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Parco Monti Livornesi

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2020

   vedi PROGRAMMA primo semestre 

Si ricorda che le iniziative sono riservate agli associati, i quali, con il tesseramento annuale si rendono tutti compartecipi delle responsabilità e della gestione dell’associazione stessa. Chi non è socio può comunque partecipare una tantum alle escursioni, versando 5 euro che verranno considerate come acconto del successivo tesseramento, da effettuarsi in occasione di una prossima uscita (€.15 singolo/€.20 familiare).

L'iscrizione ha validità annuale e si può effettuare o partecipando ad un'iniziativa e versando la quota al referente dell'iniziativa stessa, che poi la consegnerà al tesoriere, oppure contattando direttamente il tesoriere: attualmente Luisa Rocchi - luisa.massimo@gmail.com - 349 7114943

note e regole di partecipazione:

1) tramite una mailing list vengono effettuate comunicazioni di vario tipo agli associati, dai periodici incontri nell'attuale sede provvisoria (via Roma 230 c/o locali annessi al museo di storia naturale) ad eventi interessanti ma gestiti da altre associazioni etc.etc................chi vorrà ricevere tali informazioni è sufficiente che lo comunichi ad agireverde@tin.it .

2) per partecipare alle diverse attività dell'associazione si deve prendere atto che diventando soci ci si corresponsabilizza nella gestione dell'associazione stessa, divenendo tutti con eguali diritti/doveri essendo quindi tacitamente inteso che, non esistendo accompagnatori professionali e retribuiti, i referenti occasionali (anch'essi soci) che si prestano alla conduzione ed auspicati in ampia rotazione, non saranno mai da considerarsi responsabili per eventuali incidenti possano verificarsi in occasione delle diverse iniziative. E' sottinteso come sia opportuno verificare le proprie condizioni fisiche prima di partecipare alle escursioni, benchè esse siano sempre previste per essere alla portata di tutti, trattandosi sempre di percorsi oggettivamente privi di qualsiasi rischio.

3) Partecipando ad una iniziativa, quando non previsto altrimenti, è opportuno farlo sapere entro il venerdi sera precedente, al più tardi (lasciando nome, numero di partecipanti e telefono) per essere avvertiti di eventuali mutamenti di programma anche all'ultimo minuto, senza correre il rischio di arrivare nel luogo dell'appuntamento quando questo è stato precedentemente annullato per maltempo o altro motivo.

4) Per favorire l'amalgama tra soci e direttivo (rinnovabile a scadenza, a norma di statuto) e far sentire tutti responsabili della crescita dell'associazione, intesa non solo come momento aggregativo ma anche come attrice di cambiamento in tema di politiche ambientali e salvaguardia del territorio, quando il direttivo in carica ha proposte da presentare ai soci oppure quando un socio lo richiede, avendo egli stesso proposte o questioni che desidera affrontare e sviluppare in associazione, viene chiamato un incontro soci/direttivo in via Roma 230, c/o locali annessi al museo di storia naturale alle h.21.15, come precedentemente specificato.

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Avvertenze: prima di iniziare un trekking, oltre ad auto valutare la propria condizione fisica, senza barare, vi consigliamo la lettura di questo sito, utilissimo per chi ha poca pratica di escursionismo. Da ricordare, quando si affrontano dislivelli, che in media per circa 250/300 metri occorreranno circa 1 ora (ma se anche ce ne mettete h.1,30 va bene lo stesso), non dimenticando comunque eventuali soste di recupero di 15 minuti ogni ora (in escursione non c’è alcun record da battere e l'ambiente intorno va gustato senza alcuna fretta).            http://xoomer.virgilio.it/geotrek/page271.htm . Ovviamente è scontato che si debbano calzare scarpe da trekking con suola robusta e non scarpette tempo libero.

Buona lettura e buone scarpinate con Agire Verde.

ps: informatevi sempre e personalmente c/o il referente di eventuali problemi che possano esserci sul percorso, anche in base alla propria condizione fisica, del tipo: dislivelli da superare; cosa fare se, sentendo la stanchezza, non si riesce a tenere passo di chi va più veloce; se c’è acqua per rifornirsi etc.etc.

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2020 primo semestre

Domenica 12 gennaio - Anello di Camaiore

Domenica 26 gennaio - gli arenili tra Donoratico e San Vincenzo

Sabato 08 febbraio: Educazione ambientale a Rosignano Solvay

07/08 marzo – Ciaspolata 2020

15 marzo: percorsi nel verde a Riparbella

29 marzo: le terme etrusche di Sasso Pisano

05 aprile: Bunker e camminamenti della linea gotica a Borgo a Mozzano

19 aprile: a Castagneto Carducci, nella terra del Sassicaia

24/27 aprile: trekking all’isola d’Elba

10 maggio: La Foresta di Berignone e il Castello dei Vescovi

24 maggio treno trekking ad Equi Terme

7 giugno: l’anello del monte Altissimo

14 giugno “in Cammino nei Parchi”

04/11 luglio - Gitone estivo in Dolomiti

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Anello di Camaiore - 12 gennaio

Il camaiorese è una zona ricca di charme e tradizione che si estende dalle vette delle Alpi Apuane fino al mar Ligure, nel cuore della Versilia. Idealmente si può parlare di quattro grandi aree: le colline delle Seimiglia, il capoluogo con la sua valle, la piana di Capezzano ed infine il litorale di Lido di Camaiore e ciascuna di esse ha tipicità particolari, dalle pendici dei monti ricoperti da boschi che, man mano che si sale, divengono pascolo alpino, al piano che divide la costa dalle colline ad ovest o anche alle piccole oasi, con le caratteristiche originali del territorio paludoso tipico delle pianure costiere mediterranee. La possibilità esplorativa quindi è molto ampia ma il percorso definitivo sarà tuttavia comunicato sabato, effettuata una ricognizione del percorso, poichè la manutenzione di alcuni importanti sentieri deve essere ancora verificata ed anche è importante che il meteo non sia sfavorevole.

info: Laura Malevolti 338 9083212

 

Domenica 26 gennaio - Gli arenili tra Donoratico e San Vincenzo

Il trekking sulla spiaggia tra Donoratico e San Vincenzo si sviluppa su un tracciato diverso dagli altri, di recente progettazione e contrassegnato da cartelli sulle distanze, diventando in breve un prezioso servizio per bagnanti e turisti, oltre che percorso escursionistico classico della costa degli etruschi. La spiaggia è di sabbia dorata e fine e si estende per chilometri e chilometri, punteggiati, oltre all’antica Torre di San Vincenzo, da suggestive fortificazioni e vedette di avvistamento, un tempo utilizzate per la difesa della costa dagli assalti dei pirati. Da dire infine che saremo prossimi all’oasi floro-faunistica del Parco di Rimigliano, dove fiorisce il giglio di mare e le dune sabbiose sono ricoperte di ginepri, di mirto e di lentisco, con boschi di lecci e sugheri e la folta pineta che lambiscono l’arenile. Info: Laura Malevolti 338 9083212

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Sabato 08 febbraio: Educazione ambientale a Rosignano Solvay. L’educazione all’ambiente rappresenta per REA Rosignano Energia Ambiente SpA una tappa fondamentale nel processo di crescita della persona e divulgare la cultura della riduzione, della raccolta differenziata, del riuso e del riciclo dei nostri rifiuti, è oggi indispensabile. Tuttavia è importante iniziare fin da bambini a guardare ai rifiuti come ad una risorsa, la cui gestione intelligente può accrescere la qualità della vita e diventare un’opportunità per tutti noi. Oggi seguiremo una proposta formativa che avrà come obiettivo lo sviluppo delle competenze della persona, puntando non solo sulla trasmissione di nozioni, ma ponendo al centro l’individuo. Nota: la propria presenza va confermata entro giovedi 30.01

Info: Leo Panicucci – 340 0033113

Proposta di educazione ambientale:

Educare ad una buona gestione del rifiuto, in particolare attraverso la raccolta differenziata e la prevenzione, risulta essenziale nel nostro tempo. Per raggiungere dei buoni risultati in questo ambito è necessario che ci siano delle conoscenze comuni, che tutti si sentano ugualmente responsabili degli effetti ambientali dei propri comportamenti e agiscano per lo stesso scopo.

REA pertanto propone attività educative perché si raggiunga l’obiettivo di una consapevole e responsabile sensibilità ecologica, a partire dalla gestione dei rifiuti, per arrivare alla questione dello sviluppo sostenibile. Le proposte formative hanno pertanto come obiettivo lo sviluppo delle competenze della persona, puntando non solo sulla trasmissione di nozioni, ma ponendo al centro l’individuo.

OBIETTIVI:

1- Sviluppo delle competenze attive di cittadinanza per ogni individuo in una prospettiva

ambientale ed ecologica

2- Sensibilizzazione e conoscenza delle modalità di raccolta e riciclo dei rifiuti (tema

dell’economia circolare)

3- Sensibilizzazione e conoscenza dei temi di riduzione e riutlizzo dei rifiuti

4- Incentivare a buone pratiche nell’ambiente scuola e famiglia

5- Aumentare la conoscenza dei servizi svolti da REA nel territorio servito

Il progetto che propone REA si articolerà in percorsi specifici per le diverse tipologie di utenti utilizzando:

- narrazione di storie che tratteranno temi specifici in materia ambientale

- laboratori

- proiezione di filmati

- formazione per ragazzi ed insegnanti

- materiali didattici e informativi

- contenitori per la raccolta differenziata (cartonetti e multinetti)

NOTA: questa è una sintesi della proposta didattica R.E.A, per approfondire vi rimandiamo direttamente al web http://www.reaspa.it ed in particolare al link dedicato http://www.reaspa.it/home-page/educazione-ambientale/proposte-formative/

E’ importante che i partecipanti a questo incontro formativo si prenotino entro il 30 gennaio 2020 perché la visita allo stabilimento va prenotata in anticipo alla direzione che metterà a disposizione pulmini in base al numero dei partecipanti (visita guidata)

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07/08 marzo – Ciaspolata 2020. Il Monte Tondo (m. 1782) divide i bacini del Serchio e del Magra, la Garfagnana dalla Lunigiana e, se questa zona fosse nel comprensorio delle Dolomiti, probabilmente sarebbe conosciuta ovunque e valorizzata ampiamente ma, per sua sfortuna (o fortuna) trovandosi fra la Garfagnana e la Lunigiana, sul crinale che dal Passo del Cerreto sale verso Est, rimane una zona escursionistica poco conosciuta, nonostante la sua bellezza. Questo è il comprensorio scelto quest’anno per la ciaspolata 2020, a due passi dal lago di Gramolazzo e da Minucciano.

NOTA: LE PRENOTAZIONI SARANNO ACCETTATE FINO AD ESAURIMENTO POSTI DISPONIBILI

Info : Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) 331 1131900

15 marzo: percorsi nel verde a Riparbella. Questo ridente borgo era già noto fin dal periodo etrusco per la sua vocazione rurale, come testimoniato dal ritrovamento di anfore vinarie, ed è collocato in uno scenario che sintetizza gli aspetti più caratterizzanti del paesaggio toscano: colline coltivate a olivo, vite e grano, filari di cipressi ed una rigogliosa macchia mediterranea, habitat naturale di cinghiali e altri ungulati. L’escursione di oggi ci vedrà a spasso per questo territorio, nel verde e nella quiete di una zona ancora incontaminata ed inserita nella “ Strada del Vino delle Colline Pisane”. info: Laura Malevolti 338 9083212

Come molti altri borghi della provincia pisana, anche Riparbella nacque dove sorgeva un castello medievale, voluto dai conti Della Gherardesca intorno all’anno 1000, ma ciò che lo differenzia dal consueto è il  suo sviluppo, non circolare attorno alla fortificazione, ma lineare, lungo la via principale.
Da Riparbella si gode una splendida vista sulla costa degli Etruschi fino alle isole dell’arcipelago toscano.

La sua storia ( Tratto da Guida alla Val di Cecina, a cura di Susanne Mordhorst, Nuova Immagine Editrice) :

Situato in bella posizione sulle pendici meridionali del Poggio di Nocola, a differenza degli altri paesi non ha forma tondeggiante, ma si è sviluppato lungo la strada sul crinale di un dorso collinare. Conserva un palazzo della fine del '400.

Nel territorio di Riparbella sono stati ritrovati alcuni reperti di antichi insediamenti: in località Ortacavoli, a ovest del paese, furono scoperti nel 1956, durante dei lavori stradali, quattro pregevoli vasi e due asce di piombo dell’VIII secolo a.C.; a Belora, sempre a ovest del paese, lungo la Via Salaiola, vennero scavate nel secolo scorso numerose tombe etrusche, di epoca imprecisata, e nel 1964 una tomba di Età romana.

Il nome deriva forse da Ripa albella, vale a dire Ripa bianca, dal biancore delle terre tufacee e sabbiose che costituiscono la cima della collina. Nei documenti medievali e fino al ‘600 il nome è infatti "Ripalbella" oppure "Ripabella".

Il piccolo castello sorse probabilmente intorno all’anno Mille e faceva parte delle possessioni dei conti Della Gherardesca che a quell’epoca abitavano altri due castelletti dei dintorni, Belora e Bovecchio, il primo già menzionato per gli scavi etruschi, il secondo completamente perduto, tanto che non si conosce più il luogo in cui si trovava.

La parrocchia di Riparbella era compresa nel distretto della pieve di Vallinetro (o Vallaneto), località oggi scomparsa che si suppone si trovasse nella piana del Cecina ai piedi della collina, in una località oggi chiamata San Martino.

Un primo documento storico che menziona Riparbella è del 1125 e fa riferimento a una lite nata tra il pievano di Vallinetro e certi monaci di Riparbella, forse benedettini, che avevano il monastero a metà strada per il paese, in una località ancora oggi chiamata "Poggio ai Frati". Diverse volte il pievano si era lamentato presso l’arcivescovo di Pisa per il fatto che i riparbellini non solo facevano seppellire i loro morti dai frati, ma portavano a loro anche le decime, che invece dovevano essere consegnate alla pieve; si sentiva quindi, come dice il documento, "depauperato dai monaci per rapina di decime e di corpi ed era irritato a causa delle ribellioni e delle frequenti offese dei parrocchiani". L’arcivescovo ristabilì l’ordine intimando ai riparbellini di portare morti e decime alla pieve, pena l’incorrere nelle sanzioni previste ed essere partecipi dell’eterna maledizione.

Annessa al monastero di Poggio ai Frati vi era una chiesa, dedicata a Santa Maria e nominata fin dal 1177, oggi scomparsa, ma che dà ancora il nome al podere e al botro vicini.

Nel corso del primo secolo dopo il Mille l’arcivescovo di Pisa riuscì a comprare le terre di Riparbella e di molti castelli intorno, come Belora, Pomaia e Santa Luce, in modo che già verso il 1150 ebbe su queste terre non solo la giurisdizione ecclesiastica, ma anche quella temporale, compreso il diritto di infliggere pene pecuniarie e corporali, fino alla pena di morte. Questi poteri venivano esercitati attraverso un visconte che nei vari castelli dipendenti era sostituito da un vicario.

Nella seconda metà del XII secolo e ancor più durante il XIII, sorsero contrasti tra l’arcivescovo e il Comune di Volterra per il dominio dei castelli di Riparbella, Strido, Mele eMontevaso. Sia nel 1198 che nel 1292 si dovette ricorrere ad arbitri, che aggiudicarono sempre questi castelli all’arcivescovo di Pisa, a condizione, tuttavia, che non dessero rifugio ai "fuoriusciti" o ai "banditi" della città di Volterra. Riparbella da allora è rimasta saldamente in mano all’arcivescovo di Pisa fino alla conquista di quella città da parte diFirenze nel 1406. Nel 1319, addirittura, l’arcivescovo vi dimorò per qualche anno, forse fino al 1322, a causa della situazione poco stabile a Pisa, dove aveva dei dissidi con le istituzioni repubblicane.

La crescita del piccolo castello si rispecchia nell’aumento del numero delle chiese che vennero censite dalla mensa arcivescovile: mentre nel 1177 e nel 1276 fu nominata solo lapieve di Vallinetro, intitolata a San Giovanni, nel 1277 compaiono nell’elenco delle decime anche Santa Maria di Riparbella (al Poggio dei Frati, esistente comunque anche prima) e Sant’Andrea di Belora; nel 1296 troviamo inoltre San Bartolomeo in Pecoraio (in località San Pecoraio a nordest del paese) e San Michele in Riparbella, posta all’interno delle mura dei castello, e nel 1372 si aggiunge San Michele de’ Meli, castello nelle vicinanze, oggi scomparso. Tutte erano subordinate alla pieve di Vallinetro.

Nel 1345 Riparbella non partecipò alla rivolta dei castelli dei conti di Montescudaio-Della Gherardesca contro la Repubblica di Pisa; ma nel 1406 si sottomise alla Repubblica di Firenze il giorno 21 marzo, sette mesi prima che Pisa stessa cadesse sotto il dominio fiorentino.

Nel 1477 fu occupata dalle truppe di Alfonso di Aragona redi Napoli — che nella guerra contro Firenze devastarono i castelli della Vai di Cecina —, ma già l’anno dopo fu riconquistata dall’esercito di Firenze. È probabile che in questa occasione i fiorentini abbiano distrutto il castello, e forse anche la pieve fu danneggiata o distrutta durante le operazioni belliche, visto che è nominata ancora nel 1422 ma non compare più nel 1462-63, nè in seguito.

Nel 1594 i pisani si sollevarono contro Firenze e anche la popolazione di Riparbella si ribellò al dominio fiorentino, ma già alla fine dello stesso anno Firenze riprese il controllo della situazione.

