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nel nostro itinerare sul PC, per organizzare escursioni, ci siamo imbattuti in tanti e tanti siti interessanti che vogliamo sottoporre alla vostra attenzione, nella eventualità vi venga voglia di approfondire la conoscenza, dei luoghi che avete visitato insieme a noi...............................buona navigazione, dunque e ricordate che questi sono solo alcuni spunti di ricerca.
itinerando in Toscana, a cura della sezione trekking
Aree marine protette, toscane e liguri, visitate con le escursioni Agireverde.
un'idea per gli escursionisti:
Dove pernottare con possibilità di cena:
zona di Camaldoli e Foreste Casentinesi
2) Centro didattico, rifugio Casanova
3) Centro educazione ambientale Asqua
4) Case coloniche in autogestione e no
zona del monte Amiata e della Val d'Orcia
1) Centro didattico ambientale della "Riserva del Pigelleto"
zona Suvereto, costa degli Etruschi
1) Casa vacanze, in autogestione
altre, consigliate dai soci:
iniziative agireverde dettagliate:
Premesso che il nostro consiglio, prima di inoltrarsi nei sentieri, è di avere con sè una cartina della zona, di sapersi orientare col nord/sud, di non lasciarsi sorprendere dal buio, calcolando bene le ore necessarie per il percorso, eccovi alcuni tracciati che potreste ripercorrere anche da soli, essendo di livello escursionistico. Nota: ovviamente informatevi anche a proposito del meteo e siate prudentissimi in inverno.
Parco montano Alto Matanna, Apuane di sud/est
Da Vetricia (zona Barga) al lago Santo
Castagnata in Garfagnana, Apuane di Campocatino.
Ascensione al m.Nona ( m.1297).
Attraversando i borghi delle Cinque Terre: da Manarola a Monterosso.
Abbazia di San Fruttuoso, Parco naturale di Portofino.
Parco Regionale delle Apuane: al monte Forato.
Rivisitazione zone del Tufo, Amiata e Val d'orcia
Parco Naturale del Bracco Mesco, da Deiva Marina a Framura.
La cascata dell'acquapendente (Cardoso)
Al monte Forato per la variante di Palagnana
Metato, Casoli, Candalla, Metato, anello breve
La Valle del Fiume Frigido: Forno e la via dell’onice.
Da Portovenere al Colle del Telegrafo (Liguria)
Da Isola Santa al rifugio del Freo, sotto la Pania della Croce.
In Val di Vara, percorsi costeggiando il fiume.
Da Bocca di Magra per le alte vie del Golfo
Itinerari completo frazioni camaioresi
Lungo la valle del rio Fortulla
Escursione da Levanto a Monterosso
Orto di Donna, per la foce di Cardeto
Anello di Metato (via bassa frazioni camaioresi - parte -)
Sopra la valle di Camaiore, l'anello di Casoli
Castagneto trekking, via Campigliese fino a Sassetta per il Palio dei micci.
Gombitelli, Torcigliano, Peralla a/r
Mulini del rio Sanguigna, al Gabbro
Santa Lucia, Monteggiori, La Culla
escursione al monte Lieto, da Farnocchia
le città del tufo e la val d'Orcia, una due giorni
Intorno al Rifugio Carrara, le Apuane del marmo
Parco
montano Alto Matanna, Apuane di sud/est
Questa escursione viene effettuata più che per caratteristiche particolari, per la sua facile accessibilità, rendendo possibile una visione delle Apuane di Stazzema/Seravezza dal versante orientale, in maniera estremamen+te agevole ed alla portata di tutti, bambini compresi.Si arriva in auto da Lucca, proseguendo verso Borgo a Mozzano con deviazione a Diecimo per Pescaglia e Pascoso (h.1.30, con eventuale sosta).L’accesso al rifugio Matanna (mt. 1036) è quindi in auto ed esiste anche la possibilità di fermarsi qui, per i sedentari ad oltranza, rimanendo comunque a passeggiare (siamo in una vallata circondata da alture raggiungibili con brevi percorsi) o fermandosi ad un vicino laghetto contornato da declivi erbosi con moltissime mucche al pascolo.
Per coloro che invece vogliono muoversi ci sono tre possibilità:
1) TRAVERSATA al rifugio Forte dei Marmi seguendo il sentiero n°5, tra pareti di roccia liscia intercalate a tratti boschivi (h.1.45).
2) SALITA al m.Matanna (m.1317) attraverso il valico Callare del Matanna (m.1037) dove si gira a sinistra per una facile cresta erbosa(h.1.15).
3)ANELLO attorno al monte Nona, seguendo il sentiero 109 fino alla Foce delle Porchette e scendendo dopo per il sentiero 8, attorno al Procinto, per arrivare quindi al rif.Forte dei Marmi e di nuovo al Callare ed al Rif.Matanna (h.3.30 per buoni camminatori).
Castagnata in
Garfagnana, Apuane di Campocatino.
Dal punto più alto di Vagli di Sopra m.725, a destra, si segue una carrozzabile per circa 40 minuti e, dopo una salita molto dolce, si arriva a Campocatino m.1000.
Già in questo tratto di percorso è possibile effettuare una prima raccolta di castagne, abbondanti sulla strada e nei boschi a ridosso, si arriva comunque nel verde ed ampio bacino di origine glaciale di Campocatino, delimitato da due dossi morenici.
Suggestivo è il massiccio della Roccandagia m.1700 che sovrasta l’intera vallata, verde e spaziosa, punteggiata da alpeggi estivi, edifici pastorizi anticamente adibiti a riparo delle greggi.
Siamo all’inizio di sentieri che raggiungono le cime del m.Tambura, per il passo di Tombaccia , con una bella veduta dei m.Cavallo e del m.Pisanino, resteremo comunque in questa amena vallata visitando il vicino eremo di San Viano, costruzione incastonata nella roccia e raggiungibile in circa un’ora di cammino, ritornando in seguito al posto tappa di Campocatino.
Nel primo pomeriggio sarà poi possibile completare la raccolta di castagne, scendendo nuovamente al paese di Vagli di Sopra per un sentiero immerso nei fitti castagneti che percorreremo in circa un’ora (soste per la raccolta a parte), il sentiero resta sulla destra, uscendo dall’abitato.
Da Livorno sono da calcolarsi circa un’ora e tre quarti di auto per cui è bene non partire troppo tardi.
Durata percorsi: Vagli di Sopra - Campocatino un’ora, Campocatino - Eremo di San Viano a.r.un’ora e mezzo, Campocatino - Vagli di Sopra un’ora.
Difficoltà: facile.
Mese consigliato: Ottobre, prima metà.
Ascensione al m.Nona (
m.1297).
Da Stazzema (m.439) si percorre un sentiero in moderata salita, completamente immerso in un secolare bosco di castagni, per arrivare, dopo circa un’oretta di cammino, al rifugio Forte dei Marmi all’Alpe della Grotta (m.865).
Il rifugio, antica abitazione pastorale è splendidamente situato al limite dei castagneti, proprio sotto le verticali pareti rocciose del m.Nona e del Gruppo del Procinto ed è il punto di partenza per l’escursione vera e propria verso il m.Nona, potendo però rappresentare il punto d’arrivo per coloro che non intendessero proseguire oltre.
Siamo proprio sotto la strapiombante parete di sud ovest del Nona, un enorme lastrone calcareo giallo rossastro striato di nero, ritenuto impossibile da scalare fino al 1966, quando iniziamo ad aggirare la montagna, con l’ambiente che diviene più selvaggio ma anche più affascinante e panoramico.
Tra salti di roccia e zone boschive ci inerpichiamo per un sentiero che lascia sulla sinistra il gruppo di torri e pinnacoli del Procinto e, dopo un tratto iniziale francamente aspro, ci portiamo ad un arco di roccia da cui sarebbe già possibile, per tracce di sentiero, arrivare sulla vetta, in breve comunque e più sicuramente siamo al callare del Matanna seguendo il sentiero principale.
Da qui, valico che mette in comunicazione il versante marittimo del monte con quello garfagnino, per un sentiero di cresta, in circa trenta minuti siamo in vetta a goderci il panorama.
I tempi di percorrenza sono di un’ora circa per il rifugio F.Marmi, di un’altra ora per il callare, di trenta minuti per la vetta del m.Nona(m.1297), più i tempi per il ritorno.
Note di viaggio: Arrivo a Stazzema con l’autostrada prima (uscita Apuane, dopo quella per Viareggio) e la stada normale poi (seguire le indicazioni Seravezza/Stazzema.
Prima del paese di Stazzema c’è uno sterrato sulla destra (con l’indicazione Rifugio Forte dei Marmi), seguirlo fino all’inizio dei sentieri, parcheggiare e prendere il sentiero 6. Arrivati ad un bivio (due sentieri molto larghi, uno di fronte ed uno a destra) si può indifferentemente andare avanti o girare a destra, si troveranno comunque le indicazioni per il rifugio. Arrivati al rifugio domandare per il n 5 (sentiero Bruni) per il Callare.
Durata complessiva, per l’intero percorso (buoni camminatori che si muovano con sicurezza per sentieri accidentati) h.5, per coloro che intendano fermarsi al rifugio F.Marmi h.2.
Al Lago Santo da Vetricia ( zona Barga)
•
Grado di difficoltà: per buoni camminatori, dislivello in salita circa
900 metri, totale percorrenza a/r circa
6 ore.
Sono indispensabili: calzature da trekking, poncho o K-way (il crinale
appenninico è
spesso interessato da perturbazioni passeggere ma alquanto fastidiose), pranzo
al sacco,
una buona scorta d’acqua, visto che le fonti sono tutte sul percorso del
ritorno.
• Percorso auto: da Pisa a Lucca attraverso la strada del foro, quindi
verso la Garfagnana: seguire le indicazioni per Barga: giunti qui, occhio alla
deviazione per Renaio-Tiglio (il primo tratto è un vialone alberato); dopo 10
Km. di strada tortuosa si giunge ad un piazzale in prossimità del piccolo
agglomerato di Renaio; seguire le indicazioni su cartello di legno per Vetricia:
ancora 4 Km. di strada forestale, con tratti di asfaltoalternati ad altri
sterrati, e finalmente si giunge all’altezza del rifugio della Vetricia, ex
caserma della Forestale, appena superato il quale si parcheggia l’auto.
• Il percorso: parcheggiata l’auto sulla forestale all’altezza del
rifugio (a quota 1308),
s’imbocca il sentiero n° 20 che stacca alla nostra destra e, passando
attraverso una bella
faggeta, guadagniamo subito quota. Dopo circa 40’ si esce dal bosco e,
volgendoci alle nostre spalle, potremo ammirare
quasi per intero la meravigliosa catena delle Apuane, immaginando un’ipotetica
traversata, dal Prana al Pisanino, attraverso il magico occhiello del Forato.
Dopo poco s’incontra il raccordo con lo 00 (verso S.Pellegrino), ma si
prosegue decisamente verso Est, fiancheggiando la Cima dell’Omo e giungendo,
dopo circa 30’, all’importante valico della Porticciola(quota 1700): da qui
il panorama spazia, verso Nord-Est, dal Cusna al Cimone e, con un po’ di
fortuna, si vedrà in lontananza la Pietra di Bismantova.
A questo punto si procede sul crinale seguendo il segnavia della
Grande Escursione
Appenninica: in circa tre quarti d’ora guadagnamo la vetta del Giovo: la
fatica è
notevole, ma ampiamente ripagata dalla vista spettacolare che si può godere
dalla croce
sommitale: oltre alle vette già citate, colpiscono l’occhio la visione del
Lago Santo, a
picco sotto di noi e della piana del Serchio.
(Da un’escursione di Enrico Barsotti)
Attraversando
i borghi delle Cinque Terre: da Manarola a Monterosso.
Le 5 Terre : Un percorso classico e di notevole interesse paesaggistico che, comprendendo la famosa via dell’amore, unisce i paesi di Riomaggiore e Monterosso, passando per le altre tre Terre, Manarola, Corniglia, Vernazza e viene percorso in complessive cinque ore, però , essendo ben collegati i diversi borghi da una linea ferroviaria locale, volendo, non sarà necessario farselo tutto a piedi, potendosi interrompere l’escursione per poi riprenderla dal paese successivo, godendosi tranquillamente i diversi panorami ad uno ad uno. PS: a La Spezia sarà necessario acquistare la trenocard, per spostarsi in treno ed accedere al Parco, il costo è di €.8.50 e consente:
L’uso dei pulmini ecologici del Parco e degli ascensori pubblici – L’accesso al Sentiero n. 2 ( che comprende la Via dell’Amore), ai centri di osservazione naturalistica e alle aree attrezzate del Parco- L’ingresso al museo dello Sciacchetrà a Manarola, al museo della Memoria di Riomaggiore e all’antico mulino del Groppo, l’ingresso all’Acquario virtuale a Monterosso al Mare (attualmente chiuso per lavori di restauro) e alla sala multimediale di Levanto - La visita al Centro di Salagione delle acciughe a Monterosso al Mare e la disponibilità gratuita (fino a esaurimento), per tre ore di biciclette e per i percorsi medio alti, Il diritto ad uno sconto sui prodotti acquistati presso i centri di accoglienza del Parco Cinque Terre La Cinque Terre Card Treno consente poi l’utilizzo del treno nella tratta Levanto-La Spezia Centrale e viceversa (sui treni Regionali Diretti e Interregionali in 2° classe) per numero illimitato di viaggi nel periodo di validità della carta scelta dall’utente. Le carte sono acquistabili presso i centri accoglienza del parco situati presso le stazioni ferroviarie dei 5 borghi e di La Spezia Centrale.
In auto arriviamo a La Spezia dove, appena fuori dal casello, ci raggruppiamo e dopo andiamo in città, cerchiamo un posteggio e ci diamo tutti appuntamento davanti alla Stazione, dove acquistiamo la trenocard e prendiamoli treno per Riomaggiore alle 10.50.
La Via dell'Amore
Riomaggiore-Manarola
Difficoltà nessuna - Km 1 - Durata 30'
Era il
percorso pedonale, scavato nella roccia tra il 1926 e il 1928, usato dai
ferrovieri per spostarsi tra le Stazioni di Riomaggiore e Manarola. Oggi è
una piacevole, romantica passeggiata, alla portata di tutti. Sul percorso,
nei pressi di Manarola, si trova il Bar dell’Amore, un punto di ristoro
molto suggestivo, con balconata a picco sul mare.
Manarola-Corniglia
Difficoltà lieve
Km 2 - Durata 1h
dislivello m.120
Dalla Stazione di Manarola si percorre il tunnel e poi si svolta a sinistra verso la Marina, dove si può scegliere: o salire per l’antico selciato che passa accanto al cimitero, oppure percorrere la passeggiata a mare Birolli di Punta Bonfiglio, sino allo scalo di Palaedo, e da qui risalire per il nuovo “Sentiero delle Trasparenze Marine”, sino ad incrociare l’originario sentiero n. 2 in località Laghi(alt. mt 35). Qui la via pedonale assume un andamento dolce per tutta la lunghezza del sottostante Spiaggione di Corniglia. Superato il sottopasso ferroviario, il sentiero risale per arrivare in Stazione, dove c’è un punto di ristoro, e poi si arriva ai piedi della scalinata Lardarina, che porta al paese di Corniglia.
Corniglia-Vernazza
Difficoltà lieve - Km 4 - 1h 30'
- dislivello
150m
A Corniglia si attraversa la strada carrozzabile e si imbocca il Ponte del Canale, sotto il quale scorre il Rio della Groppa. Si rasenta le mura di Casa Zattera e poi un uliveto ( da dove parte il sentiero /b che sale a Case Fornacchi) e si raggiunge un suggestivo punto panoramico. a strapiombo sulla spiaggia di Guvano. Si attraversa tutta la conca di Guvano, incontrando una piccola sorgente sotto la strada, e si trova un’area attrezzata. Ci si inerpica quindi sino alla quota più alta del Sentiero Azzurro, ai 208 metri del borgo di Prevo, provvisto di un punto di ristoro. Ha poi inizio la discesa (la prima parte in scalinata) verso Vernazza, tra gli
oliveti prima e i vigneti poi.
Vernazza-Monterosso
Difficoltà media - Km 3 - durata 2h -
dislivello 260m
Dalla
piazzetta di Vernazza si sale, passando sotto un arco, per la panoramica Costa
Messorano, tra vigneti e ulivi e si prosegue per la valle di Cravarla, tra
quota 150 e quota 200 metri, e poi si percorre la Costa Linaro e la piccola
valle del Fosso Mulinaro. Si arriva così alla conca dell’Acquapendente, dove
alcune famiglie residenti continuano a coltivare ulivi, viti, limoni e ortaggi.
Si attraversa un ponticello, sotto il quale scorre un ruscello che poco dopo va
a tuffarsi in mare da un’alta parete rocciosa. Dopo Acquapendente si scende per
una ripida scalinata tra vigneti ed orti di limoni protetti da alte mura, e si
procede verso Punta Corone e quindi si scende a Monterosso, con due
diramazioni: a destra verso il paese, con sbocco in piazza Garibaldi; a sinistra
verso la scogliera Corone e sino al limite della spiaggia. Da piazza Garibaldi
il percorso
torna unico sino al capolinea di Fegina, davanti alla Stazione.
mulino del Groppo
Antico edificio del 1700, è
stato ristrutturato nel 2003 per iniziativa del Parco Nazionale delle Cinque
Terre - con i fondi dell'Unione Europea e della Regione Liguria - con una
duplice finalità: agevolare il difficile e faticoso lavoro dei contadini delle
Cinque Terre restituendo loro una struttura funzionante e moderna dove conferire
le olive, e dedicare parte del fabbricato a scopi didattici.
Il piano terra, dove la monumentale mola del 1820 ha ripreso a girare mossa
dall'acqua del Rio Groppo, ospita infatti una nutrita raccolta di arnesi e
strumenti antichi utilizzati nei campi per la pulitura degli ulivi, la raccolta
e lo stoccaggio dei loro frutti e la conservazione dell'olio.Per raggiungere
l'antico mulino del Groppo è possibile utilizzare i pulmini verdi dell'Ente
Parco che partono dal borgo di Menarola
Museo della memoria a Riomaggiore
Il piccolo museo, che sorge a Riomaggiore nella parte alta di via Colombo, permette al visitatore curioso un tuffo multimediale nella storia e nel territorio delle Cinque Terre. I personal computer, liberamente usufruibili dal pubblico, permettono di approfondire, con testi (in italiano e inglese) e ricche gallerie fotografiche, i costumi e le tradizioni delle Cinque Terre e delle sue comunità, l’ambiente naturale tipico di questa costa con le sue erbe e piante spontanee utilizzate nei settori alimentare e cosmetico, scoprire la cartografia storica e quella moderna di questo territorio e la sua rappresentazione nell’arte e nella poesia, e infine informarsi in merito ai numerosi progetti promossi dal Parco Nazionale delle Cinque Terre per la tutela e la valorizzazione di questo inestimabile patrimonio naturale, storico e culturale. Apertura h.10/17
museo dello Sciacchetrà a Manarola Nato per iniziativa del Parco Nazionale delle Cinque Terre, è dedicato al vino passito che ha reso celebri le Cinque Terre nel mondo sin dal Medioevo e che ha ottenuto la DOC nel 1973. E’ uno spazio che permette al visitatore di scoprire - tramite pannelli, approfondimenti tematici e multimediali liberamente usufruibili dal pubblico e l’esposizione di numerosi oggetti della tradizione contadina provenienti dalla ricca collezione di Anselmo Crovara - la suggestiva storia dello Sciacchetrà: dall’ambiente naturale disegnato, generazione dopo generazione, dal lavoro e dalla fatica della gente di queste coste, alle tecniche di coltivazione lungo le fasce terrazzate sino ai sistemi di vinificazione dei vitigni principe Bosco, Albarola e Vermentino. Il museo, che sorge a Manarola nella via centrale che sale alla chiesa parrocchiale di San Lorenzo, è aperto tutti i giorni dalle ore 10.30 alle ore 17.30.
Cosa vedere a:
Riomaggiore - Stretto tra due ripide colline terrazzate che scendono al mare in ripide balze, l’antico borgo di Riomaggiore, colpisce il visitatore con le sue case costruite in verticale e deliziosamente colorate, mentre passeggiando tra i vicoli, le volte e le scale del borgo, si resta affascinati dall’alternarsi di luci ed ombre. Tutte le abitazioni hanno due entrate: una sulla facciata a livello del vicolo, l’altra sul retro all’altezza della strada superiore, struttura che, nel 1500 garantiva una via di fuga in caso di attacco da parte dei saraceni. Le prime notizie sul territorio di Riomaggiore risalgono al 1239, quando i popoli del distretto di Carpena giurarono fedeltà alla Compagnia genovese, e a quando nel 1251, gli abitanti delle piccole frazioni a mezza costa di Casen, Cacinagora, Saricò e Lemen decisero di confluire alla foce del “rio” e fondare Riomaggiore. Nell’ottocento, il paese allora abitato da circa 3000 persone, incantò il pittore fiorentino Telemaco Signorini, esponente di spicco della corrente dei macchiaioli. Quanto fosse affascinato da questo borgo lo si vede nei suoi quadri, in cui ha ritratto gli scuri e tenebrosi angoli più nascosto dei vicoli, i chiaroscuri degli slarghi e le ombre delle scalinate. Nella parte alta del paese si può visitare la chiesa di San Giovanni Battista, edificata nel 1340 a pianta basilicale, con pilastri in stili diversi e con le due porte gotiche. Nel borgo meritano una sosta l’oratorio di Santa Maria Assunta del 1500, l’oratorio di Sant’Antonio Abate e l’oratorio di San Rocco.
Manarola - Un affresco dai colori solari, un paradiso di vitigni ed ulivi, un antico borgo dai colori salini nel quale le case sembrano nascere dalla scogliera della lunga e stretta marina.Le prime testimonianze storiche su Manarola appartengono alla seconda metà del Duecento e sono legate alle vicende del dominio della famiglia dei Fieschi di Lavagna.Questi ultimi, da tempo in lotta con la repubblica di Genova, furono battuti nel 1273 quando la Superba inviò una flotta di 14 galee per contrastare il ribelle Niccolò Fieschi, signore del borgo. Sotto Genova, il paese conobbe un progressivo sviluppo, diventando uno dei maggiori produttori di derrate, soprattutto di vino ed olio, e proprio a questa vocazione agricola Manarola deve l’origine del suo nome, che gli storici sostengono derivare da un Manaraea dialettale, precedente all’attuale Manaaea, risalente ad un antico magna Roea, cioè magna rota, grande ruota da mulino ad acqua. Nella parte bassa del paese infatti si può ancora ammirare il vecchio mulino o frantoio, restaurato dal Parco Nazionale. In piazza Papa Innocenzo IV, si possono visitare: La chiesa di San Lorenzo, in stile gotico-ligure edificata nel 1338, è costituita di tre navate, con un interno barocco dalla volta a botte, il Campanile Bianco a pianta quadrata, antica torre di avvistamento e difesa, eretto nel XIV secolo, il quattrocentesco Oratorio dei Disciplinati della Santissima Annunziata e l’antico ospedale di san Rocco.
Corniglia - Un antico borgo romano con una lunga e ricca tradizione agricola. Arroccato su di una suggestiva scogliera alta un centinaio di metri, Corniglia è l’unico paese ad essere quasi inaccessibile dal mare. Per raggiungerlo bisogna salire “Lardarina”, una lunga scalinata di mattoni (33 rampe con 377 gradini), o percorrere la strada carrozzabile che sale dalla ferrovia. L’abitato, circondato su tre lati da vigneti e terrazzamenti, si sviluppa seguendo la “struttura a nastro” della principale Via Fieschi. Il paese ha origini romane, ed il toponimo Corniglia deriva dal colono romano Corneliu, produttore dell’allora già rinomato vino bianco. È interessante ricordare che durante gli scavi di Pompei, furono ritrovate anfore vinarie sulle quali compariva il nome di “Cornelia”. In questo meraviglioso borgo, il turista può visitare la settecentesca piazza di largo Taragio con il suo Oratorio di Santa Caterina, affascinante palcoscenico teatrale fra le case, e la parrocchia di San Pietro; uno fra i monumenti più interessanti di tutta la costa, bellissimo esempio di gotico ligure. L’edificio fu eretto nel 1334, mentre nel 1351 fu realizzato il rosone in marmo bianco di Carrara, opera dei pistoiesi Matteo e Pietro da Campigna. All’interno sono particolarmente interessanti il fonte battesimale del XII secolo, le statue degli Evangelisti, ed il polittico diviso in spicchi che raffigura i Maestri.
Vernazza - Arroccata su di una maestosa ed affascinante scogliera, Vernazza compare già nelle cronache del 1080 come borgo fortificato ed efficiente base marittima dei marchesi obertenghi, probabile punto di partenze e di approdo delle forze navali impiegate per la difesa dai saraceni. Il medioevale borgo, con i suoi vicoli magici e misteriosi racchiusi fra le case multicolori, rosa, rosse e gialle, oggi affollato dai turisti provenienti da tutto il mondo, e classificato fra i primi cento borghi più belli d’Italia, vanta un’ antica e lunga tradizione marinara, un orgoglioso passato di naviganti e condottieri. Nel 1170 Vernazza al fianco di Genova combattè e vinse contro i Pisani, e come fedele alleata della Repubblica, a metà del mille duecento fu coinvolta negli scontri con le truppe di Federico II. In questo meraviglioso borgo dal passato glorioso è bello arrivare via mare, qui il turista, raggiunto il porticciolo racchiuso fra le case dai tenui colori pastello, può visitare la chiesa di Santa Margherita di Antiochia. L’edificio, citato per la prima volta nel 1318, arricchito con ampie finestre trilobate, è dotato ad est di un corpo medioevale, ad ovest rinascimentale. Ma Vernazza vanta anche i resti del suo possente sistema difensivo. Dell’antica struttura fortificata rimangono oggi i resti della cinta muraria, il Castello Doria, la torre di avvistamento del XI secolo, il Belforte, e la Torre del Convento dei Padri Riformati di San Francesco.
