione militare venne meno a partire dalla metà del Cinquecento, quando l’intero Stato Senese, di cui il nostro borgo faceva parte, venne annesso a quello fiorentino.

La cinta muraria: Monteriggioni conserva ancora oggi gran parte delle strutture del XIII secolo e si configura come un luogo assolutamente unico nel panorama dei borghi medievali toscani.
La cinta muraria, realizzata in pietra, abbraccia la sommità di una collina con uno sviluppo lineare di circa 570 metri.
Dalla superficie esterna sporgono quattordici torri a pianta rettangolare, mentre una quindicesima è addossata alla cortina interna. La loro imponenza dovette essere assai notevole anche nel Medioevo, tanto da suggerire a Dante una famosa similitudine con i Giganti collocati nell’Inferno: “[…] però che, come su la cerchia tonda / Monteriggion di torri si corona, / così la proda che ‘l pozzo circonda / torreggiavan di mezza persona / li orribil giganti […]” (Inf., XXXI, vv. 40-44).

La chiesa di S.Maria Assunta - affacciata sulla piazza principale, è l’edificio del borgo che meglio conserva i caratteri medievali. Realizzata nel corso del XIII secolo, presenta un unico ambiente con terminazione rettangolare. La facciata, di raffinata eleganza, reca un bel portale con arco in pietra sormontato da un’apertura circolare. L’interno, ristrutturato in epoca moderna, ha pareti intonacate e volte a vela. Oltre a una campana del 1299, la chiesa custodisce un dipinto del XVII secolo con la Madonna del Rosario, cui è dedicata in ottobre una sentita festa locale.

Il museo ospita fedeli riproduzioni di armi e armature medievali e rinascimentali. Accurati modellini, inoltre, illustrano mezzi e tecniche di assedio in auge nelle stesse epoche.
Ogni sala è dedicata a uno specifico momento della storia di Monteriggioni, all’interno del quale i pezzi esposti sono contestualizzati. Insolita quanto apprezzata dalla maggioranza del pubblico è la possibilità di maneggiare e indossare alcune armi e parti di armature, situate in apposite zone del museo. Alcuni pannelli esplicativi e un’agevole audioguida multilingue accompagnano il visitatore in questa breve, ma intensa immersione nella storia.

Itinerario trekking: La Via Francigena nella Montagnola senese

Premesso che cartelli ci portano senza problemi da Abbadia a Isola a Monteriggioni, seguendo le indicazioni - via francigena, questa sotto è una interessante variante.
Da Abbadia a Isola si prende la strada asfaltata per Monteriggioni e, dopo circa 200 metri, si devia a destra per seguire una lunga strada sterrata (Strada di Valmaggiore) che procede diritta attraverso i campi, con una bella visuale sulla cinta muraria di Monteriggioni in lontananza. Superato il bivio a destra per il podere Valmaggiore, la stradina raggiunge quindi il limite del bosco, dove si biforca. A sinistra il percorso è piano e va seguito per circa 30 minuti (fin qui, sulla sterrata, ne saranno già passati 40). Se invece si va a destra ( seguendo i segni bianco/rossi del c.a.i), dopo 300 metri, s’incontrano due bivi ravvicinati e ad entrambi bisogna tenere la sinistra. La mulattiera s’inoltra nel bosco salendo di quota, con qualche curva. Più in alto il percorso s’immerge poi nel fitto lecceto e diviene pianeggiante. Si arriva così ad un importante quadrivio con al centro un leccio, ove bisogna svoltare a sinistra. Al successivo bivio (circa 50 metri) si va a destra, seguendo una stradina che costeggia un campo. In breve si giunge ad un bel punto panoramico da dove si può ammirare, proprio di fronte, il castello di Monteriggioni. Più avanti s’incontra quindi un altro quadrivio, dove si prosegue diritto, quindi subito a sinistra (a destra si va alla Ripa) e si attraversa un piccolo oliveto. La stradella poi rientra nel bosco ed inizia a scendere, sbucando infine sui campi poco a monte della SS 2 Cassia. Si continua ora a destra, lungo il limite del bosco, giungendo ben presto all’innesto nel percorso n° 100. Da adesso in poi il castello è in bella vista ed è sufficiente prenderlo come traguardo (l’ultimo tratto per arrivare alla porta principale è su uno sterrato in salita – circa 20 minuti.  Itinerario facile, dislivello mt.80, tempo di percorrenza andata h.1,30).

Borghi toscani: Montecarlo

Montecarlo di Lucca è un piccolo gioiello fra la Lucchesia e la Valdinievole che val la pena di visitare per numerosi motivi, primo tra tutti il paesaggio, ergendosi su un colle che domina tutto il territorio circostante e regala un panorama davvero unico, ipnotizzante per la sua bellezza.