Sotto la Repubblica dì Firenze Riparbella ottenne lo status di libero Comune, sottoposto alla Potesteria di Peccioli e al Vicariato di Lari. Nel 1488 il Comune si diede i primi statuti, redatti con gran "vociferare" nella chiesa del castello, come annota, protestando, il parroco. Gli statuti regolavano gli affari interni della comunità e stabilirono, tra l’altro, alcune regole. L’amministrazione comunale doveva essere diretta da due consoli, estratti a sorte da una borsa che conteneva i nomi di tutti gli uomini del comune sopra i vent’anni. I consoli rimanevano in carica per sei mesi. Essi erano affiancati da un Consiglio Comunale composto da ventiquattro uomini, estratti da un’altra borsa, che conteneva un nome per ogni famiglia. Chi era eletto aveva l’obbligo non solo di partecipare alle riunioni del consiglio, ma anche di arrivarvi puntuale, e di pagare una pena di cinque soldi per ogni assenza. Il Consiglio era presieduto, almeno dal 1508, dal podestà di Peccioli. Le votazioni avvenivano mediante fave nere e bianche (rispettivamente per il no, e per il sì) e questa era la regola per tutto il territorio di Firenze. Nel 1560 le fave bianche vennero sostituite da fagioli.

Un’altra carica importante era quella del camarlengo, una specie di tesoriere o ragioniere del Comune che amministrava i soldi. Veniva estratto per un anno e alla fine del mandato doveva rendere conto delle sue operazioni: se mancava qualcosa al bilancio doveva saldare la differenza entro un mese. Era inoltre tenuto a consegnare i fondi al suo successore e se trafugava delle somme doveva restituirne il doppio.

Altre magistrature comunali erano quelle del campaio — una specie di guardia campestre — del cappellano o maestro di scuola e del barbiere, che per un certo tempo faceva anche da chirurgo.

Gli statuti definivano i confini dei pascoli comunali, e delle "bandite", stabilivano quante bestie ogni famiglia potesse mandare sui pascoli e fissavano il canone annuo da pagare, e cioè:

per ciascuna bestia brada bufalina, vaccina o cavallina soldi dieci
per ciascuna bestia porcina soldi otto
per ciascuna capra o bestia caprina soldiuno
per ciascuna pecora o bestia pecorina soldi due

Nei pascoli era vietato abbattere gli alberi selvatici da frutto come querce, certi, sugheri e lecci, che miglioravano la pastura e fornivano le ghiande, alimento indispensabile per i maiali, animali di grande importanza nell’economia familiare dell’epoca. Naturalmente c’erano le multe per danni o furti nelle vigne, negli orti o nei frutteti — con particolare menzione per i furti di fichi — e le pene erano di cinque soldi, se il furto o danno avveniva di giorno, di dieci per chi rubava di notte.

In paese si badava alla pulizia della fonte: era vietato lavare i panni o abbeverare le bestie o "fare alcuna bruttura" nel raggio di 40 braccia a est e 20 a ovest (rispettivamente circa 23 metri e 11 metri e 60). Maiali, capre e pecore non potevano girare o pascolare nel paese o nelle immediate vicinanze e i maiali nel castello erano da tenere chiusi nei castri.

Le entrate del Comune erano costituite dalle multe inflitte per le varie trasgressioni,dall’affitto dei pascoli e dalla tassa che veniva imposta per la macellazione di ogni capo di bestiame. Inoltre il Comune aveva il monopolio dei mulini e gli uomini di Riparbella avevano l’obbligo di macinate le loro granaglie solo nei mulini comunali —"per fare buone l’entrate di detto Comune".

Questi statuti venivano, negli anni successivi, periodicamente riconfermati, a volte leggermente cambiati o aggiornati, ed erano in vigore fino al 1737 e forse parzialmente addirittura fino al 1817.

Sin dal 1456 l’arcivescovo di Pisa, ancora formalmente proprietario delle terre, aveva lasciato tutto il terreno comunale a disposizione "degli uomini e della comunità" di Riparbella, che vi avevano il diritto di pascolo.

L’allevamento del bestiame e la pastorizia erano le attività principali della popolazione e il pascolo veniva concesso secondo le condizioni stabilite dagli statuti. Inoltre le singole famiglie possedevano degli appezzamenti di terra, di solito vicini al castello e recintati da siepi o muri, dove coltivavano gli ortaggi, le viti e gli olivi — i domesticheti — o chiuse o da chiudere. L’uso comunitario delle terre assicurava una relativa stabilità delle condizioni di vita a tutta la popolazione del castello.

Il territorio di Riparbella arrivava allora fino al mare, includendo anche la striscia tra il Cecina e il Fine. Era quasi per metà coperto da boschi, il resto era pascolo con qualche pezzo di seminativo. La parte costiera, da Collemezzano fino al mare, apparteneva non alla comunità di Riparbella, bensì alla famiglia dei Medici. Queste possessioni medicee si erano formate già alla fine del XIV secolo per conto di Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico, e formarono più tardi le terre dello "Scrittoio delle Reali Possessioni dei Granduchi".

All’epoca della stesura degli statuti la comunità di Riparbella era in espansione; dappertutto, così si legge, si vedevano "continuamente i popoli crescere, così le famiglie moltiplicare e nuovi lavori farsi". Negli anni ‘60 del ‘400, dopo la scomparsa della pieve di Vallinetro, il fonte battesimale era stato portato in paese e la chiesa di Riparbella aveva assunto il nome di pieve di San Giovanni — la popolazione, allora, lamentava che le messe non venivano celebrate regolamente, e il parroco, viceversa, denunciava la scarsa partecipazione alle funzioni. Ma nel ‘500 cominciò un processo di privatizzazione delle terre, che portò gradualmente alla diminuzione delle aree comunitative. Il Comune, anche se formalmente non avrebbe potuto, aveva concesso alcuni terreni "a terratico", cioè dietro pagamento d’affitto, a privati per il disboscamento e la semina, mentre l’arcivescovo, dal canto suo, aveva venduto qualche terreno sottratto al Comune. Si ebbe così una progressiva restrizione dei pascoli a disposizione della comunità. Di questo si trova riscontro anche negli statuti, dove, nel 1520, venne introdotto un paragrafo che limitava a dieci il numero di bestie che ogni famiglia poteva mandare al pascolo. Nel 1566 questo limite venne di nuovo alzato a venti bestie per ogni famiglia. Inoltre, nel ‘500, incominciarono a farsi sentire i primi effetti della diffusione della malaria nella pianura, e di anche di questo troviamo riscontro negli statuti: nel 1570 si inasprirono le norme igieniche, aumentarono le pene per chi faceva circolare i maiali nel paese senza curarsi "dell’infetione dell’aria che ne risulta" (le vere cause della malaria non erano conosciute fino alla fine dell’Ottocento). Per fare "quanto sarà possibile" per tenere l’aria più purificata, si ordinò che ogni abitante del castello dovesse "almeno ogni sabato sera spazzare dinnanzi al suo uscio […] e poi portare via fuori dalle mura la spazzatura".

Le terre comunitarie diminuivano ulteriormente quando, alla fine del ‘500 venne eretta a Cecina la Ferriera della Magona con il grande forno al quale erano, per decreto, riservati tutti i boschi nei dintorni. Dal 1604 questa riserva, estesa a un raggio di otto miglia dalla Magona, investiva anche i boschi del territorio di Riparbella. D’allora in poi fu vietato tagliare la legna, se non per uso di combustibile della ferriera; inoltre nei lotti tagliati il pascolo era vietato alle vacche per cinque anni e alle capre per dieci per favorire la ricrescita degli alberi.

Nel 1622 venne redatto un estimo delle proprietà nel territorio di Riparbella, che rivela che il 32% di tutto il terreno apparteneva alla comunità, il 16%a proprietari privati, il 50% ai granduchi e l’1% a enti religiosi.

 Tra i possessori privati spiccavano due famiglie locali, gli Spadacci e i Mattei, che concentravano nelle loro mani, rispettivamente il 10 e il 15% delle proprietà private, mentre le altre famiglie possedevano di solito la casa e qualche appezzamento di terra.

Dall’estimo risulta anche che la stragrande maggioranza della popolazione viveva nel castello e nelle immediate vicinanze e che il paese era fortificato e cinto di mura e aveva almeno due porte, una di sopra e una di sotto. Probabilmente le mura erano costituite, come avveniva di solito, dalle case stesse.

Nel XVII secolo le condizioni generali di vita andavano via via deteriorandosi, soprattutto a causa della diffusione della malaria e dello scoppio della grande epidemia di peste del 1630. Ignoriamo quante vittime la pestilenza abbia mietuto a Riparbella, ma sappiamo che gli abitanti costruirono in cima al paese una cappella dedicata a San Rocco, protettore dalla peste. L’avvenimento più importante dell’epoca fu però l’infeudazione del paese, avvenuta nel 1635. In quell’anno i Medici consegnarono la comunità in feudo ad Andrea Carlotti di Verona, "cameriere" di Sua Altezza Reale e "coppiere" della granduchessa, che veniva insignito del titolo di marchese di Riparbella.

L’infeudazione comprometteva gravemente la vita comunitaria, anche se gli statuti restavano in vigore, solo che il Consiglio Comunale era ora presieduto da un podestà del marchese. Il Carlotti, nel secondo anno del suo marchesato (1636), dotò Riparbella di un’enorme cisterna. Il problema dell’acqua era molto sentito: nessuna fonte era stata condotta al paese e la cisterna del Comune non funzionava per mancanza di docce che vi si immettessero e comunque forniva acqua cattiva. Tuttavia neanche la nuova cisterna risolse il problema. Del resto il Carlotti fece della campagna una grande riserva di caccia, aggravando ulteriormente la carenza di pascoli. I boschi che avanzavano e si infoltivano, impedivano la ventilazione e resero il luogo empre più insalubre. La zona lungo il Cecina venne del tutto abbandonata, ma anche nel castello la popolazione diminuiva. Alla decima da pagare alla Chiesa (nel 1701, 1 staio e mezzo di grano e mezzo baile di vino all’anno; quelli della Cinquantina davano un maiale) si aggiungevano nuove tasse: nel 1676 venne introdotta la tassa sul macinato, che rimase in vigore per un secolo e fu considerata insopportabile dalla popolazione. Nel 1691 si impose anche la tassa sul sale, durata fino al 1750. Nel 1706 la chiesa parrocchiale era talmente mal ridotta da minacciare rovina e il Comune dovette stanziare fondi per salvarla. Alla fine del Marchesato del Carlotti, nel 1736, Riparbellacontava soltanto 258 abitanti. Il paese era in uno stato deplorevole come si può rilevare dalla seguente descrizione: "i poggi […] (erano) ricoperti di folte boscaglie che impedivano la ventilazione e ne rendevano in estate l’aria umida e insalubre [...] i tetti (erano) ricoperti di una patina verdastra, segno evidentissimo di malaria. A pochi metri dal caseggiato i boschi [...] formicolavano di rettili schifosissimi, di grossi cinghiali e di lupi che con il loro ululato accrescevano nelle notti il terrore ai miseri febbricitanti coloni [...]". In simili condizioni l’aveva trovato anche ilTargioni Tozzetti nel 1742 "[...] circondato per ogni verso da boscaglia, e oltre di ciò ha de’ Poggi vicini che gl’impediscono la ventilazione; perloché nell’Estate non è salubre. Si aggiunge che l’acqua di una fonte, di cui bevono la maggior parte degli abitanti, viene da Mattaione, ed è assai cattiva".

Nel 1737 i Carlotti vendettero il feudo al senatore Carlo Ginori di Firenze, che poi lo unì alla sua tenuta di Cecina. Le richieste che il Comune presentò al nuovo padrone sono assai indicative per la situazione del paese: condurre in piazza una fonte buona di acqua potabile; dare agevolazioni a chi volesse immigrare a Riparbella; cedere i restanti pascoli a titolo di affitto perpetuo ai contadini; riformare il sistema delle tasse. Non sappiamo se le richieste siano state esaudite.

Nel 1755, in seguito all’abolizione dei feudi in Toscana, Riparbella tornò alle dirette dipendenze del granduca e venne sottoposto alla Potesteria di Chianni, Vicariato di Rosignano Marittimo. Intanto, durante tutto il XVIII secolo, le famiglie benestanti erano riuscite a concentrare nelle loro mani un numero sempre crescente di proprietà terriere. In primo piano erano i Mastiani e i Baldasserini, che avevano usurpato una notevole parte dei territori granducali. Nel 1781-82 queste due famiglie vennero trovate in possesso di 4 mila (delle complessive 20 mila) staiora del terreno delle Reali Possessioni e non sapendo come averle in restituzione, si decise di offrirle loro formalmente per l’acquisto. Del resto era di loro proprietà metà delle terre che prima erano comunitative. Negli anni ‘80 del XVIII secolo anche a Riparbella si doveva procedere all’allivellazione dei terreni granducali e degli enti religiosi, com’era previsto dalla riforma agraria leopoldina, per arrivare a una distribuzione più capillare dei terreni. Ma di queste terre poco o niente arrivò nelle mani dei contadini o dei mezzadri, perché nel 1787 Niccolò Giusteschi comprò in blocco tutte le possessioni granducali nel territorio per poi rivenderle per proprio conto ai notabili del paese.

Dall’estimo del 1785 si apprende che a Riparbella esistevano 62 intestatari di terreni (contro 82 nel 1622), ma 54 di questi possedevano solo l’appezzamento a "domesticheto", per vigna e ortaggi, sotto le mura del castello, mentre il resto del territorio era in mano a otto famiglie possidenti.

Nel 1790 un osservatore granducale che passava a Riparbella, notò che si vedevano ancora molti avanzi delle mura del vecchio castello, e che le macerie venivano usate dai riparbellini per la costruzione di nuovi edifici.

Nel 1817 si riformarono i sistemi amministrativi e a capo del Comune venne posto ungonfaloniere, nominato dal granduca, affiancato da due priori e sei consiglieri. Dopo due secoli di dominio feudale, la comunità registrò una ripresa, si costruirono nuove case: nel 1817 venne massicciata e resa carrozzabile la via del Bastione, cioè la strada per Cecina, e nello stesso anno si istituì nel paese un ufficio postale. Il numero degli abitanti raggiunse 1.112 unità nel 1833 (contro le 292 del 1745). Il geografo Zuccagni che passò a Riparbella nel 1830 trovò la campagna ben coltivata e intorno al paese tanti olivi. Un altro contemporaneo commentava nel 1843: "Il trovare oggi in quel luogo così poco favorito dalla natura molta popolazione sana, il trasporto giornaliero dei generi diversi, il moto continuo dei barrocci, l’osservare che per ogni dove in cotesta contrada si vanno innalzando fabbriche (= case) [...] tuttociò desta sorpresa, piacere e curiosità nel viaggiatore […]. Miglioramenti si ebbero anche in seguito ai continui disboscamenti, alle nuove piantagioni di viti e di olivi e agli allivellamenti delle terre dei Giusteschi, dei Gonnelli e, più tardi, dei Baldasserini.

Nel 1836 a Riparbella si verificò un’epidemia di colera, — malattia provocata dal consumo di acqua infetta — che causò molte vittime e si ripeté anche nel 1855.

Nel 1838 il paese ricevette una visita del granduca Leopoldo II che suggerì la costruzione di una nuova chiesa e mise a disposizione anche i finanziamenti. I lavori vennero iniziati nel 1841 e terminati nel 1845. La vecchia chiesa, che era di circa due terzi più piccola di quella attuale e orientata in direzione est-ovest fu demolita e la nuova venne costruita perpendicolarmente a essa. Il campanile rimase lo stesso, gli fu però tolta la piramide che la sormontava, che fu sostituita con una cella campanaria. Oltre alla parrocchiale vi erano altre due chiesine, l’oratorio della Madonna delle Grazie e quello detto "di San Celestino" o "della Compagnia della SS. Annunziata". Nel 1839-40 si costruì il nuovo cimitero, (oggi "cimitero vecchio") a sud del paese, visto che quello precedente, accanto al campanile della chiesa parrocchiale non era più sufficiente. Nel 1845 Riparbella contava 1.374 abitanti.

Nel 1846 un terribile terremoto si abbatté su tutta la zona costiera e la chiesa parrocchiale, terminata l’anno precedente, fu gravemente danneggiata. Anche gli altri due oratori erano lesionati e l’unico altare agibile fu collocato sotto la loggia dell’oratorio della Madonna. Le 137 case del paese erano tutte danneggiate, i morti erano quattro, quattro anche i feriti gravi. Un riparbellino, Giuseppe Tabani, scrisse Del Terremoto accaduto in Toscana il 14 Agosto 1846, un’opera pubblicata a Pisa nello stesso anno, da cui riportiamo l’avventura vissuta da tale Amaddio Nesi nella campagna presso Gabbruccino: "Spalancatoglisi sotto i piedi la terra, vi piombò, e vi fu chiuso fin sopra le ginocchia. Una seconda scossa, per sua ventura, lo rese libero dagli orribili ceppi". Per paura di nuove scosse i riparbellini passarono nove giorni all’aperto.

Durante i moti rivoluzionari del 1848 il Consiglio Comunale manifestò con varie mozioni la sua fedeltà ai granduchi. In seguito le idee liberali si diffusero anche a Riparbella, tuttavia nessun riparbellino andò volontario nella guerra d’indipendenza contro l’Austria.

Nel 1 844 venne corretto il corso della via del Bastione e si costruì il ponte sul botro di Santa Maria. Il paese assunse l’aspetto che in generale ha mantenuto fino a oggi: si fece ingrandire la via principale tra la chiesa e la piazza abbattendo una fila di casupole appoggiate sulla destra; si rettificarono l’andamento di via della Madonna, che prima passava a destra del municipio, e di via San Rocco, oggi via Roma. Nel 1866 venne costruito il municipio e nel 1867 si rese carrozzabile la strada Riparbella-Castellina. Nel 1859 si portò finalmente una fonte d’acqua potabile in paese — quella del Felciaio non quella buona del Doccino —, perché il prezzo di vendita richiesto dalle proprietarie, le signore Carrani, era troppo alto. Purtroppo si verificò l’inconveniente che ogni volta che pioveva, l’acqua scendeva torbida e giallastra e nonostante le molte riparazioni alle condutture non si riuscì mai a eliminare del tutto il guasto.