Monterosso- Le prime notizie storiche su Monterosso risalgono al 1201, quando i signori di Lagneto, proprietari del castello di cui oggi rimangono alcune rovine, stipularono una convezione con Genova che nel 1214 fondò la comunità di Monterosso, ed iniziò a fortificare il borgo per proteggerlo dalle violente incursioni saracene, costruendo il più imponente sistema difensivo delle Cinque Terre. A Monterosso al Mare, amato da Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975, che trascorreva l’estate nel “ Paese roccioso e austero, asilo di pescatori e contadini…” come lui scriveva, il turista può soggiornare nella moderna e balneare Fegina, oppure visitare il variopinto e medievale centro storico. Qui fra vicoli stretti ed intricati sorge la chiesa di San Giovanni Battista, edificata a partire dal 1220. L’edificio in stile gotico-genovese, con una bella facciata a paramento bicromo, mostra tra la porta e l’abside la torre campanaria, innalzata a scopo difensivo e poi sopraelevata nel 1400. Interessanti sono anche il convento dei cappuccini che risale al XVII secolo e la chiesa di San Antonio del Mesco del 1335. A Fegina si può ammirare la villa liberty della famiglia Montale, mentre sul promontorio che separa Fegina dal paese vecchio, si può visitare l’articolato sistema difensivo con le mura della cittadella, i resti dell’antico castello con le sue due torri, e sulla scogliera ai piedi dell’altura rocciosa la maestosa Torre Aurora.
Le
frazioni Camaioresi: prima parte, S.Lucia, Monteggiori, La Culla.
La
Traversata delle Frazioni Camaioresi è un sentiero che unisce diverse frazioni
del comune di Camaiore, ed è un
percorso vario, di grande respiro e di straordinario pregio ambientale, con
bellissimi panorami sia sulla piana di Camaiore che sulla costa, potendo il
nostro sguardo spaziare sul mare fino alle isole di Gorgona, Capraia
ed a volte anche alla Corsica. Ora immersI nel verde di boschi di
castagni e lecci e faggi, ora tra gli oliveti che qui abbondano, la gita odierna
prevede il primo tratto dei 30 Km possibili, quello che unisce i paesi di Santa
Lucia, Monteggiori e La Culla, borghi
deliziosi e benissimo illustrati da cartelli esplicativi.
Partiamo
da S.Lucia, prendendoci il tempo per dare un’occhiata al paese, anche perché
dal minuscolo piazzale della chiesa si gode una straordinaria veduta a 180° e
sulla pianura e verso la marina versiliese, inoltrandoci poi per un sentiero
ampio e pianeggiante, tagliando la collina e la zona dei coltivi, sempre
seguendo dei segni bianco/gialli.
Al termine,
girando a sinistra, andiamo per l’asfaltata in salita ed andiamo a cercare
l’itinerario per Monteggiori.
Il paese,
con un campanile dominante, ha i caseggiati che scendono a scalinata ed appaiono
come un quadro pittoresco, incorniciato da colossali cipressi e con viuzze
rimarcate da vecchie mura in pietra o racchiuse da
alti caseggiati e dai resti della fortezza: l’illusione è quella di
respirare ancora aria antica.
Anche qui, o
all’andata o al ritorno, il paese meriterà una sosta.
Avviandoci
quindi verso la Culla seguiremo adesso e per un breve tratto la strada comunale
Camaiore – Monteggiori per poi, in località la Balza, inoltrarci per una
ripida mulattiera che sbocca infine sul minuto piazzale della chiesa.
Alla
Culla, come del resto negli altri paesi dell’itinerario, si resta
piacevolmente sorpresi da un’infinità di aspetti ormai legati ad un mondo
sconosciuto e relegato nelle pieghe della memoria, scoprendo che camminare è
anche vedere, meditare, confrontare e conoscere.
Oggi
eviteremo il sentiero per Greppolungo (h.1,30) e non perché sia trascurabile ma
solo perché in alcuni momenti è
disagevole e scivoloso, a maggior ragione se vi è stata pioggia nei giorni
precedenti e quindi lo segnaliamo solo per chi eventualmente lo voglia
percorrere in altra occasione. Poco sopra il paese invece, con una piccola
deviazione dal nostro itinerario e nascosto tra fitti boschi di lecci si trova
l’antichissimo insediamento pastorale del “Villaggio dei Lecci”. Qui
andremo per concludere la nostra prima visita allr frazioni basse camaioresi.
Il tempo di
percorrenza a/r della traversata è di circa 3 ore, non comprensive delle soste
nei paesi e dell’ultima deviazione. Difficoltà E.
Abbazia
di San Fruttuoso, Parco naturale di Portofino.
Tra Camogli e Portofino si apre una deliziosa baia con in fondo l’abbazia di San Fruttuoso(sec.XIII); Abbazia benedettina, covo di pirati, proprieta’ per secoli dei principi Doria, e’ un luogo che la natura e la storia hanno reso assolutamente unico.
La passeggiata si svilupperà lungo un percorso che da Ruta, frazione di Camogli, arriverà alla baia per sentieri immersi in fitti boschi di castagni, lecci e pini marittimi, svelando, nel mentre scenderemo verso l’Abbazia, panorami marini di rara ed incontaminata bellezza
In auto fino a Recco prima, a Camogli poi e da qui a Ruta.
Percorso non troppo impegnativo della durata di circa 4 ore, con sosta e possibilità di visita all’Abbazia di San Fruttuoso.
Descrizione itinerario: Ruta, Portofino Vetta, Gaixella. 30 mt. di percorrenza, dislivello da 260mt a 430mt.
Da Ruta prendiamo per una scalinata, svoltiamo all’altezza di Chiesa San Michele e ci inoltriamo nel sentiero, tra campagna e bosco, attraverso una lecceta, molto fitta in epoca romana, sostituita poi da pini e castagni, che comunque alterna ancora lecci e macchia, sempre presente dopo disboscamenti o incendi.
Seguendo l’itinerario, contraddistinto da un quadrato rosso, proseguiamo in un bosco discretamente luminoso, che favorisce la crescita di un ricco sottobosco, ospitante numerosi animali: riccio, scoiattolo, volpi e faine, oltre ad una ricchissima avifauna con pettirossi, fringuelli, merli e scriccioli, oltre al picchio.
Arriviamo ad alcuni ripetitori della Rai, a Portofino Vetta, incamminandoci quindi verso Gaixella, per ammirare un panorama che abbraccerà i due golfi, Paradiso e Tigullio, delimitati dal Promontorio, e con essi l’intero arco ligure.
Da qui andiamo per Pietre Strette, restando sempre in quota e, dopo aver attraversato un bosco di pini marittimi con all’esterno il castagno ed il carpino nero, il suolo diviene rossastro, inizia a ricoprirsi di edera, con fioriture primaverili di anemoni, scilla ed erba trinità ed arriviamo infine ai grandi torrioni di roccia, da cui la località prende il nome e da cui si dipartono i sentieri per tutte le località del Parco.
Adesso la nostra direzione sarà San Fruttuoso: il sentiero è segnalato con un cerchio e ci porterà a livello del mare, dopo un cammino di circa 50 minuti.
Scendiamo per la stretta valle, in fondo alla quale si cela l’Abbazia, percorrendo un ambiente fresco ed umido, con sottobosco di pungitopo ed edera, notando torrentelli e case abbandonate e muri a secco e canneti e felci, dove giunge l’acqua, attraversiamo una piccola lecceta e siamo alla cinquecentesca Torre dei Doria.
Da qui alla spiaggia ed all’Abbazia che è possibile visitare unitamente alla Torre dei Doria.
Sosta e quindi
ritorno: risaliamo verso Base 0 per un itinerario molto panoramico che
raggiunge il crinale orientale della vallata di San Fruttuoso, in uno splendido
e vario susseguirsi di ambienti mediterranei, con un sentiero
contrassegnato da due cerchi rossi che ci impegnerà per circa 30
minuti e ci porterà a 226 mt.slm, prima lungocosta e poi risalendo nuovamente
verso Pietre Strette, da qui a
Portofino Vetta, Gaixella e Ruta.
Parco Regionale delle Apuane: al monte Forato.
Si prende l’autostrada per Viareggio ed all’uscita successiva, indicata con Apuane, prendiamo per Seravezza, Stazzema.
All’ultimo tornante prima del paese si segue a destra la carrozzabile con l’indicazione rifugio Forte dei Marmi, si prende una medioevale mulattiera per la Foce di Petrosciana (sentiero n°6) e si percorre un sentiero in moderata salita, completamente immerso in un secolare bosco di castagni, arrivando, dopo circa un’oretta di cammino, al rifugio Forte dei Marmi all’Alpe della Grotta (m.865).
Il rifugio, antica abitazione pastorale è splendidamente situato al limite dei castagneti, proprio sotto le verticali pareti rocciose del m.Nona e del Gruppo del Procinto ed è il punto di partenza per l’escursione vera e propria verso il m. Forato, noi comunque lo eviteremo non prendendo la deviazione che in 20 minuti ce lo farebbe raggiungere e proseguiremo invece per il sentiero n°6.
Arrivati al bivio con il sentiero n°8, che ci porterebbe alla Foce delle Porchette e quindi al m.Croce, proseguiamo ed in circa 50 minuti, sempre con il n°6, arriviamo alla Foce di Petrosciana (m.961).
Da qui prendiamo il sentiero 131, una variante che costeggia il versante orientale garfagnino del monte con vista sul versante sud della Pania Secca ed in falsopiano raggiungiamo prima una grotta e poi Casa del Monte trovando il sentiero n°12 da dove, in leggera salita (0.45 mt.), raggiungiamo il m.Forato (non prendere nell’ultimo tratto il sentiero 130 che, scendendo, ci porterebbe a Fornovolasco).
Durata del percorso: Stazzema/ Rifugio F.Marmi, 50 minuti.
Rifugio F.Marmi/Foce di Petrosciana, 60 minuti.
Foce di Petrosciana/m.Forato, ore 1.15.
In discesa i tempi più o meno si equivalgono per cui l’escursione durerà circa 6 ore, con percorso di media difficoltà adatto a sperimentati camminatori, lo spettacolo dell’Arco Naturale del m.Forato ripagherà ampiamente della fatica.
Parco
dell’Orecchiella: un
ambiente di notevole pregio naturalistico ed un esempio significativo
di recupero ambientale.
Attraverso la riserva biogenetica di Lamarossa.
COME ARRIVARCI:
Autostrada fino a Lucca, quindi direzione Castelnuovo Garfagnana e poi Corfino (Dopo Castenuovo seguire la strada, fino a trovare le indicazioni per il Parco).
Descrizione del percorso odierno:
Dal Centro Visitatori seguiamo la strada fino ad una grande fontana, ci saremo in 15 minuti,
arriviamo ad un bivio (a sinistra per Casini di Corte, a destra per Campaiana), saliamo a destra e, dopo circa 5 minuti, lasciamo lo sterrato per entrare nel bosco (a sinistra), iniziando il sentiero di Airone 3. Attraversiamo rigogliose faggete e radure, costantemente accompagnati dal rumore dell’acqua che sgorga dalle numerose sorgenti per diventare ruscelli ovunque ed accompagnarci lungo la passeggiata.Dopo circa h.1. troviamo una radura più ampia delle altre con uno specchio d’acqua ed una strada sterrata che gira a sinistra e torna indietro verso Casini di Corte, noi invece saliamo per il sentiero sulla nostra destra ed arriviamo, dopo un’altra oretta di cammino, ai prati dell’Incisa. Sosta pranzo e ritorno: prima 10 minuti di sterrato a destra e poi, sempre a destra, troviamo un largo sentiero, rientriamo nel bosco e ripercorriamo il percorso a ritroso (Se si è stanchi, usciti dai Prati e trovata una sbarra di fine sentiero Airone- a sinistra c’è un sentiero del C.A.I che si impenna in un'erta salita- noi seguiamo la strada a destra, fino a ritrovare il fontanone iniziale. E’ sufficiente scendere per circa 0.45 mt, sempre seguendo la strada larga e sempre in discesa).
Toscana da incorniciare: Le città del Tufo, l’Amiata e la val d’Orcia
note
di viaggio: La due giorni si
svilupperà principalmente sull'asse Pitigliano, Piancastagnaio e Pienza, salvo
possibili variazioni che potrebbero esserci in base ad oggettive variabili
oppure che si decida di prolungare la visita ad un borgo piuttosto che ad un
altro o anche che rimanga tempo a sufficienza per poter poi essere regolarmente
in Riserva a cena e quindi al Crastatone la sera. Questo detto: se a Pitigliano
non ci sono problemi bene, altrimenti si visita Sorano che è altrettanto bella
e prima di questo si passa per i colombari, la via cava di San Giuseppe e poi
per la necropoli di San Rocco, per arrivare alla Riserva del Pigelleto per la
cena e quindi a Piancastagnaio, per la festa. Il giorno dopo decideremo il da
farsi, ma, in linea di massima, faremo castagne in riserva, facendo poi tappa
(decideremo) a Terme San Filippo, conosciuta per alcune sorgenti termali
sulfuree, ricche di carbonato di calcio o Bagno Vignoni (famosa per la piazza
centrale che è una grande vasca termale) , quando non invece direttamente a
Pienza............decideremo in base a quelli che saranno stati i nostri tempi
di percorrenza. N.B. Da non perdere sarà comunque, vicino Pienza, il borgo
di Monticchielli.
Pitigliano,
città etrusca
Sconosciuto
il nome etrusco, quello attuale deriva dalla gens Petilia, importante
famiglia romana. Leggendaria la fondazione del villaggio da parte di due romani,
Petilio e Celiano, da cui – unendo i loro nomi - sarebbe derivato Pitigliano.
• 2300-1000
a.C., è documentato un villaggio dell’età del bronzo, ma la rupe di
Pitigliano, come tutta la valle del fiume Fiora, fu frequentata sin dal
Neolitico (VI millennio a.C.) e poi nell’età del rame.
• VIII sec. a.C., l’insediamento etrusco, dovuto alla
vicina città di Veio, raggiunge l’apogeo nel VI sec., sostituendo il vicino
centro di Poggio Buco posto sulla Fiora, che ha restituito necropoli e resti di
un tempio; intorno al 500 a.C. è probabilmente distrutto da Porsenna, re di
Chiusi.
• I sec. a.C.-II d.C., la presenza romana, con fattorie
e villaggi posti sulle strade principali, è segnalata da vari interventi
costruttivi nel pianoro di fronte alla rupe di Pitigliano.
• 1061, appare per la prima volta il toponimo Pitigliano
in una bolla di Nicola II ai canonici di Sovana.
• 1188, in un altro documento, Pitigliano compare come castro
(borgo fortificato) in possesso dei conti Aldobrandeschi, signori di tutta la
Maremma, cui appartiene da poco dopo il Mille.
• 1274, Pitigliano risulta uno dei maggiori fortilizi
della contea degli Aldobrandeschi nelle guerre con il Comune di Orvieto.
• 1313, gli Orsini subentrano per via matrimoniale agli
Aldobrandeschi nella Contea di Sovana; costretti a lunghe lotte con i Comuni
prima di Orvieto e poi di Siena, dopo la conquista da parte di quest’ultima di
quasi tutta la Maremma, compresa Sovana nel 1410, gli Orsini
spostano a Pitigliano la capitale della contea.
• 1466, la piccola contea ursinea acquista forza con
l’avvento al potere di Niccolò III, capitano di ventura al servizio dei
maggiori Stati italiani; con lui Pitigliano si arricchisce di monumenti
rinascimentali, a cui lavorano artisti come Antonio da Sangallo, Baldassare
Peruzzi, Anton Maria Lari.
• 1604, Ferdinando I, granduca di Toscana, acquista
tutti i possedimenti degli Orsini: finisce così la contea di Pitigliano; dalla
metà del secolo comincia a crescere il numero degli ebrei, che qui trovano
rifugio sicuro; nel 1643 i Medici sventano un tentativo di
occupazione da parte delle truppe pontificie.
• 1843, Pitigliano assume il titolo di città con il
trasferimento della Diocesi da Sovana e grazie alla crescita economica seguita
alle riforme illuministiche.
Descrittivo:
L’abitato di Pitigliano, tutto costruito in
tufo, è inserito nel paesaggio con una compattezza tale che è quasi
impossibile separare l’opera dell’uomo da quella della natura. E se ci si
guarda bene intorno, si ha l’impressione che la luce vibri all’unisono con i
nostri pensieri, che le colline ci corrano incontro con le loro verdi effusioni,
che le rocce di tufo nascondano ancora il genio etrusco e che, distesa sulla sua
rupe a forma di mezzaluna ed isolata dall’erosione millenaria di tre fiumi che
le scorrono intorno e difesa da fortificazioni cinquecentesche, ci guardi
dall’alto un complesso ferrigno e gagliardo, segnato dall’arte della guerra
ma ingentilito dal tocco del Rinascimento.
Palazzo Orsini
è il maggiore monumento di Pitigliano. Di origine medievale (XIV secolo), la
residenza dei conti Orsini fu ristrutturata per Niccolò III, nella prima metà
del Cinquecento, dall’architetto Antonio da Sangallo secondo i canoni
rinascimentali, evidenti negli stemmi, nelle porte bugnate, nella piazzetta con
colonnato, nel pozzo esagonale, nell’elegante portale d’ingresso e nelle
sale interne, ora sede del museo d’arte sacra.Sulla
La via principale conduce a un’altra piazza, dove si trova la Cattedrale,
ampliata nel Settecento in forme barocche, con bella facciata e grandioso altare
all’interno. Tra stucchi e dorature, spiccano le tele di Pietro
Aldi e di Francesco Vanni. A fianco
della Cattedrale si eleva la torre
campanaria che caratterizza il profilo urbano dell’abitato. In fondo alla
piazza si erge una stele in travertino recante sculture rinascimentali e
sormontata da un piccolo orso araldico, nota come monumento alla
progenie ursinea (1490). Da qui
si raggiunge un’altra piazzetta, cuore dell’antico rione di Capisotto, con
la chiesa di S. Rocco,
ricordata già nel 1274 come chiesa di S. Maria. Ha una sobria facciata
rinascimentale e un interno decorato con affreschi e stemmi dipinti. Proseguendo
si giunge alla punta estrema della rupe e alla Porta di Capisotto
(o di Sovana), di fianco alla quale è conservato un tratto di mura
etrusche del VI secolo a.C.
A
metà di via Zuccarelli si trova il Ghetto.
Molti sono i ricordi della comunità ebraica, vissuta per mezzo millennio a
Pitigliano, che fu luogo di rifugio per gli israeliti ed esempio di convivenza
tra ebrei e cristiani, tanto da meritarsi la definizione di “Piccola
Gerusalemme”. La Sinagoga,
rivolta a est, è stata recentemente restaurata ed ha recuperato il suo arredo,
con l’Aron (Arca Santa) sul fondo, la Tevà (il pulpito) al
centro, il matroneo per le donne in alto, i lampadari e le decorazioni dipinte,
tra cui la scritta che ricorda la fondazione del tempio nel 1598. Sotto la
sinagoga si sviluppano vari ambienti scavati nel tufo - il bagno rituale, la
macelleria e la cantina kasher, il forno degli azzimi - tutti recuperati negli
ultimi anni, quando è stata realizzata la Mostra di cultura ebraica. Poco
fuori, il cimitero ebraico
custodisce monumenti funebri dell’Ottocento.
Lungo la strada per Sorano, sul costone tufaceo e oltre il torrente che dà vita
a una bella cascata, si trova il rinascimentale Parco Orsini
di cui rimangono, in mezzo alla vegetazione, padiglioni, statue e sedili
intagliati nel tufo. Circondano il borgo verdi declivi, piccole valli con
torrentelli e cascate, rupi su cui il sole al tramonto stempera i suoi colori.
Emozionante, in questo contesto, è addentrarsi nei cunicoli (le vie
cave) scavati dagli
etruschi nel tufo tra il muschio, le felci e il fitto fogliame degli alberi, e
che finiscono per intersecare le necropoli dove è stato allestito il Parco
archeologico
all’aperto. Dalle mistiche vie etrusche alle stalle e cantine ricavate nel
dedalo di gallerie sotterranee, tutto riconduce alla “civiltà del tufo” di
cui la gente di Pitigliano è erede.
Ricapitolando:
Cosa visitare a Pitigliano? (seguire le indicazioni dei cartelli):
Archi dell'acquedotto Mediceo:
costruiti tra il 1636 e il 1639 questi archi sono caratteristici dell'immagine
di Pitigliano. Sono due grandi archi sorretti da un pilastro e collegati a
tredici archi più piccoli.
Centro storico: l'abitato medioevale si erge su una rupe tufacea. Vi sono
tre vie principali collegate da una fitta rete di vicoli, alcuni dei quali
finiscono a strapiombo sulla rupe. Alcune abitazioni presentano ancora portali
decorati, stemmi gentilizi e cornici di travertino alle finestre. Nel sottosuolo
si trovano innumerevoli gallerie, la maggior parte delle quali di epoca etrusca.
Chiesa di Santa Maria o di San Rocco: Le notizie a riguardo piùù
antiche risalgono al 1276 ed è probabilmente la più antica di Pitigliano.
Cimitero ebraico: Risale alla seconda metà del XVI secolo.
Duomo: fu restaurato per volontà del conte Niccolò III Orsini nel 1507.
Ulteriori modifiche furono apportate dai Medici e dai Lorena.
Fortezza Orsini: costruita tra il 1543 e il 1545 per volontà del conte
Gianfrancesco Orsini. La fortezza, a pianta poligonale, presenta due bastioni
che servivano a agli attacchi nemici, oggi utilizzati come abitazioni private.
Monumento alla progenie Ursinea: pilastro di travertino decorato, alla
cui sommitàè collocato l'orso araldico..
Palazzo Orsini: costruito tra la fine del XV e la prima metà del XVI
secolo fu la residenza dei Conti di Pitigliano e Sorano. Il palazzo oggi ospita
due musei: il Museo Civico Archeologico e il Museo di Palazzo Orsini, insieme
alla Biblioteca e all'Archivio storico comunale e alla Biblioteca e all'Archivio
storico diocesano.
Il Crastatone
la più
antica manifestazione sulla Castagna del Monte Amiata e tra le più antiche in
assoluto.
Celebra la fine del raccolto della castagna e l'inizio
della stagione invernale. Organizzato dalle Contrade, dalla Pro Loco e dalle
numerose Associazioni locali, è un evento ricco di iniziative rivolte alla
valorizzazione del territorio in tutte le sue caratteristiche, con mostre d'arte
ed artigianato che riescono a far calare il visitatore in una atmosfera unica e
ricca dei profumi: un momento di
festa per tutti.
Il centro storico poi, rivestito d'Autunno ed
illuminato a giorno, mostra Piancastagnaio in tutta la sua bellezza.
Piancastagnaio
sorge sul versante sud-orientale del monte Amiata e deve il suo nome,
con
tutta probabilità, al composto di "piano", con il significato
di "luogo pianeggiante", e di "castagnaio",
derivante dal latino "castanea" con riferimento all'abbondanza
dei castagneti in zona. La fondazione del borgo avvenne in epoca alto medievale,
sottoposto fin da subito alla giurisdizione degli Aldobrandeschi, che vi
costruirono una imponente fortezza ancora oggi visibile.
Nel corso dei secoli successivi venne conteso tra gli Aldobrandeschi, ed
i monaci della vicina Abbazia di Abbadia San Salvatore e la famiglia dei
Visconti. Nel corso del XII secolo la città di Orvieto estese la sua influenza
sul borgo, annettendolo all'inizio del secolo successivo ai suoi possedimenti.
Dalla metà del XIV secolo poi, la Repubblica di Siena entrò in competizione
con la città di Orvieto per il controllo di Piancastagnaio, riuscendo,
all'inizio del secolo successivo, ad annettere il territorio al suo contado.
Piancastagnaio entrò a far parte del Capitanato di Radicofani, rimanendo in
tale condizione fino a metà del XVI secolo, quando la Repubblica di Firenze,
dopo aver sconfitto precedentemente quella di Siena, annesse Piancastagnaio ai
propri domini, dando inizio alla dominazione dei Granduchi de' Medici, i quali
erano a quel tempo al potere in Firenze. All'inizio del XVII secolo Ferdinando I
de' Medici concesse in feudo il borgo a Giovanni Battista Bourbon del Monte e
successivamente, con l'avvento dei Duchi di Lorena al potere, avvenuto
all'inizio del XVIII secolo, il feudalesimo venne abolito. Nel 1776 Pierto
Leopoldo di Lorena elevò il borgo di Piancastagnaio al rango di comune
autonomo, dotato di propri statuti e tale rimase fino all'Unità d'Italia,
avvenuta nel 1861 ad opera del Re Vittorio Emanuele II di Savoia.
Tra i
monumenti di maggiore rilievo a Piancastagnaio
citiamo
qui la Chiesa di San Bartolomeo, il Santuario della Madonna di San Pietro, la
Chiesa di Santa Maria Assunta, il Palazzo Pretorio e soprattutto la Rocca
Aldobrandesca.