Altro protagonista del fascino di  Montecarlo sono poi le imponenti mura che la circondano e che nonostante il tempo passato sono in ottime condizioni e possono essere visitate (h.16/19.30) come i suoi vicoli stretti, tra i quali è piacevole perdersi in un girovagare senza mète, andando a zonzo a partire dalla piazza principale, una bellissima terrazza di pietra antica. Da ricordare anche il  Museo del Vino  (presso il Club Enoteca La Lavagna), fornito di testimonianze fotografiche e descrittive con attrezzi di quell’epoca che raccontano dalla raccolta dell’uva al suo imbottigliamento. E’ la fortezza però che domina l'abitato medievale, nota anche come Rocca del Cerruglio dal nome delle più antiche fortificazioni che sorgono sul luogo, che merita un’occhiata, anche da fuori. Il primo complesso militare, a pianta triangolare, nasce probabilmente tra il XII° ed il XIV° secolo, quando ancora non esisteva il borgo fortificato, fondato nel 1333 per volere della potente e vicina Lucca e di Giovanni e Carlo di Boemia (da cui il nome di Montecarlo), venuti in aiuto dei Lucchesi contro i Fiorentini. Fino a quel momento in un'altra zona del colle sorgeva il Castello di Vivinaia, residenza della contessa Matilde di Canossa, distrutto dai Fiorentini nel 1332-33 durante la fuga dovuta all’arrivo di Giovanni e Carlo ed i cui resti si trovano oggi sotto l’attuale cimitero, poco al di fuori del borgo e della cinta muraria.  .

Da vedere, scendendo da piazza d’Armi:

1) Il convento di S. Anna, costruito nel 1614 inglobando nella costruzione anche l'antico palazzo pretorio (stemmi su Piazza Francesco Carrara- il più antico è del 1338- ed alcune case private verso la metà di quel secolo.

2) La Chiesa di S.Andrea fu costruita entro la prima metà del secolo XIV e completamente ristrutturata e trasformata secondo il gusto dell'epoca sul finire del secolo XVIII (1783).
Della chiesa trecentesca, oltre alla parte inferiore della facciata, restano soltanto un pezzo dell'architrave dell'antico portale (attualmente murato in fondo al corridoio della Prepositura) ed una sezione del fregio dipinto che anticamente correva sotto il tetto (visibile dalla scaletta che sale al pulpito, nel passaggio fra la seconda e la terza Cappella, a destra di chi entra). Da vedere anche la Fonte Battesimale di S. Andrea, nel battistero situato all'interno della base del vecchio campanile, si trova il fonte battesimale della Pieve di S. Andrea. Costruito a partire dal 1580, grazie alle donazioni di Annibale Tolomei e Pietro Bocciantini, presenta una vasca altamente simbolica, di forma ottagonale costruita in marmo bianco di Carrara, intarsiato con altro marmo colorato e ricavata in un unico blocco alto circa un metro. Nella parte anteriore del fonte vi è un disco raggiato con un cherubino, sormontato dallo Spirito Santo. Sui fianchi, l'antico stemma del Comune di Montecarlo con le catene incrociate ed il simbolo dell'Opera Maggiore della Chiesa. La cappella circolare, in stile tardorinascimentale fu costruita nel 1596, i pilastri sono in pietra serena e sorreggono il motto "venite sitientes".

4) Teatro dei Rassicurati

La storia del settecentesco TEATRO montecarlese è legata a quella dell'ACCADEMIA degli "ASSICURATI" (poi a partire dal 1795, dei "Rassicurati") che ne fu la creatrice e la proprietaria e che lo gestì fino al 1966, quando il teatro, da lungo tempo inattivo e abbandonato al saccheggio e alle intemperie, fu, in extremis , strappato alla demolizione, già decretata, dall'indignazione popolare. L' ACCADEMIA degli ASSICURATI fu fondata nel 1702 ad iniziativa di 19 notabili montecarlesi e ricevette in dono dal conte Muzio della famiglia de' BARDI di VERNIO la sua prima sede, al n. 60 di Via GRANDE, sopra l'attuale sede della Cassa di Risparmio di Lucca. Cinquant'anni dopo, i locali di Via Grande vennero definitivamente abbandonati ed il 4 novembre 1750 ventidue rappresentanti delle più notevoli famiglie montecarlesi, acquistate le due case contigue di Agostino Francesco BIANUCCI in PESCHERIA, dettero incarico al socio G. Domenico NALDI di provvedere all'allestimento di un SALONE - TEATRO, con palchi a ringhiera. Infine nel 1795, acquistate altre due case (GIORGI e PANCANI), a cura di G. Pietro BERNARDINI e su disegno dell'ingegnere Antonio CAPRETTI, il vecchio teatro fu completamente ristrutturato e trasformato, secondo i gusti e il costume dell'epoca, in teatro d'opera, con due ordini di palchetti, complessivamente in numero di 22.
Per tutto il secolo XIX il TEATRO dei RASSICURATI fu particolarmente attivo e richiamò frequentatori - a volte perfino illustri quali il sommo musicista GIACOMO PUCCINI che veniva a Montecarlo in visita alla sorella Ramelde - anche dei centri vicini: sul minuscolo palcoscenico passarono quasi tutti i capolavori del melodramma italiano, alternati a spettacoli di prosa talvolta veramente notevoli. Nel 1894 infine, con l'aggiunta dei quattro palchetti di proscenio e con il raddoppio del palcoscenico, il teatro venne di nuovo ingrandito ed assunse la forma e le dimensioni attuali.