Nel 1862 venne costruita la linea ferroviaria Cecina-Saline con la stazione di Riparbella, che inizialmente si chiamava San Martino. Fu un periodo favorevole per i braccianti perché la loro forza lavoro alla ferrovia veniva pagata due o tre lire al giorno, contro una lira che solitamente guadagnavano nei campi.

Al plebiscito del 1860 i riparbellini votarono in larga maggioranza a favore all’annessione. Gli anni successivi all’Unità d’Italia furono caratterizzati dall’introduzione di nuove tasse e aggravi fiscali; tra l’altro si introdusse, dal 1867 al 1882 di nuovo la tassa sul macinato. Nel 1873 Riparhella aveva 3.793 abitanti in tutto il territorio e tre scuole pubbliche nel paese, una maschile, una femminile e una mista.

Nel 1882 il territorio di Collemezzano e della Cinquantina venne scorporato dal Comune di Riparhella e annesso a Cecina (con conferma governativa del 1892). A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento molti abitanti di Pomaia, Castellina e Riparbella furono influenzati dalle idee rivoluzionarie dell’anarchico Pietro Gori di Rosignano Marittimo.

Riparhella registrò 47 caduti nella prima guerra mondiale. Conservò l’amministrazione socialista fino al 1920. intorno agli anni ‘20 fu portata l’elettricità in paese e una dopo l’altra le case vi si allacciarono. L’illuminazione stradale era a gas ancora nel secondo dopoguerra. In campagna l’estensione della rete elettrica è avvenuta soltanto negli anni ‘60-’70.

Nel 1933 fu costruito l’edificio della scuola, nel ‘34 vennero inaugurate le Elementari e nel ‘36 le Medie.

Durante la seconda guerra mondiale, e in particolare nel 1944 con la ritirata delle truppe tedesche, anche Riparbella, come molti paesi vicini, ha visto atti di rappresaglia contro la popolazione civile e lo sterminio di 11 persone al podere Le Marie.

Dalla fine dell’Ottocento il Comune ha sempre registrato intorno ai 3 mila abitanti e ancora nel 1961 i residenti erano 2.715, ma negli anni ‘60 e ‘70 si è verificato anche qui l’esodo verso i centri industrializzati e in particolare verso Rosignano, sede della Solvay. Alla fine del 1993 Riparbella contava 1.309 abitanti; la tendenza è alla contrazione demografica e si fa sentire sopratutto nella popolazione scolastica. Sul territorio lavorano alcune imprese industriali, tra cui quattro ditte di escavazioni e frantumazioni e una ditta di manufatti in cemento. Il paese è dotato di posta, banca, ambulatorio medico, farmacia e pompa di benzina, di ristorante e pizzeria e di diversi negozi. Molte case in campagna sono state vendute a stranieri — sopratutto tedeschi e svizzeri —, e i residenti stranieri ammontano a 55 unità.

29 marzo: le terme etrusche di Sasso Pisano

Antica rocca medioevale, importante in epoca medicea per le miniere di allume (prodotto essenziale per fissare i colori sulla stoffa), il borgo si erge sopra fitti boschi di castagno e cerro, in prossimità delle sorgenti del fiume Cornia. In epoca ancora più remota tuttavia e fino al III sec.d.c., queste zone furono famose piuttosto per essere un vasto sito termale, etrusco prima e romano poi. Abbandonato nel IV secolo e solo recentemente riportato alla luce, anche se molto parzialmente, lo andremo a visitare come anche vedremo le putizze e fumarole del borgo, simili a quelle delle vicine Biancane di Monterotondo M.mo, che ci faranno ben comprendere perchè mai gli etruschi e i romani vi avessero costruito le terme. I molteplici fumacchi di vapore bollente ed il tipico odore sulfureo, ci illumineranno poi sul perchè, prima dell’era industriale, questa valle fosse chiamata “la valle del diavolo” . info: Laura Malevolti 338 9083212

Sasso Pisano -  Il borgo si erge sopra fitti boschi di castagno e cerro, in prossimità delle sorgenti del fiume Cornia.

In epoca ancora più remota tuttavia e fino al III sec.d.c., queste zone furono famose piuttosto per essere  un vasto sito termale, etrusco prima e romano poi. Abbandonato nel IV secolo e solo recentemente riportato alla luce, anche se molto parzialmente, rimane tuttavia evidente e fruibile la sorgente d’acqua calda che forma una grande vasca naturale a 40 °c , immersa nella macchia e vicinissima al sito. Per comprendere bene come mai gli etruschi e i romani vi avessero costruito le terme tuttavia andremo anche a vedere le putizze e le fumarole, manifestazioni geotermiche, simili a quelle delle Biancane che, con molteplici fumacchi di vapore, fonti e rivoli di acqua bollente ed il tipico odore sulfureo, ci mostrano pienamente perchè, prima dell’era industriale, questa valle fosse chiamata “la valle del diavolo”.

Note storiche e geomorfologiche sul’iniziativa odierna:

Sasso Pisano si trova nel comune di Castelnuovo val di Cecina (PI), nel complesso delle colline metallifere, in una zona nota come "aia del diavolo" per le manifestazioni geotermiche che la caratterizzano. Il paesaggio infernale, simile a quello visto alle Biancane di Monerotondo, in febbraio, si sussegue tra sbuffi di vapore e fumacchi e ci mostra come si presentavano questi luoghi fino al settecento: una valle dall'aspetto infernale, costellata di sorgenti calde, sbuffi di vapore affioramenti di zolfo, con l'aria dal classico sentore di uova marce. Un luogo insomma, che  le superstizioni del passato collegavano facilmente al diavolo, tant'è che alcuni storici attribuiscono a questa zona l'ispirazione per l'ingresso degli inferi descritto nella divina commedia di Dante.

A pochi passi da Sasso Pisano, in località Lagoni del Sasso, è possibile, salendo sulla collina che sovrasta il paese, “toccare con mano” soffioni, putizze, fumarole, sorgenti calde, lagoni.  A poca distanza poi, sulla strada che porta a La Leccia, nei pressi del podere "il Bagno", recentemente è stato scoperto un imponente stabilimento termale etrusco-romano con annesso villaggio. Particolare importanza viene attribuita a questo sito, associato alle "Aque Populanie" citate dallo storico romano Plinio e riportate dalla "Tavola Peutingeriana", una mappa stradale dell'impero romano giunta fino a noi grazie a riproduzioni medioevali. Ad oggi gli scavi sono ancora in corso, ma sono state riportate alla luce vaste porzioni dell'impianto termale: sono visibili le vasche, i canali che le alimentavano, colonnati e mura blocchi di arenarie e la polla sorgiva.

note di geotermia:

Durante lo sviluppo del nostro pianeta, particolari fenomeni magmatici fecero risalire i magmi fusi in superficie, in determinate zone della Terra, come Larderello o Monterotondo M.mo o Sasso Pisano. Oggi, in questi luoghi la crosta terrestre è più sottile ed il calore delle rocce del sottosuolo è dieci volte superiore alla media terrestre e difatti, a circa 2Km di profondità, si possono incontrare temperature di 300°C, che solitamente si trovano a 7-8Km.

È questa l'energia geotermica, contenuta sotto forma di calore nelle rocce del sottosuolo.
Per poter utilizzare questo calore del sottosuolo, è necessario un mezzo "di trasporto" che solitamente è l'acqua che circola sotto terra. A contatto con il calore delle rocce, l'acqua  si riscalda e formai serbatoi geotermici, dove l'alta temperatura è mantenuta da uno spesso strato di rocce impermeabili.
Per ottenere energia, vengono prodotte artificialmente - o esistono già naturalmente - delle aperture - "fratture" nel caso siano state create dalla natura - come i pozzi. Nelle manifestazioni naturali una diminuzione di pressione e un'immediata fuoriuscita di acqua calda, sotto forma di vapore dà luogo ai famosi soffioni boraciferi o alle fumarole o alle putizze, che vedremo oggi.

Il sito archeologico:

Dal 1985 la Sopraintendenza per i beni Archeologici della Toscana sta riportando alla luce, nelle vicinanze di Sasso Pisano, nel Podere il Bagno, un complesso architettonico di eccezionale interesse storico e archeologico. L'area si trova sulla strada tra Volterra e Populonia, alla confluenza della valli del Cecina e del Cornia, in un ambiente naturale di grande suggestione,
caratterizzato da una intensa attività geotermica, in cui ben si spiega la presenza di un complesso architettonico sacro-termale legato a divinità salutari.
Le prime notizie risalgono a una trentina di anni fa, quando fu rinvenuta una tegola con bollo in caratteri etruschi che, sciolto in spumi huflunas (Spural =
"della città" ), faceva supporre l'esistenza di un edificio di carattere pubblico.

Gli scavi hanno messo in luce, anche se parzialmente, un complesso architettonico unico fino ad oggi nell'Etruria Settentrionale, articolato in diversi settori e con diverse fasi di vita. Ad una prima fase, con monumentale sloà (grande porticato) a tre braccia, si aggiunge, nella prima metà del II scc. a.C., un impianto termale che sfrutta in parte le murature del portico per appoggiarvisi. Successivamente l'area viene sconvolta da un grande movimento franoso che trascina a valle parte delle strutture.

Dopo un abbandono di quasi un secolo gli edifici rimangono in uso sino alla fine del III sec. d.C. Un gruppo di 64 monete in bronzo, riferibili al II sec. d.C. e rinvenute allo sbocco di una canaletta di deflusso delle vasche, testimonia l'intensa frequentazione dell'edificio nell'ultima fase di vita, Tra la fine del II e l'inizio del IV secolo d.C. il sito viene completamente abbandonato.

Per approfondimenti vi rimandiamo a:

http://www.lafumarola.it/vedere.html

http://www.lakinzica.it/il-parco-delle-fumarole-di-sasso-pisano

 

 

05 aprile: Bunker e camminamenti della linea gotica a Borgo a Mozzano. Tra il 1943 e l'agosto del 1944 i comandanti dell'esercito tedesco stabilirono, come ultimo baluardo all'invasione dell'Italia Settentrionale da parte degli anglo/americani, di costruire una formidabile linea difensiva dall'Adriatico al Tirreno (320 Km Viareggio - Rimini). L'opera fu realizzata con la mano d'opera di migliaia di uomini che, in circa un anno, edificarono queste imponenti fortificazioni. Nella MediaValle del Serchio, all'incirca dall'abitato di Sesto a Borgo a Mozzano, sono ancora esistenti e ben consenvati bunker, piazzole, camminamenti e valli anticarro: un sito rimasto praticamente l'unico intatto di tutta la linea, rappresentando un importantissimo patrimonio documentario che noi visiteremo e conosceremo affiancati da una guida. info: Laura Malevolti 338 9083212

 

Breve descrittivo -

Nei primi mesi del ’44, quando furono avviati i lavori della Linea Gotica, la Germania nazista stava già conoscendo delle difficoltà nella conduzione del conflitto,  e cominciava a scarseggiare in uomini, armi e mezzi. Così, le fortificazioni vennero costruite soprattutto sfruttando le risorse naturali presenti in loco, rinunciando quasi ovunque alle grandi opere in cemento armato. Stesso discorso per la manodopera: gli operai della Todt dovettero essere integrati con quasi 50mila lavoratori italiani; reperiti spesso in modo coatto. Si trattò, insomma, di un apprestamento difensivo costruito “alla meno peggio”, ma alla prova dei fatti comunque efficace: strutturato come un sistema di posizioni su allineamenti progressivi,  bloccò gli Alleati per ben otto mesi. Nel complesso, la costruzione della Linea Gotica e le battaglie che vi si combatterono, determinarono un lungo periodo – circa un anno e mezzo – durante il quale l’Italia centrale fu scenario di primo piano degli eventi bellici.  La cosa non fu senza conseguenze, specie per i civili. A cominciare dal fatto che per rendere sicure le aree interessate dai lavori, i nazifascisti misero in atto contro partigiani e popolazione locale una vera e propria strategia del terrore: reparti addestrati compirono eccidi e stragi in molte località di Toscana, Umbria, Marche, Emilia-Romagna. Vennero poi i bombardamenti degli Alleati e, per finire, le distruzioni operate dai tedeschi al momento della ritirata.  Al termine, tra macerie e desolazione, restò solo una lunga scia di sangue. E a farne le spese furono spesso i piccoli paesi di montagna. A più di 70 anni di distanza, i resti della Linea Gotica e i luoghi della lotta partigiana sono ancora riconoscibili. Nell’area che attraversa il Cammino si incontrano resti di trincee, postazioni di tiro, ricoveri, depositi. Ma anche lapidi, cippi (talvolta monumenti) che ricordano il sacrificio di chi ha combattuto il nazifascismo e la tragedia di chi è rimasto vittima degli eccidi. Non ultimo – sparsi qua e là in Appennino – si incontrano i cimiteri di guerra, dove riposano i combattenti di allora. La visita a questi luoghi vale più di molte parole (pure importanti) contro la guerra: basta dare un’occhiata alle date di nascita e di morte scritte sulle lapidi, per capire che la guerra significa, prima di tutto, morire a vent’anni. Da qualsiasi parte della barricata ci si trovi.

Per approfondimenti sulla memoria della linea gotica in Toscana, vi rimandiamo senz’altro al sito https://www.camminolineagotica.it/linea-gotica-oggi/ che è estremamente esauriente e ben fatto.

19 aprile: a Castagneto Carducci, tra i vigneti del Sassicaia

Reso immortale dai versi della poesia di Giosuè Carducci “davanti a san Guido”, questo antico borgo, nato attorno ad un castello medioevale, sprigiona un fascino tutto particolare, immerso com’è in una campagna ricca di viti ed olivi e dalle caratteristiche architettoniche armoniose, con i suoi vicoli lastricati e gli antichi palazzi in pietra, spesso ingentiliti dalle fioriture dei gerani. L’escursione di oggi, accompagnati da una guida locale (€.5,00), ci porterà non solo a visitare un territorio urbano ricco di storia e fascino ma anche a conoscere, attraversando i vigneti intorno al borgo, i vitigni particolari e pregiati di questa zona nota per una produzione vinicola di eccellenza, con i suoi Sassicaia, Ornellaia e Masseto.

Max 25 partecipanti, obbligatoria la prenotazione. Laura Malevolti 338 9083212

Nel paesaggio delle tipiche colline toscane che guardano il Mar Mediterraneo, ecco due affascinanti borghi: Bolgheri e Castagneto Carducci, fra storia, enogastronomia d’eccellenza ed i versi immortali di Giosuè Carducci.

Castagneto Carducci

Capoluogo del Comune omonimo, è un piccolo borgo adagiato sulla sommità della collina, su cui domina il Castello dei Conti della Gherardesca, un tempo circondato da mura di cui sopravvive il fronte rivolto verso il mare e che insieme alla chiesa di San Lorenzo, costituisce il nucleo originario del centro abitato. Intorno al Castello la cui edificazione risale probabilmente al Mille, si è sviluppato il centro urbano secondo uno schema di anelli concentrici che danno vita ad un sistema di strade, vicoli e piazzette. Il castello ebbe, nella sua lunga storia, numerose modificazioni e rifacimenti successivi, al pari della chiesa parrocchiale, a lungo utilizzata come chiesa del castello, come si ravvisa dall’esame delle strutture interne. Davanti alla propositura di San Lorenzo, sorge la Chiesa del S.S. Crocifisso al cui interno è conservato il Crocifisso ligneo di epoca quattocentesca, rinvenuto tra i ruderi dell’antico monastero di San Colombano ed oggetto di vivissimo culto locale, rappresentato dalle "Feste Triennali" . L’attuale municipio, divenuto sede municipale nel 1849 nel quadro della complessa vicenda delle preselle, aveva funzionato, a partire dal 1716, da palazzo pretorio; nella piazzetta retrostante, la Piazza della Gogna, avevano luogo le grida di condanne e l’esecuzione di infamanti pene alla gogna ed alla berlina. Di particolare interesse: Castello della Gherardesca (Via Indipendenza), Propositura di San Lorenzo, Chiesa del S.S. Crocifisso, Chiesa della Madonna del Carmine (di recente dichiarata sede del costituendo Museo dei paramenti sacri), Centro Carducciano (Via Carducci, 59), Museo Archivio, Piazzale Belvedere

Castiglioncello di Bolgheri: posto su un'altura a quasi 400 metri sul livello del mare, la sua posizione isolata ne fece prima un eremo e poi una fortezza. Le sue origini risalgono all'anno 780 e nel corso della sua storia subì vari passaggi di proprietà e trasformazioni: fino al XV secolo appartenne ai Della Gherardesca, poi ai Soderini fino al 1665, quindi alla famiglia Incontri, per poi passare nuovamente ai Della Gherardesca, come testimoniato dagli stemmi impressi nella sala d'armi.

Il castello, in particolare, è ricordato da Giosuè Carducci nella poesia Una sera di san Pietro:

«Ricordo. Fulvo il sole tra i rossi vapori e le nubi
calde al mare scendeva, come un grande clipeo di rame
che in barbariche pugne corrusca ondeggiando, poi cade.
Castiglioncello in alto fra mucchi di querce ridea
da le vetrate un folle vermiglio sogghigno di fata.»