Pienza
piccola città
del senese, è un esempio raro di urbanistica rinascimentale portata a
compimento. Definita di volta in volta la 'città ideale', la 'città utopia',
essa rappresenta oggi concretamente una delle modalità costruttive attraverso
le quali in età rinascimentale si cercò di realizzare un modello di vita e di
governo 'ideale' sulla terra, elaborando un'idea di città che fosse in grado di
dare risposte concrete al desiderio di convivenza civile pacifica e operosa
degli uomini. Era "l'utopia della civitas" vanamente inseguita dagli
uomini dell'antichità. Pienza ha attualmente due musei e un terzo sta per
nascere.La sua collocazione al centro della Val d'Orcia, una valle bellissima e
intatta dal punto di vista paesaggistico, rende la cittadina perfettamente in
grado di documentare ancora oggi l'interesse fondamentale che l'architettura
umanistica pose nel rapporto uomo-natura, anche in riferimento all'importanza
che questo rapporto ebbe durante l'età classica.Oggi Pienza fa parte di un
sistema territoriale chiamato "Parco Artistico, Naturale e Culturale della
Val d'Orcia", che mira alla conservazione dello straordinario patrimonio
artistico dei cinque comuni che ne fanno parte: Castiglion d'Orcia, Montalcino,
Pienza, Radicofani e San Quirico d'Orcia.Il centro di Pienza fu completamente
trasformato dal Papa Pio II nel Rinascimento. Egli progettò di trasformare il
suo borgo natale in una città ideale del Rinascimento. L'architetto Bernardo
Rossellino ebbe l'incarico di costruire un Duomo, un palazzo papale e un palazzo
comunale; i lavori furono completati in tre anni (1459-1462).
Da vedere:
Cuore
dell'abitato è Piazza Pio II, dalla forma trapezoidale, intorno ad essa
ruotano il Duomo, il Palazzo Piccolomini, il Palazzo Borgia e il Palazzo dei
Priori. Altre case ed altri palazzi furono poi costruiti attorno agli edifici
principali e sparsi per le strade di Pienza, fabbricati con gusto e materiale
affini alle costruzioni del Rossellino, sotto la sorveglianza dell'architetto
Pietro Paolo del Porrina, senese. Le costruzioni hanno uno stile di derivazione
albertiana, frammisto a motivi di gusto più antico.
Il Duomo,
in piazza Pio II, dedicato alla Madonna dell'Assunta, fu eretto sulle rovine
dell'antica chiesa di Santa Maria, costruita dopo la metà del XII secolo. Allo
scopo di avere un'ampia navata e , contemporaneamente, una piazza abbastanza
spaziosa, l'abside fu ancorata al dorso della collina, ma non così saldamente
da renderla sicura sul terreno umido e mobile, tanto che lunghissimi e difficili
sono stati i lavori di consolidamento dello sperone della fabbrica che guarda la
campagna. L'esterno sollecita il ricordo dell'Alberti, filtrato attraverso
l'operosa ttività del Rossellino, ed afferma motivi quattrocenteschi negli
arconi classicheggianti. Le colonne poggiano su alti basament; un occhio e due
edicole timpanate sono iscritte nell'arco e il fastigio triangolare, spartito da
ornate lesene, porta al centro lo stemma Piccolomini. L'interno, a tre navate,
si riallaccia a motivi gotici negli allungati e snelli pilastri a fascio,
sormontati da alti piedritti, sui quali si innestano le volte a crociera.
L'abside a raggiera è illuminata dalle finestre ogivali, rabescate da spinosi
motivi ornamentali. Il campanile ha pianta ottagonale poggiato sopra l'antica
cripta, si staglia sulla sinistra della chiesa e svetta verso il cielo con la
sua bella terminazione a cuspide.
Sulla
sinistra della piazza si trova la Casa dei Canonici, di sobrie linee
quattrocentesche, è sede del Museo Comunale. Al suo interno sono stati accolti
i numerosi reperti archeologigi provenienti dagli scavi effettuati nel
circondario e sopratutto l'insiene delle opere pittoriche e cultoree e tutti gli
antichi arredi e oggetti facenti parte del patrimonio della Cattedrale
Accanto alla
Casa dei Canonici è il Palazzo Borgia, oggi dell'Episcopato, voluto da Papa Pio
II per uno dei prelati del suo seguito, il Cardinale Rodrigo Borgia, che poi fu
papa con il nome di Alessandro VI. Gli ordini, divisi dal listello della
cornice, vanno abbassondosi verso l'alto, lasciando poco respiro alle finestre a
croce guelfa dell'ultimo piano.All'interno del palazzo si ammira un elegante
cortile scandito da un colonnato sormontato da arcate. Interessanti i capitelli.
Anche il
Palazzo dei Priori o Palazzo Pubblico oscilla tra le forme tradizionali di gusto
medievale e la nuova sensibilità quattrocentesca. Sul loggiato a tre arcate è
poggiato un ordine che s'apre in allungate e leggere bifore di travertino; al
lato destro si alza la Torre Campanaria, con beccatelli e merli guelfi. Sulla
piazza, spostato verso il Palazzo Piccolomini, si trova il Pozzo, è un piccolo
gioiello dell'arte del Rossellino realizzato nel 1462. Al di sopra di due
gradinate circolari si apre una vera da pozzo con la parte superiore
elegantemente scanalata e sormontata da due colonne con capitelli corinzi e
conclusa da un'altra architrave lavorata.
Sul lato
destro della piazza è il Palazzo Piccolomini, eseguito anch'esso del
Rossellino, molto vicino per quel che riguarda la facciata, al fiorentino
Palazzo Ruccellai dell'architetto Leon Battista Alberti. La facciata è a tre
ordini sovrapposti, rivestita in bugnato regolare. Al piano terreno si aprono
finestre rettangolari, mentre le superiori si aprono in bifore dai nitidi
capitelli ritmando la superficie. nella parte verso la campana, il Palazzo si
apre in un triplice ed armonioso ordine di loggiati che guardano sul giardino;
è qui un'altro pozzo poligonale con racemi e festoni nelle formelle. L'elegante
cortile, sul quale si aprono purissime finestre a croce guelfa, è ritmato da
ampia arcate che fioriscono nei capitelli leggiadramente ornati. All'interno, le
spaziose e ampie sale, le riquadrature delle porte, i bei soffitti e le
trabeazioni dei camini ripetono con decoro motivi ornamentali di sobria
eleganza. Particolarmente suggestivi la Sala da Pranzo, il Salotto, la Camera da
letto di Pio II. Importante la biblioteca dove sono conservate opere rare,
incunaboli e medaglie.
Il Palazzo del cardinale Ammannati, oggi Newton, fu fatto costruire dal Cardinale Gerolamo Ammannati di Pavia, prediletto di Pio II. Se ne vede uno scorcio dalla piazza: le superfici liscie sono segnate da cornici sottili e aggettanti; le finestre sono a croce guelfa. Imboccata la via sulla quale fa angolo Palazzo Piccolomini, dopo pochi passi si giunge alla Chiesa di S. Francesco. La costruzione risale alla fine del XIII secolo, è ad una sola navata e, come nella tradizione delle chiese dell'Ordine francescano, è coperta a cavalletti. nelle pareti del coro è narrata la leggenda francescana; questi affreschi sono stati attribuiti da alcuni studiosi al senese Cristofano di Bindoccio, detto Malabarba, di cui si hanno notizie tra il 1361 e il 1401. Il bel crocefisso dipinto è attribuito ad un maestro affine a Segna di Buonaventura, allievo di Duccio.
Varianti
di viaggio:
La necropoli è situata lungo il costone tufaceo che delimita la valle del fiume
Lente. È raggiungibile seguendo la strada provinciale che congiunge Sorano a
Sovana. Per arrivarci dobbiamo superare il ponte sul fiume e poi risalire una
serie di tornanti scavati nel tufo.
La necropoli è costituita da tombe a camera scavate nel tufo risalenti al
III-II sec. A.C.
le
abitazioni ipogee
Di ambienti
scavati nel tufo nel territorio di Sorano se ne trova una gamma molto ampia.
Spesso uno stesso ambiente ipogeo ha avuto più funzioni nei vari secoli, come
ad esempio i colombari.
Ci sono stati periodi storici in cui l’uso abitativo era prevalente (ad
esempio l’alto medioevo) ed altri in cui l’uso dello spazio sotterraneo
viene riservato agli annessi, alle stalle, alle “famose” cantine (che
garantivano la conservazione del vino locale) ed alle necropoli.
Esemplificativa in questo senso è l’età etrusca, della cui architettura
funeraria rupestre questo territorio conserva importantissime testimonianze.
Tuttavia l’uso che più affascina è proprio quello abitativo.
Sulla grotta utilizzata come abitazione abbiamo buoni dati per il periodo
medioevale, grazie ai numerosi esempi conservati nei castelli abbandonati (es.
il castello di Vitozza nei pressi de S.Quirico) e per la fine del’700 grazie
alle piante del catasto leopoldino.
L’abitazione ipogea medioevale (tra XII e XV sec.) in questa zona mantiene
caratteristiche ricorrenti: ha una volumetria regolare, un’apertura
rettangolare con porta di legno, è dotata di un foro di sfiato per il fumo e di
un focolare a terra presso l’ingresso. Nicchie e scaffali sono scavati nelle
pareti; il letto si dispone su un graticcio di stuoie e pali inseriti nelle
stesse. Vi è sempre uno ziro (pozzetto) per la conservazione dei grani. Le
continue infiltrazioni d’acqua all’interno vengono incanalate verso pozzetti
o vasche di raccolta, ottenendo utili riserve idriche.
La grotta usufruisce, con altre, di vari ambienti comuni ad uso magazzino, forno
da pane, cisterne.
Le grotte con una parete divisoria, con una pianta grossolanamente circolare e
con un’apertura archivoltata potrebbero appartenere ad un periodo più antico
(VI-XI sec.).
La possibilità di scavare facilmente queste rocce tufacee per ottenere ambienti
naturalmente climatizzati con costi veramente ridotti, ha fatto si che in questa
zona di abitazioni ipogee ne sorgessero molte. La collocazione lungo costoni di
non facile accesso permette poi una buona difendibilità.
Tutte queste qualità messe in relazione alle difficoltà della vita nei secoli
scorsi consentiva ai proprietari di pretendere un affitto di poco inferiore a
quello di una casa vera e propria.
Come ho
detto precedentemente in questi nuclei rupestri oltre alle abitazioni erano
presenti anche altre attività.
In ogni grotta, ma anche nelle cantine degli edifici in muratura erano presenti
gli ziri (pozzi di varie dimensioni, circa 2.50 m., a forma di fiasco che
servivano per la conservazione delle granaglie). Per tale scopo venivano coperti
con pietre o tavole di legno, incastrate in una risega dell’imboccatura. Una
volta abbandonata la loro funzione venivano utilizzati come scarico dei rifiuti.
Vi troviamo spesso le pestarole, vasche scavate nel tufo per la pesta dell’uva
o per la macerazione del lino e della canapa.
Intere grotte particolarmente umide venivano utilizzate, a partire dall’età
rinascimentale come salnitraie.Il salnitro si raccoglieva sulle pareti (un anno
si ed uno no) ed era utilizzato come polvere da sparo. Sono documentate dal
catasto leopoldino come salnitraie una grande grotta visitabile a Piancistallo,
presso Vitozza, ed una nella tenuta di Pian di Rocca, a destra del fiume Nova.
Completano l’orizzonte gli ambienti ipogei adibiti a ricovero per animali, i
magazzini ed altri annessi.
Sia per il medioevo che per il periodo successivo abbiamo esempi documentati di
stalle in grotta per asini, ovini, bovini con mangiatoie a vasca scavate nel
tufo e tracce di recinti con paletti.
Diffusi erano anche gli stallini per il maiale, piccole nicchie absidate con
tracciata in terra una canaletta per i liquami.
Ma certamente i ricoveri per animali più interessanti sono i colombai (o
colombari), ambienti scavati nel tufo che presentano un numero variabile di
celle per i volatili. Queste nicchie avevano forma quadrata o ogivale ed avevano
un legnetto di posa per il piccione. Da un tunnel aperto sullo strapiombo del
costone i piccioni entravano ed uscivano; da una porta aperta sul viottolo
l’allevatore accedeva all’ambiente per la raccolta del guano, ottimo
fertilizzante.
Nota:
variante al ritorno, decidendolo ed avendo tempo:
Bagni San Filippo è un
piccolo centro termale posto a 524 m.di altezza s.l.m. alle falde del Monte
Amiata: è conosciuto per alcune sorgenti termali sulfuree, ricche di carbonato
di calcio" e per concrezioni caratteristiche, denominate il "Fosso
dell'Acqua Bianca" e la "Balena Bianca",
che non sono altro che un torrente di montagna che porta acqua calda e una
"cascata" di calcare fantastica, di un bianco così puro da sembrare
ghiaccio o neve. La storia di questo paese: la leggenda attribuisce a San
Filippo Benizi, priore dell'ordine fiorentino dei Servi di Maria (vedi
itinerario Ursea per Montesenario), non solo l'appellativo della località; ma
anche il miracolo dello scaturire delle acque, lasciate in dono agli abitanti
del luogo in cui si era rifugiato in eremitaggio nel 1296 per sfuggire all'
elezione al soglio pontificio nel conclave di Viterbo. San Filippo Benizi è
sepolto nella chiesa dei Servi di Maria a Todi: era nato a Roma nel 1233 e aveva
studiato medicina e filosofia a Parigi e a Padova; entrò nell' ordine dei
Serviti a 19 anni e sette anni dopo, nel 1259, fu ordinato sacerdote. Divenne
priore generale nel 1267: sotto la sua guida l'Ordine, non ancora consolidatosi,
acquisì rapidamente importanza e forza, diffondendosi in Italia e in Germania
grazie anche ai suoi viaggi missionari. A Filippo Benizi stavano particolarmente
a cuore le sorti dei poveri e degli ammalati e di questi si occupò con grande
altruismo e benevolenza fino alla sua morte avvenuta il 22 agosto 1285 a Todi;
fu canonizzato da papa Clemente X nel 1671 e la chiesa lo celebra il 22 agosto,
anniversario della sua morte. Le prime notizie certe di un "Casale S.
Philippi" risalgono all'anno 859 ma alcuni ritrovamenti di due
necropoli romano testimoniano come il luogo fosse già abitato in epoca
imperiale (I - II sec. d. C.) e le sue acque utilizzate dai romani per le terme;
le terme furono, poi, ristrutturate nel 1556 grazie all'intervento di Cosimo de'
Medici e utilizzate da illustri personaggi: nel 1485 le aveva già frequentate
Lorenzo il Magnifico, nel 1635 vi giunse il granduca Ferdinando II de' Medici
che qui guarì da un fastidioso mal di testa. I bagni raggiunsero grande fama
nel Rinascimento come testimoniano la citazione delle terme nella
"Mandragola" del Machiavelli e le illustri frequentazioni di Papa Pio
II Piccolomini. Le acque di San Filippo contengono abbondanza di carbonato di
calcio che solidificando forma delle concrezioni bianche: questa proprietà di
cementazione fu utilizzata, verso la metà del XVII sec. da Leonardo de Vegni
che inventò una tecnica, detta plastica dei tartari, on la quale riuscì a
realizzare vari oggetti; per la loro realizzazione nel 1766 de Vegni istituì
una apposita fabbrica. Queste acque,che sgorgano alla temperatura di 52° C,
sono classificate come sulfureo - solfate - bicarbonate ipertermali e sono
utilizzate nello stabilimento termale per balneoterapia, fangobalnoterapia,
inalazioni, aereosol e docce nasali. Inoltre trovano applicazione nella cura
delle malattie osteo - neuro - articolari, dell'orecchio - naso - gola,
dell'apparato respiratorio e della pelle. Presso le terme è aperto, inoltre, un
centro benessere che offre varie prestazioni come idromassaggio, sauna maschere
di fango; lo Stabilimento Termale (Nuoveerme San Filippo s.r.l.) e il centro
benessere sono collegati all'Albergo terme, ma aperti anche agli esterni, così
come la piscina termale, con cascata a 37° che produce un efficace
idromassaggio naturale. Dopo aver parlato della storia e delle terme andiamo ora
a descrivere quello che è uno spettacolo unico al mondo: il "Fosso
dell'Acqua Bianca" e la "Balena Bianca"; il
primo è un caratteristico ruscello di montagna ma, cosa unica, alimentato non
solo da normale acqua fresca ma anche da calda acqua termale mentre la seconda
è una splendida cascata calcarea di un bianco abbagliante tanto da sembrare
tranquillamente ghiaccio o neve. Quello che si prova davanti ad un simile
spettacolo non lo si può descrivere.
Varianti:
Il
borgo antico di Sorano (visitabile
anche in concomitanza con Pitigliano, abbreviando al visita) si erge su uno dei
tanti speroni tufacei che fiancheggiano il fiume Lente. Ha subito le conseguenze
dell’abbandono a causa di antichi fenomeni franosi ed è rimasto intatto nella
sua struttura medioevale. Ci si presenta come doveva essere quando i primi
soranesi vi posero la loro dimora. Le case sono quelle tipiche medioevali che si
sviluppano in altezza. All’interno presentano una planimetria singolare: i
vari piani su cui si sviluppano non sono tutti allo stesso livello, ma sono
sfalsati e collegati fra loro da scalinate in legno o pietra. Molte di queste
case sono state costruite sfruttando gli incavi naturali del tufo. Al borgo si
accede tramite due porte: una nella parte settentrionale, oggi in disuso, detta
Porte dei Merli, sulla quale si possono ammirare gli stemmi araldici di Cosimo
II dei Medici e di Niccolò IV. Ai lati ci sono due aperture dove un tempo
dovevano scorrere le catene del ponte levatoio. La porta sud, detta anche porta
di sopra è quella che dal municipio conduce al centro storico.
Le prime documentazioni storiche attinenti al centro di Sorano risalgono al III sec. a.C., periodo in cui comincia la conquista romana dell’Etruria. Per ciò che concerne le epoche anteriori non si hanno notizie ben precise, anche se i rilevamenti di origine villenoviana nella vicina Pitigliano lasciano intendere un probabile insediamento anche nell’area soranese. La fase etrusca di questo paese, come indicano gli scarsi e poveri ritrovamenti archeologici, si deve essere consumata all’ombra della vicina Sovana, città ben più fiorente e politicamente più importante. Della fase romana di Sorano, alla quale dovrebbe risalire lo stesso nome, non si hanno grandi tracce, tranne il ritrovamento di numerosissimi "colombari", che inducono comunque a pensare ad un primo e basilare insediamento ancora una volta sotto la giurisdizione di Sovana eretta a "municipium". L’ingresso definitivo di Sorano nella storia arriva comunque molti secoli più tardi, quando il 9 ottobre dell’anno 862 viene stipulata dall’imperatore Ludovico II la costituzione della Contea Aldobrandesca ed il borgo conquista sempre maggiore importanza, tanto da diventare, per un certo periodo di tempo, l’artefice non solo della storia locale ma anche di una parte considerevole dell’Italia centrale. Dall’862 al 1312 la contea soranese seguì le sorti della famiglia Aldobrandeschi, impegnandosi in sanguinose lotte di supremazia e non di rado di difesa; vide i fasti di questi conti, che nel 1221 potevano vantare ben ventidue vassalli (cioè tutti i conti e visconti di Maremma) e vide la fine della dinastia Aldobrandesca che con la morte di Margherita, avvenuta nel 1312 , si estinse dopo ben 450 anni di dominio feudale. La contessa Margherita, unica figlia di Ildebrandino di Guglielmo sposò in prime nozze Guido di Montfort conte di Leicester, vicario di una parte guelfa del re Carlo d’Angiò in Toscana, ma a causa della caduta in disgrazia di quest’ultimo fece annullare il matrimonio risposandosi ben cinque volte. I cinque matrimoni, in parte legittimi ed in parte morganatici (cioè quei matrimoni tra un nobile ed un plebeo in cui i figli non erano considerati discendenti legittimi), le dettero una sola figlia legalmente riconsciuta, Anastasia, che il 25 ottobre del 1293 sposò Romano di Gentile Orsini portandogli in dote l’antico feudo. La prosperità degli Orsini, antica e nobile famiglia romana, ebbe inizio dal nepotismo di papa Niccoloò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, che provvide ad arricchire i suoi congiunti tanto da farne la più potente famiglia romana di parte guelfa. Sorano divenne il baluardo difensivo di questa famiglia svolgendo un ruolo importante nelle lotte contro la Repubblica di Siena dalle quali gli Orsini ed i loro sudditi non sempre uscirono vittoriosi. Nell’anno 1417, infatti, la contea di Sorano e Pitigliano insieme al feudo limitrofo di Castell’Ottieri fu costretta a firmare un trattato dove dichiarava di piegarsi alla indiretta sovranità dello stato senese. Tale patto venne meno nel 1555, anno in cui cadde la Repubblica di Siena, e già nel 1556 Niccolò Orsini poté riaffermare pienamente la sua legittima potestà sulla contea. Lo statuto del Comune di Sorano di questo periodo risulta essere di particolare importanza; circa la sua composizione, la magistratura più elevata era costituita dal Podestà, rappresentante lo Stato, affiancato dal Consiglio della Comunità (formato da tutti i capifamiglia), dai Priori, eletti dal Consiglio e dall’Auditore generale, rappresentante del conte. Le corporazioni dei mugnai rivestivano una così grande importaza nell’ordine amministrativo della comunità che ciò lascia facilmente rilevare la preminenza dell’agricoltura nell’economia del paese. Dopo la caduta della Repubblica di Siena, i Medici, con Cosimo I, ne presero il posto giocando il ruolo di nemici - amici. Durante questo periodo gli Orsini provvidero a consolidare la Rocca di Sorano facendone un mirabile esempio di architettura militare, nonché un potente mezzo di difesa. A causa della posizione strategica che Sorano occupava, la sua Fortezza fu più volte attaccata e non soltanto da eserciti stranieri; essa vide gli scontri tra fratelli, di figli contro i padri, come Alessandro contro Niccolò IV, e fu tale la sua importanza che Cosimo I la definì: "lo zolfanello delle guerre in Italia". La famiglia degli Orsini, dilaniata da vere e proprie guerre continue, cessò di dominare su questa contea nel 1604 con la morte di Alessandro di Bertoldo, e Sorano passò di fatto sotto la giurisizione dei Medici che vi governarono "senza infamia e senza lode" lasciando nel 1737 la successione al governo della Toscana alla casa dei Lorena. I Lorena trovarono queste terre sconvolte dalla malaria, che dalle zone costiere si era propagata sempre più internamente. Sorano però era una delle poche località che si salvava da questo flagello e così venne descritta la sua economia nel 1766 da un ispettore del Granduca Pietro Leopoldo "....in questa comunità si fabbricano de’ panni di lana e mezza lana, sia per vendere nel paese sia per smerciare nei paesi circonvicini, pure si filano e si tessono delle tele di lino e di canapa". A Sorano, come in altre nove comunità della Maremma, veniva esercitata con buon esito la produzione del salnitro e della polvere da sparo; era scomparsa l’industria del cuoio, non vi erano ferrerie e botteghe di fabbri mentre la lavorazione delle ceramiche era notevolmente diminuita. L’ispettore dei Lorena proponeva l’installazione a Sorano di una fabbrica di cera, "essendovi copia di tale genere e di ottima qualità" mentre mancava "in tutta la Maremma una fabbrica di cera". Sotto la reggenza del Granducato, Sorano conobbe il suo periodo d’oro, infatti vi fu un notevole incremento demografico ed un miglioramento della situazione economica generale. Fu probabilmente per questo che nessun soranese risultò volontario nelle guerre di indipendenza; e nessuno partecipò alla guerra per l’Unità d’Italia, anche se nel Plebiscito del 15 Marzo 1860 i soranesi votarono compatti per l’Unione; così Sorano venne a far parte dei venti comuni della provincia di Grosseto, alla quale tutt’ora appartiene.
Il
centro storico di Sorano sorge su uno
sperone di roccia tufacea. Mantiene la sua struttura medioevale, con le case che
si sviluppano in altezza, a volte scavate nel tufo. In paese si entra tramite
due porte, nella piazza si trovano la Torre dell'Orologio, la chiesa di S.
Niccolò e i resti del palazzo Comitale.
da
vedere:Il Masso Leopoldino: é
un grosso masso tufaceo che si trova di fronte alla parte più antica della
Fortezza. Le sue pareti furono levigate a mano e la sommità fu spianata come
una terrazza.
La chiesa di S. Niccolò: Della struttura originale rimane intatto il
lato nord. L'interno è a croce latina irregolare, interessante il crocefisso
ligneo dono di Cosimo de' Medici. Edificata tra il 1290 e il 1300.
La
fortezza Orsini: Le prime notizie a
riguardo risalgono agli inizi del 1300. Imponente, occupa l'istmo della
penisoletta dove si erge Sorano e guarda verso la strada che proviene da
Pitigliano. Si entra nella fortezza da un ponte ex levatoio che attraversa un
fossato.
Il palazzo Comitale: di eleganza rinascimentale, una volta era residenza
degll Orsini. Nel cortile si trova parte del loggiato ad archi, alcune porte con
cornici in pietra decorate con stemmi. E' tutt'ora abitato.
2) lungo
la strada per Sorano e andando verso Piancastagnaio
I
Colombari: sono enormi buche scavate
nel tufo risalenti al primo secolo avanti Cristo, hanno pareti bucherellate da
nicchie quadrangolari. Pare che servissero da abitazioni per i primitivi. Si
trovano all'inizio del paese.
I colombari sono una delle caratteristiche tipiche del territorio di Sorano.
Si aprono nella parte più bassa del paese e nei dirupi che lo circondano
(località Colombarie, Rocchette, Castelvecchio, San Rocco).
Alcuni sono formati da loculi rozzi e irregolari, ma altri (loc. Colombarie)
sono assai raffinati ed eleganti e contemporanei a quelli suburbani della Roma
dell’età augustea.
L’accesso a molti di questi ambienti è reso impossibile per il franamento dei
dirupi in tufo, ma anche in antichità a molti si poteva accedere solo con scale
posticce.
L’ingresso è formato da un piccolo vestibolo, dal quale si accede a due
camere quadrangolari fornite di finestre; nelle pareti si aprono loculi di
pianta quadrata, superiormente arcuati, posti a distanze regolari.
Il dibattito sull’utilizzo di questi colombari è ancora aperto. C’è chi
sostiene che questi fossero impiegati per il ricovero dei piccioni e chi invece
ne vede un esempio di “colombario funerario romano”.
Una delle ipotesi più interessanti tiene conto anche del contesto in cui si
trovano.