Torre "il Fortino" e sotterranei medioevali
Ad un tiro di balestra dal maschio della rocca del Cerruglio si trovano i resti di una torre medioevale di avvistamento detta comunemente "Il Fortino". Essa, pur mozzata, misura in pianta cinquanta metri quadri. La leggenda narra che qui uscisse il passaggio segreto proveniente dalla fortezza per le sortite dei soldati assediati. Sono accertate, a Montecarlo, anche gallerie sotterranee sotto il bastione a scarpa a fianco della piazza d'armi, che proseguono nell'altro bastione prospiciente la rocca. Tali opere difensive furono fatte costruire da Cosimo I de Medici nel 1556. Un altro sotterraneo a volta ha l'ingresso dalla via della Pubblica Fonte e si indirizza sotto l'abitato del centro storico

La cinta muraria, nel suo complesso, risale all'epoca della fondazione del paese (1333): in qualche punto non corrisponde più però a quella originaria: la parte meglio conservata e più agevolmente visibile è quella che va dalla PORTA NUOVA alla cosiddetta "Tomba", alla TORRE DEL BELVEDERE e quindi alla PORTA FIORENTINA. All'interno della cinta muraria correva un tempo la "Via delle MURA

 Le Porte del Castello originariamente erano quattro:
- LA PORTA FIORENTINA: risalente, come le altre, all'epoca della costruzione delle Mura, ma successivamente (sec. XVI) rialzata: sono ancora visibili i merli frontali che definivano il culmine originario.
- LA PORTA NUOVA (poi PORTA DELL'ALTOPASCIO): riaperta e rialzata nel 1598: deve a questo fatto il suo nome attuale.
- LA PORTA A LUCCA o PORTICCIOLA: originariamente di più piccole dimensioni, fu ricostruita ed allargata fra il1570 e il 1594.
- LA PORTA A PESCIA: chiusa da epoca immemorabile, è tuttavia visibile sullo spigolo nord delle Mura (discesa per PIAZZA D'ARMI).

in auto: Livorno, lucca, capannori, porcari, montecarlo

La Fortezza è visitabile da Maggio ad Ottobre, sabato e domenica con orario 16-19.30.

Ingresso 5 Euro, 8 Euro con visita guidata (anche in lingua inglese e francese).Informazioni: 0583 22401 –

approfondimenti -

http://www.promontecarlo.it/cartina_montecarlo.html

http://www.promontecarlo.it/galleria_immagini_montecarlo.html

http://www.castellitoscani.com/italian/montecarlo.htm  vedi questo per la storia

 Tempo stimato per la visita al borgo h.1.30 + 0,30 percorso mura

A scuola di natura al museo della geotermia di Larderello.

Piccolo centro in provincia di Pisa, si presenta al viaggiatore con colonne di vapori bianchi che si alzano dal terreno, acqua che ribolle ed un panorama suggestivo che ricorda la superficie lunare. Qui, per la prima volta in tutto il mondo, si è iniziato a sfruttare l’energia geotermica, ovvero il calore che fuoriesce dalla terra per produrre elettricità. Larderello si trova nel comune di Pomarance, al centro della cosiddetta "Valle del Diavolo", chiamata così proprio per la presenza dei soffioni boraciferi, che erano famosi già all’epoca di Dante Alighieri il quale si ispirò proprio a questo paesaggio per descrivere l’Inferno nella "Divina Commedia". La nostra proposta prevede una visita guidata al Museo della Geotermia in un percorso che, partendo dagli utilizzi della risorsa nel periodo etrusco e medievale, ci porta allo sviluppo industriale ed alla sfida odierna delle energie alternative. Successivamente sarà anche possibile visitare un soffione e la centrale geotermoelettrica, permettendoci una completa comprensione dei fenomeni geotermici e del loro utilizzo. Info e prenotazioni: Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) o 331 1131900

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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