(Giosuè Carducci, Una sera di san Pietro, Delle Odi Barbare Libro II)

Inoltre nelle cantine del castello è stato prodotto per la prima volta il celebre vino Sassicaia

Il vino:

Il Bolgheri Sassicaia è un vino DOC la cui produzione è consentita in una specifica zona del comune di Castagneto Carducci. Prodotto con almeno l'80% di Cabernet Sauvignon il Bolgheri Sassicaia è uno dei vini italiani più pregiati ed è prodotto esclusivamente dall'azienda Tenuta San Guido, che possiede tutti i vigneti all'interno dell'area delimitata dalla DOC.

·         colore: rosso rubino intenso, tendente al granato con l'affinamento

·         odore: ricco, elegante, maestoso

·         sapore: asciutto, pieno, robusto e armonico, con buona elegante struttura

 

Intorno agli anni quaranta il marchese Mario Incisa della Rocchetta, appassionato di vini francesi, importò dalla  tenuta dei Duchi Salviati a Migliarino alcune barbatelle di cabernet sauvignon e di cabernet franc e la decisione di piantare questi vitigni fu in parte dovuta alla somiglianza morfologica che egli aveva notato tra la zona di provenienza denominata Graves, a Bordeaux, e quella dove avrebbe poi fatto crescere i vitigni. Piantò i vitigni all'interno della tenuta San Guido, nella Maremma livornese, avendone grande cura e nel 1944 ottenne le prime bottiglie di Sassicaia. Il vino fu prodotto inizialmente ad esclusivo uso familiare, in controtendenza con gli standard produttivi dell’epoca che tendevano a privilegiare la quantità alla qualità e la prima annata commercializzata fu il 1968.

·         Alla fine del 2013, con la pubblicazione del relativo decreto da parte del Mipaaf, il Sassicaia si è staccato dalla DOC Bolgheri (di cui era sottozona sino dal 1994, anno di nascita della DOC) ed è diventato una DOC autonoma . Questo passo completa il percorso cominciato come semplice vino da tavola, successivamente sottozona DOC e, finalmente, DOC a se stante (Bolgheri Sassicaia).

·         Nel 2018 cadono i 50 anni dalla prima commercializzazione, e per l'occasione si è tenuta a Lucca, durante la manifestazione Anteprima Vini della Costa Toscana organizzata dall'Associazione Grandi Cru della Costa Toscana, una degustazione verticale.

·         Come per tutti i vini prestigiosi le vecchie e/o grandi annate di Sassicaia raggiungono prezzi rilevanti, spesso oggetto di ricerca tra appassionati e commercianti.

Il Sassicaia detiene un primato: è il primo vino italiano di una specifica cantina, che, come succede in Francia per pochissimi vini celeberrimi, ha una DOC riservata appositamente. La denominazione Bolgheri Sassicaia può utilizzarla esclusivamente la Tenuta San Guido (della famiglia Incisa della Rocchetta) per il suo vino corrispondente (questo perché Sassicaia è un cru in Bolgheri, interamente posseduto da Tenuta San Guido).

 

 

24/27 aprile: trekking all’isola d’Elba. Un’oasi verde che emerge dalle acque del mar Tirreno, caratterizzata da splendide spiagge di sabbia e ghiaia che si alternano ad alte scogliere a picco su acque cristalline, massicci granitici immersi nella macchia mediterranea segnata da sentieri che dalla costa raggiungono i paesaggi tipicamente montani dell’entroterra. Questa l’isola d’Elba e questo il luogo da noi scelto per un breve soggiorno di fine aprile, percorrendo da est ad ovest il crinale centrale dell’isola, che alterna tratti boschivi a splendide viste sul mare, in un continuo mutare di colori e di paesaggi.

NOTA: LE PRENOTAZIONI SARANNO ACCETTATE FINO AD ESAURIMENTO POSTI DISPONIBILI

Info : Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) 331 1131900

10 maggio: La Foresta di Berignone e il Castello dei Vescovi L’esteso complesso boschivo si trova in Alta Val di Cecina, tra i comuni di Volterra e Pomarance ed è un’area costituita da boscaglie sterminate e macchie intricatissime, ben popolate da una fauna ricca e differenziata sia di ungulati che di rapaci. Inoltrandoci nel verde di questa foresta resteremo stupiti dal suo aspetto incontaminato e selvaggio, ma anche ci renderemo conto di come questa zona abbia visto una presenza importante dell’uomo, testimoniata anche dai ruderi del Castello dei Vescovi, rocca fortificata medioevale e residenza dei vescovi di Volterra (sec. X°/XIV° ). info: Laura Malevolti 338 9083212

La riserva naturale Foresta di Berignone si sviluppa in Alta Val di Cecina, tra i comuni di Volterra e Pomarance, su una superficie di più di duemila ettari. Si tratta di un’area costituita da boschi e macchie popolati da una ricca fauna dove troviamo istrici, faine, tassi, lepri, più di cinquanta specie di uccelli, ma anche numerosi cinghiali e lupi, che vivono indisturbati tra i fitti lecci e gli abeti. Le risorse vitali non mancano, sono vari infatti i corsi d’acqua che attraversano la zona: oltre ai torrenti Fosci e Sellate, si distingue per la sua portata il fiume Cecina, che in località Masso delle Fanciulle crea una piacevole area balneabile dove i locali combattono la calura estiva. Inoltrandosi nell’ombra delle fronde di questa foresta, se ne percepisce ben presto l’aspetto incontaminato e selvaggio. Non mancano però i sentieri, che, curati nel loro percorso, permettono di esplorare in sicurezza il bosco e di apprendere di più sulla vita nella selva, anche grazie ad alcuni utili pannelli didattici. Questo territorio, infatti, oltre a possedere un notevole interesse naturalistico, ha visto una presenza importante dell’uomo: rifugio sicuro per i partigiani in tempo di Resistenza e luogo di lavoro fino agli anni sessanta. In quanto indiscutibile riserva di legname, l’ambiente era frequentato da boscaioli, che fornivano il combustibile necessario ad alimentare le saline di Volterra. Con la loro maestria, infatti, dedicavano specifiche aree alle carbonaie, delle strutture che consentivano di trasformare i tronchi in utile carbone. Tra questi alberi, insomma, si è fatta la storia e lo testimoniano anche due ruderi di rocche medievali: il Castello dei Vescovi e il Castello di Luppiano. Il primo, in particolare, fu, come suggerisce il nome, dimora di prelati della Diocesi lcoale e fu, per un periodo la zecca dove venivano coniate le monete dei grossi volterrani.

Il castello conosciuto come Rocca di Berignone (dal nome del bosco dove è locato, un ampio complesso forestale che ancor oggi si presenta agli occhi del visitatore nella sua suggestiva bellezza naturale), Castello dei Vescovi o semplicemente Torraccia, è un importante sito fortificato posto a sud di Volterra, su uno sperone roccioso alla confluenza del botro al Rio con il torrente Sellate, nell'alta valle di Cecina.

Del castello emergono tracce già nell'896, quando venne ceduto in dono da Adalberto, marchese di Toscana, ad Alboino, vescovo di Volterra. Da allora fu roccaforte e residenza dei vescovi di Volterra (per questo il nome), usata per amministrare la giustizia, per coniare monete ma soprattutto come rifugio durante la loro lunga lotta contro il Comune. Più volte i vescovi vi si ritirarono per evitare rappresaglie, come nel 1266, dopo la vittoria guelfa di Benevento, per sfuggire dall'assalto dei ghibellini.

Nel 1361 Berignone si ribellò al comune di Volterra, ma fu facilmente riconquistato. Nel 1381 furono gli stessi abitanti di Berignone a voler porre sotto la tutela del comune la difesa del castello, occupato dai parenti di Simone dei Fagani di Reggio, vescovo di Volterra. Ne derivarono altre numerose dispute fino alla pace stipulata il 5 febbraio 1382. Nel 1399 il castello fu occupato dai Senesi e da quel momento iniziò la sua definitiva decadenza.

Oggi non ne rimangono che i ruderi a dominare vasti boschi popolati da ungulati e rapaci, ma anche da questi si può intuire la forza e la severa eleganza delle strutture architettoniche di un tempo.


24 maggio treno trekking ad Equi Terme.

Piccolo e caratteristico borgo che sorge nella valle del fiume Lucido, addossato alla grande parete del Pizzo d’Uccello, Equi Terme ha il suo punto di forza nelle bellezze naturalistiche del complesso carsico sotterraneo, modellato nei millenni dall’erosione dell’acqua e visitabile. Non distante dalle grotte però, c’è anche il solco di Equi che vale la pena di vedere, stretto e profondo canyon naturale formato dall’erosione del torrente Catenelle, che ci conduce alla sovrastante valle di origine glaciale del Pizzo: entrambi sono stati riconosciuti come Geoparco dall’Unesco. Il borgo lo raggiungeremo in treno. Info: Fabio Capperi 339 8076325

Equi Terme è un borgo medioevale arroccato tra i torrenti Lucido e Fagli, ai piedi del Pizzo d'Uccello, nel territorio comunale di Fivizzano e precisamente nella Valle del Lucido a 250 m s.l.m. E’ Incluso nel Parco Regionale delle Alpi Apuane ed è conosciuto fin dall'epoca romana per le straordinarie proprietà delle sue acque solfuree che sgorgano a 27 gradi, particolarmente adatte per la cura di problemi dell’apparato respiratorio, della pelle e per le malattie osteo-articolari. Equi Terme comunque è soprattutto in grado di proporre un'interessante offerta naturalistica e paleontologica, con il Complesso Carsico e Paleontologico delle Grotte di Equi, di interesse naturalistico, la Tecchia archeologica, l’ApuanGeoLab ed il Solco di Equi. 


Maggiori informazioni
https://www.grottediequi.it/il-territorio/equi-terme/

Un po’ di storia ……………

Arroccato alle pendici del Pizzo d'Uccello, una vetta delle Alpi Apuane settentrionali che domina la porzione più alta dell'antistante valle del Lucido, il paese è attraversato dai fiumi Lucido e Rio Catenella e deve la sua denominazione alla presenza di sorgenti termali di acque sulfuree. Tra il borgo e il Pizzo d'Uccello si snoda poi il canyon roccioso denominato "Solco di Equi", risultato di fenomeni geologici di epoca glaciale e sede di un importante bacino marmifero.

L'origine del nome "Equi Terme" sembra derivare dal termine latino acquae riferito alla presenza delle sorgenti di acque termali che scaturiscono dal bosco, dalle numerose grotte e dai torrenti intorno al paese e difatti tali sorgenti furono utilizzate già in antichità, come testimoniato dai ruderi delle terme di epoca romana che furono interrati nel 1894 per la costruzione del moderno complesso termale. Il luogo comunque risulterebbe abitato fin dall'epoca preistorica, come testimoniato dai ritrovamenti presso le grotte della Tecchia e della Buca.

Un'altra ipotesi farebbe invece risalire l’origine del termine "Equi" alla famiglia romana degli Aequi, quando intorno al 179 a.C. i numerosi centri che sorgevano in Lunigiana prendevano nome da quello delle popolazioni sconfitte che abitavano il territorio o dal nome dei capitani che ne ottenevano la conquista.

Secondo la tradizione locale inoltre, il borgo fu invece fondato da alcuni esuli di Luni in seguito alla distruzione di questa città da parte dei Normanni.

Intorno all'anno mille Equi Terme afferiva alla pieve di Codiponte, che nel XIV secolo passò sotto il controllo di Spinetta il Grande il quale, nel suo testamento, lasciò tutto ai Marchesi di Fosdinovo. Nel 1366 quest'area venne quindi unita al dominio dei signori di Castel dell'Aquila di Gragnola. Nel 1418 finì sotto la protezione della Repubblica di Firenze, per passare poi al Castiglione del Terziere di Bagnone nel 1451 e infine nel 1726 venire inserita nel territorio di Fivizzano].

Prima del XIX secolo e dell'avvento dell'industrializzazione legata all'estrazione del marmo, le popolazioni della valle del Lucido, così come quelle della altre valli appenniniche e apuane, vivevano di pastorizia, agricoltura e sfruttamento dei boschi. Nella seconda metà del XX secolo poi, importanti società industriali straniere come Walton, Good & Cripps e Marble Valley aprirono cave e segherie di marmo ai piedi del monte Pizzo d'Uccello, portando al progressivo cambiamento dell'economia di Equi Terme e del territorio circostante.

Un avvenimento importante per lo sviluppo turistico del paese fu l'avvento della linea ferroviaria Aulla-Lucca. I primi studi e il progetto risalgono al 1850, ma i lavori iniziarono solo nel 1879 e furono interrotti e ripresi più volte. Il primo treno giunse a Equi Terme il 21 agosto 1930, quando fu inaugurata la tratta Monzone-Equi Terme. Per quasi 30 anni Equi Terme fu capolinea del binario tronco proveniente da Aulla e ci volle più di un secolo prima che il 21 marzo del 1959 l’intera linea fosse completata e inaugurata dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Dei tre binari originari, un tempo utilizzati per lo scambio del materiale estratto dalle cave, per il turismo termale e per la costruzione della galleria del vicino paese di Ugliancaldo, ne rimane adesso solo uno.

Da ricordare ancora una volta che presso Equi Terme è presente una serie di sorgenti termali di acqua sulfurea, sodio-clorurata per interazione con le evaporiti triassiche, di cui già gli antichi romani avevano riconosciuto le proprietà curative, provato dalla pavimentazione marmorea rinvenuta nel luogo dove sorge l'odierno stabilimento termale che fu costruito alla fine del XIX secolo e acquistato dal Comune di Fivizzano e riqualificato, nel 1989.

In epoca moderna, le sorgenti furono usate dagli abitanti della Valle del Lucido, come viene testimoniato da Giovanni Targioni Tozzetti nell'accurata descrizione della Regione Toscana in una sua opera intitolata Viaggi per la Toscana. La descrizione risale all'anno 1777: «Alle falde dell'Appennino detto Pizzo d'Uccello, dalla parte di levante, opposto al castello di Equi, scaturisce una fonte di acqua calda, la quale nel mese di settembre visibilmente fuma e viene creduta della medesima natura di quelle dei bagni di Lucca, ed atta alla guarigione di molti mali, come è stato conosciuto per varie esperienze. Viene stimata nel paese un tal acqua sulfurea, perché tinge il terreno ed i sassi dove scola il color zolfo, ma per altro non ha fetore alcuno di tale minerale. Non vi è vicino alla sorgente altro che una piccola capanna la quale serviva da ricovero a coloro che vi venivano a bagnarsi, ma vi si richiederebbe a tal uso un comodo edifizio. Poco di quanto diversa, perché salsa, e bagnandovisi, guarisce la rogna, scabbia e simili mali cutanei.»

Altra particolarità del borgo è Il Parco culturale delle Grotte di Equi Terme, istituito per far conoscere il complesso carsico sotterraneo di Equi, un insieme di cavità, cunicoli, sale, stalattiti, stalagmiti e laghi sotterranei, come anche, risalendo il paese di Equi Terme attraverso il Solco di Equi, uno stretto e profondo canyon naturale, formato dall’erosione del torrente Catenelle, costeggiato oggi dalla strada marmifera che porta alla soprastante valle di origine glaciale del Pizzo d’Uccello.

Il solco di Equi, insieme al complesso carsico delle Grotte, fa parte dei Geositi più importanti del Parco Regionale delle Alpi Apuane e recentemente è stato riconosciuto come Geopar­co sotto gli auspici dell’UNESCO.

7 giugno: l’anello del monte Altissimo.

Partendo dal rifugio Città di Massa a Pian della Fioba (m.900) e oltrepassato un bosco di castagni, si inizia a salire per rocce, prati e rada vegetazione verso il passo della Greppia (m.1209) in circa h.1. La zona è molto bella e panoramica e chi non volesse proseguire per il m.Altissimo potrebbe benissimo fermarsi qui, a godere dello splendido panorama sulle cave di marmo sovrastanti. Chi proseguirà invece, raggiungerà il passo degli Uncini (m.1366) e quindi il m.Altissimo (m.1589) in altre h.1,30. Tenete però presente che il sentiero di crinale, dal passo della Greppia, richiede esperienza e fatica (per l’intero anello h.4,5/5) e quindi chi vuole completare l’anello dovrà obbligatoriamente consultarsi prima col referente.

Info : Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) 331 1131900

 

MONTE ALTISSIMO

dall'ottimo sito web http://www.escursioniapuane.com/SDF/MonteAltissimo.html di Fabio Frigerio, cui indirizziamo direttamente per interessanti ed esaurienti approfondimenti, sia storici che geofisici che escursionistici.

È un monte formato interamente da marmo che, dal mare, appare talmente imponente da meritare un appellativo che non gli compete, raggiungendo la sua vetta solo i 1589 metri.

Esso è interamente compreso nel comune di Seravezza (Lucca), a sud, nel versante a mare, guarda la Valle del Serra mentre a nord guarda il canale delle Gobbie.

Il versante sud è orrido e cade verticalmente per oltre 700 metri presentando, da lontano, l’aspetto di una parete strapiombante. In realtà è possibile distinguere una vera e propria parete Sud che fa capo alla vetta, mentre a ridosso della cresta sud-est che poi si prolunga a sud verso Falcovaia, è possibile distinguere un ampio anfiteatro che fa riferimento alle due vette minori: quota 1460 e 1471 in cui si stagliano le famose cave della Tacca Bianca (nome collettivo usato per le cave meridionali, tra cui la cava omonima).

I versanti settentrionali e orientali, delimitati dalle creste Ovest e Sud-est, sono invece boscosi e degradano meno ripidamente a valle dove passa la strada che da Massa porta ad Arni e in Garfagnana.

Si sale facilmente alla vetta dal Passo degli Uncini con il sentiero 143 facendo comunque un po’ di attenzione per alcuni punti esposti e scivolosi con la pioggia. Decisamente più semplice è la salita dalle cave del Fondone sempre con il 143.