I colombari sorgono in pareti tufacee che si affacciano sul fiume Lente. Questo
fiume è molto pescoso, e nelle vicinanze sono presenti boschi e pascoli, sembra
proprio un luogo ideale per la fondazione di un villaggio precedente
all’arrivo degli Etruschi.
Il villaggio era collegato al terreno sottostante da scale in corda che ogni
sera venivano tolte per salvare gli abitanti dall’incursione dei nemici. La
posizione naturale rendeva gli abitanti sicuri e tranquilli.
Gli Etruschi probabilmente sfruttarono a scopi funerari queste abitazioni
rupestri perché non avrebbero avuto alcuna convenienza a costruirle in quella
infelicissima posizione. Gli Etruschi infatti erano soliti costruire le loro
necropoli in luoghi di facile accesso (vedi la
necropoli
etrusca di San Rocco).
Dopo l’uso funerario che ne fecero gli Etruschi, questi ambienti vennero forse
sfruttati dai Romani come ricovero per migliaia di colombi viaggiatori, attività
assai fiorente nel periodo… ma questa è solo una delle tante ipotesi.
Le vie cave: vie lunghe e strette incassate nella roccia tufacea, in
alcuni punti le pareti raggiungono i venti metri di altezza. Sono nascoste dalla
folta vegetazione che ne occulta il percorso. Si consiglia una visita lungo
questi percorsi che portano anche a diverse tombe etrusche.
Sono
chiamate vie cave quelle singolari vie lunghe buie e strette, profondamente
incassate nella roccia tufacea che dagli altopiani (nei pressi di Sorano e di
Pitigliano) scendono alle sponde dei fiumi.
La folta vegetazione che spontaneamente cresce alla sommità delle alte pareti
ne occulta l’ubicazione.
Il percorso, anche se molto tortuoso non ha pendenze eccessive, mentre
l’altezza delle pareti raggiunge in certi casi anche 20m.
Sono state molto sfruttate nei secoli scorsi, ma oggi solo qualche turista si
avventura alla loro esplorazione, peraltro molto suggestiva.
Sono in molti ad affermare che originariamente le “cave” non erano altro che
ruscelletti che portavano acqua ai fiumi principali. Ma chi conosce bene il
territorio pensa che siano state scavate esclusivamente per farne percorsi.
All’inizio potevano anche essere solo piccoli sentieri che presero poi
l’aspetto di mulattiere con il passaggio dei pastori che conducevano le bestie
al fiume.
Con l’arrivo degli Etruschi le cave si trasformarono in strade di grande
comunicazione.
Da abili ingegneri essi le resero efficienti; regolarono la pendenza stradale e
provvidero a canalizzare l’acqua piovana che vi scorreva durante i violenti
temporali, causa maggiore della continua erosione.
Sistemate queste strade e rese percorribili dai carri, il traffico cominciò a
svolgersi tra Saturnia e Sovana da una parte e Statonia, Vulci, Chiusi e Volsena
(Orvieto) dall’altra.
Che queste cave di Sorano (quelle di San Rocco, San Valentino e di Case Rocchi)
e di Pitigliano (vie cave del Pantano, del Gradone, della Madonna delle Grazie,
di Fratenuti, di San Giuseppe, dell’Annunziata, di Cancelli, di Sovana e di
Poggio Cane) siano state costruite lo dimostra il fatto che nonostante partano
da zone distanti tra loro, confluiscono negli unici punti della valle
pianeggianti e spaziosi, da cui si può accedere agevolmente agli abitati
attraverso le antiche porte ad esempio dalla porta dei Merli.
Avevano anche la funzione di rendere più difficoltoso e pericoloso l’accesso
ai nemici che volevano tentare di avvicinarsi in armi all’abitato.
Nei punti di confluenza di queste vie nella stretta vallate dei fiumi poi vecchi
mulini ad acqua a cui i contadini conducevano gli asini carichi di grano da
macinare.
La
Necropoli di San Rocco: si trova
lungo la strada che porta da Sorano a Sovana, seguendo un sentiero che costeggia
la chiesetta romanica di S. Rocco. Si possono osservare tombe a camera e
numerosi colombari romani.
La necropoli è situata lungo il costone tufaceo che delimita la valle del fiume
Lente. È raggiungibile seguendo la strada provinciale che congiunge Sorano a
Sovana. Per arrivarci dobbiamo superare il ponte sul fiume e poi risalire una
serie di tornanti scavati nel tufo.
La necropoli è costituita da tombe a camera scavate nel tufo risalenti al
III-II sec. A.C.
le
abitazioni ipogee
Di ambienti
scavati nel tufo nel territorio di Sorano se ne trova una gamma molto ampia.
Spesso uno stesso ambiente ipogeo ha avuto più funzioni nei vari secoli, come
ad esempio i colombari.
Ci sono stati periodi storici in cui l’uso abitativo era prevalente (ad
esempio l’alto medioevo) ed altri in cui l’uso dello spazio sotterraneo
viene riservato agli annessi, alle stalle, alle “famose” cantine (che
garantivano la conservazione del vino locale) ed alle necropoli.
Esemplificativa in questo senso è l’età etrusca, della cui architettura
funeraria rupestre questo territorio conserva importantissime testimonianze.
Tuttavia l’uso che più affascina è proprio quello abitativo.
Sulla grotta utilizzata come abitazione abbiamo buoni dati per il periodo
medioevale, grazie ai numerosi esempi conservati nei castelli abbandonati (es.
il castello di Vitozza nei pressi de S.Quirico) e per la fine del’700 grazie
alle piante del catasto leopoldino.
L’abitazione ipogea medioevale (tra XII e XV sec.) in questa zona mantiene
caratteristiche ricorrenti: ha una volumetria regolare, un’apertura
rettangolare con porta di legno, è dotata di un foro di sfiato per il fumo e di
un focolare a terra presso l’ingresso. Nicchie e scaffali sono scavati nelle
pareti; il letto si dispone su un graticcio di stuoie e pali inseriti nelle
stesse. Vi è sempre uno ziro (pozzetto) per la conservazione dei grani. Le
continue infiltrazioni d’acqua all’interno vengono incanalate verso pozzetti
o vasche di raccolta, ottenendo utili riserve idriche.
La grotta usufruisce, con altre, di vari ambienti comuni ad uso magazzino, forno
da pane, cisterne.
Le grotte con una parete divisoria, con una pianta grossolanamente circolare e
con un’apertura archivoltata potrebbero appartenere ad un periodo più antico
(VI-XI sec.).
La possibilità di scavare facilmente queste rocce tufacee per ottenere ambienti
naturalmente climatizzati con costi veramente ridotti, ha fatto si che in questa
zona di abitazioni ipogee ne sorgessero molte. La collocazione lungo costoni di
non facile accesso permette poi una buona difendibilità.
Tutte queste qualità messe in relazione alle difficoltà della vita nei secoli
scorsi consentiva ai proprietari di pretendere un affitto di poco inferiore a
quello di una casa vera e propria.
Come ho
detto precedentemente in questi nuclei rupestri oltre alle abitazioni erano
presenti anche altre attività.
In ogni grotta, ma anche nelle cantine degli edifici in muratura erano presenti
gli ziri (pozzi di varie dimensioni, circa 2.50 m., a forma di fiasco che
servivano per la conservazione delle granaglie). Per tale scopo venivano coperti
con pietre o tavole di legno, incastrate in una risega dell’imboccatura. Una
volta abbandonata la loro funzione venivano utilizzati come scarico dei rifiuti.
Vi troviamo spesso le pestarole, vasche scavate nel tufo per la pesta dell’uva
o per la macerazione del lino e della canapa.
Intere grotte particolarmente umide venivano utilizzate, a partire dall’età
rinascimentale come salnitraie.Il salnitro si raccoglieva sulle pareti (un anno
si ed uno no) ed era utilizzato come polvere da sparo. Sono documentate dal
catasto leopoldino come salnitraie una grande grotta visitabile a Piancistallo,
presso Vitozza, ed una nella tenuta di Pian di Rocca, a destra del fiume Nova.
Completano l’orizzonte gli ambienti ipogei adibiti a ricovero per animali, i
magazzini ed altri annessi.
Sia per il medioevo che per il periodo successivo abbiamo esempi documentati di
stalle in grotta per asini, ovini, bovini con mangiatoie a vasca scavate nel
tufo e tracce di recinti con paletti.
Diffusi erano anche gli stallini per il maiale, piccole nicchie absidate con
tracciata in terra una canaletta per i liquami.
Ma certamente i ricoveri per animali più interessanti sono i colombai (o
colombari), ambienti scavati nel tufo che presentano un numero variabile di
celle per i volatili. Queste nicchie avevano forma quadrata o ogivale ed avevano
un legnetto di posa per il piccione. Da un tunnel aperto sullo strapiombo del
costone i piccioni entravano ed uscivano; da una porta aperta sul viottolo
l’allevatore accedeva all’ambiente per la raccolta del guano, ottimo
fertilizzante.
Nota:
variante al ritorno, decidendolo ed avendo tempo:
Bagni San Filippo è un
piccolo centro termale posto a 524 m.di altezza s.l.m. alle falde del Monte
Amiata: è conosciuto per alcune sorgenti termali sulfuree, ricche di carbonato
di calcio" e per concrezioni caratteristiche, denominate il "Fosso
dell'Acqua Bianca" e la "Balena Bianca",
che non sono altro che un torrente di montagna che porta acqua calda e una
"cascata" di calcare fantastica, di un bianco così puro da sembrare
ghiaccio o neve. La storia di questo paese: la leggenda attribuisce a San
Filippo Benizi, priore dell'ordine fiorentino dei Servi di Maria (vedi
itinerario Ursea per Montesenario), non solo l'appellativo della località; ma
anche il miracolo dello scaturire delle acque, lasciate in dono agli abitanti
del luogo in cui si era rifugiato in eremitaggio nel 1296 per sfuggire all'
elezione al soglio pontificio nel conclave di Viterbo. San Filippo Benizi è
sepolto nella chiesa dei Servi di Maria a Todi: era nato a Roma nel 1233 e aveva
studiato medicina e filosofia a Parigi e a Padova; entrò nell' ordine dei
Serviti a 19 anni e sette anni dopo, nel 1259, fu ordinato sacerdote. Divenne
priore generale nel 1267: sotto la sua guida l'Ordine, non ancora consolidatosi,
acquisì rapidamente importanza e forza, diffondendosi in Italia e in Germania
grazie anche ai suoi viaggi missionari. A Filippo Benizi stavano particolarmente
a cuore le sorti dei poveri e degli ammalati e di questi si occupò con grande
altruismo e benevolenza fino alla sua morte avvenuta il 22 agosto 1285 a Todi;
fu canonizzato da papa Clemente X nel 1671 e la chiesa lo celebra il 22 agosto,
anniversario della sua morte. Le prime notizie certe di un "Casale S.
Philippi" risalgono all'anno 859 ma alcuni ritrovamenti di due
necropoli romano testimoniano come il luogo fosse già abitato in epoca
imperiale (I - II sec. d. C.) e le sue acque utilizzate dai romani per le terme;
le terme furono, poi, ristrutturate nel 1556 grazie all'intervento di Cosimo de'
Medici e utilizzate da illustri personaggi: nel 1485 le aveva già frequentate
Lorenzo il Magnifico, nel 1635 vi giunse il granduca Ferdinando II de' Medici
che qui guarì da un fastidioso mal di testa. I bagni raggiunsero grande fama
nel Rinascimento come testimoniano la citazione delle terme nella
"Mandragola" del Machiavelli e le illustri frequentazioni di Papa Pio
II Piccolomini. Le acque di San Filippo contengono abbondanza di carbonato di
calcio che solidificando forma delle concrezioni bianche: questa proprietà di
cementazione fu utilizzata, verso la metà del XVII sec. da Leonardo de Vegni
che inventò una tecnica, detta plastica dei tartari, on la quale riuscì a
realizzare vari oggetti; per la loro realizzazione nel 1766 de Vegni istituì
una apposita fabbrica. Queste acque,che sgorgano alla temperatura di 52° C,
sono classificate come sulfureo - solfate - bicarbonate ipertermali e sono
utilizzate nello stabilimento termale per balneoterapia, fangobalnoterapia,
inalazioni, aereosol e docce nasali. Inoltre trovano applicazione nella cura
delle malattie osteo - neuro - articolari, dell'orecchio - naso - gola,
dell'apparato respiratorio e della pelle. Presso le terme è aperto, inoltre, un
centro benessere che offre varie prestazioni come idromassaggio, sauna maschere
di fango; lo Stabilimento Termale (Nuoveerme San Filippo s.r.l.) e il centro
benessere sono collegati all'Albergo terme, ma aperti anche agli esterni, così
come la piscina termale, con cascata a 37° che produce un efficace
idromassaggio naturale. Dopo aver parlato della storia e delle terme andiamo ora
a descrivere quello che è uno spettacolo unico al mondo: il "Fosso
dell'Acqua Bianca" e la "Balena Bianca"; il
primo è un caratteristico ruscello di montagna ma, cosa unica, alimentato non
solo da normale acqua fresca ma anche da calda acqua termale mentre la seconda
è una splendida cascata calcarea di un bianco abbagliante tanto da sembrare
tranquillamente ghiaccio o neve. Quello che si prova davanti ad un simile
spettacolo non lo si può descrivere.
Bagno
Vignoni, (4,5 Km. scendendo verso
sud, sulla Cassia), con la sua rarefatta atmosfera, con i vapori caldi che si
sprigionano dalla grande piazza d'acque, è il vero fiore all'occhiello di San
Quirico.
Entrare
in Bagno Vignoni è come travalicare il muro del tempo, come immergersi in una
realtà completamente avulsa dal nostro secolo, lasciando tutto alle spalle. Si
respira davvero un'aria nuova, anzi antichissima.
E'
da lì, dove nella grande vasca nel '500 presero il bagno Santa Caterina da
Siena e Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, che si può ammirare uno dei
panorami più suggestivi della zona:
le
anse del fiume Orcia che, a tratti accogliente e rasserenante, diviene
d'improvviso ostile ed inaccessibile; la severità della Rocca d'Orcia e,
guardando a destra nella valle, il tenebroso profilo del Castello della Ripa.
Alle
spalle dell'abitato si scorge Vignoni Alto, piccolo borgo immerso e seminascosto
nel verde della collina, mentre dinnanzi si erge, in posizione di dominio
dell'intera Val d'Orcia, il Monte Amiata, apprezzata meta turistica di vacanze
estive ed invernali, che sembra ricordare a tutti le sue minacciose origini
vulcaniche.
Il
Comune di San Quirico d'Orcia viene ricordato per la prima volta in un documento
del 714 come "villaggio" organizzato intorno alla Chiesa pievana di
San Quirico in Osenna, fonte di lunghe controversie tra la diocesi senese e
quella aretina, dalla quale dipendeva. Tra l’XI e il XII secolo il Castello,
assoggettato all'autorità imperiale, diventò residenza di un Vicario nominato
dall'Imperatore; dopo alterne vicende che videro Siena in lotta con Orvieto e
con Montepulciano per il suo possesso, San Quirico passò sotto il controllo dei
senesi e, nel 1262, divenne sede di vicariato. Durante la guerra di Siena si
schierò a favore delle forze ostili alla Repubblica, entrando definitivamente a
far parte dello Stato Mediceo nel 1559. Nel 1667 San Quirico, come marchesato,
fu concesso in feudo da Cosimo III al Cardinale Chigi, alla cui famiglia rimase
fino al 1749.
Quelle agricole erano nel passato le principali attività della popolazione del
luogo; nell'Ottocento, inoltre, si presentavano già attive alcune cave di
travertino. Agricoltura e pastorizia continuano ad essere praticati nel
territorio di San Quirico con buoni risultati, ma con calante impiego di
manodopera: per quanto riguarda la prima, si coltivano in prevalenza cereali,
viti e olivi; la seconda si fonda sulla presenza di piccole estensioni di prati
e boschi. Il Comune, inoltre, ha avuto uno sviluppo artigianale e industriale di
rilievo, quest'ultimo soprattutto nel settore estrattivo (travertino) ed
edilizio, della lavorazione del ferro (carpenteria, ma anche mobili e oggetti in
ferro battuto) e dell'arredamento. Notevole incremento ha avuto infine il
turismo, grazie anche alla sorgente di acque termali di Bagno Vignoni, nei
pressi di Rocca d'Orcia, conosciuta fin dall'epoca romana e medievale.
Monumenti
Da visitare la Chiesa Collegiata, nata sopra i resti di una pieve romanica, al cui fianco si erge Palazzo Chigi, edificato nel XVII secolo; l’interno raccoglie l’Archivio Italiano dell’Arte dei Giardini. Di fronte si trova Palazzo Pretorio, costruzione dall’aspetto austero oggi sede del Parco Artistico Naturale e Culturale della Val d’Orcia e dell’Ufficio del Turismo; in Piazza della Libertà vi è la Chiesa di S. Francesco e la Porta Nuova, antica via di accesso al paese. Ad un angolo della piazza si trovano gli Horti Leonini, tipici giardini del ‘500, che offrono al turista una sensazione di quiete assoluta, quasi irreale. In estate i giardini diventano la sede di spettacoli all’aperto quali quelli in programma per Sanquiricoestate e della mostra internazionale di scultura Forme nel Verde.
Interessanti da vedere i resti della Torre del Cassero, il Giardino delle Rose e la Chiesa di Santa Maria Assunta. Tutt’intorno si susseguono le Mura Castellane; procedendo verso est si può ammirare la Porta Cappuccini, antico baluardo del paese. Ma il vero spettacolo viene offerto da Bagno Vignoni, situato lungo la via Cassia, a sud del paese. La stazione termale di Bagno Vignoni è famosa per la sua vasca, lunga 49 metri e larga 24, detta di Santa Caterina, perché la Santa di Siena fu qui condotta nel 1360. La vasca, una vera e propria piscina di acqua termale che sgorga a 52°, è anche la piazza del minuscolo paese, con tanto di loggiato e case medievali intorno.Nota a margine: imperdibile il borgo medioevale di Monticchielli, vicino Pienza, tornando a casa
via bassa delle frazioni camaioresi
Gli
itinerari della via bassa o delle frazioni camaioresi, indicati nella cartina
realizzata dall’associazione “Amici della Montagna” di Camaiore e
descritti in una cartografia in scala 1:12.000 relativa al territorio collinare
- montano interessato, sono diventati, oggi, una realtà che si riscontra nelle
bacheche illustrative, istallate nei vari paesi di partenza o di arrivo e nei
segni in bianco e giallo che indicano il percorso.
Il
percorso di circa 30 hm che inizia da Santa Lucia e termina a Migliano nelle Sei
Miglia (o viceversa), taglia le propaggini collinari - montane delle alpi Apuane
meridionali collegando per sentieri e antiche mulattiere ben undici paesi che
offrono al visitatore oltre alla possibilità di ristoro, aspetti di angoli
caratteristici e bellissimi panorami sulla conca di Camaiore, la pianura di
Capezzano e il mare. Il nostro viaggio ideale, ha inizio da Santa Lucia, un
ridente paesino che sorge sopra un colle quasi interamente ricoperto di oliveti,
castagneti e cipressi; l’unica stonatura è rappresentata dai giganteschi
tralicci dell’alta tensione. Dal minuscolo piazzale della chiesa si gode una
straordinaria veduta a 180° sulla pianura e la marina versiliese.
Lasciato
alle spalle il paese, si segue un facile sentiero che sbocca sulla strada
comunale che proviene da Capezzano e percorrendone un breve e ripido tratto, si
arriva a Monteggiori. Dal colle di Monteggiori, il campanile dominante e i
caseggiati che scendono a scalinata sul piazzale antistante il piccolo cimitero,
appaiono come un quadro pittoresco incorniciato da colossali cipressi. Le viuzze
del paese rimarcate da vecchie mura in pietra o racchiuse da alti caseggiati e i
resti della fortezza, ci danno l’illusione di respirare aria antica.
Avviandoci verso la Culla si segue per un breve tratto la strada comunale
Camaiore – Monteggiori e, in località la Balza, ci s’inoltra sulla ripida
mulattiera che sbocca sul minuto piazzale della chiesa. Alla Culla, come del
resto negli altri paesi dell’itinerario, si resta piacevolmente sorpresi da
un’infinità di aspetti ormai legati ad un mondo sconosciuto e relegato nelle
pieghe della memoria: si scopre, dunque, che camminare è anche vedere,
meditare, confrontare e conoscere.
E’
interessante sapere che poco sopra il paese, con una piccola deviazione dal
nostro itinerario, nascosto tra fitti boschi di lecci si trova l’antichissimo
insediamento pastorale del “Villaggio dei Lecci”.
Lasciandoci
dietro gli ultimi caseggiati della Culla ci s’ incammina verso Greppolungo per
un sentiero a tratti malagevole ma non difficile, che taglia le boscose
propaggini sud del monte Gabberi. Arrivati nella zona di Tassonaia si attraversa
il canale della Cisterna arrivando poi ad una terrazza naturale dove si trovano
le tracce dell’antico castello di Montebello. Oltrepassata questa zona,
lasciamo alle spalle il canale dell’Acqua Spicca e il rio del Cavaticcio e,
inoltrandoci tra boschi di castagni e bellissimi oliveti, si va a superare la
zona di Scassate.
Dopo
aver percorso un lungo tratto di sentiero che scorre nel verde quasi
pianeggiante, si arriva a Greppolungo: un pittoresco paese arroccato su una
contrafforte del monte Gabberi. Si dà per scontato che anche dall’ampio
piazzale di questo paese si gode la vista di un superbo panorama. Dopo la sosta
d’obbligo per visitare il paese, come abbiamo fatto in quelli già incontrati
e come faremo in quelli che ancora dobbiamo incontrare, si riprende il cammino
verso la frazione di Casoli. Risaliamo, ora, la zona boschiva delle Vigne della
Fontana per inoltrarci poi, in un sentiero a tratti rimarcato da antichi muretti
in pietra e che scorre quasi pianeggiante, tra stipe e fitti boschi. Un tempo,
ormai lontano, era percorso dai minatori che si recavano al lavoro nelle miniere
di ferro di S.Anna. Dopo aver superato questo tratto assai cupo e attraversato
l’ampio e profondo “imbuto” naturale inciso dal fosso di Conchiusori, il
sentiero sfocia nella soleggiata e verdeggiante zona di Setriana dove si trova
il bacino d’acqua dell’Enel con appresso alcuni antichi casolari.Lasciata
Setriana, si segue per un brevissimo tratto la canaletta dell’Enel e aggirato
il m.Gevoli, una propaggine rocciosa del m.Gabberi dove si apre la bella grotta
del Tanaccio, si prosegue verso nord per raggiungere e poi superare il fosso di
Rombolo. Continuando il cammino, in direzione sud – est, si attraversa la
località di Luciana e, in breve, si arriva alla chiesa parrocchiale di Casoli.
Questo paese, famoso per l’ambiente naturalistico ricco di boschi secolari e
acque fresche, offre al visitatore scorci paesaggistici e 12 panoramici d’
ineguagliabile bellezza: non a caso, in un passato non troppo lontano, fu scelto
come dimora da artisti, critici d’arte e letterati. La frazione di Casoli è
divisa nei due nuclei abitati di Carubola e Mandria che nel lontano 1979 furono
isolati da una grande frana. Poco dopo il piazzale del paese si abbandona
l’ampia strada che da Casoli sale alla località Tre Scogli, per scendere
oltre l’abitato di Mandria (1) poi, dopo esserci lasciati alle spalle il rio
Lombricese e il cimitero di Casoli, attraversiamo il ponticello sul rio di
Grotta all’Onda che si trova nei pressi di un antico molino posto ai piedi di
una parete rocciosa. Si prosegue, ora, per un sentiero inizialmente tormentato
da sbalzi di roccia alternati a macchie boschive, (2) fino ad arrivare alle
grotte del monte Penna.(3)
In
questa zona verde e selvaggia, il percorso si distende verso ovest quasi
pianeggiante ma tormentato da numerosi sbalzi di piccole rocce che pur non
presentando difficoltà richiedono, comunque, attenzione. Sorpassati i ruderi di
un casolare si arriva alla stradina che dall’Alpe di Cima (bellissima zona
pastorale ai piedi del m. Prana) scende assai ripida, fino al piazzaleparcheggio
di Metato. Il paese che sorge alle propaggini del piccolo gruppo montuoso del
Prana che lo difende dai venti freddi del nord, è privilegiato da un clima
particolarmente mite. In alto, dalla terrazza dove si trova il ristorante, si
gode la vista dell’ampia conca di Camaiore che si apre fino all’ultimo
orizzonte del mare.
Proseguendo
attraverso boschi di acacie e castagni si supera il rio di Monte Castrone e
quello delle Fontanelle fino a risalire il monte Riglione da noi meglio
conosciuto come “Le Pianelle”. Qui, una sosta è irrinunciabile perché la
sommità dell’enorme collina ondulata e quasi pianeggiante, è un autentico
paradiso terrestre che offre, inoltre, stupendi scorci panoramici; nei giorni
particolarmente tersi, si possono vedere le isole Elba, Capraia, Gorgonia e
Corsica. Scendendo le Pianelle per ombrosi castagneti e fitti oliveti,
incontriamo l’abitato di Summonti: un piccolo panoramico borgo che si eleva al
di sopra delle frazioni della Pieve, Montemagno, Nocchi e Marignana. Poco più
in basso, nel verde, inizia il sentiero che per vasti e soleggiati oliveti,
arriva al borgo di Peralla; antico castello medioevale. Se questo piccolo
bellissimo borgo rivive, lo si deve alla scultrice di fama internazionale Maria
Henriquez Fiore che lo riedificò con l’amore di chi ama la quiete
dell’ambiente naturale e il fascino del passato. Lasciata Peralla si scende
all’antico nucleo abitato di Buchignano e proseguendo, si attraversano il rio
Verzentoli e il solco di Spranga e quindi, per un percorso quasi interamente in
piano, si arriva a Torcigliano. Inutile ripetere che anche questo paese
arroccato sulle sponde del monte Pedone, possiede tutte le caratteristiche
riscontrate nelle frazioni già incontrate. L’itinerario continua su un facile
sentiero che percorrendo le propaggini dei monti Spranga e Pedone supera il
profondo canalone inciso dal rio Lucese snodandosi poi, con direzione sud, lungo
la base dell’ardito cono del monte Rondinaio fino a raggiunge il paese di
Gombitelli: un centro famoso per l’antica tradizione della lavorazione del
ferro, per il notevole interesse storico — linguistico e per gli aspetti
paesaggistici graditi a chi ama i luoghi intatti e selvaggi: il passo del Lucese,
il monte Rondinaio e la Vallimona. L’ultima tappa del nostro lungo itinerario
è Migliano: un paesino antico e solitario che si trova sulla sommità di un
verde colle situato proprio davanti al paese di Gombitelli. La descrizione del
nostro itinerario si è conclusa. E’ stata sintetica e ciò, a parte ogni
altra considerazione, per lasciare all’escursionista il piacere della scoperta
di ciò che nessuna parola scritta può rendere in immagini e sensazioni.
1)
Poco sopra Mandria, in località Cericcia e precisamente nel punto dove termina
il ripido tratto iniziale della stradina che conduce al cimitero di Casoli, ha
inizio il sentiero C.A.I. n.°2 che presso una marginetta, all’incontro del
sentiero n°112, gira a destra per raggiungere le zone: Fontanacce, Ripradina,
foce del Termine, foce del Pallone e Matanna .11 sentiero n°112 prosegue,
invece, lungo il rio Lombricese per Campo all’Orzo, m. Prana e Col della
Poraglia, dove si trova la baita D. Barsi e dalla parte opposta, foce del
Termine, foce del Pallone e i monti Piglíone, Nona e Matanna. 2) in quei pressi
si trova la bella grotta del Tambugione.3) zona di grande interesse geologico,
dove il gruppo archeo-speleologico di Camaiore ha scoperto un insediamento umano
attribuito all’epoca medioevale.
Parco
Naturale del Bracco Mesco, da Deiva Marina a Framura.
Il sentiero, (denominato verdeazzurro per il contrasto tra il verde dei boschi della Riviera di Levante e l’azzurro del mare), si snoda da Sestri Levante a Bonassola.
Il nostro percorso, toccherà il tratto: Deiva M./Framura.
Questa Grande Area Protetta, fa parte di un grande sistema naturalistico ambientale denominato Bracco Mesco/Cinque Terre/Monte Marcello, all’interno del Parco Regionale delle Cinque Terre ed è caratterizzata da un paesaggio costiero a falesie alte e strapiombanti con poche insenature ciottolose, originatesi o alla foce dei pochi corsi d’acqua o per fenomeni franosi dai pendii sovrastanti.
La macchia mediterranea è molto ben conservata con lecci, pini marittimi e castagni ed un sottobosco spesso incredibilmente intricato di rovi, ginestroni e felci aquiline.
Interessante ed eterogenea la fauna, le cui tracce sono ben evidenti sui sentieri con pigne rosicchiate dagli scoiattoli e soprattutto tracce di scavi fatte dai cinghiali, numerosissimi in questa zona.
Auto: Autostrada Livorno/ Genova, con uscita a Deiva Marina.
Trek:
lasciato il centro abitato attraversiamo un ponte, alla fine del quale iniziamo
un sentiero in salita, nel bosco. Il sentiero,
inizialmente ripido, diventa meno impegnativo dopo circa venti/trenta
minuti di cammino e diviene agevole una volta arrivati in quota. Dopo
l’attraversamento di vaste zone boschive, scenderemo per la sosta a Costa (fraz.di
Framura) e da qui, dopo avere ammirato panorami marini che spaziano su tutta la
riviera di Levante, ritorneremo verso Deiva, prima per un percorso asfaltato
sulla destra (prendere la salita, arrivati nella zona Campeggi), quindi
per uno sterrato ed
infine per un sentiero che scende verso il mare. Durata del trek circa cinque
ore.
Sopra Camaiore, dopo aver ammirato panorami marini di grande bellezza, andremo alla ricerca di una grotta preistorica anticamente abitata da popolazioni neolitiche ed ancora oggi oggetto di scavi e ricerche.
All’esterno della grotta ampie pareti rocciose dalle quali sgorgano piccole cascatelle d’acqua, ci regaleranno in più uno spettacolo estremamente suggestivo. L'itinerario ha inizio dalla frazione di Tre Scolli, in fondo al paese di Casoli proprio dopo le ultime case (non si può sbagliare perché poi la strada finisce).Dopo l’abitato (a sinistra) c’è una stradella asfaltata e, dopo cinque minuti, una sbarra di ferro, poco dopo l’inizio del sentiero 106 (sulla destra), qui iniziamo la passeggiata vera e propria.Proseguiamo nella salita su asfalto e al secondo bivio incontrato prendiamo a destra, incamminandoci per un viottolo di campagna che percorreremo fino in fondo, ammirando il panorama marino a sud ed i versanti montuosi dei monti Prana e Piglione, fino a proprio sotto le pendici del Matanna, avendo prima incontrato una rientranza di roccia che oltrepasseremo, utilizzando un camminamento artificiale. Inizieremo adesso a salire nella macchia per un terreno sassoso, circa venti/trenta minuti,percorrendolo fino a che non si arriva a Grotta all'Onda., essendone avvertiti dallo scroscio dell’acqua delle cascatelle.Da quando saremo partiti sarà trascorsa circa 1 ora e mezza. Grotta all'Onda è posta a 700 metri slm ed è un posto incantevole con una grotta preistorica molto ampia, abitata da antiche popolazioni neolitiche (fare attenzione perchè la grotta è tutt’ora oggetto di scavo, anche se adesso sembra quasi abbandonata) ed all'esterno, come accennato, ci sono delle alte pareti rocciose dalle quali scendono cascatelle d'acqua, sotto le quali passeremo.Il percorso di ritorno richiede circa 1 ora per la stessa via, oppure almeno due ore scegliendo il secondo sentiero che parte dalla grotta e che ci porta prima sul sentiero n°2 e poi n°112, ritrovando infine, dopo aver incontrato più volte un torrente e dei guadi, la strada asfaltata che ci condurrà a chiudere l’anello.
La
cascata dell'Acquapendente a Cardoso
La
cascata dell’Acquapendente, bellissima ma anche sconosciuta ai più, si trova
nelle Alpi Apuane, vicino al paese di Pruno di Stazzema
ed è raggiungibile con solo ½ h. di cammino.
Il percorso
odierno ci porterà a chiudere un anello, passando per Casoli ed i mulini di
Candalla, lungo il rio Lombricese.
Breve
sosta per rifornirci di acqua e scendiamo adesso verso il rio Lombricese, già
comunque incontrato in precedenza, per uno sterrato in discesa di circa 40
minuti. Giunti quasi a toccarne le sponde, giriamo poi a sinistra, in direzione
mulini (targhetta in ceramica) ed in dieci minuti arriviamo ai ruderi di un
pastificio in disuso dai primi ‘900.
Per
apprezzare pienamente un ambiente carico di memorie, ci fermeremo quindi qui per
il pranzo, accanto ai ruderi, abbandonati
da molti anni che è un peccato vederli così in rovina, ed allo scorrere
dell'acqua del torrente, che ne aumenta il fascino antico.
Il
rio Lombricese, lungo il quale sosteremo, ha l'aspetto tipico di un torrente
appenninico, con buche molto profonde e, benchè molto fredde, le sue acque
consentirebbero anche il bagno, proprio per questo. Durante la sosta pranzo,
potremo dedicarci alla ricerca degli altri mulini diroccati vicini, a monte del
pastificioe sull’altra sponda del rio. La via del ritorno quindi, ci porterà
al borgo sottostante di Candalla, dove troveremo un mulino altrettanto antico ma
ancora ben conservato e con delle cascatelle estremamente suggestive.Il sentiero
poi ci riporterà a Metato, prima per la zona dei castagneti (uno stradello in
salita), poi per un sentiero a sinistra nel bosco ed infine, arrivati nella zona
dei coltivi (soprattutto ulivi) per un largo tratturo, ancora a sinistra, per 20
minuti di salita, un po’ faticosa, saremo di nuovo a Metato, in circa un’ora
e 15.
Note:
la zona è particolarmente interessante in autunno, poiché le castagne che vi
si trovano sono particolarmente buone e presenti già da metà
settembre.Dislivelli/ Metato 408 Candalla 60.Percorrenza totale ore 3.30/4
escluso soste.Difficoltà: E.
Questa è
una variante di sicuro interesse per arrivare al m.Forato.
E’ una via
verde che arriva fin sotto sotto il monte Croce, per scendere poi verso il
sentiero che porta alla foce di Petrosciana e arrivare infine al monte Forato,
per i sentieri 131 e 12.
Il ritorno a
Palagnana può farsi sia tornando indietro per la stessa via, come anche
percorrendo un ampio giro (di due ore circa), passando per il rifugio Matanna.
Descrizione
itinerario:
Da Palagnana,
proprio in fondo al paese, si percorre un breve tratto asfaltato, fino a trovare
le indicazioni per i sentieri 3, 8,
135. Prendiamo il n°8 e saliamo facilmente nei boschi che ci portano alla foce
delle Porchette, dove il panorama
è stupendo, con il m.Croce in primo piano sulla nostra destra e la Pania Secca che si erge di fronte, davanti a noi e
l’Appennino, in lontananza e ad est.
Sosta alla
foce delle Porchette, cui si arriva in un’oretta, per scendere poi di quota,
sempre per il sentiero n°8, tra chiazze di faggi e cespugli ed ancora boschi,
sulla nostra destra e rocce a picco su di noi, alla nostra sinistra. La discesa
ci impegnerà per circa h.0.40,
fino
a che arriveremo ad un bivio, dove gireremo a destra, per il sentiero n°6,
arrivando alla foce di Petrosciana (in h.0,45), con una salita graduale, per i
boschi del versante occidentale. Da qui prenderemo per il sentiero 131, con
vista piena sul versante sud della Pania Secca ed in falsopiano raggiungiamo
prima una serie grotte (a
sinistra), arrivando a trovare poi un trivio (mt.0,25), con un sentiero che
prosegue davanti a noi, fino a foce di Valli, uno a destra che scende a
Fornovolasco ed il nostro, a sinistra, che sale (0.45 mt.) n°12, al m.Forato.
Ritorno per il percorso fatto fin qui (fare attenzione a riprendere la salita
con l’indicazione m.Croce, a sinistra), con gli stessi tempi di percorrenza,
fino alla foce delle Porchette dove, volendo, si può prendere il sentiero 109
(che adesso avremo alla nostra destra) e
tra
salti di roccia alternati ad altre zone boschive ed arrivare fin sotto
il callare del Matanna (h.0,60). Dal rifugio poi, percorso un breve
tratto su asfalto, dopo il parcheggio auto, sulla sinistra prendiamo per il
sentiero 3 (indicato) ed in un’ora saremo nuovamente a Palagnana.
Percorso non troppo impegnativo, anche se lungo (circa 6 ore, tornando
a Palagnana per il sentiero iniziale oppure 8, se si passa invece dal
rif.Matanna), ma estremamente remunerativo dal p.d.v.paesaggistico: dal
M.Forato si vede tranquillamente il mare della Versilia ed i monti del versante
ad ovest del m.Nona (gruppo del Procinto, davanti a noi, tornando ed i
m.Lieto e Gabberi, sulla nostra destra, prima di risalire per la
devizione al m.Croce.
La
Valle del Fiume Frigido: Forno e la via dell’onice.
L’arco
del monte Forato (1223 msl) è un monumento di roccia, cristallino
esempio di architettura naturale, alto 26 metri e largo 32, raggiungibile sia da
Stazzema che da Fornovolasco.
m.Forato/Fornovolasco h 1.30.
Come raggiungere Colonnata: in auto, sulla autostrada A12
Genova-Rosignano uscire a Carrara, da qui seguire le indicazioni per Colonnata,
distante circa 7 km.
In autobus, utilizzare la compagnia locale CAT.
In treno, sulla linea Genova-Livorno stazione di Carrara.
Si parte dal centro di Colonnata, Piazza Palestro.
Partiamo proprio dal centro del paese, in piazza Palestro, e seguiamo le scalette che in salita si infilano tra le abitazioni. Pochi metri e troviamo una fontanella dove seguiamo le indicazioni per Cima d'Uomo. Giungiamo così sopra il borgo e teniamo la sinistra paralleli ad un parapetto in ferro. Ci attende una parte abbastanza faticosa, prima sulle rocce e dopo in mezzo ai pini. Effettuata la salita approdiamo su di un comodo sentiero che seguiamo verso destra, quanto basta per trovare la deviazione sulla sinistra che riparte in salita. La fatica è ricompensata dalla vista che abbiamo sul gruppo del Maggiore appena ci affacciamo di fronte alla sua impressionante parete a strapiombo. Proseguiamo ma non più ripidamente come prima. Dobbiamo affrontare il promontorio che ci sovrasta, ma lo facciamo tagliandolo in diagonale in modo tale da ridurre in parte la fatica. Una volta che ci siamo portati sull'altro versante della parete, quello meridionale, saliamo verso la vetta, lungo la costa che da questa scende, per raggiungerla in venti minuti. È possibile adesso vedere la Cima d'Uomo che ci attende e possiamo guadagnarne la sommità in un quarto d'ora. Pur essendo un rilievo modesto -968 m- rispetto alle alture circostanti è un ottima postazione da cui osservare le impervie creste Apuane. Verso sud est è facile riconoscere la particolare sagoma della Tambura e a seguire tutte le altre vette affacciate sul versante marino. Lo sguardo verso nord indugia invece sul grande bacino marmifero che abbraccia Colonnata. Dalla Cima d'Uomo, posto ideale per effettuare una sosta, ripartiamo puntando il monte maggiore. Affrontiamo un tratto in leggera discesa per poi risalire su di una seconda piccola vetta. Da questa si scende per andare diretti sotto la parete del monte. Alla base, in direzione di destra, parte un sentiero che entra dentro la piccola vallata e la costeggia fino a condurci leggermente più in basso, al limitare del bosco. Incontriamo una fonte e da qui ci addentriamo all'ombra degli alberi. Stiamo raggiungendo il borgo di Vergheto, un paese popolato dai cavatori ed ora pressoché abbandonato. Ad anticiparlo vengono incontro alcune case diroccate; passiamo di fianco ad una di queste per arrivare al sentiero n.38, che proviene dal fondo della vallata, e lo seguiamo fino ad attraversare Vergheto. Uscendo dal borgo il percorso si biforca; bisogna andare a destra. (Tenendo la sinistra si andrebbe dritti fino al termine del sentiero, su un bel pianoro a strapiombo con a destra la vista su Colonnata.) Iniziamo una discesa in mezzo ai castagni, prima andando in leggera pendenza, poi aumentando con una serie di curve che a serpentina conducono in breve ad un tratto con alcuni scalini in pietra e successivamente ci colleghiamo ad un altro sentiero che prendiamo sempre in discesa. Siamo così arrivati ad un piccolo ponte che oltrepassiamo e, seguendo le indicazioni su un casottino in muratura, ci avviciniamo al centro di Colonnata, che troviamo dopo aver attraversato un nucleo di case.
Il
nostro itinerario inizia da Resceto (m.485), piccolo paese raggiungibile da
Massa attraverso la strada della Bassa Tambura.
Resceto sorge in un luogo d’orrida bellezza, dominato com’è dalla
gigantesca mole del M.Tambura (m.1890) e della Cresta di Sella. Da questo paese
parte la lunga traversata della Via Vandelli, strada costruita nel Settecento
dall’Abate Domenico Vandelli, ingegnere del Duca di Modena Francesco III d’Este.
La strada serviva per collegare Modena con Massa, visto che nel 1741 si erano
sposati per motivi politici Ercole Rinaldo d’Este, erede del Duca di Modena, e
Maria Teresa figlia del Duca di Massa Cybo-Malaspina.
La Via Vandelli, grazie alla meritoria opera di restauro, è quasi perfettamente
conservata nel tratto Resceto-Finestra Vandelli; un itinerario sicuramente
consigliato!
Resceto, come vedremo, è anche la “capitale apuana delle via di
lizza”, ardite e ripidissime strade che permettevano la discesa di tonnellate
di marmo dalle cave più alte al fondovalle.
Fatta questa breve premessa passiamo al nostro itinerario. Arrivati a Resceto
attraversiamo l’abitato e scendiamo sul fondo del canale. Ben visibile davanti
a noi, sul costone opposto rispetto a quello dove è costruito il paese, si apre
l’orrido Canale dei Vernacchi (erroneamente chiamato Canale dei Piastriccioni
sulla carta IGM) che imbocchiamo subito seguendo il sentiero CAI n° 165 che
corre sul fianco destro del canale (sinistra orografica). La salita è
inizialmente moderata. Oltrepassiamo subito alcune capanne, poi un casotto
(presa dell’acquedotto, m.585) e continuiamo il nostro itinerario in ambiente
orrido e selvaggio, tipicamente apuano. Il silenzio è surreale, davanti a noi
è già visibile la maestosa bastionata del Sella, notiamo molte vie di lizza
che s’intersecano nel canale, muti testimoni di un mondo oramai scomparso. Il
sentiero corre ora su una via di lizza ed il pensiero non può non andare a quei
lizzatori, che mettendo quotidianamente a repentaglio la propria vita, facevano
scendere cariche di marmo da diverse tonnellate lungo queste impervie vie. Per
comprendere la pericolosità del lavoro di lizzatore basti pensare che dal 1896
al 1909 si contino nelle sole lizze massesi, ben 23 feriti e 13 morti (dati
presi dal bellissimo libro “Le strade dimenticate” di F.Bradley-E.Medda).
Improvvisamente la vista si apre su uno straordinario manufatto: il Ponte
Pisciarotto (m.696), sul quale correva una via di lizza.
Il sentiero, sempre ben segnato, supera il ponte aggirandolo sulla sinistra ed
inizia a salire un costone ricoperto di paleo con alcuni tornanti. Proseguiamo
ancora lungo l’ennesima via di lizza fino ad arrivare ad un primo bivio: a
sinistra ha inizio il segnavia 164 che conduce ai Campaniletti e quindi al rif.
Conti. Noi dobbiamo andare a destra, sempre lungo il 165. C’inoltriamo per un
breve tratto nel Canale della Neve, fino a che non incontriamo un altro bivio,
sempre ben segnalato: a sinistra il 165 continua verso le Cave Cruze, proprio
sotto l’Alto di Sella, mentre a destra ha origine il sentiero 160 che ci
porterà sul M.Sella. Svoltiamo quindi a destra prendendo il 160 ed iniziamo a
risalire un orrido canalone. La salita qui si fa costante e continua, mettendo a
dura prova le nostre gambe. Siamo sul lato sinistro del canale (destra
orografica), e dobbiamo prestare attenzione, perché il sentiero è sempre in
forte pendenza ed attraversa zone perennemente in ombra: è quindi facile
trovarlo umido e scivoloso. Continuiamo la salita fino ad arrivare a raggiungere
una dorsale che scende dal Sella. Qui il panorama si apre, e gli occhi, ormai
abituati alla cupezza del canale appena percorso, possono ammirare lo stupendo
panorama che si apre verso sud.
Il sentiero svolta ora decisamente a sinistra e segue la linea di cresta. Dopo
alcune risvolte il segnavia ricalca quello di una lizza proveniente da Renara.
Ben visibile in questo punto ci appare l’incredibile tracciato della lizza
della monorotaia. Arriviamo quindi alla Focola del Vento (m.1358), dove è
presente una vecchia centralina che serviva per portare l’elettricità alla
Cava Bagnoli; la oltrepassiamo ed iniziamo a salire decisamente i prati
sommitali del Sella. Qui la salita si fa veramente ripida, il sentiero ricalca
in parte quello di una ripidissima lizza proveniente dalla Cava Bagnoli: sembra
impossibile che gli uomini riuscissero a trasportare blocchi di marmo di
svariate tonnellate su queste pendenze. Sono presenti anche numerosi piri in
legno, ai quali venivano legate le cariche di marmo. Sulla sinistra in basso ben
visibile il bosco della Selvarella, sovrastato dalle altissime Cave Cruze, alle
quali arriva una ripidissima via di lizza.
Continuiamo la nostra salita per paleo e roccette, sempre con pendenza
sostenuta, fino ad arrivare alla Cava Bagnoli, posta circa 100 metri sotto la
cresta di Sella. Qui sono presenti blocchi di marmo perfettamente squadrati, che
sembrano attendere l’arrivo, da un momento all’altro, di una compagnia di
lizzatori che li accompagni a valle. Il sentiero 160 prosegue, sempre segnato,
in un ripido valloncello che ci conduce alla cresta. Da qui svoltando a destra
possiamo raggiungere in pochi minuti e per ampia cresta la vetta del Sella
(m.1739).
C’è da dire che mentre sulle carte la vetta del Sella è segnalata a destra
dell’uscita in cresta (effettivamente questa sembra la più alta), sul
sentiero la vetta è indicata a sinistra. In occasione della nostra escursione
abbiamo raggiunto entrambe le vette collegate dalla linea di cresta percorribile
in 5 minuti (prestare un minimo di attenzione se ci si reca sulla vetta di
sinistra, perché in questo punto la cresta, pur non presentando particolari
difficoltà, non è molto larga). Mentre sulla vetta di destra (sud) è presente
un piccolo cippo in legno con la scritta “M.Sella m.1739”, il quaderno di
vetta è sulla vetta di sinistra (nord).
Dalla vetta del Sella il panorama è stupendo su tutte le Apuane settentrionali:
fanno bella mostra di sé “Sua Maestà” la Tambura, il Sagro, il Grondilice,
il Contrario, il Passo della Focolaccia ed il Cavallo. Ad est il panorama si
apre sull’Appennino, mentre a sud il Sumbra, il Fiocca, le Panie e
l’Altissimo dominano il paesaggio. Visibili anche l’Eremo di San Viviano,
proprio sotto il Roccandagia, il lago di Vagli, la Valle Arnetola, il paese di
Careggine e i suoi impianti sportivi.
Mentre ammiriamo un panorama così vasto, l’occhio cade su numerose capre,
che, quasi irridendoci per la nostra prudenza, se ne stanno beate sull’Alto di
Sella, proprio sull’orlo di un orrido precipizio.
Dato il carattere parecchio dirupato della zona, consigliamo di percorrere lo
stesso itinerario anche al ritorno, facendo attenzione nei punti più ripidi.
Questo percorso ci permette di conoscere le Apuane più selvagge, costellate da
vere e proprie testimonianze della storia dell’escavazione come le vie di
lizza, perfettamente integrate nell’ambiente naturale. Un itinerario che ci fa
comprendere perché le nostre Apuane sono definite le "montagne
irripetibili".
PARTENZA:
RESCETO (m.485)
ARRIVO:
M.SELLA (m.1739)
SENTIERI
PERCORSi: CAI 165 e CAI
160
DIFFICOLTA:
EE (il percorso non presenta difficoltà particolari, se non in cima alla vetta
del monte Sella per i forti dirupi che si presentano in entrambi le valli che si
guardano, il sentiero richiede sempre attenzione e necessita di una buona
preparazione fisica visto il forte dislivello da coprire e le ripide vie di
lizza da percorrere Sconsigliato in caso di ghiaccio e di scarsa visibilità)
DISLIVELLO:
1280 m. circa
Tempo
di percorrenza: La salita richiede circa tre ore e mezzo facendo anche brevi
pause, mentre la discesa ne richiede circa due e mezzo. (dal sito paesiapuani)
è
un’aspra ed imponente gola calcarea, con ripide pareti scavate in
profondità dalle fredde acque del torrente Pelago, il Canyon si inserisce in un
paesaggio appenninico caratterizzato da ambienti rupresti ed estese faggete, dominato dalle cime del monte
Rondinaio e delle Tre Potenze che sfiorano i 2000 metri d’altezza.
Angolo
autentico di wilderness, dove la presenza dell’uomo da tempi immemorabili non
ha intaccato la bellezza dei luoghi e dove è possibile, ancora oggi, incontrare
una flora estremamente ricca e interessante. Nelle zone rocciose più soleggiate
della gola troviamo tra le specie erbacee le sassifraghe, i semprevivi, le rare
aqilegie e la primula agricola, mentre all’interno del canyon, nei tratti
umidi ed ombrosi, predominano i muschi, le epatiche e vari tipi di felci.
Per
le specie arboree si segnala il faggio, il carpino, il leccio,
quest’ultimo diffuso in alcune stazioni rupestri ben soleggiate, aceri,
salici, il tiglio selvatico,il maggiociondolo ed il raro tasso, pianta sempre
verde dalle foglie velenose.
Riguardo
alla fauna, tra i mammiferi sono
presenti il capriolo, il daino,la lepre,lo scoiattolo, la marmotta, diffusa sul
monte Rondinaio, la volpe, la puzzola e la martora; un piccolo gruppo di capre
inselvatichite, di circa 20 esemplari, costituisce una curiosità locale. L’avifauna
è rappresentata da diverse specie di rapaci come l’aquila reale, splendido
simbolo dell’Orido, l’astore, lo sparviere, la poiana, il falco pecchiaiolo,
il gheppio e forse anche il misterioso gufo reale; tra i passeriformi si
elencano il curioso merlo acquaiolo, la ballerina gialla, il codirosso
spazzacamino, il culbianco, lo zigolo cucciato, la rondine montana ed il
coloratissimo picchio muraiolo; interessante è anche la presenza di un piccolo
nucleo di pernice rossa.