In vetta è stata eretta una nuova croce il 28 ottobre 2007 molto imponente e ben visibile da lontano.

Il panorama che si gode dalla vetta è molto bello sia sul mare che sulle Apuane settentrionali e meridionali.

Il monte è profondamente segnato da numerose cave che si aprono sui suoi fianchi ed arrivano anche a grande altezza, la maggior parte sono, comunque, ormai abbandonate.

Distinguiamo un gruppo settentrionale di cave presso la cresta nord, un gruppo orientale a nord delle quote 1471 e 1460 (tra cui la cava del Fondone), un gruppo meridionale alla testata della valle del Serra (tra cui quella della Tacca Bianca), diviso in due bacini con un’appendice nella zona di Falcovaia a sud-est, quest’ultima è la zona oggi più attiva.

la Cava della Tacca Bianca cui si perviene con percorso aereo sul fianco del monte (è l’apertura maggiore e più alta).

Michelangelo Buonarroti, tra il 1518 e il 1520, esplorò la zona di Seravezza e le pendici meridionali del Monte Altissimo alla ricerca di giacimenti di marmo destinati alla facciata della Basilica di S. Lorenzo a Firenze su commissione di papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico della famiglia de’ Medici. Fu attivata la cava della Cappella, situata sotto la pieve di San Martino, che produsse marmi che però non vennero usati per la chiesa fiorentina per un ripensamento del papa. Il grande scultore probabilmente intuì le potenzialità della zona, ma la vera escavazione[2] iniziò solo alla fine del XVI secolo e raggiunse livelli importanti di produzione solo con Henraux a partire dal 1800. Quindi è assolutamente falso che Michelangelo abbia ricavato dalle cave del monte Altissimo il marmo per le sue grandi sculture.

La prima salita invernale risale al 5 gennaio 1896 e fu opera di C. e Lorenzo Bozano del cai ligure.

L’Altissimo nella poesia

Il monte ispirò anche il poeta Gabriele d’Annunzio[3]:

Mutila dea, tronca le braccia e il collo,

la cima dell’Altissimo t’è ligia.

È tua la rupe onde alla notte stigia

discese il bianco aruspice d’Apollo.

La cruda rupe che non dà mai crollo,

o Nike, il tuo ventoso peplo effigia!

La violenza delle tue vestigia

eternalmente anima il sasso brollo.

Quando sul mar di Luni arde la pompa

del vespro e la Ceràgiola è cruenta

sotto il monte maggior che la soggiòga,

sembra che dispetrata a volo irrompa

tu negli ardori e sul mio capo io senta

crosciar la foga dell’immensa foga.

I VERSANTI DEL MONTE

Cresta ovest

Inizia dal passo degli Uncini e arriva alla quota 1456 da cui continua, per la facile cresta, fino all’antecima ovest e subito dopo alla vetta. Il sentiero 143 si mantiene più a settentrione a mezza costa della cresta che recupera solo nella parte finale.

Versante nord

Dalla zona delle Gobbie (Bar Ristorante Le Gobbie, anticamente Casa Henraux) sale la cresta nord fino all’antecima ovest del monte. La cresta è incisa dalla marmifera per le cave settentrionali del monte ormai abbandonate. È boscosa e, in alto, rocciosa con vegetazione che tende a diminuire salendo.

La zona nord-est è occupata dalle cave orientali dell’Altissimo (Cave Fondone) che si sviluppano da 1200 a 1300 metri e sono unite da una marmifera al Cipollaio e da un’altra alle cave settentrionali. Esse sono delimitate a sud dalla cresta sud-est. Naturalmente la zona è stata profondamente modificata dall’attività estrattiva e qua passa il sentiero 142 per il passo del Vaso Tondo e per Falcovaia che, in parte, non è identificabile.

Cresta sud-est

Scende dalla vetta fino al passo del Vaso Tondo che si trova tra due quote secondarie (1471 a ovest e 1460 a est ) e si prolunga fino a Falcovaia. Sulla cresta si sviluppa un’altra parte del sentiero 143 per la vetta che guarda anche sulla parete sud e incontra diverse postazioni di guerra legate alla Linea Gotica.

Parete sud

Anche se il monte non è particolarmente frequentato dagli arrampicatori questa parete permette alcune interessanti vie di roccia con vari gradi di difficoltà partendo dalla vecchia marmifera per le cave più alte.

COME SI SALE

Il sentiero 143 permette di salire alla vetta sia dal Passo degli Uncini che da quello del Vaso Tondo con percorsi molto interessanti e panoramici, dagli Uncini il sentiero è considerato difficile perchè un po’ esposto.

Inoltre è possibile percorrere un anello partendo dalle Gobbie, salendo al Passo degli Uncini sia direttamente con il 33 sia con il 41 per la Foce del Frate, poi alla vetta e al Passo del Vaso Tondo da cui si torna alle Gobbie con la marmifera delle cave settentrionali che va a recuperare il sentiero 33.

Il monte diventa insidioso con la neve e, in particolare, con il ghiaccio.

LA VETTA

La vetta è molto panoramica sia sulla costa ligure e tirrenica che sulle Apuane settentrionali e centrali. Il pianoro sommitale permette di sostare in contemplazione e meditazione.

In vetta è stata eretta una nuova croce, il 28 ottobre 2007, molto imponente e ben visibile da lontano.

LE CAVE

Il monte Altissimo è profondamente segnato da numerose cave, ormai abbandonate, che arrivano a grande altezza, tutte coltivate dalla Società Henraux. Le uniche ancora attive si trovano nella zona di Falcovaia alla fine della cresta sud-est del monte e a esse è dedicato un articolo di questa rubrica.

Le cave settentrionali sono situate presso la cresta nord, superano i 1000 metri di quota e sono ormai abbandonate e hanno lasciato un’ampia ferita bianca ben visibile da lontano. In zona rimangono edifici e altri manufatti di servizio per l’attività estrattiva. Una marmifera le collega alle cave orientali mentre un’ampia via di lizza scende verso la zona delle Gobbie.

Le cave orientali sono situate nel versante orientale del monte Altissimo a nord delle quote 1460 e 1471 e del Passo del Vaso Tondo. Si arriva facilmente alle cave con il sentiero 31 che inizia prima dell’ingresso della galleria per Arni o con una marmifera che si stacca dal sentiero 33. È possibile anche arrivare dal Cipollaio con strada asfaltata che poi diventa marmifera, segnata ancora come sentiero 31. La quota è circa 1200 metri, la zona è ricca di edifici e reperti dell’antica attività estrattiva tra cui un’ardita via di lizza, infatti anche esse sono ormai abbandonate. Sono poi presenti alcuni vasconi per la raccolta delle acque. Sono anche conosciute con il nome collettivo di cave del Fondone.

Le cave meridionali si trovano in testata alla valle del Serra e comprendono cinque cave tutte abbandonate. La zona fu forse esplorata da Michelangelo Buonarroti alla ricerca di giacimenti di marmo statuario per le sue opere. Egli, probabilmente, si rese conto della potenzialità della zona, ma lo sfruttamento iniziò solo alla fine del XVI secolo con estrazione di ottimo statuario. Le storie su opere di Michelangelo scolpite con marmo dell’Altissimo sono totalmente prive di fondamento.

Lo sfruttamento divenne più intensivo con Henraux a partire dal 1800 e per seguire le migliori vene di marmo si salì progressivamente sempre più in alto rendendo oltremodo difficoltoso l’accesso anche per i cavatori.

Viste dal basso le cave sono le seguenti: Cava Mossa; cava Macchietta e cava Fitta (abbastanza vicine); cava dei Colonnoni e cava della Tacca Bianca (anch’esse abbastanza vicine). Le ultime quattro sono tutte nella stessa zona, comunicano o comunicavano tra loro e sono ben visibili specialmente dal Picco di Falcovaia e lasciano sbalorditi per l’arditezza della posizione.

·         Cava Mossa. Anche della Mossa e in passato Vincarella. È quella più bassa situata a circa 851 metri di quota alla base della cresta per la quota 1460. Detta anche cava Michelangelo dal nome della società che la gestiva, in subappalto dalla Henraux, la “Michelangelo Marmi srl” di Querceta. La cava è abbandonata ed è molto panoramica e impressionante per l’escavazione della parete del monte che si sviluppa per almeno un centinaio di metri in verticale. Il ravaneto della cava segna profondamente il versante meridionale del monte. La cava è attraversata dalla marmifera per le cave più alte.

·         Cava Macchietta. Si trova a quota 1081 metri. Vi si perviene con la marmifera da Azzano e dalla Polla con deviazione a destra rispetto al percorso per la cava dei Colonnoni. Il piazzale è molto panoramico sulla sottostante cava Mossa, sul Picco di Falcovaia che si trova proprio di fronte e sulle sovrastanti cava Fitta e Tacca Bianca. La cava si sviluppa, estremamente suggestiva, nelle viscere della montagna ed è collegata con la sovrastante cava Fitta. Dal piazzale una ripida scaletta metallica supera un taglio di cava e porta verso la cava Fitta e da qua alla Tacca Bianca. Nel gennaio 2010 la società Henraux ha presentato un progetto per la riapertura della cava innescando un’aspra polemica con ambientalisti ed Ente Parco.

·         Cava Fitta. Si trova a circa 1100 metri, ed è posizionata tra la cava Macchietta e la Tacca Bianca. Si sale dal piazzale della cava Macchietta tramite una scala metallica che supera un taglio di cava, poi segue un tratto ripido sul marmo, ma scalinato e protetto da corde di acciaio che porta a un primo ingresso della cava cui segue un’altro bel tratto scalinato nel marmo che porta al piazzale principale della cava Fitta dove sono alcuni edifici fatiscenti. Dal piazzale inizia una ripidissima e breve via di lizza per la cava della Tacca Bianca. La cava si sviluppa dentro la montagna con visioni molto suggestive ed è collegata all’interno con la cava Macchietta.

·         Cava dei Colonnoni. Abbandonata dal 1971, si trova a circa 1150 metri di quota. Da essa partiva il sentiero dei Tavoloni per la cava della Tacca Bianca. Si arriva alla cava con la marmifera da Azzano e dalla Polla. Il piazzale è molto panoramico sulla costa e la cava si sviluppa dentro la montagna.

·         Cava della Tacca Bianca. È la cava più alta del versante meridionale del monte Altissimo e dà il nome a tutta la zona. Si trova a 1180 metri di quota ed è ormai abbandonata. Un ardito percorso su tavoloni la unisce alla vicina cava dei Colonnoni mentre un sentiero arditissimo scavato nella roccia la unisce al passo del Vaso Tondo. Si perviene a essa dalla cava Macchietta passando per la cava Fitta e poi per ripida via di lizza. Il piazzale è sorretto da un muraglione a picco sulla cava Fitta e in esso sono presenti alcune vecchie costruzioni mentre la cava si sviluppa nelle viscere della montagna. Essa forniva dell’ottimo marmo statuario.

INTORNO AL MONTE

Campo delle Gobbie

È lo spiazzo, a quota 1037 metri, dove si trova attualmente l’albergo ristorante le Gobbie, nel comune di Seravezza poco dopo l’uscita della galleria del Vestito che mette in comunicazione Massa con Arni e la Garfagnana. L’albergo-ristorante, impropriamente chiamato anche Rifugio, era in passato una delle tante case Henraux della zona legate alle cave di marmo di proprietà di questo imprenditore. Oggi è un buon punto di appoggio per gli escursionisti e di fronte c’è un bel piazzale dove parte il sentiero 33.

Località La Polla

È il nome dato alla zona chiusa dalla sbarra della marmifera Henraux alle pendici meridionali del monte Altissimo. È situata a circa 600 metri e qua si trova la nuova Cappella della Madonna della Tacca Bianca e, poco in basso, la vera e propria Polla, cioè le sorgenti del Serra. La marmifera che passa qua sale poi verso la cava Mossa e oltre.

Passo degli Uncini

Piccola sella a quota 1362 metri al termine della cresta degli Uncini a sud-est. Essa si trova in testa al Canale della Grotta Giuncona a nord-est mentre a sud si affaccia sugli scoscesi versanti del monte Altissimo che guardano la valle del Serra. È percorso dal sentiero 33 dalle Gobbie per il Pasquilio e qua arriva pure il 41 da Pian della Fioba per il Passo dell’Angiola, adesso rinumerato 143. È punto di partenza per l’ascesa classica al monte Altissimo tramite il sentiero 143.

Passo del Vaso Tondo

È un’incisione nella cresta sud-est del monte Altissimo a quota 1382 metri. Il passo si affaccia sull’anfiteatro della Tacca Bianca con la caratteristica forma che giustifica il nome. Si arriva qua facilmente dalle Gobbie oppure con il sentiero 31. Da qua passa il sentiero 143 per il monte Altissimo, il 142 per Falcovaia e il ripido sentiero molto esposto per le cave della Tacca Bianca.

SENTIERI

Marmifera Henraux

Inizia poco dopo l’abitato di Azzano a circa 434 metri ed è asfaltata solo per poche decine di metri. Lungo il percorso si incontra un’edifico (ex-casa Henraux) oggi denominato Palazzo dell’Altissimo (ex casa Henraux) in località Mortigliani a 521 metri di quota, che, in futuro, dovrebbe diventare un Bed&Breakfast. Segue la sbarra che chiude l’accesso alla marmifera in località la Polla, poi c’è la cappella contenente la Madonna marmorea originariamente collocata alla Tacca Bianca. La marmifera prosegue verso destra a tratti molto accidentata fino alla cava Mossa che attraversa e continua a salire fino a un bivio (1028 metri): a destra la strada sale ripida per la cava Macchietta mentre a sinistra continua per dirigersi alla cava dei Colonnoni. Il percorso per la cava Macchietta è più corto rispetto all’altro.

Sentiero dei tavoloni

Dalle cave dei Colonnoni iniziava una passerella aerea con ringhiera per la cava della Tacca Bianca percorsa dai cavatori e non molto lunga. I tavoloni di legno erano poggiati su supporti metallici infissi nella roccia ed erano quindi sospesi nel vuoto. Ormai il sentiero non è più percorribile per il degrado sia delle tavole che dei supporti metallici.

Sentiero del Vaso Tondo

Unisce le cave della Tacca Bianca con il Passo del Vaso Tondo. Questo sentiero è intagliato nella roccia con una larghezza tra gli 80 e i 100 centimetri ed era usato dai cavatori per raggiungere il posto di lavoro. Deve essere percorso con piede sicuro e assenza di vertigini. Sono necessarie poi grande cautela e massima concentrazione. Da evitare assolutamente le giornate di pioggia e quelle con neve e ghiaccio. Partendo dalla cava il percorso è in leggera salita fino alla base del canale erboso che sale al passo che è molto ripido e va percorso con la solita attenzione a causa dell’insidioso paleo apuano. Richiede circa un’ora di cammino.

Sentiero 31

Azzano (452m) - Foce del Giardino (1022m) – Cervaiole - Strada marmifera per le cave del Fondone - Arni (916m) innesto 144 -Strada Marmifera per il Passo Sella - Passo di Sella (1500m) – Arnétola (ca 900m). Da Azzano, dopo una ripida scalinata, si immette in una mulattiera che costituisce il sentiero, supera alcuni ruscelli fino ad arrivare, a circa 750 metri, presso ad alcuni ruderi tra cui una pregevole fornace a pianta circolare. Poi segue il bosco fino alla Foce del Giardino da cui si inizia a vedere l’Altissimo con le sue impressionanti cave abbandonate. Poi inizia la salita del pendio roccioso del Picco di Falcovaia in parte per gradini e poi per una bella via di lizza impreziosita da rari piri marmorei fino al piazzale di cava dove il sentiero è interrotto dai lavori della cava delle Cervaiole. Dall’altra parte della cava il sentiero segue la strada asfaltata per il Colle del Cipollaio per poi immettersi a sinistra nella marmifera per le cave del Fondone. Dalla cava scende nel bosco fino alla galleria del Castellaccio, dalla curva prima della galleria segue una via di cava ripida ed ormai inerbita che porta alla Madonna del Cavatore, poi alle case Giannelli ed al Rifugio Puliti da cui scende verso il parcheggio di Arni e la strada. Dal parcheggio all’ingresso di Arni il sentiero diventa la marmifera per le cave della zona, quasi tutte abbandonate. Supera una sbarra metallica e sale sempre ripidamente fino al Passo Sella, superando piazzali di cava, edifici abbandonati ed il bivio per la Cava Faniello. Ai lati del sentiero la cresta del Macina da una parte e le pendici del Fiocca dall’altra. Il sentiero arriva al passo di Sella dal quale la marmifera prosegue per le cave Ronchieri. La marmifera per il passo Sella, destinata in realtà alle cave Ronchieri, costruita negli anni ’70 è diventata il vecchio sentiero 31, che in buona parte ha ricalcato. In passato l’ultimo tratto del sentiero rappresentava il collegamento da Vagli ad Arni ed è una bella mulattiera che passa per boschi alla base del versante orientale del Sella.

Sentiero 33

È detto sentiero dell’Omomorto. Foce di Campaccio (827m) – Passo Focoraccia (1059m) - Passo del Pittone o Pitone (1151m) - Passo della Greppia (1200m) - Passo degli Uncini (1380m) - Casa Henraux alle Gobbie (1037m) - Rifugio Puliti (1013m) – bivio 31 -Arni (916m). Il primo tratto è semplice, dopo il Passo Focoraccia un breve tratto di corda metallica conduce al Passo del Pitone. Il tratto fino al passo della Greppia deve essere percorso con attenzione. Poi sale ripido fino al Passo degli Uncini da cui scende tranquillamente fino alle Gobbie. Qua il sentiero entra nel bosco dove sale lievemente costeggiando le ultime propaggini del monte Macina. Poi esce su roccia e paleo ed aggira la quota 1235 e passa poco lontano dallo spiazzo dove si trova la Madonna del Cavatore. Costeggia alcune case ed arriva al rifugio Puliti da cui scende alle case di Arni.