Per
preservare l’unicità e le bellezze naturali dell’Orrido di Botri è stata
istituita, fin dal 1971, una Riserva
naturale, che tutela una superficie di 286 ettari e la cui gestione è
affidata al Corpo Forestale dello Stato, tramite l’ufficio
foreste demaniali di Lucca. Inoltre, l’area protetta si trova al
centro di un’oasi di protezione della fauna, istituita nel 1993 dalla
provincia di Lucca ed estesa su una superficie di circa 2000 ettari, dove la
caccia è completamente vietata.
Descrizione
itinerario: Tempo di percorrenza complessivo:
ore 4, tra andata e ritorno
E' un'esperienza di torrentismo, con sentieri laterali al greto del torrente che verranno risaliti quando possibile ma, più frequentemente si dovrà attraversare il torrente da sponda a sponda e questo più volte.
Inoltrandoci nel pieno del canyon poi, tra pareti a strapiombo, entrare nell’acqua è inevitabile ma, una volta ambientati, è un divertimento unico e si cammina ammirando il prodigio che l’acqua, con il suo scorrere, ha saputo creare. In alto si trovano anche alcuni tratti attrezzati con delle corde e l'atmosfera è da trekking avventura.
nota: il percorso in dettaglio è visibile al link escursioni 2008.A giugno c'è più acqua e si entra spesso e volentieri fino alla caviglia, al ginocchio in 4/5 punti, con tratti in cui la corrente è anche leggermente impegnativa, a settembre il torrente è con portata minore e si guada molto meno. In acqua è meglio andarci con scarpe e calze pesanti (il freddo del torrente, comunque non eccessivo, si sente meno ed in breve non ci si farà più caso.......con scarpette da acqua o ciabattine mare non ve lo consigliamo perchè di 4 ore di cammino, almeno 3 sono da farsi nel torrente).Percorso escursionistico, non impegnativo ma sicuramente non passeggiata.
Anello
di Palagnana,
una via verde che gira sotto il monte Croce, costeggia il Matanna, arriva al
rifugio Matanna e scende nuovamente a Palagnana.
Da Palagnana,
proprio in fondo al paese, si percorre un breve tratto asfaltato, fino a trovare
le indicazioni per i sentieri 3, 8,
135. Prendiamo il n°8 e saliamo facilmente nei boschi che ci portano alla foce
delle Porchette dove, dopo una sosta per ammirare lo stupendo panorama, con il
m.Croce in primo piano, la Pania della Croce a sinistra, quella Secca a destra e
l’Appennino, decisamente ad est imbocchiamo il sentiero 109, a sinistra e
verso sud. Rimanendo in quota per larghi tratti, tra chiazze di faggi e cespugli
ed ancora boschi, scendiamo infine per questo sentiero, arrivando sotto il
callare del Matanna, tra salti di roccia alternati ad altre zone boschive.
Abbiamo impiegato un’ora per arrivare alla foce delle Porchette e un’altra
ora ci metteremo per il rifugio Matanna. Dal rifugio poi, percorso un breve
tratto su asfalto, dopo il parcheggio auto, sulla sinistra prendiamo per il
sentiero 3 (indicato) ed in un’ora arriviamo alla deviazione iniziale di
inizio escursione e quindi al paese. Percorso soft .
Lasciata la macchina al termine della strada asfaltata che conduce a Orto di Donna, nei pressi del rifugio Donegani, si sale per segnavia CAI 180 alla Foce di Giovo, da qui con una breve deviazione a destra si raggiunge la vetta del Pizzo d’Uccello ( consigliato solo ad escursionisti esperti ). Il nostro tour prosegue, invece, in falsopiano per segnavia CAI 179 sotto le pareti della Cresta Garnerone e del Grondilice, fino a raggiungere Cava 27, dove termina la strada marmifera proveniente da Orto di Donna. Qui sorge il nuovo rifugio del Parco Apuane. Si prosegue, ora, ancora per CAI 179, transitando vicino al bivacco K2, fino alla Foce di Cardeto. Ora il sentiero CAI 178 scende nella faggeta per tornare nuovamente al punto di partenza. Tempo Medio di Percorrenza ore 4.30 Difficoltà E
dalla Valle Benedetta, per Colognole.Anello.
Da Valle
Benedetta si prende la via della Sambuca. Si segue la strada che diventa
sterrata e, dopo un primo tratto in salita, nei pressi di un evidente incrocio
si piega a sinistra potendo osservare, sulla collina a sinistra i ruderi di un
mulino a vento. Dopo circa di mezzora si esce dal bosco in una zona panoramica.
In breve si raggiungono, sulla destra, i ruderi (cumulo di pietre) di un vecchio
podere in posizione panoramica, in loc. Calvario. Da qui si prosegue il cammino
in discesa avendo come riferimento direzionale un grande e unico pino solitario.
Dal pino si continua sulla dorsale: non essendoci segnalazioni si seguono
all’inizio le tracce dei cacciatori, poi seguendo le incerte tracce si punta al
fondovalle mantenendosi leggermente sulla sinistra della dorsale: questo è il
tratto dell’itinerario che richiede maggior attenzione per l’orientamento e
l’avanzamento attraverso una fitta vegetazione. Alla fine della discesa, dopo
circa 10 - 15 minuti, si interseca un evidente sentiero con un incrocio a T: si
piega a destra fino al semplice guado del torrente. Quasi subito si raggiunge
una baita in legno poco distante da un casale in pietra. Da questo momento si
segue l’evidente carrareccia fino ad uno scollinamento che sbuca dalla macchia:
si va sinistra in discesa e al successivo vicino bivio si tiene la destra,
scendendo nella fitta vegetazione fino ad un vecchio mulino. Oltrepassato il
torrente, si gira subito a destra (vernice bianco rossa del C.A.I.), lambendo la
struttura del mulino alla nostra sinistra.
L’itinerario prosegue risalendo la valle lungo la struttura in pietra
dell’acquedotto di Colognole, fino a una strada sterrata dove si gira a sinistra
per giungere nei pressi della strada asfaltata per Collesalvetti che non si
attraversa. Sulla destra è ben visibile la traccia di una carrareccia dal fondo
sconnesso in salita che raggiunge prima un bivio dove si va a destra proseguendo
fino a Casa Pianone. Si percorre il vialetto di cipressi e, giunti al cancello
dell’abitazione, si gira a sinistra seguendo la recinzione fino all’immissione
su una mulattiera, che, passando nella fitta vegetazione (l’ultimo tratto segue
i pali dei cavi elettrici), giunge sulla sterrata, già percorsa all’inizio
dell’itinerario, chiudendo l’anello e tornando a Valle Benedetta. Percorso
facile di circa 4 ore, dislivello c.ca 300 mt. (tenere presente che a novembre,
dicembre e gennaio la zona dell’acquedotto è aperta alla caccia al cinghiale e
quindi pericolosa)

Escursione a Sassetta, per il primo maggio
Sulla via del carbone.
Passeggiata
ecologica lungo i sentieri del patrimonio boschivo che circonda il borgo
medievale di Sassetta, allestito da vere carbonaie e carbonai che “in
diretta” sono impegnati nelle varie fasi di lavorazione: dal trasporto delle
legna con i muli, all’allestimento e poi funzionamento delle carbonaie, fino
alla spettacolare estrazione del carbone ardente. Il percorso dura circa
un’ora e mezza ed inizia un mt.500 dopo Sassetta, all’altezza dell’area
pic.nic, sulla sinistra della strada, descrivendo un anello. Precedentemente, un
poco prima di quest’area, viene segnalato un altro percorso della stessa
durata, intorno al monte Bufalaio, botanico e panoramico, anche questo ad anello.
Possibilità
di ristoro anche in loco, nel bosco, aperto dalle ore 12,00: menù del
carbonaio a prezzi popolari.Questo però, solo in occasione della iniziativa
descritta e cioè il primo maggio.
Le carbonaie:
La
legna, appositamente tagliata di uguale lunghezza (mt. 1 circa), di piccolo
diametro (cm. 3 – 7), viene trasportata con i muli ai bordi della piazza
“carbonaia” circolare di circa 10 mq. Viene accatastata pronta per essere
disponibile al carbonaio ed all’aiutante “meo” i quali con molta pazienza
sceglieranno i pezzi più dritti ed inizieranno a costruire, appoggiandoli ritti
ad un palo di legno infisso a terra al centro della piazza, una struttura
cupoliforme. I pezzi di legno vengono tra se appoggiati a strati in modo
verticale e circolatorio, allargandosi verso l’esterno a riempire la piazza.
Questa operazione viene detta “involgere”. Dopodiché viene dato inizio alla
fase della “calzolatura”. Si asportano dal terreno circostante utilizzando
una zappa, delle zolle di terra vegetale, dette “iove” o “piote”, che
vengono posizionate con cura alla base della carbonaia per una altezza di circa
cm.50. Sopra la “calzolatura” e fino alla sommità, la legna viene ricoperta
da “paltriccia” di bosco (foglie macerate tipo humus) che a sua volta viene
ricoperta da uno strato di terriccio ricavato dalla ripulitura della piazza. A
questo punto inizia la fase di accensione della carbonaia, viene sfilato il palo
centrale, quindi vengono introdotti nel buco rimasto detto “fornello”,
servendosi di una pala, dei legni incandescenti precedentemente preparati,
affinché prenda fuoco, partendo dal centro, tutta la catasta di legna
ricoperta. La bocca del fornello viene chiusa con zolle di terra e nella
“calzolatura” vengono praticati dei fori detti “cagnoli” a distanza di
circa 50 cm. tra loro, utilizzando un legno appuntito e leggermente curvo detto
“fumicaiolo”. In questo modo la legna brucia a fuoco lento trasformandosi in
carbone. La cottura dura di solito 3 o 4 giorni. Durante la fase della cottura
la carbonaia verrà tenuta sotto controllo dal “carbonaio” e dal “meo”,
sia di giorno che di notte. Quando la carbonaia smetterà di fumare è
“cotta”. Utilizzando un piccolo rastrello detto “semondino” si effettua
la prima ripulitura che consiste nel togliere la “calzolatura” ed uno strato
di terra. Dopo qualche ora si provvede a “secondare” la carbonaia, cioè a
togliere un ulteriore strato di terra e ricoprire la carbonaia stessa con terra
sempre più fine, affinché non entri aria al suo interno, ed il carbone si
spenga definitivamente, si raffreddi e possa essere successivamente tolto. Il
carbone verrà di regola levato la mattina presto due ore prima dell’alba
affinché si possa vedere nel buio se ci sono ancora dei pezzi accesi. Per
levare il carbone si utilizza un rastrello fatto di legno molto grande,
dall’alto verso il basso si sparge per tutta la piazza. Poi con il
“vaglio” si imballa pronto per il trasporto.
Difficoltà:
media/
Dislivello: 400 m
Durata
del percorso: circa 6 ore
(comprensiva della visita all‘Antica Ferriera Barsi in
località
Lombrici - Candalla)
Il
sentiero: lasciata la
macchina nel parcheggio di Metato prendiamo il sentiero CAI 104
Il percorso, che ha una lunghezza totale di circa 11
km, si snoda attraverso la valle del torrente Fortulla e ci porta dal mare fino
alla sommità del Monte Carvoli a quota 352 m/s.l.m.
Lasciare
le macchine nei pressi del Residence "Il Boschetto" in località
FORTULLINO fra la vecchia Aurelia e la variante. Si incomincia risalendo la
valle lungo una vecchia mulattiera che ci porterà ad incrociare la sorgente
sulfurea detta “Padula” che pare fosse usata dai romani per le sue
caratteristiche oligominerali e la sua temperatura costante di 24° per un
impianto termale, del quale sono stati trovate le tracce consistenti in
frammenti di ceramica d’epoca. Nella zona è presente anche un’interessante
gruppo di lecci ultracentenari. La sorgente si trova presso uno di questi a
pochi metri dalla strada. Subito dopo raggiungeremo, con una brevissima
deviazione, la sorgente ipotermale detta di “Occhi Bolleri”, nei campi bassi
di S.Quirico in mezzo ad un campo. Questa piccolissima sorgente fuoriesce con
manifestazioni rumorose, con un gorgoglio come di acqua in ebollizione ed è
ricca di anidride carbonica e solfidrato, (acido solfidrico dal caratteristico
odore di uova marce), uno “spettacolo” crudele che potremo osservare sarà
dato dai numerosissimi insetti che scendendo a bere nelle pozze sono rimasti
asfissiati dalle esalazioni venefiche.
Continueremo
sul sentiero per incrociare le tracce della miniera “Escafrullina” dalla
quale veniva estratto ferro e magnesite e della quale potremo vedere numerose
tracce di gallerie e lavori minerari. La macchia Escafrullina prende questo nome
da una leggenda medievale che riportava in questi boschi la presenza di una maga
con questo nome.
Percorrendo
la valle incontreremo “Il Muraglione” una vecchia diga usata come invaso di
acqua per la lavorazione dei minerali estratti nei primi decenni del 1900 posto
a poche decine di metri dalla confluenza dei due torrenti.
Ancora
salendo, adesso in discreta pendenza, attraverso il bosco fino ad incrociare, a
quota 260 m/s.l.m., la strada Castelnuovo-Nibbiaia (Via del Vaiolo) che
attraverseremo per giungere, con un ultimo strappo, sulla sommità di Monte
Calvoli dove sono presenti due cerchie di cinte murarie di ignota origine.
Scendendo
di nuovo verso la valle, passando da casa “Pian dei Lupi”, e dalla necropoli
ubicata nei pressi, verso il Poggio di San Quirico, si raggiunge la miniera di
Campolecciano, da dove veniva estratta la magnesite e, volendo, potremo entrare
in una breve galleria ancora agibile.
Nella zona costiera fra Fortullino e Chioma, alla metà dell'800, l'avv. Gaetano
Lami costituiva la fattoria di Campolecciano e la dotava di un mulino da grano
azionato con le acque del Botro Fortulla.
Seguiamo ora il corso della Fortulla fino allo sbocco in mare passando sotto i
ponti della ferrovia e della strada. Raggiungeremo infine le auto in località
il Boschetto.
Il persorso può anche essere abbreviato alla metà seguendo il corso del botro
senza arrivare fino a Monte Carvoli e tornando indietro per lo stesso
sentiero.
La
passeggiata parte da Levanto: giunti quasi all'estremità orientale del
lungomare si incontrano le indicazioni per la salita verso Punta Mesto e il
Semaforo. Il segnavia è il numero 1.
I primi metri del sentiero sono una scalinata che porta verso le case più alte
di Levanto: dopo pochi minuti, e un breve tratto su asfalto, il paese è
lasciato alle spalle e il sentiero si cala nell'ombra della macchia
mediterranea. Dopo il primo tratto, impegnativo, la salita si fa meno sensibile
e agevolmente si giunge ai 313 metri della località detta «Semaforo», per la
presenza di un'antica torretta di segnalazione. Dal semaforo si apre il panorama
su Monterosso e Vernazza e da qui, dopo una sosta, in discesa, si giunge a
Monterosso e alla sua spiaggia (il tempo richiesto è di due ore per il primo
tratto e di una per il secondo.
Percorso
storico naturalistico in Val Fegana: da Ponte Gaio a Montefegatesi.
Arrivati a Ponte Gaio, da dove in
estate è possibile iniziare a
risalire il canyon dell’Orrido di Botri, iniziamo un percorso interamente
immerso nei boschi, folti castagneti di cui tutta la zona è interamente
ricoperta, dai quali usciamo per incontrare ora prati macchiati dai cespugli ora
i torrenti del fondovalle.
Inizialmente seguiamo una strada
sterrata, seguendo il corso del torrente Pelago, poi un sentiero e quindi tracce
di sentiero che si inerpicano dolcemente a monte,
per arrivare ad un intaglio nella roccia da cui si domina, con una veduta
impressionante, l’intera Val Fegana, ammirando le cime del m.Rondinaio e
dell’Alpe delle Tre Potenze, che quasi si toccano.
Usciti dai boschi, arriviamo poi,
dopo un paio d’ore di cammino, a Montefegatesi,
paese arroccato su un colle roccioso, dove Dante soggiornò, esule in fuga,
prendendo spunto per descrivere l’ingresso nel suo inferno, ispirandosi
proprio per questo al vicino Orrido di Botri.
Da visitare in paese, il loggiato situato sotto la chiesa parrocchiale
cinquecentesca, nel quale è ospitata una raccolta di oggetti archeologici
rinvenuti nella zona.
Dopo la
visita al paese, dal cui belvedere lo sguardo può spaziare sull’intera Val
Fegana sottostante e sulle montagne appenniniche di fronte, scendiamo verso
l’Orrido di Botri, lungo uno stradello prima asfaltato
e poi sterrato, sempre più
stretto e sempre attorniato dai castagni, quasi come ancora avessimo il bosco
tutto intorno.
Percorso
facile, circa tre ore di cammino,
esclusa la sosta in paese.
Da Padivarma a Piano di Beverino in val di Vara.
Sentiero
agevole,particolarmente piacevole in primavera ed estate, perche' fresco e
ombroso per gran parte del suo tracciato.
Il
percorso parte da Padivarma,localita'dalla quale passava l'antica via
"Romea" e sede nel medioevo di un castello vescovile. Padivarma ed è
raggiungibile percorrendo l'Aurelia dai caselli autostradali della Spezia o di
Bugnato. Lasciata l'auto nei pressi della farmacia,dove si ferma anche
l'autobus,si percorre a piedi via Costa, per scendere in direzione del torrente
Ricco'.Giunti a un bivio,si lascia a destra un campo sportivo e si attraversa a
sinistra un piccolo ponte sul torrente. La strada asfaltata si addentra in un
bosco a prevalenza di robinia con abbondanti felci maschio,edera e rovi.Si
prosegue per circa un chilometro sino a trovare sulla sinistra una lapide
dedicata alla lotta partigiana. Circa 30 metri dopo,all'altezza di un
tornante,si lascia la provinciale per imboccare a sinistra la strada sterrata
denominata localmente la"strada dei tedeschi" perche' realizzata in
parte dalle milizie tedesche durante la seconda guerra mondiale.Si entra in un
bosco costituito principalmente da robinia con presenza di pino marittimo e
castagni. Nel sottobosco si ritrovano rovi,corbezzolo,erica arborea e brugo.Il
percorso corre a mezza costa lungo versanti esposti a nord e nord ovest.L'altro
versante della vallata e' caratterizzato,per effetto della differente
esposizione,da un tipo di vegetazione piu' marcatamente mediterranea con
abbondante presenza di leccio.Si giunge in prossimita' del primo di una serie di
impluvi,caratterizzati da una ricca flora di zone umide:felci,quali il polipodio
e lo scolopendrio comune,epatiche e muschi.
Lungo
i fossi la specie arborea predominante e' il carpino nero.Poco piu' avanti
arrivati vicino a una linea elettrica,ci si puo' fermare ad ammirare il
paesaggio della vallata. Si vedono le acque limpide del fiume Vara e la strada
che corre ai piedi di una collina ricoperta da una fitta pineta di pino
marittimo.Un ponticello in legno permette di superare un altro fosso:notevole lo
strato di muschi che ricopre le rocce.Il substrato roccioso e' costituito da
arenarie,dalla cui degradazione deriva un suolo acido.Si prosegue in lieve
discesa in un bosco di castagno,con presenza di pino e di qualche leccio.Tra le
piante del sottobosco si notano ginepri ,agrifogli felci maschio e graminacee
caratterizzate da foglie molto lunghe e sottili ,le festuche.Piu' avanti il
bosco si arrichisce della presenza del carpino bianco,albero dalla
caratteristica corteccia liscia di color grigio-cenerino .
Dopo
il terzo impluvio si giunge a un punto panoramico sulle anse descritte dal corso
del Vara.Il sentiero prosegue scendendo molto vicino al fiume,a 30-40 metri
circa di quota rispetto al suo corso.Nel punto in cui il tracciato inizia a
restringersi si apre davanti a noi uno spettacolo unico:un bosco di bosso,che
con il colore verde scuro del suo lucido fogliame crea un bellissimo contrasto
con il verde azzurro delle acque del Vara.Il bosso costituisce in questa zona
una rarita' botanica protetta dal Parco.
Si
oltrepassa una passerella in legno e siprosegue in lieve discesa.Alla fine del
bosco dei bossi la strada si amplia nuovamente.Nei pressi della linea elettrica
si tralascia una deviazione che risale verso destra e si prosegue
scendendo.Subito a sinistra una deviazione ci permette di raggiungere in breve
tempo la sponda del Vara dove crescono grandi piante di ontano nero.Tornati sul
sentiero si trova una radura invasa da rovi dove e ' facile osservare il merlo
che,movendo la coda in alto e in basso, segnala la sua posizione agli altri
individui.si rientra quindi in un bosco misto caratterizzato dalla presenza nel
sottobosco di numerose piante di pungitopo e di felci maschio;si notano sul
terreno le tracce del passaggio dei cinghiali.Dopo pochi metri si incontra un
boschetto di pini marittimi all'altezza del quale si stacca sulla destra un
sentiero in salita che trascuriamo.si prosegue lungo il comodo tracciato fino ad
incontrare una recinzione e sulla destra una macchia di minestrone ed
erica.Giunti nei pressi di un officina,si segue la strada asfaltata che scende a
sinistra,tra un piccolo filare di alberi bianchi e douglasia e un vigneto;dopo
una curva si passa accanto a una casa colonica con un bell'arco in pietra per
arrivare sulla provinciale 17 della val Graveglia.Attraversata la strada si
scende nella stradina che dopo pochi metri diventa sterrata e conduce nella zona
agricola della Piana di Beverino.Un'ampia curva delimita sulla sinistra la zona
golenale del fiume Vara,dove si nota un laghetto circondato da pioppi.Si rimane
sulla destra,tralasciando una deviazione a sinistra,si passa accanto a una
vecchia stalla con fienile in legno e si prosegue tra coltivi e abitati sino
alla piccola chiesa della "Madonna di Sanna".All'interno un vecchio
dipinto rappresenta la Madonna della Sanna o della Salute festeggiata il 21
novembre.
A poca distanza ,sulla provinciale,si ritrovano le fermate dell'autobus.Il tratto descritto rappresenta solo una parte del sentiero denominato "strada dei tedeschi"in quanto dalla chiesetta e' impossibile proseguire lungo il versante destro della vallata sino all'abitato di Piana Battola,nel comune di comune di Follo.
Trekking
delle frazioni camaioresi:
Gombitelli, Torcigliano, Peralla
Dopo il nostro primo
incontro conoscitivo delle frazioni Camaioresi, con Santa Lucia, Monteggiori e
La Culla , proseguiamo il nostro percorso con la seconda parte: la traversata da
Gombitelli a Torcigliano ed Agliano Peralla, a/r circa 4.30/5 ore, con percorso
interamente in falsopiano o francamente pianeggiante.
Da Gombitelli, antico centro
famoso per la lavorazione del ferro ed interessante per gli aspetti
paesaggistici, graditi a chi ama i luoghi intatti e selvaggi (sopra il paese
c’è il passo di Lucese, via alta per il m.Prana e Campo all’Orzo),
cominceremo il cammino.
Un sentiero, appena
lasciate le ultime case del paese, ci conduce in una vasta e bella pineta,
superando poi un profondo canalone, inciso dal rio Lucese , sotto i monti
Spranga e Pedone, arriviamo, sempre in piano, verso la zona delle leccete, prima
dei coltivi, ed il paese di
Torcigliano.
Inutile dire che ci
prenderemo tutto il tempo e per la visita agli agglomerati di case e per godere
di un ambiente incontaminato (sono zone stranamente trascurate
dall’escursionismo di massa). Dopo una sosta e circa ore 1.20 di cammino,
andremo poi verso Agliano Peralla, antico castello medioevale e bellissimo
borgo, mentre il percorso si snoderà tra vasti e soleggiati oliveti, aprendosi
il panorama verso la sottostante piana di Camaiore ed il mare.
A questo punto, dopo
un’altra ora e trenta e fatta un’altra sosta, prenderemo la via del ritorno,
potendo così rivedere ed apprezzare i luoghi attraversati.
Note: per il passo del Lucese, parte un sentiero
di circa un’ora da Torciglliano. Le erbe e le piante aromatiche e profumate
che si incontrano lungo il cammino, più o meno rigogliose in base alla stagione
sono: salvia e rosmarino, lavanda, nepitella, menta, ruta e timo, finocchio,
mirto, cedrina ed in tarda estate, le more (particolarmente abbondanti a fine
agosto, seguendo la direzione per Migliano) e, alla marginetta, tornando in
paese per il sentiero sulla destra. In ultimo: l’acqua non rappresenta un
problema in quanto ci sono fontanelle e antichi lavatoi, lungo tutta la
traversata.
Alta via del Golfo a Bocca di Magra
Si
parte da Bocca di Magra nel parcheggio sotto la chiesa di Sant'Andrea,al
capolinea dell'autobus.Nel primo tratto il sentiero sale attraverso un boschetto
di robinia e arriva su una strada asfaltata che si percorre sino alla prima
curva, poi si va a sinistra verso un cancello che in passato era l'ingresso del
Monastero del Corvo.
Si
riprende quindi il sentiero dal selciato in pietra e,seguendo il muro di cinta
del monastero,si arriva all'ingresso della proprieta'.
Da
qui si continua a salire,tra pini marittimi, eriche e corbezzoli e si attraversa
la provinciale dove, percorsi alcuni metri verso sinistra, si risale nel punto
dove e' visibile il segnavia e ci si trova di nuovo nella pineta.
Si
arriva poi a un guado lastricato in pietra, nel punto dove il canale di Resecoli
incontra il torrente, detto "fosso Bozon", che si costeggia per un
lungo tratto.
Attraversata
una sterrata,si prosegue lungo la salita che porta alle prime case di
Montemarcello e, seguendo via delle Mura verso destra, si giunge all'entrata del
paese
ritrovandoci
in un parcheggio dove c'e' anche la fermata dell' autobus.
Si
prosegue in direzione di Ameglia e dopo circa 200 metri si riprende il sentiero
che scende sulla destra e, in prossimita' del cimitero, si sale a sinistra lungo
il muro perimetrale del cimitero stesso, arrivando cosi' di nuovo sulla
provinciale che si attraversa, per cominciare la salita verso monte Murlo.
Dopo
circa venti metri sulla sinistra, si ritrova il vecchio sentiero, per un breve
tratto si costeggia un fosso e poi si prosegue in mezzo a cespugli di erica,
mirto e corbezzolo, girando quindi
a sinistra per
rientrare nella pineta.
Arrivati
alle cisterne dell'acquedotto, si sale a sinistra delle cisterne stesse fino a
incontrare una sterrata e, percorsi alcuni metri verso destra, si arriva all'
orto botanico.
Il
sentiero passa a fianco della Foresteria e si snoda attraverso un bosco di cerri
e roverelle,
proseguendo
in discesa fino a un pianoro da dove si va a sinistra,
passando accanto ad un ristorante per imboccare la strada con fondo in
cemento.
In
pochi minuti arriviamo a Zanego, in localita' Quattro Strade.
Percorsi
alcuni metri della provinciale in direzione Lerici, in prossimita' della fermata
dell'autobus, si riprende il sentiero che sale ripido sulla destra, in un
boschetto di lecci e pini d'Aleppo, si attraversa quindi una zona con coltivi e
ville e, arrivati in prossimita' della Piana della Chiesa, si gira a
sinistra,dentro il bosco, fino ad incontrare una sterrata che si percorre verso
destra,in direzione del monte Rocchetta.
In
vista del forte militare della Rocchetta il sentiero diventa quasi pianeggiante
e fiancheggia il forte stesso, mentre sulla destra si vede la piana del fiume
Magra, incorniciata dalle Apuane.
Si
arriva poi in localita' Cima del Monte, nel punto dove si incontra una strada
che sale dalla localita' detta Bozi Marini, si attraversa e si prosegue dentro
un querceto misto, arrivando in prossimita'di alcune case che si superano, per
giungere in una zona aperta, oltre la quale si imbocca una sterrata sulla
sinistra.
Ben
presto ci si trova in un bosco di carpinio nero e dopo alcune curve si lascia la
strada principale che va a sinistra, si imbocca una nuova sterrata sulla destra,
in localita' Campo di Gia' e, giunti a un piccolo gruppo di case, si abbandona
la strada,che prosegue fino a raggiungere il monte Branzi, si gira a destra, in
salita tra le abitazioni e
percorrendo un lungo tratto, si incontrano
sulla sinistra i segni bianchi e rossi che indicano la deviazione per San
Lorenzo.
Questo
primo tratto si snoda allo scoperto in mezzo a prati, poi si entra in una
macchia alta e quindi nel querceto caducifoglio per
arrivare alla piccola chiesa, in parte diroccata,di San Lorenzo .
Si
tralascia la deviazione sulla destrache scende in ripida verso Romitoe si
percorre la mulattiera sino a giungere, dopo poche decine di metri, a un bivio
in prossimita' di una casa abitata.
Rimanendo
sulla destra, proseguiamo lungo la strada con fondo in cemento, trascuriamo
poco piu' avanti una deviazione sulla destra e si continua a seguire la
strada fino ad una curva, in prossimita' della quale, sulla sinistra, si diparte
nuovamente il sentiero che scende in direzione del fosso del Cucco.
Il
percorso si snoda lungo il lato destro , all'interno di un bosco
ombroso…….occorre fare molta attenzione ai segnavia e al fondo che puo'
essere scivoloso.
Poi
ci si allontana dal fosso e si prosegue a mezza costa fino a giungere in un
boschetto di corbezzoli con rocce affioranti, lasciamo
il bosco e ci si ritrova in una zona piu' aperta dove
le piante della macchia hanno colonizzato un oliveto abbandonato.
A
questo punto si scendono alcuni gradini in pietra, si attraversa una fitta
macchia e si giunge in un'area coltivata con vista sul borgo di Trebiano e
a sinistra, sull'abitato di Cerri.
Giunti
in prossimita' di un edificio rurale si costeggia un muro a secco, alla fine del
quale si scende nel bosco di querce, seguendo il sentiero segnato sulla destra.
Si
tralascia una traccia che prosegue sulla destra a mezza costa e si segue il
sentiero in discesa, con fondo in selciato, in un bosco di carpino nero.
Si
trascurano alcune deviazioni sulla destra e si segue il percorso principale fino
a una scalinata in pietra lunga poche decine di metri e quindi, oltrepassata una
sterrata, arriviamo in prossimita' di una casa in pietra per
proseguire lungo una via asfaltata.
Si
raggiunge quindi la statale 331, superando un ponticello sopra il canale del
Guercio e da qui si puo' proseguire a destra in direzione Romito, da dove e'
possibile poi tornare a Bocca di Magra, utilizzando i mezzi pubblici.
Montemarcello/Tellaro,
itinerario facile nel Parco.
Si
arriva in macchina a Montemarcello, arrivando da La Spezia e si parcheggia a una
delle due entrate del paese.
Alla
fine della recinzione di una villetta rosa, si tralascia il sentiero che scende
sulla sinistra e si scende invece sulla destra per girare quindi a sinistra,
inoltrandosi in un rimboschimento di pini e cipressi,.
Il
luogo e' molto ombroso e, in fondo alla discesa, si segue il sentiero a sinistra
fino alla strada asfaltata, in mezzo a prati ed incolti, in localita' Lizzano,
una piccola valle tra Montemarcello e monte Murlo,intensamente coltivata fino
agli anni Sessanta,ma oggi quasi completamente in abbandono.
Si
percorre la strada a destra, in direzione Lerici, per circa 200 metri e, subito
dopo la prima semicurva,quando comincia la salita,si imbocca il sentiero sulla
destra.
Il
tracciato e' ben riconoscibile per il selciato in pietra e per i due muri a
secco che lo delimitano.
Dopo
alcune fasce con olivi, si ritrova sulla sinistra il rimboschimento a pini e
cipressi mentre sulla destra vi sono olivi abbandonati, soppiantati nell'ultimo
tratto da una folta macchia
mediterranea.
In
questa zona e' facile sentire i canti di numerosi uccelli e si possono osservare
fringuelli, pettirossi , allodole, capinere, passeri e ballerine.
Dopo un ultimo tratto
in mezzo ai pini d'Aleppo e lecci, si attraversa nuovamente la strada asfaltata
e ci si inoltra per un breve tratto in una lecceta che lascia ben presto il
posto ancora a oliveti e quindi alla pineta d'Aleppo. Il sentiero si snoda poi
per un tratto lungo una recinzione metallica, che delimita una zona molto
interessante per le specie vegetali e per il panorama, la rete poi si
interrompe e ci troviamo in una zona pianeggiante con i resti di postazioni
militari. Vale la pena di fermarsi
qui e di ammirare il panorama delle isole Palmaria, Tino e Tinetto, di Porto
Venere e del promontorio occidentale del Golfo della Spezia.
Alla
fine dello slargo, senza attraversare la strada, si entra in un bosco di pini e
lecci, molto suggestivo e si arriva nella valle detta Figarole, aperta verso il
mare dove proseguiamo in mezzo a
case e campi coltivati, risalendo
infine sulla strada asfaltata che si attraversa per percorrere poi un piccolo
slargo sterrato de imboccare quindi la stradina in cemento che parte davanti ad
un grande cancello in ferro e che scende verso sinistra.
Dopo
un brevissimo percorso tra case e muri di recinzione, si giunge in località
Quattro strade di Zanego, si attraversa la strada e si prosegue sul sentiero,
delimitato da muri a secco, che porta a Tellaro, in comune per un lungo tratto
con l'itinerario 2.
Una via
verde, particolarmente remunerativa dal punto paesaggistico e percorso soft.
Prendendo la
strada per Lombrici e Casoli, lasciataci alle spalle la piana di Camaiore,
iniziamo a salire e, mano a mano che ci allontaniamo dalla Versilia, la vista
inizia a spaziare sulle cime che precedono le Apuane: i monti Prana e Piglione.
La
passeggiata inizia proprio fuori le ultima case di Casoli, per un viottolo di
campagna che percorreremo fino in fondo, con lo sguardo che va a perdersi sulla
sottostante valle, sul mare non lontano e sulle vette dei monti, che lentamente
si avvicinano.Tra pascoli verdi e vegetazione
bassa, oltrepassiamo un camminamento artificiale, superiamo uno sperone di
roccia e, continuiamo a costeggiare le pendici orientali del m.Matanna, saliamo
infine dolcemente nella macchia, tra roccette affioranti e
piante di carpino e leccio. Alla fine, il paesaggio cambia e dinanzi a
noi, si aprirà la zona delle grotte, antichi insediamenti del neolitico,
avvertiti di questo dallo scroscio di cascatelle d’acqua, estremamente
suggestive, che sgorgano dal monte.
Sosta pranzo
e quindi ritorno a Casoli per un sentiero interamente in discesa, che accompagna
il corso del rio Lombricese, il cui argentino gorgoglio accompagnerà noi, fino a ritrovare il paese da cui siamo
partiti. Durata complessiva itinerario h. 3/3.30.
da Cardoso (Gallicano) al monte La Croce.
Inutile sottolineare la raccolta di castagne che faremo lungo il tragitto, il vero scopo di questa nostra uscita domenicale……....la annuale castagnata di Agireverde.
Descrizione
itinerario:
IL
Sentiero è il 136 e parte dal piccolo paese di Cardoso di Garfagnana (GALLICANO)
mt 400 ca, raggiungibile dalla strada di fondovalle LUCCA-CASTELNUOVO GARFAGNANA,
con bivio situato tra i paesi di Turritecava e Bolognana.
Dalla
piazza del paese si attraversa il piccolo centro abitato e si esce da una
caratteristica volta ad arco, quindi si prosegue in un castagneto e si sale fino
ad un piccolo piazzale di roccia.(mt 720). (50 minuti di cammino).
Fino
a questo punto il sentiero è in comune con il N. 111.
Si
prosegue quindi sulla destra e, con lieve salita, si giunge al Colle della Croce
in Ca 15 minuti (mt 800). Sulla sommità di questo colle, ad alcune decine di
metri dal sentiero principale , ma segnalata da apposita tabella, è stata
eretta una croce in ferro, che ha dato nome al colle stesso, dal quale si gode
un meraviglioso panorama sulla intera valle della Garfagnana.
Si prosegue poi per il sentiero, in boschi di castagni, fino a raggiungere la località di S. Luigi (mt 871-Or e 1,15 dal Colle della Croce) e saliamo quindi fino ai mt 1100 circa di Foce Palodina (Ore 0,30 da S.Luigi).
Da
qui, volendo, potremmo anche salire
alla vicina vetta del M.Palodina (mt 1171), che si può raggiungere seguendo il
sentiero che si stacca sulla destra, in circa 20 minuti (dalla sommità,
splendida vista a 360 gradi, dalla Valle della Garfagnana alla catena
dell'Appennino Tosco-Emiliano, fino alle vicinissime rocciose Alpi Apuane.
Proseguendo da Foce Paladina, si scenderà molto rapidamente fino a trovare una
strada forestale che dopo circa 3 KM incrocia il sentiero N. 135 (TRASSILICO-PALAGNANA).
Tempo
di Percorrenza da Cardoso a innesto sentiero 135, ore 4.00
Il
Ritorno puo' essere effettuato per il solito sentiero o effettuando la variante
sentiero 111.Notare che il percorso descritto potrà seguire eventuali
modifiche, in base alla nostra castagnata, potendo risultare molto più breve di
quello illustrato, essendo la castagnata lo scopo della nostra escursione.Idem
per La Grotta, che sarà visitata se ci limiteremo a salire al colle La Croce,
risultando altrimenti, in caso contrario, troppo lunghe le soste necessarie per
tutte le varianti escursionistiche esposte.
Arrivati alla frazione di Calci chiamata " Le Corti" andiamo per il convento di Nicosia, dove possiamo lasciare il mezzo ed iniziare l'escursione. Al convento di Nicosia dovremo vedere il segnale del sentiero - 03 - segnato CAI, e lo seguiremo, inizialmente su di una strada costeggiante un uliveto. In cima all'uliveto passiamo davanti ad un abitazione per poi entrare nella vegetazione, 100 m e troviamo un bivio a T. Prendiamo a sinistra verso la vetta del monte, da questo punto seguiamo facilmente ed attentamente il sentiero segnato, che di lì a poco inizierà ad inerpicarsi. Dopo un pò di fatica arriviamo ad una strada di monte, sulla destra a 50 m c'è un largo spiazzo, da qui dovremo vedere (sulla sinistra da dove veniamo)i segni del sentiero, da seguire per l'ultima parte dell'ascensione, attenzione perchè ci sono vari passaggi per arrivare alla rocca, e ci potremo trovare facilmente davanti delle roccette da fare per salire, o passaggi in cui dovremo aiutarci con le mani. Giunti ai piedi della rocca abbiamo due possibilità di entrare : la porta principale si trova rivolta verso N-NE, mentre sul bastione direzione S-SW esiste un 'entrata dall'accesso arduo ma, tutto sommato, facilmente accessibile. Tempo di salita: 1 ora Tempo di discesa: 35 minuti
IL
MARE D’INVERNO, escursione con assaggi di tisane disintossicanti e consulenza
erboristica, DALLA BUCA DELLE FATE A CALA MORESCA.
Raggiunto
lo splendido golfo di Baratti, saliti due tornanti verso Populonia e arrivati in
località “Buca delle Fate” (riconoscibile da un cancello sulla sinistra
della strada, dove sarà possibile parcheggiare le auto), iniziamo a percorrere
il sentiero a sinistra (quello di destra ci porterebbe invece alla cala ed è
assolutamente consigliabile andarci in estate). La sterrata, che ci condurrà ad
attraversare il promontorio di Piombino, si inoltra nel bosco ed in 15 minuti ci
guida alla cappelletta abbandonata di San Quirico.
Saliamo
adesso verso Poggio Grosso e Monte Massoncello, scendiamo quindi in una radura
con lecci isolati e proseguiamo lungo la strada, sempre più stretta, fino ad
incrociare un bivio di sentieri (60‘).Prendiamo il sentiero roccioso a destra,
tra una macchia bassa di cisti,
corbezzolo e lentisco e scendiamo in una larga radura (15’), seguendone il
margine destro per pochi metri per rientrare poi nel bosco, seguendo il sentiero
che conduce ad un appostamento di caccia, piega quindi a destra e scende ripido
a immettersi in un altro largo sentiero, che segue a mezza costa la scogliera
(10’).
Svoltiamo
adesso a sinistra ed arriviamo alle vecchie cave in loc.I Tufi (5’), dove una
vecchia strada lastricata segue la scogliera e ci porta a Cala Moresca, frazione
di Salivoli (15’). Durata della passeggiata circa due ore, percorso molto
semplice.
Al
monte Gabberi , partendo da Farnocchia.
Il M.
Gabberi è la cima delle Apuane meridionali più prossima al mare e questa
posizione ne fa un punto panoramico di prim’ordine non solo sulla conca di
Camaiore e la Versilia, ma anche sulle altre cime delle Apuane. L’itinerario
descritto unisce in un unico percorso la salita di questa montagna con la
traversata del monte Lieto, che ne costituisce una propaggine e pure essendo
semplice, ripaga ampiamente per la varietà dei paesaggi e l’ampiezza dei
panorami.
L’escursione
inizia dal paese di Farnocchia (m.646) situato sul versante settentrionale del
M. Gabberi tra boschi di castagni, da cui un tempo si ricavava fonte di
sostentamento. L’abitato sembra risalire a prima dell’anno 1000 ed in
passato era conosciuto per la lavorazione del ferro, proveniente dalle ferriere
di Ruosina.
Si sale la
mulattiera che inizia nei pressi della interessante chiesa parrocchiale e
attraversa diagonalmente il bosco di castagni, concedendo in alcune radure
un’ottima veduta sui gruppi del m. Procino e del m. Forato. Superata una
marginetta, si raggiunge la località “ Castagno “ (sul crinale nord est del
m. Lieto) e, valicata la costa del monte, si inizia a salire sulla sinistra, per
un sentieretto che segue lo spartiacque fino alla cima del m. Lieto ( m.
1016 ), contrassegnata da un cippo di cemento.
Dal crinale
la vista si estende fino al mare, mentre in basso sono visibili l’abitato di
S. Anna di Stazzema ed il monumento ossario, in ricordo dell’eccidio nazista
nell’ultima guerra. Nota: questa località è facilmente raggiungibile con una
breve deviazione attraverso la Foce di S. Anna, prima di iniziare la salita al
m. Lieto. Proseguendo lungo la cresta, per tracce di sentiero segnalato, si
passano alcune “gobbe” secondarie, tenendosi prevalentemente sul versante
meridionale e si raggiunge così il valico de “ Le Nocette “ (m. 873),
attraversato da un’antica mulattiera che unisce Farnocchia con S. Anna di
Stazzema.
Da questo
punto si seguono i segni azzurri che proseguono per roccette e canaletti e riconducono in cresta poi, dopo alcuni saliscendi
si incrocia, in cima al m. Gabberi, il sentiero proveniente da S.
Rocchino (Casoli).
In pochi
minuti, seguendo i segni azzurri in salita, si sbuca sulla vetta del monte con
la caratteristica croce di ferro.
Dalla sommità
il panorama è notevole, soprattutto verso Viareggio e la vallata di Camaiore
che appare, come da una balconata, 1000 metri più in basso, senza l’ostacolo
intermedio di altri rilievi.
Si
ripercorre adesso il breve tratto in discesa, fino a raggiungere nuovamente il
bivio dove proviene il sentiero da Farnocchia e qui, anziché seguire il
percorso della salita, si prosegue verso destra seguendo l’indicazioni per S.
Rocchino nei pressi del crinale.
Si
oltrepassano degli spazi aperti, con delle vecchie abitazioni e con percorso
sempre panoramico verso la valle di Camaiore e si raggiunge il valico di S.
Rocchino a metri 801. E’ questa insellatura che mette in comunicazione la
valle di Camaiore con quella di Stazzema e noi, dal Piccolo oratorio di S.
Rocco, che si trova presso il valico, si ritorna brevemente in direzione del M
Gabberi dove, oltrepassata una radura, s’imbocca un sentiero sulla destra, in
leggera discesa, che taglia i boschi del versante settentrionale del monte.
ANTICA
CAMPIGLIESE, fino al primo bivio per Sassetta e a Sassetta, per il palio dei
micci.
Partenza da
Castagneto Carducci, vicino al parcheggio del campo sportivo, girando per la via
Nemorense, fino a quando si incontra uno stradello che sale
sulla nostra sinistra (è indicato come inizio del percorso n°1, antica
via campigliese).
L'itinerario
non presenta eccessive difficoltà, risulta comunque piuttosto impegnativo nella
parte iniziale a causa del dislivello da superare. La nota predominante di
questo percorso e' rappresentata dalla macchia mediterranea, dalla gariga e dai
boschi sempreverdi a sclerofille, mentre lungo tutto l'itinerario si possono
notare numerosissime piazzole di ex carbonaie, che dimostrano come fosse
sviluppato fino ad epoche recenti lo sfruttamento delle risorse forestali.
Questo itinerario consente di giungere ad una vedetta antincendio (sulla destra
del tracciato, dopo circa un’oretta di cammino, da cui si puo' ammirare un
suggestivo panorama. Si prosegue poi per Poggio Tizzone (400 m.), dove troviamo
un vecchio rifugio dei carbonari, adesso punto di sosta e area picnic. Piu'
avanti si incontrano i resti del vecchio selciato della strada "Campigliese",
che portano al punto piu' alto dell'intero percorso, Capo di Monte (522 m.), ma
noi prendiamo
il
primo bivio per Sassetta (fin qui, un'oretta), a sinistra, in localita' Piano
dei Brizzi ( non il secondo, più avanti, in località “La Fiora”e
scendiamo, in una mezz’oretta, fino al paese.
Note
di viaggio:
proseguendo per il sentiero, si arriva a San Carlo e
volendo,
nel mese di ottobre, si possono raccogliere castagne, visto che si attraversano
castagneti per larghi tratti.
Il
nostro itinerario prevede però di partecipare alla festa per il Palio dei micci,
l’ultima domenica di ottobre, sosta quindi in paese e poi ritorno per la
stessa strada dell’andata, salvo deviare, al bivio trovato alla zona sosta
pic.nic, verso sinistra, per il sentiero n°2 che, con ripida discesa ( 40
minuti) ci riporterà a trovare la strada sterrata verso Castagneto (50/60
minuti), a chiudere un percorso ad anello. Durata complessiva, circa quattro
ore, esclusa la sosta a Sassetta ed interessante abbinamento con una festa molto
popolare “Il palio dei micci” (in ottobre).
Da
Stazzema a Stazzema, entusiasmanti panorami montani.
Arrivati
a Stazzema, all’ultimo tornante prima del paese, si segue a destra la
carrozzabile con l’indicazione rifugio Forte dei Marmi, prendendo poi, a
piedi, una medioevale mulattiera per la Foce di Petrosciana (sentiero n°6). Si
percorre quindi un sentiero in moderata salita, completamente immerso in un
secolare bosco di castagni arrivando,
dopo circa un’oretta di cammino, al rifugio Forte dei Marmi all’Alpe della Grotta (m.865).
Il
rifugio, antica abitazione pastorale è splendidamente situato al limite dei
castagneti, proprio sotto le verticali pareti rocciose del m.Nona e del Gruppo
del Procinto ed è il punto di
partenza per l’escursione vera e
propria, un anello che girerà intorno ai monti Nona e Matanna.
Dal
rifugio, con una deviazione a sinistra, in 20 minuti siamo sul sentiero per il
m.Forato ma, arrivati al bivio con il sentiero n°8, invece di tirare a diritto
verso la foce di Petrosciana, giriamo a destra, verso la Foce delle Porchette
prima e verso il monte Croce poi.
Stupendo
il panorama, con il m.Croce in primo piano , la Pania della Croce a sinistra e
quella Secca a destra e l’Appennino, decisamente ad est. Rimanendo in quota,
scendiamo adesso per il sentiero 109 arrivando, tra chiazze di faggi e cespugli
ed ancora boschi, fino al callare del Matanna. Da qui, tra salti di roccia e
zone boschive, percorriamo
il sentiero che scende nuovamente verso
il gruppo di torri e pinnacoli del Procinto, un tratto francamente aspro che però
ci riporterà al rifugio F.dei Marm,i dove inizieremo a percorrere la via del
ritorno.
Il
percorso è entusiasmante e non presenta eccessive difficoltà se non per il dislivello di salita, di circa mt.700 (Stazzema
m.439, rifugio Forte dei Marmi m.865, callare del Matanna mt.1130) e la
lunghezza complessiva, occorrendo difatti circa 5 ore per completare
l’anello.Consigliato quindi per buoni camminatori, che saranno però
ampiamente ripagati della fatica da ambienti montani di rara bellezza.
Percorso delle Marginette: Anello ai piedi del Monte Corchia e della Pania della Croce, direzione Passo della Croce, Fociomboli, Puntato, Col di Favilla (sentiero 11)……….a foce Mosceta (sentiero 9), ritorno a Fociomboli (sentiero 129).
In auto: da Terrinca si prosegue verso la strada della galleria del Cipollaio, ma, dopo circa un chilometro, molto prima della galleria, si imbocca a destra una strada (deviazione evidente, in salita) che, con numerosi tornanti, sale prima a Pian di Lago, una terrazza prativa alla pendici sud del Monte Corchia. e poi al soprastante Passo di Croce (1.160m), dove conviene parcheggiare la macchina (marginetta a valle del passo sotto un pilone dell' elettrodotto). Periodo consigliato: dalla tarda primavera al tardo autunno
Si percorre a piedi la strada marmifera molto dissestata che taglia i fianchi occidentali dei Torrioni del Corchia e che porta al valico di Fociomboli (1.260m), spartiacque fra il versante marittimo e quello interno garfagnino delle Apuane.
Lasciata a destra la strada che prosegue verso le cave abbandonate del "Retro Corchia" (segnavia 129), si prende la mulattiera di sinistra (segnavia 11) e nella faggeta si inizia una leggera salita verso il Padule di Fociomboli (ci si arriva in h.0,30), la più importante zona umida delle Apuane (una conca prativa ed acquitrinosa, residuo di un laghetto incastonato in un circo glaciale wurmiano che custodisce rare piante di particolare valore geobotanico e conserva, nei depositi di limo e di torba del sottosuolo, pollini fossili che documentano le vicende climatiche e floristiche delle epoche glaciale e post-glaciale). Lungo il percorso si toccano parecchie marginette di cui interessante è quella “A Paduli", murata a secco con la pietra scistosa locale.