Sentiero 142

Cave Cervaiole (ca 1200m) – Foce di Falcovaia (1194) – Passo del Vaso Tondo (1380m) – Cave del Fondone (ca 1200m). Il sentiero segue l’estrema cresta sud-est del monte Altissimo anche su roccette esposte e poi arriva al passo del Vaso Tondo da cui scende per agevoli rocce con un tratto scalinato fino alla cava del Fondone. Da percorrere solo in giornate senza neve e ghiaccio. In realtà esiste un’altra indicazione di inizio del sentiero presso la via di lizza, che si raggiunge salendo la cava verso sinistra.

Sentiero 143

Passo degli Uncini (1380m) - Monte Altissimo (1589m) - Passo del Vaso Tondo (1380m). Con la revisione del 2008 parte dalla Foce del Frate, inglobando parte del vecchio 41. Partendo dal Passo dell’Angiola (o Foce del Frate) costeggia ad est la catena degli Uncini, ed è molto panoramico sulle Apuane dal Sagro al Grondilice, Contrario, Cavallo, Tambura, Sella, Macina, Fiocca e Sumbra, fino alle Panie. Il primo tratto è su facili roccette in discesa, poi entra nel bosco ed ogni tanto ci sono finestre panoramiche sulla zona a mare. Dal passo degli Uncini sale alla cresta del monte Altissimo, lo aggira sviluppandosi sulla parete, poi risale tratti erbosi e rocciosi che riportano in cresta ed alla vetta. La discesa è su marmo e sfasciumi, poi il sentiero curva diventando panoramico sulla costa. Ci sono alcune opere difensive dei partigiani, una bella vista su Falcovaia e quindi il Vaso Tondo.

Itinerario che verrà seguito, con varianti: http://www.escursioniapuane.com/itinerari/itinerario.aspx?Id_Itinerario=18 

14 giugno “in Cammino nei Parchi

In cammino nei Parchi: per attivare un circuito virtuoso: camminare per conoscere, conoscere per amare l’ambiente, amare l’ambiente per tutelarlo, promuovendo la cultura del territorio attraverso i sentieri. In occasione della ottava edizione nazionale di questa manifestazione, aderiremo ad una delle tante proposte presenti in Toscana, scegliendo la migliore per la nostra associazione. I dettagli esatti verranno comunicati in prossimità dell’evento. Info : Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) 331 1131900

04/11 luglio - Gitone estivo in Dolomiti: Cortina d'Ampezzo, situata nel cuore delle Dolomiti venete in un’ampia valle circondata da alte vette, è una delle località di montagna più famose del mondo, mèta d’eccellenza per chi ama la montagna e i suoi paesaggi. Circondata da alte vette, rese uniche dal colore rosato delle rocce, non solo è rinomata per i suoi percorsi sciistici ma anche per i tracciati della Grande Guerra che toccano gallerie e postazioni militari di questo periodo, oltrechè ovviamente per l’incanto delle sue montagne innevate e per i suoi 400 chilometri di sentieri, sia naturalistici che storici e interessanti tanto per i più allenati come anche per chi desidera soltanto rilassarsi, ammirando i panorami mozzafiato intorno. L’area delle Dolomiti è riconosciuta Patrimonio UNESCO dal 2009 ed è qui che imposteremo il gitone estivo di quest’anno.

NOTA: LE PRENOTAZIONI SARANNO ACCETTATE FINO AD ESAURIMENTO POSTI DISPONIBILI

Info : Rossano Poggi - 0586 375131 (ore serali) 331 1131900 

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Altre da riproporre:

 La Riserva Naturale del Lago di Sibolla

nasce per proteggere una piccola ma significativa zona umida che si estende per circa 60 ettari nel comune di Altopascio e rappresenta, dal punto di vista floristico, uno dei più importanti biotopi palustri della Toscana. 
Per un'ampia parte l'area palustre è circondata da prati incolti e campi tuttora coltivati, mentre nelle parti sudorientale e orientale del bacino si trovano i boschi. 
Il Lago di Sibolla, rimasto incontaminato negli anni e rende bene l'idea di come dovevano apparire i vicini Paduli di Fucecchio e di Bientina prima delle bonifiche del secolo scorso. Sulle rive dello specchio d'acqua si possono ammirare diverse specie di uccelli acquatici, tra cui una colonia di 
aironi coloniali.

dettagli:

Il bacino della Sibolla, situato a circa 2,5 km. a nord-est di Altopascio, e’ costituito da un piccolo specchio lacustre  circondato da un territorio paduloso. Qui infatti si sono mantenute condizioni ambientali che hanno permesso la conservazione di una flora interessantissima, ormai quasi totalmente scomparsa altrove. Il laghetto di Sibolla presenta una forma allungata ed e’ diviso da una strozzatura.  Lungo circa 400 metri e largo  50, non e’ mai profondo piu’ di 3 metri. Non vi sono emissari e l’alimentazione dipende in massima parte dalle acque meteoriche. Esiste invece un fosso di scolo, il cosiddetto “fosso di Sibolla”,  e si tratta di un emissario artificiale, come testimonia un decreto del podesta’ di Lucca datato 22 Agosto 1263. Circonda lo specchio d’acqua una caratteristica formazione che prende il nome di aggallato o pollino.Tali formazioni vegetali erano un tempo comuni in tutte le paduli della Toscana e la loro pecularieta’ ha attirato l’attenzione dei naturalisti fin dal Settecento.

Gli aggallati durante i periodi di magra del Sibolla si posano sul fondo, contribuendo al naturale processo di interramento del lago che va infatti lentamente evolvendosi in torbiera. Dal punto di vista botanico, sono presenti sia specie palustri che acquatiche. In copiosa quantita’ vi si trovano le ninfee sia gialle che bianche; le brasche, l’erba vescia, le callitriche, il mirofillo,eccetera. Sebbene piu’ rara, e’ presente  anche l’aldrovanda, che e’ da considerarsi un relitto terziario accantonatosi a Sibolla poiche’, durante piu’ mesi dell’anno, le acque raggiungono una elevata temperatura – fino a 30°  – e sono poverissime di calcio. Durante la visita naturalmente incontreremo anche numerose specie di uccelli, tra le quali garzette,  aironi, falchi, oche eccetera.

 Approfondimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Lago_di_Sibolla

http://angoliditoscana.it/altopascio-lucca-riserva-naturale-del-lago-di-sibolla/

http://www.regione.toscana.it/documents/10180/14438515/Riserva_Naturale_Regionale_Lago_di_Sibolla_LU.pdf/a6f9205a-6985-46c0-9299-3c2fc5db69e1

galleria fotografica -

Tempi: visita al borgo h.1,5 – sosta pranzo h.1 -  visita Sibolla h. 2 a/r  tramonto alle h. 17.50  

Scheda di viaggio con direzione indicativa: andata – Livorno-Arnaccio-Fornacette-Vicopisano-Bientina-Altopascio- lago di Sibolla (Riserva Naturale del Lago di Sibolla, Via dei Sandroni, 15, 55011 Altopascio LU. (h.1.00). Dopo Sibolla- Montecarlo e ritorno da Montecarlo x medesimo percorso andata o autostrada

 

Dal Gabbro al “ponte romano” sul botro Riardo (anello) 

Utilizzando la nuova segnaletica del Parco dei monti livornesi, realizzata e messa in opera grazie al lavoro delle associazioni aderenti al “progetto occhisullecolline”, oggi percorreremo un interessante anello che si sviluppa ora in zone boschive, ora per tratte agresti ora infine nella valle del botro Riardo, sotto i rilievi di Monte Carvoli e del Monte Pelato, nel Parco di Camaiano, arrivando al cosi detto “ponte romano di Castelnuovo della Misericordia”, benchè le sue origini siano più recenti, verosimilmente tardo settecentesche,  costruito per rendere raggiungibile una fornace di mattoni oltre il botro Riardo, anche durante eventuali periodo di piena. L’escursione inizierà dal paese del Gabbro per raggiungere i vecchi lavatoi, un itinerario che veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua ed a lavare i panni dalla seconda metà del 1600 fino alla seconda del 1900. Saremo parzialmente sul “sentiero del mille” (tracciato altomedioevale che collegava i borghi collinari a Vada e quindi al mare, anche se la costa era tuttavia raggiungibile ben prima, prendendo per la via vecchia della Marina del m.Pelato), per boschi e viottoli di campagna che si alternano piacevolmente, in un trekking di circa h.4/4.30, escluse le soste.

Dettaglio: Dal parcheggio del Gabbro saliamo all’asfaltata e prendiamo subito per via della Rosa, di fronte a noi e ben riconoscibile per la presenza di un ambulatorio veterinario. Andiamo avanti per circa 10 minuti, uscendo dal paese e trovando prima un’edicola votiva a sinistra e quindi un bivio che ci indica Colognole andando avanti e Ricaldo invece a destra.Scendiamo per Ricaldo, ora nel bosco, ora uscendo verso i coltivi ed in altri 20 minuti siamo ai lavatoi del Gabbro, di cui si ha notizia fin dal tardo ‘600. Una breve visita e risaliamo quindi per una

 stradina sterrata (a destra) che ci riporta sull’asfaltata in circa 20 minuti. Prendiamo ancora a destra per altri 10 minuti sulla provinciale ed iniziamo l’avvicinamento al ponte romano, facendo attenzione a scendere alla nostra sinistra (ben evidenti i cartelli che indicano la direzione da seguire, seguendo il sentiero 199). Ci aspetta adesso un saliscendi di circa h.1, per zone boschive, sterrati e canneti e viottoli lastricati di massi, vestigia degli antichi tracciati, finchè, dopo aver guadato il botro Riardo, saremo ad un cancello grigio dove gireremo a sinistra per altri 45 minuti, per raggiungere il “ponte romano”. Il ritorno sarà per questo stesso sterrato, altre h.0,45 dunque, ma andando questa volta a diritto per h.0,20 finchè, alla nostra sinistra, troveremo un breve stradello a fondo chiuso dove noi gireremo invece alla prima carrareccia a destra. In altre h.0,30 saremo al botro Sanguigna ed ai suoi mulini e, girando a destra e seguendo il corso d’acqua termineremo la nostra passeggiata, risalendo per circa h.0,20 (unica salita impegnativa) ed arrivando al campo sportivo prima e dopo ancora al parcheggio dove avremo lasciato le auto. Tot. Prima parte h.1 + seconda parte h.1.45/.Ritorno circa h.1.45 Calcolare le soste al ponte h.1 (sosta pranzo). Trekking di h.4.30/5 + soste.

Altre note descrittive :

1) Gabbro - Sorto sul versante orientale dei monti livornesi ha origini medievali: mai citato dalle fonti come castello – nel ‘300 è definito ‘comune rurale’ - l’agglomerato ereditò probabilmente la popolazione dei vicini castelli di Torricchi e Contrino, forse distrutti già nel corso del basso-medioevo. Il toponimo, dal latino glabrum, allude alla sterilità del suolo, ricco di rocce di origine vulcanica - il “gabbro” appunto, così battezzato in onore del paese, trovando un curioso parallelo nell’appellativo ‘Pelato’ dato al poggio su cui il paese sorge.

La zona fu oggetto, dal 1547  - con Cosimo I° de Medici - in poi, di ripetuti tentativi di colonizzazione voluti dai Medici allo scopo di accrescere la produzione agricola necessaria allo sviluppo del centro di Livorno. L’interesse granducale è testimoniato anche dai resti di numerosi mulini ad acqua, risalenti allo stesso periodo e che sorgevano lungo l’alta valle del Botro Sanguigna, facenti parte di un più ampio sistema produttivo creato proprio allo scopo di approvvigionare di grano la nascente e vicina città di Livorno. Dal 1886 visse a Gabbro il pittore macchiaiolo Silvestro Lega che nella sua opera si è ispirato più volte al paesaggio di questo ridente paese.

2) I vecchi lavatoi:

Situata fra Gabbro e Torricchi, per secoli è stata usata da uomini e donne per l'acqua da bere e per lavare i panni. Da Piazza Cavour, seguendo Via Rialto che scende verso la vallata orientale si ha occasione di percorrere un sentiero molto suggestivo che si snoda fra alberi di sughero ai margini della boscaglia. Questo itinerario veniva seguito dalle donne del Gabbro per andare ad attingere l’acqua e a lavare i panni alla fonte di Rialto. Tale fonte fu ristrutturata nel 1609 e nel 1682 quando vennero costruiti i lavatoi e gli abbeveratoi per gli animali. Prima di arrivare alla fonte è possibile scorgere una edicola votiva originaria del 600, che custodisce un quadro della Madonna, ed alcuni cunicoli nei quali i Gabbrigiani si nascondevano per sfuggire ai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Si ha notizia dei lavatoi fin dal 1682, quando vengono stanziati dalla Comunità del Gabbro: "25 scudi per fare un arco e muro attorno alla Fonte del Ricaldo, per far venire l'acqua a doccio, fare un abbeveratoio per le bestie.Il rifornimento di acqua potabile avveniva presso le due fonti distanti un chilometro dal paese sulla parte destra della strada che porta a Castelnuovo della Misericordia. Veniva anche attinta a una fonte situata nella località Riardo, anche questa distante oltre un chilometro dal paese, lungo

 

                                                                                                                       una strada secondaria che porta verso la località di Staggiano. Dopo il

1945 la fonte fu chiusa e l'acqua incanalata, a mezzo di un piccolo acquedotto, fu fatta affluire alla Fornace Serredi per le necessità della lavorazione. L'acqua veniva trasportata giornalmente alle abitazioni dalle donne che portavano sulla testa brocche o canestre piene di fiaschi e da ragazzi con carrettino, con corbellini anche questi pieni di fiaschi. La lontananza delle fonti causava fatica e perdita di tempo specialmente nell'estate quando si doveva fare la fila perchè il getto dell'acqua diminuiva. Le donne spesso si recavano, portando sempre grosse canestre in testa, a lavare i panni ai due lavatoi pubblici, cioè a quello di Rialdo e a quello che si trova dalla parte opposta, sulla via che dal Gabbro porta a Castelnuovo della Misericordia. Due fonti di incerta potabilità, una chiamata fonte di Giomo sulla via Taversa Livornese per Castelnuovo poco prima della località Stregonie e l'altra situata nelle vicinanze, fornivano acqua, per far fronte alle diverse necessità degli agricoltori e dei possidenti, i quali riempivano damigiane e botticelle che trasportavano con carri trainati da buoi o con barrocci trainati da cavalli o di ciuchi. Dopo il 1945 il comune di Rosignano Marittimo, dietro le insistenti richieste dei paesani, deliberò di fare l'acquedotto per portare l'acqua potabile in paese. Fu allora incanalata l'acqua delle due fonti e, utilizzate altre sorgenti a mezza costa della collina di Poggio d'Arco, fu creato un deposito sul Poggio Pelato. Col passar del tempo le fonti del paese furono integrate da altre direttamente installate nelle case avendo così gli utenti l'acqua sempre a disposizione senza fatica, con vantaggi igienici e senza perdita di tempo. Purtroppo quando il Comune, per approvvigionare l'acqua potabile al paese di Nibbiaia, decise di alimentare l'acquedotto con altra acqua presa lungo il fiume Sanguigna, in località Bucafonda, la situazione peggiorò sia come qualità sia come quantità. testo da - http://www.lungomarecastiglioncello.it/

Pellegrinaggi medioevali nel territorio livornese - Nell’area settentrionale delle Colline livornesi sono presenti due complessi storico-religiosi di culto Mariano che hanno caratterizzato dal punto di vista sociale, economico e religioso questa porzione di territorio: il Santuario della Madonna delle Grazie di Montenero (1390) e l’Eremo di Santa Maria alla Sambuca (1367). In questi due luoghi i pellegrini medioevali, di ritorno da Santiago di Compostela o diretti a Roma, arrivano alla ricerca di riparo, ospitalità e cibo e ci sono testimonianze di un percorso che dalla pianura livornese, attraverso la via delle Sorgenti, costeggiava la valle del torrente Ugione per giungere all’Eremo della Sambuca, da dove poi proseguiva verso Roma lungo la Via delle Parrane. La presenza di testimonianze religiose e dello storico uso di strade e sentieri come percorso di umiltà e semplicità ci offre lo spunto per proporre un particolare utilizzo dell’anello di sentieri di questa porzione del Parco che, come il pellegrino di un tempo, noi ripercorreremo.

Dettaglio: - Nell’area settentrionale delle Colline livornesi sono presenti due complessi storico-religiosi di culto Mariano che hanno caratterizzato dal punto di vista sociale, economico e religioso questa porzione di territorio: il Santuario della Madonna delle Grazie di Montenero (1390) e l’Eremo di Santa Maria alla Sambuca (1367). In questi due luoghi i pellegrini medioevali di ritorno da Santiago di Compostela o diretti a Roma, due delle tre grandi mete spirituali dell’epoca, insieme a Gerusalemme, arrivano alla ricerca di riparo, ospitalità e cibo e ci sono testimonianze di un percorso che dalla pianura livornese, attraverso la via delle Sorgenti, costeggiava la valle del torrente Ugione per giungere all’Eremo della Sambuca, da dove poi proseguiva verso Roma lungo la Via delle Parrane oppure lungo il principale percorso della Via Francigena, verso Volterra e S. Gimignano. I Gesuati gestirono congiuntamente i beni dell’Eremo della Sambuca e del Santuario di Montenero (tra il 1450 e il 1650) ed è quindi probabile che per questo siano aumentati i contatti tra i due luoghi facendo in modo che i devoti che venivano in pellegrinaggio al Santuario proseguissero poi il loro cammino penitenziale o devozionale verso l’Eremo della Sambuca e viceversa. Oggi è storicamente possibile ricostruire un percorso che, partendo dall’Eremo della Sambuca sale a Valle Benedetta, prosegue per un breve tratto verso ovest sulla S.P. 5 di Valle Benedetta fino a Poggio Montioni e, deviando a sinistra verso Campo della Menta e Popogna Nuova, raggiunge la Strada provinciale e Popogna Vecchia per terminare, seguendo l’attuale segnavia 140, a Castellaccio e quindi, per la via del Poggio, arrivare in breve all’Aula Mariana ed al Santuario, dove nel 1500 i fedeli si recavano, dopo la fine della pestilenza della città di Livorno (1479) a rendere grazie alla Madonna di Montenero. La presenza di testimonianze religiose e dello storico uso di strade e sentieri come percorso di umiltà e semplicità offre lo spunto per proporre un particolare utilizzo dell’anello di sentieri di questa porzione del Parco che, come il pellegrino di un tempo noi percorreremo, ritrovando forse un’occasione per rallentare i nostri ritmi quotidiani, ascoltare la voce della natura ed anche ascoltare noi stessi.

Il Percorso del Pellegrino si sviluppa su una parte dei sentieri presenti nella foresta di Montenero, tutti efficacemente e recentemente segnalati con segnaletica a terra dalle associazioni aderenti al Progetto “Occhi sulle Colline”. Il Percorso del Pellegrino è formato da quattro sentieri principali, percorribili ad anello, e due varianti che permettono di “chiuderlo”. L’intero percorso è segnalato con frecce segnavia.

Testo liberamente adattato da: http://www.percorsodelpellegrino.it/pagine/pellegrinaggi.html

Maggiori dettagli sui percorsi a: http://www.percorsodelpellegrino.it/pagine/i_sentieri.html

Noi oggi seguiremo un itinerario breve, utilizzando i sentieri 138 (in discesa per h.0,40 fino a Pian della Rena dove, a vista della costruzione, si prosegue per il sentiero 138, in salita per h.0,20, fino all’intersezione col n°140. Qui si va a sinistra per il sentiero 134 (non segnalato), bellissimo tratto nella macchia che scende per h.1.45 ed arriva a un evidente bivio dove noi, lasciando il 134, scendiamo per la bretella di raccordo 134 a, altri h.0.20. Terminata la discesa, talora difficoltosa, siamo sul sentiero 136, costeggiamo il botro del Molino nuovo, passando un paio di ponti in muratura, e proseguiamo in leggera salita per h.0.45, tornando quindi a Pian della Rena dove saliremo nuovamente per il sentiero 138 e quindi il 140 verso destra per arrivare in h.0,45 all’asfaltata. Altre h.0.15 e saremo di nuovo alle auto. Nota: in prossimità di questo percorso sono accessibili sia 1) la fonte del Sasso Rosso (dall’area di sosta del Castellaccio si scende per il primo sentiero a sinistra del parcheggio – non segnalato- per m.0,20). 2 la Grotta dei Banditi (lungo il n°140, poco dopo lo sbocco del n°138, una deviazione a destra -non segnalata- che scende per circa m.0,40.

Da: http://www.agireverde.it/PARCO%20MONTI%20LIVORNESI.htm

Totale escursione, escluso soste, h.4/4.30 circa.

 

 

 

 

I mulini ad acqua del rio Sanguigna - Sorto sul versante orientale dei monti livornesi Gabbro, ha origini medievali e, benchè mai citato dalle fonti come castello, già nel ‘300 viene definito ‘comune rurale’, probabilmente ereditando l’agglomerato la popolazione dei vicini castelli di Torricchi e Contrino, comunque distrutti già nel corso del basso-medioevo. Con Cosimo I° de Medici la zona fu oggetto, dal 1547 in poi, di ripetuti tentativi di colonizzazione voluti dai Medici allo scopo di accrescere la produzione agricola necessaria allo sviluppo del centro di Livorno, come è testimoniato dai resti di numerosi mulini ad acqua, risalenti allo stesso periodo, che sorgevano lungo l’alta valle del Botro Sanguigna e che facevano parte di un più ampio sistema produttivo creato proprio allo scopo di approvvigionare di grano la nascente e vicina città di Livorno. Info: Luciano Suggi - 0586 406468 (ore serali) o 339 8700530

descrittivo:

Dettaglio: Dal parcheggio del Gabbro saliamo all’asfaltata e prendiamo subito per via della Rosa, di fronte a noi e ben riconoscibile per la presenza di un ambulatorio veterinario. Andiamo avanti per circa 10 minuti, uscendo dal paese e trovando prima un’edicola votiva a sinistra e quindi un bivio che ci indica Colognole andando avanti e Ricaldo invece a destra.Scendiamo per Ricaldo, ora nel bosco, ora uscendo verso i coltivi ed in altri 20 minuti siamo ai lavatoi del Gabbro, di cui si ha notizia fin dal tardo ‘600. Una breve visita e risaliamo quindi per una stradina sterrata (a destra) che ci riporta sull’asfaltata in circa 20 minuti. Prendiamo ancora a destra per altri 10 minuti sulla provinciale ed iniziamo  a scendere alla nostra sinistra, attraversando l'asfaltata e dopo circa m.200 (ben evidenti i cartelli che indicano la direzione da seguire, seguendo il sentiero 199). Ci aspetta adesso un saliscendi di circa h.1, per zone boschive, sterrati e canneti e viottoli lastricati di massi, vestigia degli antichi tracciati, finchè, dopo aver guadato il botro Riardo, saremo ad un cancello grigio dove gireremo a destra (a sinistra si andrebbe al ponte romano). Altre h.0,45, andando a diritto per h.0,20, finchè, alla nostra sinistra, troveremo un breve stradello a fondo chiuso ma noi gireremo invece alla prima carrareccia a destra. In altre h.0,30 saremo al botro Sanguigna ed ai suoi mulini e, girando a destra e seguendo il corso d’acqua termineremo la nostra passeggiata, risalendo per circa h.0,20 (unica salita impegnativa) per arrivare al campo sportivo prima e dopo ancora al parcheggio dove avremo lasciato le auto. Trekking di h.3.30/4 + soste, media difficoltà e con piccoli tratti da guadare

 

La valle del Chioma e la grotta dei banditi

L’escursione ci porterà dove il torrente Chioma è raggiunto dall’affluente Quarata, per proseguire nell’ampia valle collinare che lo conduce a Quercianella, ampio ed in un letto ben scavato. L’itinerario è naturalistico, poiché passeremo per una delle zone dove iniziò l’esondazione del Chioma, nel settembre ’17 , ma anche storico, poiché da Nibbiaia ripercorreremo i sentieri che portavano alla macchia i partigiani del Decimo Distaccamento Oberdan Chiesa della Terza Brigata Garibaldi e quindi alla così detta “grotta dei banditi”, dove trovavano momentaneo rifugio.

La “grotta dei banditi” è a neanche un paio di chilometri dal Castellaccio ed era il luogo dove si rifugiavano i partigiani del Decimo Distaccamento Oberdan Chiesa della Terza Brigata Garibaldi, insieme ai tanti giovani alla macchia che, dopo l'8 settembre’43, fuggivano dal reclutamento forzato fra i repubblichini e dai rastrellamenti dei tedeschi (ricordiamo che la strage di Sant’Anna di Stazzema avvenne nell’agosto del’44 e quindi che la guerra era tutt’altro che finita). La zona “Quarata” è impervia e boscosa ma, conoscendone i sentieri, non sarà difficile arrivarci a partire da Nibbiaia. L’escursione ha una notevole valenza paesaggistica ed evidentemente anche storica, sviluppandosi per i 2/3  nel folto del sottobosco collinare e per 1/3 su strade vicinali, ad uso dei numerosi poderi della zona. Dettaglio: seguendo il sentiero 00 in discesa (segni bianco/rossi), si arriva al podere del Gorgo dove, per una carrareccia, prenderemo la direzione Quarata per salire verso una casa colonica bianca, in alto sulla collina e a destra. Ci addentreremo quindi nella macchia, arrivando ad uno spiazzo aperto con evidente bivio da dove, in discesa, ci porteremo alle grotte (dei banditi dal tedesco banditen), da dove, visitati questi anfratti naturali, sempre in discesa,  chiuderemo il nostro anello in circa h.4.30 di cammino.I mulini lungo il torrente Lòmbrici. Alle pendici delle montagne che circondano Camaiore si trova un luogo incantevole, in una zona ad alto valore paesaggistico e storico la cui natura è incontaminata, con il torrente che crea piscine naturali e cascatelle di rara bellezza. Sulle pareti rocciose laterali esistono poi alcune tra le palestre di roccia più interessanti dell’Italia centrale e lungo la via d’acqua, riccamente verde, sono disseminati numerosi opifici di epoca pre-industriale. Dei 40 mulini, pastifici e frantoi, tutti azionati tramite l’energia idraulica ricavata dalla forza propulsiva del torrente ed uno dei quali troviamo addirittura documentato a Casoli sin dal 1347, rimangono tuttavia ad oggi soltanto dei ruderi, benchè ne sia previsto un recupero strutturale. L’escursione non presenta difficoltà e viene abbinata alla raccolta delle castagne nei boschi sovrastanti che raggiungeremo in auto nel pomeriggio, lasciando tuttavia la possibilità, per chi volesse camminare un po’ di più, di raggiungere il borgo di Metato per il "Sentiero do Saudade" (h.1.30), dedicato ai soldati brasiliani che lo percorsero nel 1944 per scollinare il monte Prana, dove ci ricongiungeremo tutti insieme. 

Lasciata l’auto in località Candalla (dove la strada finisce), si attraversa il ponte sul torrente Lombricese e si prosegue lungo il sentiero che costeggia il torrente stesso, e trascurando la deviazione per Casoli a sinistra. Alla destra è ben visibile un’imponente parete di roccia. Trascurare la deviazione a destra (sentiero con balaustra) che conduce al torrente ed alla vicina palestra di roccia. Si incontrano i primi ruderi (ex pastificio) e si prosegue ancora per una decina di minuti lungo la traccia, fino a giungere ad una biforcazione in prossimità di due grossi massi. Pochi metri oltre i massi, un guado facilmente superabile porta ad altri ruderi di vecchi mulini. Se si volesse proseguire verso Metato o verso Casoli, entrambi luoghi caratteristici meritevoli di essere visitati, basta salire a sinistra e superare una grossa pietra sul sentiero per arrivare allo stradello che porta a sinistra a Casoli (h.0,15) ed a destra a Metato (h.1,30)..Per Candalla si chiuderà poi l'anello, in discesa, seguendo le indicazioni nella piazzetta del paese.

Domenica di marzo: l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare"

Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria Percorso: dai Bagnetti prendiamo a sinistra del ponte e devieremo per la salitella che troveremo alla nostra sinistra. Prima il bosco, poi una radura ed ancora il bosco e saremo in vista degli archi dell’acquedotto dove noi prenderemo a destra, lungo i campi e costeggiando una distesa di grano selvatico. Andiamo adesso sempre a diritto per entrare in un bosco più fitto di lecci e querciformi, trovando un bivio che dovremo prendere a sinistra

perché a destra andremmo al monte La Poggia. Il sentiero diviene adesso più largo e battuto e ci riporta alla radura di prima, da dove in poco tempo si ritorna, non prima però di aver seguito un percorso nella macchia molto frequentato dai numerosi cinghiali che vivono in queste selve.

I Bagni nell’Acqua… Puzzolente ………..

"Lasciammo a destra la strada del Limone e da mano sinistra è una pozza o Lagunetta formata da una sorgente di Acqua Sulfurea fredda, la quale a cagione del gran fetore, viene in Livorno chiamata l'Acqua Puzzolente […] L'acqua assaggiata non ha sapore, né acido di alcunasorta in se, ma puzza di Uova sode. Ella fa bene per i Mali cutanei". Così scrisse Giovanni Targioni Tozzetti nelle sue "Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana" del 1786.Per sfruttare le proprietà dell’acqua solforosa i proprietari della tenuta Limone affidarono all'architetto Poccianti la realizzazione dei bagni della Puzzolente, iniziati nel 1843 e inaugurati nel 1844. L’edificio ha pianta rettangolare con due emicicli che contenevano ognuno otto bagnetti. A poca distanza dietro le terme vi è un'altra costruzione a forma di tempietto rotondo dove sono riunite e allacciate tutte le polle. Qui la pompa aspirante raccoglieva l'acqua che veniva riscaldata e diramata nelle diverse cabine. A quell'epoca Livorno, con le sue 12 sorgenti, era un famoso centro termale. Anche la fonte Puzzolente ebbe successo, infatti nell'anno 1876 usufruirono di tali impianti circa 9.720 persone e furono praticati giornalmente oltre 90 bagni. “Molto potremmo dire sopra felici risultati ottenuti dall'uso di quest'acqua e si potrebbero ancora allegare numerosi attestati di persone ammalate che ricuperarono la salute, o trovarono nell'acqua puzzolente alleviamento alle loro sofferenze” (G.Orosi, 1845). Col volgere dei tempi però, con la scoperta di nuove acque simili, con le comodità sempre maggiori che nuovi stabilimenti offrivano ai frequentatori, dopo un lento e graduale decadimento, i bagni della Puzzolente furono chiusi al pubblico nell'anno 1897 ed adibiti ad uso di magazzini e di cantina di vino e le acque furono abbandonate per i fossi adiacenti. Da - http://www.webalice.it/diego.guerri/EeP/guida_boschi_rid.p

altra proposta analoga:

l’area boschiva del Cisternino di Pian di Rota ed "il risveglio muscolare" - Spesso andiamo in cerca di aree verdi lontano dalla città quando invece le abbiamo e belle proprio fuori porta, nella zona del Cisternino di Pian di Rota ad esempio. A partire dai Bagnetti, una delle ultime costruzioni di Pasquale Poccianti, costruiti tra il 1843 ed il 1844 nella campagna intorno alla città per rappresentare il nuovo centro di attrazione dei villeggianti dell'epoca, stante la presenza di alcune polle d'acqua solfurea idonee per lo sfruttamento termale, seguiremo il corso del rio Puzzolente nel suo andare a nord verso il torrente Ugione, per sentieri recentemente riadattati all’attività dei taglialegna e, seguendo campi incolti prima e tracciati nella macchia poi, dove il leccio si alterna al Cerro e alla Rovella, descriveremo un anello di circa h.3/3.30. L’escursione è quasi una passeggiata, con percorso pianeggiante e nel verde, appena macchiato da ginestroni e cisto bianco che cominciano a fiorire proprio in questo inizio di primavera e, se non disturberemo troppo con il nostro chiacchiericcio l’avifauna locale, sarà bello sentirsi accompagnati ora dai verso dell’Upupa, ora dal grido d’allarme della ghiandaia che segnalerà la nostra presenza, come anche dal volo della poiana che ci scruterà dal cielo. Nel corso dell'escursione un esperto introdurrà i partecipanti alle metodiche del "risveglio muscolare", esercizi di preparazione e completamento dell'attività motoria, adesso che questo inizio di primavera comincia ad indurci di nuovo al movimento.

L’Acquedotto del Limone, andando verso il monte La Poggia (colline livornesi)

Nascosti dal bosco e dimenticati ci sono i resti dell'antico Acquedotto di Limone, che diede l'acqua a Livorno fra il '600 e l''800 prima della costruzione dell’Acquedotto Leopoldino.

descrittivo -

All’altezza del ponte in cemento, dopo i vecchi bagni della Puzzolente si va a destra e si procede a diritto per uno stradello che collega tra di loro i diversi poderi e orti della zona e lo si segue per circa h.0,45. Arrivati ad un bivio, lasciamo questa carrareccia e, dove vediamo una sbarra bianco/verde che ci segnala che siamo nel Parco, giriamo ed entriamo nel bosco. Risaliremo adesso il rio dell’acqua puzzolente per circa h.1, dovendolo guadare di traverso per alcune volte. L’ultimo tratto di questo itinerario è in leggera salita per altri h.0,15 (unico tratto con una pendenza noiosa) e ci vede sbucare sotto il monte La Poggia, proprio sotto la zona della cava del Canaccini. A questo punto prendiamo lo stradello asfaltato alla nostra destra e in discesa per circa h.0,20, finchè troveremo un bivio che scende a destra (a sinistra vedremo un viale alberato a cipressi, che sale), prima per h.0.30 di stradello sassoso e dopo, entrando nel bosco per altre h.0.20, uscendone infine sulla sinistra trovando una rete divisoria lunghissima che seguiremo, non lasciando il bosco finchè non arriveremo alla zona degli oliveti. Scendiamo a diritto tra gli olivi, leggermente sulla destra  ed eccoci nuovamente alla fonte della Puzzolente in altri h.0,45 (volendo possiamo anche restare a contatto della rete divisoria ed andare a trovare lo stradello che porta alla fattoria didattica del limone) dove prenderemo a destra per tornare alle auto. Totale circa h.4 a/r (escluse soste) – dislivello ca mt.300

L’acquedotto del Limone e l’approvvigionamento idrico di Livorno

L’acqua di questo acquedotto, proveniente da sorgenti della zona (ancora oggi utilizzate ad uso agricolo locale), non serviva soltanto per la sopravvivenza delle popolazioni residenti, ma anche per il rifornimento di navi ormeggiate presso il vicino porto (porto pisano) e per il retroterra produttivo della zona, certamente fiorente vista l’attività del porto nelle varie epoche. Il termine Limone, con cui si definisce quest’area, non è da ricondursi a coltivazioni dell’omonimo agrume; essendo più probabile invece che derivi dal termine latino limus = fango, viste le caratteristiche del terreno che si presenta particolarmente fangoso.

Edificato seguendo un preesistente acquedotto romano che  testimonianze archeologiche permettono di datare in un periodo compreso fra il I sec. a.C. ed il IV sec. d.C, con un approvvigionamento stimato per circa 8.000 persone, l’acquedotto di Limone venne approvato nel 1601 da Ferdinando I dei Medici, onde sopperire alla continua mancanza d’acqua potabile in cui si trovava Livorno e divenne la maggiore fonte di approvvigionamento idrico della città fino alla fine dell’Ottocento.

Da dire che durante il Medioevo la cittadina di Livorno ebbe un forte incremento demografico con un costante aumento del fabbisogno idrico giornaliero, soddisfatto tramite la raccolta dell’acqua piovana in grandi cisterne e col prelievo da pozzi posti nelle vicinanze degli abitati. Nel 1421 a Livorno si contavano circa 1.200 abitanti e l’acqua potabile veniva cercata in fonti sempre più lontane ( gli incaricati che si procuravano e smerciavano quest’acqua erano detti acquaioli). Con la costruzione della Fortezza Vecchia (a.1530 circa) poi ed il conseguente ampliamento dell’abitato di Livorno, la popolazione salì fino a circa 1800 persone e quindi aumentò ulteriormente la necessità di acqua per cui, sotto il governo di Francesco I de’ Medici, fù indispensabile pensare ad un grande acquedotto che poi fu il  Granduca Ferdinando I a realizzare e che entrò in attività nel 1611, con il nome di Acquedotto di Limone o delle Vigne ( sorgenti ubicate sul Monte la Poggia). Questo permise l’ampliamento di Livorno e quindi della sua demografia fino al 1645, quando si raggiunsero gli 8.000 abitanti.  Un grande acquedotto si era reso indispensabile anche perchè agli inizi del 1600, con i lavori necessari per la costruzione dei fossi, furono interrotte numerose falde freatiche locali con in più la salinizzazione di numerosi pozzi all’interno della città. Per sopperire a questo grave problema ci si rivolse a sorgenti sempre più lontane dalla città, in particolare a quelle di Limone, finchè nel 1732, anche l’acqua proveniente da quest’area non si rivelò insufficiente per una popolazione che ormai contava 24.000 persone e che raddoppiò entro il 1789. Fù allora che il sovrano Ferdinando III approvò il progetto dell’Acquedotto di Colognole (1792) che entrò in funzione  nel 1816 per essere infine sostituito agli inizi del ‘900 con quello di Filettole che, con dovuti ammodernamenti, approvvigiona ancora oggi la città.

approfondimenti:

http://www.archart.it/livorno-sorgenti-di-limone.html  archeologia della costruzione

http://www.lalivornina.it/DESCRIZIONI%20PERSONAGGI%20FAMOSI/FERDINANDO%20I.htm   Livorno ai tempi di Ferdinando I

http://wsimag.com/it/economia-e-politica/17471-emergenza-idrica-a-livorno emergenza idrica cittadina nel 1600

da Montemarcello a Tellaro (anello)

Dalla cima del promontorio del Caprione, immerso nella vegetazione mediterranea, lascia senza fiato il panorama del golfo di La Spezia a ovest e della fertile piana del fiume Magra, a est. Apprezzata dai Romani, che vi fondarono l'insediamento di Luni, l'area fluviale alterna coltivazioni e zone umide, ove nidificano uccelli acquatici, a settori assai compromessi. Il parco, nato dalla fusione del precedente parco fluviale e dell'area protetta di Montemarcello, rappresenta quindi un esperimento (riuscito!) di riqualificazione di zone degradate, tant’è che la porzione di Parco in cui andremo è veramente bella. Dal borgo di Montemarcello, con le sue viuzze strette che s'intersecano ad angolo retto, ricordano un "castrum" romano, saliremo verso l’orto botanico, splendidamente collocato sulla sommità di Monte Murlo, e sosteremo a Tellaro, piccolo borgo marinaro abbarbicato sopra una penisoletta rocciosa digradante ed ultimo abitato della riva orientale del Golfo dei Poeti. Il ritorno sarà per un sentiero a mezza costa, solo recentemente riaperto, attraverso tratti di macchia mediterranea che si alternano alla folta lecceta. Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti in cui fare attenzione e salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

Descrittivo: Una volta giunti a Montemarcello si parcheggia e si entra nel paese attraverso l'antica porta (scegliendo il parcheggio che incontriamo seguendo l'indicazione stradale a destra. A sinistra ne troveremmo un altro che per adesso trascuriamo). Proseguiamo a destra della chiesa parrocchiale dove si scende lungo una scalinata, al termine della quale si attraversa la strada asfaltata, percorrendo circa 100 metri in una stradina tra le case. Attraversata che avremo la strada e trovato un altro parcheggio, quello di cui si diceva prima e che però ci priverebbe della visita al borgo ed anche ai punti panoramici su punta Corvo, si scenderà l’asfaltata in direzione Lerici per 5 minuti, trovando un sentiero segnato ( a destra) che seguiremo fino a Tellaro (n°433).Nota - da adesso seguire sempre il n°433.

Saliamo a destra e ci inoltriamo per 30 minuti in una folta macchia a leccio, uscendone per ritrovare l’asfaltata e, dopo 5 minuti e sempre alla nostra destra, troviamo la continuazione del sentiero 433 per Zanego/Lerici, salendo per altri 15 minuti, in un bosco a pini d'Aleppo e lecci. Altro attraversamento dell’asfaltata ed altri 15 minuti, di salitella col selciato in pietra e due muri a secco che lo delimitano, ed arriviamo ad un punto panoramico, con apertura sul golfo dei poeti, la Palmaria e Porto Venere (siamo ad un bivio col sentiero 437, per l’orto botanico). Noi andiamo a diritto ed in altri 15 minuti siamo a Zanego, nella zona dei coltivi e degli orti e poi tra le case della piccola frazione.

Siamo adesso nuovamente sull’asfaltata che attraversiamo, col ristorante Pescarino davanti a noi, dove, seguendo i segni bianco/rossi tracciati sul muro ( alla nostra destra) scendiamo per 20 minuti il sentiero, tra le abitazioni, arrivando alla segnalazione per Tellaro, davanti a noi ed in discesa ed Ameglia, in discesa ma alla nostra destra. Fin qui sono passate circa h.1.45/2.

Scendiamo per Tellaro, facendo attenzione al fondo sconnesso ed a alcuni punti franati e non troppo larghi. Altri 60 minuti e, passato il bivio per Portesone e Lerici, infine arrivati a Tellaro (borgo incantevole!)in altri 10 minuti, torniamo indietro per il sentiero 444, recentemente riaperto dal CAI di Sarzana e segnalato come con tratti potenzialmente pericolosi e da percorrere con molta attenzione, ed in altre h.1,45 a mezza costa torniamo a Montemarcello e volendo a punta Corvo (bellissimo promontorio ma cui si arriva dopo una scalinata con ben 700 gradini!). Trekking di media difficoltà ma abbastanza lungo, con tratti segnalati come esposti ed in cui fare attenzione. Salite/discese su terreni sconnessi (in particolare per Tellaro da Zanego). Tempo occorrente circa 5/5,30 ore.

Zone umide toscane e borghi: Il bosco di Tanali e Vicopisano

Alle pendici del monte Pisano c’è un’area posta ai margini dell’ex lago di Bientina, oggi prosciugato per interventi di bonifica intorno all’anno 1850, con flora e fauna tipici delle aree palustri, oggi sempre più rarefatte e soggette ad azioni di degrado, che vale la pena di conoscere ed apprezzare: il bosco Tanali.

La zona,  con prati umidi periodicamente allagati, pagliereti, boschi umidi ad ontano nero, canneti e piccoli specchi d’acqua, offre ambienti importanti per la vita di molte specie, sia botaniche che animali, tipo l’avifauna migratrice oppure i suoi antagonisti rapaci (la poiana, l’albanella o anche il

falco di palude, sebbene più raro).

L’escursione, semplice ma suggestiva, ci condurrà gradatamente verso la parte più interna dell’area, attraversando in sequenza le comunità vegetazionali principali (bosco mesofilo, bosco igrofilo, canneto/cariceto) terminando, con l’attraversamento di un pontile di legno, in un capanno per l’avvistamento degli uccelli.

Nota storica: Il lago di Bientina o di Sesto (Lacus Sexti) fino alla prima metà dell’ottocento costituiva il lago più grande della Toscana. Nel 1852 il Granduca Leopoldo II di Lorena, approvò il progetto di bonifica di Alessandro Manetti con il quale fu realizzata la deviazione del Canale Imperiale sotto l’alveo dell’Arno grazie a un condotto

sotterraneo per mezzo di una cosiddetta “botte”, cioè di un condotto sotterraneo lungo 255 metri, che permise il prosciugamento del lago di Bientina.

Dal sito della regione toscana

Riserva Regionale: BOSCO DI TANALI (PI)

Atto istitutivo: Delibera della Giunta Provinciale di Pisa n. 77 del 12/04/2010

Estensione: 175 ettari

Descrizione: Situata ai margini dell'ex alveo del Lago di Bientina, occupa un'area di 175 ettari, ricca di fauna e di flora. Agli inizi del secolo scorso il territorio, antico lembo

del padule di Bientina, fu oggetto di opere di bonifica per il prosciugamento del terreno paludoso e di edificazione di argini per convogliare al suo interno le acque del rio Tanali e del rio della Valle degli Alberi, determinando la formazione di un " bacino di colmata" . Tale bacino, con il trascorrere del tempo, ha contribuito alla creazione e al mantenimento di un ambiente umido di grande interesse naturalistico. L'area presenta attualmente una grande varietà di ambienti che, sotto l'aspetto vegetazionale, si possono distinguere in quattro differenti habitat. L’'associazione vegetale più importante è il bosco igrofilo caratterizzato, nelle specie arboree, dalla prevalenza di ontano nero e, nella flora tipica dei suoli inondati, dalla presenza della più grande felce italiana e di varie liane rampicanti. Nei terreni dove l'allagamento è ridotto si estende il bosco mesofilo, caratterizzato nella sua specie vegetale da ontano nero, pioppo bianco, farnia, sambuco e salicone. La parte più orientale del bacino di colmata è occupato da una vegetazione uniforme a cannella palustre. Il canneto è estremamente importante per la nidificazione di molte specie ornitiche, mentre nelle parti più depresse del canneto stesso vegetano i grandi carici, una specie palustre in via di estinzione. All'interno del cariceto è stata rinvenuta la primulacea Hottonia palustris, pianta rarissima in tutta l'Italia peninsulare e probabile unico esemplare superstite nel Padule di Bientina. Le raccolte di acqua sottoposte ad essiccamento estivo vedono lo sviluppo di vegetazioni di prato umido che annoverano specie molto rare come la Ladwigia palustris. Le piante idrofite, necessitando della presenza d'acqua per l'intero ciclo vitale, vivono confinate in alcuni canali e fossi; tra di esse meritano menzione il morso di rana, la ninfea bianca, la rarissima erba scopina e l'erba vescica, pianta carnivora il cui nome volgare è attribuibile alla presenza di piccole vescicole sulle foglie atte alla cattura di piccoli invertebrati acquatici. La ricchezza degli ambienti vegetazionali dell'area, la cui variabilità è incrementata dal periodico allagamento di alcune zone, che determina un’ulteriore diversificazione stagionale, favorisce la presenza di numerose ed interessanti specie animali. Le specie vertebrate presenti sono strettamente condizionate dalla ricchezza di acqua; tuttavia non manca una fauna meno legata a questo particolare ecosistema.

Negli ambienti palustri sono presenti specie nidificanti quali il pendolino, la cannaiola, il cannareccione, il bengalino comune e la gallinella d'acqua. Durante le stagioni invernali è presente il migliarino di padule in migrazione e l'usignolo di fiume che è nidificante. Tra gli ardeidi è stata rilevata la presenza dell'airone cenerino, soprattutto in autunno e inverno, della garzetta durante il periodo primaverile e dell'airone guardabuoi. In estate sono avvistabili l'airone rosso, la garza ciuffetto e la nitticora. Tra gli anseriformi sono stati osservati il germano reale, l'alzavola (nella stagione invernale) e la marzaiola. I rapaci avvistabili con più frequenza sono la poiana (tutto l'anno), il nibbio bruno (durante le stagioni migratorie), il falco di padule e la albarella reale (in inverno). I falconiformi sono rappresentati dal gheppio e dallo smeriglio; gli strigiformi da civetta, barbagianni, allocco e assiolo, presente durante la stagione riproduttiva. Il bosco è visitato regolarmente dal picchio verde e dal picchio rosso maggiore. La presenza d'acqua limitata al periodo fra l'autunno e la primavera costituisce l'habitat ideale per le specie di anfibi che trovano nel vicino bosco un rifugio ottimale per trascorrere gli stati di ibernazione ed estivazione. Le specie di anfibi avvistate sono cinque: il tritone punteggiato, il rospo, la raganella, la rana agile e il complesso delle rane verdi. I mammiferi presenti a Tanali sono il cinghiale, l'istrice, la volpe, la talpa e il riccio. All'interno della riserva sono presenti due strutture che fungono da osservatori, fruibili su richiesta.

Indirizzo: Regione Toscana Direzione Ambiente ed Energia Settore Tutela della Natura e del Mare Indirizzo sede centrale: Via di Novoli 26 - 50127 Firenze

 

ll Padule di Fucecchio

Il Padule di Fucecchio ha un’estensione di circa 1800 ettari, divisi fra la Provincia di Pistoia e la Provincia di Firenze; se pur ampiamente ridotto rispetto all'antico lago-padule che un tempo occupava gran parte della Valdinievole meridionale, rappresenta tuttora la più grande palude interna italiana. La zona naturalisticamente più interessante è situata prevalentemente nei Comuni di Larciano, Ponte Buggianese e Fucecchio. Da un punto di vista geografico, il Padule è un bacino di forma pressappoco triangolare situato nella Valdinievole, a sud dell’Appennino Pistoiese, fra il Montalbano e le Colline delle Cerbaie. Il principale apporto idrico deriva da corsi d’acqua provenienti dalle pendici preappenniniche. L’unico emissario del Padule, il canale Usciana, scorre più o meno parallelamente all’Arno per 18 chilometri e vi sfocia in prossimità di Montecalvoli (PI). Il valore di quest’area è incrementato dalla sua contiguità con altre zone di grande pregio ambientale: il Montalbano, le Colline delle Cerbaie ed il Laghetto di Sibolla, collegato al Padule tramite il Fosso Sibolla. La Riserva Naturale del Padule di Fucecchio è dotata di strutture per la visita che comprendono anche tre osservatori faunistici, uno dei quali realizzato tramite la riconversione di uno dei caratteristici casotti del Padule. 

1) Riserva Naturale del Padule di Fucecchio - Area Le Morette (itinerario mattutino)

L' escursione di oggi ci porterà nella Riserva Naturale del Padule di Fucecchio ed in particolare nell'area de Le Morette, raggiunta dopo una breve sosta al Centro Visite di Castelmartini per prendere visione dell'area prima della nostra passeggiata naturalistica.
Il sentiero è pianeggiante e consente di ammirare paesaggi suggestivi fino ad arrivare all'antico Porto de Le Morette.


L'itinerario ci porterà nel cuore della palude a raggiungere il Casotto del Biagiotti, da molti anni adibito ad osservatorio faunistico dell'area protetta, con un’ottima visuale sugli specchi d’acqua della Riserva Naturale e, se la stagione sarà stata piovosa, sulle

numerose specie di uccelli acquatici presenti: gli aironi europei, che nidificano in grandi colonie sugli alberi e nel canneto, gli Svassi maggiori nelle acque più profonde e gli eleganti Cavalieri d'Italia sulle rive degli argini. Arrivati all'area Righetti (più protetta) torneremo indietro per portarci poi a Monsummano Alto ed alla Rocca. Nota: portare un binocolo perchè ovviamente le nidificazioni sono lontane dalla presenza umana.

note più approfondite in: http://www.zoneumidetoscane.it/it/le-aree/padule-di-fucecchio/lambiente.


2) Visita alla rocca fortificata di Monsummano Alto (visita pomeridiana)

Il colle di Monsummano costituiva un luogo viario strategico, in posizione dominante sul Padule di Fucecchio e sulla Valdinievole, e per questo fu fortificato almeno dall'XI secolo con un sistema difensivo accresciuto ed ampliato nel corso del tempo.Dell'antico castello si conservano oggi i resti della cerchia ellittica delle mura, che lo cingevano per un perimetro di circa due chilometri e due delle tre porte di accesso: la porta di "Nostra Donna" e quella detta "del Mercato" verso il colle di Montevettolini.
Delle numerose torri di cui era munito il castello resta, all'estremità occidentale della cinta muraria, una robusta e imponente torre pentagonale, databile nella sua forma attuale agli inizi del XIV secolo. L'edificio meglio conservato del borgo è la Chiesa di San Nicolao, prospiciente l'antica platea communis, fondata nell'XI secolo e compresa nel plebato di Neure (o deMontecatino), entro la diocesi medievale di Lucca. Di fianco alla chiesa è presente una terrazza panoramica naturale con l'antica chiesa di San Sebastiano, di fronte alla quale recenti scavi hanno portato alla luce le fondamenta di due edifici, dove sono stati rinvenuti frammenti di ceramica di varie epoche. Seminascosti dalla boscaglia che circonda il nucleo centrale del castello si conservano ad ovest i resti di un convento e nella zona orientale, nei pressi della torre, i ruderi dell'antico Spedale di San Bartolomeo. Dalla cima del Colle si ha una visuale unica sul Padule di Fucecchio, sui castelli della Valdinievole e sul Monte Pisano; nelle giornate più limpide lo sguardo arriva fino alle
colline livornesi, alle balze di Volterra e alle torri di San Gimignano.