Il rilievo della Madonna del Carmelo e San Giovanni Battista è stata purtroppo trafugata e stessa sorte è toccata alla lapide riportante l'indulgenza concessa dal cardinal Maffi, arcivescovo di Pisa , che più volte effettuò visite pastorali a Puntato. Proseguendo il nostro cammino, si guada il torrentello che scende dal padule e si continua in costa, fino a sbucare sull'ampio ripiano di Puntato, un tempo alpeggio estivo dei paesi di Terrinca e di Levigliani. Caratteristiche le abitazioni, in parte in stato di rudere, in parte ristrutturate e ben visibili sono gli antichi terrazzamenti dei pendii ("a ciglioni"), un tempo coltivati a segale ed a patate. Di recente restaurato dalla Comunità Montana su finanziamento del Parco è l'oratorio della Santissima Trinità dal grazioso campanile a vela. Nei prati circostanti bruca allo stato brado una mandria di mucche con toro di razza rendena. Dalla chiesa si piega a destra e si prosegue, sempre seguendo il segnavia 11, con un piacevole percorso in costa. La mulattiera bordata da sorbi degli uccellatori e da faggi dalle intricate radici, penetra da ultimo in un castagneto e raggiunge la dorsale sulla quale si trova l'alpeggio di Col di Favilla. Si tratta di un antico insediamento temporaneo estivo, diventato poi villaggio stabile, per essere definitivamente abbandonato agli inizi degli anni Settanta (da Fociomboli ci avremo messo h.1,30). Al Col di Favilla si imbocca poi il sentiero (n° 9), proveniente dal lago di Isola Santa, nella valle di Turrite Secche e ai piedi del Pizzo delle Saette, si inizia a risalire il Canale delle Verghe, giungendo così alla Foce di Mosceta, una larga insellatura erbosa - quasi "muschiesa" - posta tra il Monte Cerchia e la Pania della Croce (1.182 mt a circa ore 1,30 dal paesino abbandonato,di cui si diceva prima). Nei suoi pressi, poco a monte dell'omonima torbiera, si trova il rifugio G. Del Freo del CAI di Viareggio circondate da recenti rimboschimenti di abeti e di larici (1.180m). La bellezza del posto e l'ottima cucina del rifugio Del Freo potrebbero suggerire anche di pernottare in questa località. Alla mattina seguente si potrà così raggiungere la panoramica vetta della Pania della Croce, la "regina" delle Apuane (1.859m). Un suggerimento a pernottare, viene anche spontaneo, vista l’abbondanza delle macchie di lamponi che si trovano tutto intorno, vere e proprie distese a perdita d’occhio che, in agosto, potrebbero permettere e una abbondante raccolta di questo rosso frutto del bosco e l’osservazione delle stelle cadenti……..visto che la montagna, garantisce l’assenza di ogni inquinamento luminoso.
Se invece si vuole concludere il percorso in giornata, si prende il sentiero 129 che si stacca alle spalle del rifugio, si acquista inizialmente quota in un bosco di conifere (una ventina di minuti) poi, dopo aver ripreso fiato rimanendo in quota nel bosco, si sale in una fitta faggeta, lungo le pendici nord orientali del Monte Corchia (circa 20 minuti di salita abbastanza ostica) e terminiamo il nostro percorso sulla strada marmifera, non molto distante dal valico di Fociomboli (ore 1, 30 complessive, dal rifugio a qui)). Da fare attenzione alla deviazione, non molto evidente, che vediamo a sinistra, su un albero in alto.
Il segnale 129, bianco e rosso, con le indicazioni x Fociomboli, ci confermerà che la direzione è giusta e che ci si dovrà inerpicare per una severa salita. Lungo il tracciato si possono notare diverse carbonaie, a testimonianza di una attività oggi ormai scomparsa.
Note di viaggio: il percorso, molto interessante e bello, per la varietà dei paesaggi e degli ambienti incontrati – boschi di faggi, castagni, abeti, macchie di lamponi e mirtilli, montagne, prati, villaggi, alpeggi, etc.etc.- è assolutamente turistico fino a Col di Favilla, impegnandoci però nella noiosa risalita del canale delle Verghe, per almeno una trentina di minuti (sent.9) e nei due tratti in salita, prima ricordati, dal rifugio a Fociomboli per una ventina di minuti ciascuno……………considerato che l’intero anello avrà la durata di circa cinque/sei ore, si consiglia a buoni camminatori e si raccomanda anche di tenere molto di conto le ore di luce disponibili, per non farsi sorprendere dal buio, nei boschi.
Due giorni in Amiata, con AGIREVERDE.
Appuntamento
ore 7.00 al Corsaro Verde (Metamare Antignano) partenza ore 7.15.
Direzione
Grosseto, uscita per Roselle/Siena/monte AMIATA e successivamente per Monte
AMIATA e quindi Piancastagnaio, arrivati in zona. Pochi chilometri prima del
paese, all’altezza della frazione Pietralunga, si volta a destra in direzione
Selvena-Castell'Azzara, trovando, dopo qualche chilometro ancora,
la Riserva Naturale del Pigelleto.
Dove
dormiremo: all'interno della Riserva
Naturale del Pigelleto al il Centro Visite della Riserva, una struttura
allestita nei locali della vecchia sede amministrativa delle miniere del Siele,
promossa dalla Provincia di Siena, dalla Comunità Montana Amiata Senese, dal
Comune di Piancastagnaio e gestita dalla Cooperativa Abies Alba.
Programma,
in linea di massima e salvo imprevisti:
31.10
/Arrivo e contatto con la struttura, escursione nella riserva seguendo un
percorso che ci porterà a vedere le strutture esterne della miniera del Siele,
se fattibile, mangiare al sacco.
Terminato
il percorso, visita al paese di Santa Fiora e quindi partecipazione alla festa
annuale del Crastatone con visita, eventualmente anche in notturna (tutto
dipenderà dal tempo che impiegheremo per le differenti iniziative), del paese
di Piancastagnaio.
Cena,
prima o dopo la visita al paese.
01.11/
la mattina, in uno dei tanti castagneti aperti nel comprensorio, a far castagne
alle pendici dell’Amiata, successivamente sulla vetta del monte stesso. Nel
pomeriggio: Arcidosso (dove Mario mi subentrerà a condurre il gruppo).
Ps:
avendo tempo, tornando verso Grosseto al ritorno, vale la pena fermarsi un
attimo proprio fuori dalle
mura di Arcidosso e visibile a sinistra, alla chiesa della Madonna Incoronata.
Fondata nel 1348, subì numerose trasformazioni nel corso dei secoli. Le due
navate laterali sono del 1556 e le tre cappelle absidali del 1851. Sul Sagrato,
a destra dell’ingresso, si trova una fonte medicea in trachite a tre
mascheroni. All’interno si conservano affreschi quattrocenteschi, una pala a
due facciate di Ventura Salimbeni e affreschi del Vanni.
Descrizione luoghi visitati:
La
Riserva Naturale del Pigelleto
La Riserva del Pigelleto, collocata a
sud di Piancastagnaio, al confine con la provincia di Grosseto, si inserisce sui
rilievi che congiungono il cono vulcanico del Monte Amiata (1738 m) con il Monte
Civitella (1107 m) presso Castell’Azzara.
L’area
è dominata da Poggio Pampagliano (969 m), che con Poggio La Roccaccia e Poggio
Roccone, di poco più bassi, forma una dorsale arcuata verso nord-est, che fa da
spartiacque tra il bacino del fiume Paglia, in cui si gettano i torrenti Senna e
Siele, e quello del fiume Fiora, di cui è tributario il torrente Scabbia. La
storia del Pigelleto, come di tutto il territorio amiatino, è stata fortemente
segnata, almeno negli ultimi due secoli, dalla attività mineraria per
l’estrazione del cinabro, di cui oggi rimangono numerose testimonianze.
La
Riserva protegge un eterogeneo comprensorio boscato, ricco di specie vegetali,
tra le quali assume un particolare rilievo la presenza dell’abete bianco come
specie spontanea (Pigello è infatti il nome locale dell’abete bianco), caso
rarissimo in tutto l’Appennino e quasi unico a queste altitudini, possibile
grazie al particolare microclima dei versanti esposti a nord della Riserva, a
microclima fresco e umido e ben riparati dai venti marini. Il bosco del
Pigelleto è per buona parte un bosco ad alto fusto, erede del tipo di taglio
che vi si praticava durante il periodo di attività mineraria, che ha
probabilmente contribuito a mantenere ottimale la rinnovazione spontanea
dell’abete bianco.
L’abete
bianco è misto al faggio, al cerro, al carpino bianco, al carpino nero e a
diverse specie di aceri, fra cui sono abbondanti l’acero di monte e l’acero
opalo. Fa inoltre la sua comparsa anche il tasso, mentre fra gli arbusti è
presente la rara belladonna.
Nelle
situazioni più calde della Riserva, la vegetazione cambia in modo evidente, e
il cerro diviene la specie dominante, mentre la presenza dell’abete è solo
sporadica. Il bosco si interrompe per brevi tratti, in piccole radure o lungo i
sentieri, lasciando il posto ad arbusteti radi, colonizzati dalle specie più
bisognose di luce, come la viola etrusca, un endemismo della fascia submontana e
montana della Toscana meridionale.
La
fauna è quella tipica dei boschi ben conservati. Accanto allo sparviere, è
degna di nota la segnalazione della presenza dell’astore, raro rapace
forestale, del picchio verde, del picchio rosso maggiore, del torcicollo, del
rampichino, del ciuffolotto e della cincia bigia. La diffusa presenza di alberi
ad alto fusto, piuttosto distanziati fra loro, offre buone possibilità di
vedere caprioli e cinghiali nel sottobosco, sempre che il silenzio accompagni le
escursioni. I mammiferi contano inoltre specie importantissime come la martora e
il lupo, entrambi divenuti molto rari in tutta Italia a causa del disturbo
antropico e della distruzione del loro habitat.
In
prossimità di uno dei tanti piccoli ruscelli che attraversano la Riserva è
stata recentemente segnalata la salamandrina dagli occhiali, importante anfibio
endemico della nostra penisola.
miniera
del Siele (che
raggiungeremo, se esente da vincoli di passo, su sentieri protetti e se
avremo tempo)
La
produzione industriale del mercurio ha rappresentato a lungo, l'attività
economica più rilevante della regione amiatina. I maggiori giacimenti
cinabriferi sono localizzati proprio a Santa Fiora, Castell'Azzara,
Piancastagnaio e Abbadia San Salvatore. Questa industria ha avuto un peso
importante per l'intera economia italiana: il nostro paese è stato per diversi
decenni il maggiore produttore di mercurio del mondo proprio grazie al metallo
estratto dalle miniere amiatine. La storia dello sfruttamento dei giacimenti
cinabriferi in territorio amiatino ha origini molto remote. Gli Etruschi ad
esempio sfruttarono le miniere utilizzando il cinabro per dipingere le
terrecotte e gli affreschi tombali spingendosi anche fino a 40 metri di
profondità nella ricerca. I primi lavori di sfruttamento industriale della
miniera del Siele cominciarono verso la prima metà dell'Ottocento e rimase la
sola produttiva fino al 1874. Nei primi anni del '900 grazie anche agli alti
livelli tecnologici raggiunti, le miniere dell'Amiata divennero le più
importanti del mondo insieme a quella spagnola di Halmaden. Attorno alla miniera
del Siele nacque un vero e proprio paese con edifici e scuole e l'attività
mineraria fu interrotta definitivamente solo nel 1976
Piancastagnaio
Sorto sulle pendici del Monte Amiata il
paese ha forma circolare, un tempo racchiuso da una cinta muraria fortificata
intervallata da torri quadrate e quattro porte.
Le mura sono state quasi completamente demolite, ad eccezione di pochi tratti e
delle porte, ma nel vertice più alto dell'abitato sorge ancora oggi la possente
Rocca Aldobrandesca.
La costruzione ha forma quadrata ed è dotata di alte muraglie fortemente
scarpate.
Dal recinto si innalzano due torri, la più grande, sia come solidità che
altezza, aveva funzioni di cassero, l'altra, posta nell'angolo opposto,
difendeva la sottostante porta di accesso alla città.
Tutto il complesso era dotato di apparato difensivo a sporgere su beccatelli e
merlatura, ancora oggi quasi intatto. La Rocca
è in ottime condizioni grazie ad un'attenta opera di restauro appena terminata.
Uno
dei percorsi per raggiungere Piancastagnaio potrebbe rivelarsi lo stesso che
portò San Francesco a fermarsi nel 'Luogo Vecchio', dove ora è la Chiesa della
S.S Trinità e del Crocefisso.
Un'altra traccia del Santo qualche Km più avanti, dove è segnalato il Leccio
delle Ripe
, ancora meta di
sentiti pellegrinaggi.
Verso il paese si incontra il Santuario della Madonna
di San Pietro
del XII secolo,
ingrandito nel 1600 dopo una miracolosa apparizione della Vergine al pastorello
Agnolo.
L'immagine della Vergine, rimasta impressa su una roccia, venne in seguito
traslata all'interno della originaria Chiesa di San Pietro in Castagneto dove si
possono ammirare i bellissimi affreshi di Francesco Nasini.
Poco distante si trova il Convento
di San Bartolomeo
, altro
scrigno di opere d'arte.
L'impianto dell'edificio è di chiaro stampo francescano con ampia loggia
esterna addossata alla facciata, il portico del chiostro.
Da qui si arriva al centro di Piancastagnaio attraversando la Porta di Castello.
Sulla piazza si innalza la poderosa Rocca
,
imprendibile bastione medievale risalente al XII secolo.
Attorno alla Rocca
è
cresciuto lentamente il borgo, dalle prime cerchia di mura all'attuale
configurazione urbanistica.
Nella stessa piazza si trova l'Oratorio di San Filippo Neri, chiesa di origini
romaniche, al cui intrno si può ammirare una tela della scuola dei Nasini.
Dalla piazza il borgo si allarga negli antichi terzieri di Castello, Voltaia e
Borgo. A questi si é poi aggiunto il terziere di Coro.
Da Piazza Castello si scende verso Piazza dell'Orologio, dove si trovano
l'antico Palazzo Comunale in stile orvietano, di cui rimane la struttura ed una
bifora cieca, il Palazzo del Podestà e la Loggia della Mercanzia, sulla quale
venne innalzata nel 1533 la Torre
dell'Orologio
, una torre
campanaria con l'orologio che dà il nome alla Piazza.
Al centro della piazza si ergeva la Colonna infame, simbolo del potere senese,
che dal 1803 si trova adagiata al moro sul lato opposto al palazzo del podestà.
A pochi metri la chiesa di origini romaniche ma di struttura decisamente gotica
di Santa Maria de Cuntaria, che deriva il suo nome dal latino saxa cuntaria
(sassi instabili); l'interno ad una navata con grandi arcate ogivali fu
successivamente arricchito di cappelle, tra le quali quella di Santa Maria de'
Poveri, edficata nel 1348 e quella della Compagnia della SS. Annunziata dei
Battenti o Disciplinati, edificata nel 1400.
Proseguendo per via Garibaldi si giunge al bellissimo Palazzo Bourbon del Monte
che, seppur in condizioni di conservazione non eccelse, conserva intatta tutta
la magnificenza decantata dal Santi in occasione di un suo viaggio a
Piancastagnaio: "Ma sopra tutto bellissimo, e comodissimo è il palazzo de
Sig.ri Marchesi...E' copioso di stanze, e di fondi, tanto che è capace di
alloggiarvi gran Principi, et il tutto è fatto con magnificenza".
Oltre la Porticciola, di fronte alla porta della fontanella, si trova la
chiesetta della Madonna delle Grazie, risalente almeno al 1233 e degna di nota
per gli affreschi quattrocenteschi di Giovanni di Pietro, uno dei massimi
esponenti della scuola orvietana, rappresentanti l'Assunzione della Vergine e
storie della Vergine e dei Santi.
Il Crastatone
Dal 1967 ogni anno nella settimana della Festa dei Santi (1 novembre) a
Piancastagnaio, all'interno del centro storico, si svolge il 'Crastatone', la
sagra della crastata (caldarrosta).
Il primo Crastatone fu fatto in Piazza Belvedere su iniziativa di un gruppo di
amici paesani per festeggiare la castagna, che nei tempi addietro aveva
rappresentato l'unica fonte di sostentamento per gli abitanti dell' Amiata.
Successivamente la sagra è stata spostata in altri luoghi caratteristici del
paese, La Liccia, Piazza Castello, Campo di Fiera (parco con castagni secolari).
Dal 1983 l'organizzazione della sagra è stata affidata alle contrade. Per
l'edizione dell'83 fu scelta di nuovo Piazza Belvedere mentre negli anni
successivi, fino ai nostri giorni, ogni contrada ha organizzato la festa nel
proprio rione.
Durante la festa si possono degustare piatti tipici, molti a base di castagne e
vengono aperte le cantine, stand, e banchetti lungo tutte le vie del paese, dove
l'atmosfera è carica di odori e allegria.
La
piazza di Santa Fiora rappresenta il nucleo più antico del paese ed è dominata
dalle strutture difensive medievali degli Aldobrandeschi, delle quali rimane la
torre quadrata, i basamenti a scarpa e lo spezzone della torretta
dell’orologio (le merlature sono un rifacimento ottocentesco) con al centro
una ceramica invetriata dei Della Robbia (elemento superstite dell’orologio
originario). Nella parte finale della piazza sorge il Palazzo Sforza (XVI°
sec.) in stile rinascimentale, oggi sede del municipio, che poggia la sua
struttura sui basamenti difensivi medievali. Il portone, che si apre nella sua
parte centrale, era anticamente una delle porte d’accesso al paese.
All’interno del palazzo i lavori di restauro hanno riportato alla luce un
ciclo di affreschi di Scuola Romana del XVI° sec., raro esempio di arte profana
nell’area amiatina.
Via Carolina E’ la via più lunga del paese e vi si accede discendendo
dalla piazza.
Nella prima piazzetta a sinistra si affaccia la Chiesa del Suffragio (XVIII°
sec.).
Al suo interno sono conservati i tronchi, tre croci di grandi dimensioni che
vengono portate in processione, insieme al SS. Crocifisso, il 3 maggio, dalle
confraternite religiose del paese.
Proseguendo, si incontrano esempi di case medievali con tre porte, che
rappresentano i tre momenti centrali della vita: nascita, matrimonio e morte.
Via del Fondaccio In prossimità della Pieve si ammirano notevoli
architravi in peperino con bassorilievi romanici rappresentanti scene di caccia.
La Pieve delle Santa Flora e Lucilla (le loro reliquie vengono esposte in
occasione della festa patronale del 29 luglio) è caratterizzata dalla facciata
a capanna in peperino con rosone a ruota in travertino, sotto il quale è
collocato lo stemma in marmo degli Aldobrandeschi, antichi signori del paese in
epoca medievale. All’interno della Pieve si possono ammirare le terrecotte
robbiane della bottega fiorentina di Andrea della Robbia (1435 - 1528), nipote
di Luca, iniziatore dell’arte delle ceramiche invetriate.
Le Robbiane Quella di Santa Fiora è una delle più imponenti e
significative collezioni di opere robbiane, e, con quelle di Radicofani, unico
esempio di arte fiorentina in territorio culturalmente soggetto al dominio
dell’arte senese.
Originariamente le robbiane, commissionate dal conte Guido Sforza, ornavano la
cappella privata dei conti di Santa Fiora. Le robbiane santafioresi sono delle
monumentali pale d’altare in terracotta invetriata, di rara bellezza per la
sobrietà delle immagini, dei colori e l’armonia delle forme. Le opere
presenti nella Pieve sono il Battesimo di Gesù, la Madonna della Cintola,
l’Ultima Cena e la Resurrezione (il pulpito), un trittico raffigurante
l’incoronazione della Vergine ed i Santi Francesco e Girolamo. Completa il
ciclo delle opere un crocifisso ed un tabernacolo degli olii santi.
Il borgo (prendere la strada a destra, oltre la porta)
Oltrepassata Porta delle Scalette, che delimita la zona del Terziere di
Castello, si accede al Terziere di Borgo e ci si imbatte nella bella veduta del
parco della Peschiera. Salendo sopra il parapetto sulla sinistra, si possono
osservare i tetti muschiati che degradano verso la vallata, il Sasso di
Petersola (isolato, di fronte al paese, è legato a molte antiche leggende), il
corso del fiume Fiora e, sulla sinistra, alle falde del fiume Calvo dove gli
abeti bianchi infoltiscono ed oscurano la vegetazione, il Convento della SS.
Trinità.
Proseguendo, si sale per Via delle monache e si raggiunge il Convento delle
Clarisse, fondato agli inizi del seicento dalla mistica senese Passitea Croci,
con il sostegno della Contessa Eleonora Orsini, nel cui “Coro” si conserva
il quattrocentesco Crocifisso Ligneo, ritenuto miracoloso e molto venerato dalla
popolazione locale (come attestano i numerosi ex voto presenti nel “coro”).
Ritornando sui propri passi, si imbocca a sinistra Via
S. Antonio, che sfocia nell’ononima piazza, dove rimangono i ruderi della
chiesa dedicata al Santo e distrutta nel periodo napoleonico.
Dalla piazza inizia la suggestiva Via Lunga, una delle più antiche e
caratteristiche strade del paese, dove tra il ‘500 ed il ‘700 risiedeva la
comunità ebraica (ancora oggi la piazza che si apre sulla sinistra conserva il
nome di Piazza del Ghetto).
Si prosegue per Piazza S. Agostino, dove, agli inizi del XIV° sec., sorse il
Convento degli Agostiniani (originariamente collocato a Bagnolo, con dedica a
Santa Barbara). Il complesso monastico era completato da uno spedale, dalla
scuola e dalla chiesa dedicata a San Michele Arcangelo.
Notevoli l’architrave e la targa con il simbolo agostiniano collocata sulla
parete laterale esterna. La chiesa fu originariamente scelta per le sepolture
dei conti Aldobrandeschi. Il convento fu soppresso a seguito delle riforme
leopoldine (XVIII° sec.). Nella chiesa era collocata al statua lignea policroma
di Iacopo della Quercia, attualmente esposta, con altri materiali provenienti
dal convento, al museo di Pitigliano.
La Peschiera Oltrepassata la Porta di San Michele, ci troviamo di fronte
la Peschiera, lo splendido ed originale parco-giardino dei conti Sforza, già
vivaio di trote in epoca medievale,dove si raccolgono le acque sorgive del fiume
Fiora.
Prima dell’ingresso della Peschiera troviamo la Chiesa della Madonna delle
Nevi, all’interno della quale sono stati recentemente restaurati gli affreschi
di Francesco Nasini (1640). Sotto il pavimento dell’edificio religioso scorre
una vena sorgiva del fiume Fiora.
Il Terziere che si sviluppa intorno alla Peschiera è denominato Montecatino.
Le acque che defluivano dal parco alimentavano un tempo gli opifici industriali
(ferriera, fabbrica per chiodi, gualchiera) e mulini.
Da visitare:
Città
piramidale, con il fiabesco castello Aldobrandesco sulla cima, inizialmente
contornato da altre due torri. Il borgo antico mantiene intatta la sua
fisionomia originaria. In Corso Toscana, cuore commerciale del paese, si trovano
le Fonti del Poggiolo, monumento neogotico in ghisa del 1833, precedentemente
collocate nella Piazza del Duomo di Grosseto. Sulla sinistra si può ammirare
l’arco a tutto sesto di Porta Castello che introduce al centro storico diviso
nei terzieri di Castello, Codaccio e Sant’Andrea. Nel Terziere di Castello si
trova il Teatro degli Unanimi, recentemente restaurato e sede operativa delle
attività dell’Accademia Amiata. A pochi metri troviamo la Chieda di San
Niccolò (patrono del paese) che custodisce una pregievole acquasantiera di
Pietro Amati ed un Crocifisso ligneo cinquecentesco.
Nel Terziere di Codaccio, al quale si accede dalla Porta dell’Orologio, si
trova Via Talassese, dove sorge la Casa di Davide Lazzaretti (ndr.). La Chiesa
di questo terziere è San Leonardo, con all’interno statue di Amati, affreschi
del Vanni e del Neroni (detto il Riccio). Tra le altre opere, due pregevoli
statue lignee provenienti dal Convento di San Processo, raffiguranti questo
Santo e Sant’Andrea.
Il Terziere di Sant’Andrea comprende la Chiesa ononima, romanica, che contiene
un Crocifisso di cartapesta (1645) e una tavola cinquecentesca senese.
Bellissimo l’altare maggiore, una volta sepolcro di Gian Domenico Pèri.
Fuori dalle mura sorge la Chiesa della Madonna Incoronata. Fondata nel 1348, subì
numerose trasformazioni nel corso dei secoli. Le due navate laterali sono del
1556 e le tre cappelle absidali del 1851. Sul Sagrato, a destra dell’ingresso,
si trova una fonte medicea in trachite a tre mascheroni. All’interno si
conservano affreschi quattrocenteschi, una pala a due facciate di Ventura
Salimbeni e affreschi del Vanni.
Tra Arcidosso e Montelaterone, troviamo la Pieve ad Lamus, romanica, contenente
una miracolosa Madonna lignea e bellissimi bassorilievi.
Da
visitare:
il
castello Aldobrandesco, con le mostre che spesso vi sono allestite,
il
teatro,
il
borgo storico,
VETTA
del MONTE AMIATA (altitudine mt. 1.738.)
Una Croce monumentale in ferro, alta 22 metri, dovuta all'artigiano
senese Zalaffi, è il punto di riferimento della Vetta dell'Amiata, visibile
dalle pianure e dalle vallate circostanti fino al mar Tirreno, all'Umbria e alla
Val di Chiana. Sulla gobba più alta è stata installata una statua della
Madonna degli "scouts", mentre non distante è la statua di S.
Giovanni Gualberto. Purtroppo il luogo è rimasto alterato dall'installazione,
pare inevitabile, di una serie di antenne e di parabole per le moderne esigenze
delle trasmissioni televisive e telematiche.
Il panorama che si può osservare da quassù è notevole, specie se l'atmosfera
è sufficientemente limpida. Sono visibili i laghi di Bolsena e il Trasimeno,
alcune isole dell'arcipelago Toscano, la pianura di Maremma, le colline
Metallifere e del Chianti, fino alle alture dell'Umbria, della Sabina e, in
condizioni particolarmente favorevoli, anche la città di Roma.
Varianti possibili, una volta fatta base al Pigelleto:
1) Santa Fiora, Arcidosso, Vetta Amiata, Piancastagnaio
2) Bagni San Filippo, Bagno Vignoni e parco dei Mulini, San Quirico d’Orcia, escursione Ermicciolo-Eremo a Vivo D’Orcia, Abbadia San Salvatore.
3) Escursione a Rocca Silvana, Sorano, Sovana, via cava san Giuseppe, tomba Ildebranda e ritorno per Selvena.
Agireverde
sezione trekking – escursione
al Tino e visita del borgo di Portovenere.
Appuntamento
h.8.30 alla Guglia, quartiere Fiorentina, partenza ore 8.45, arrivo a
Portovenere e imbarco su un traghetto che ci porterà, durante un giro delle
isole e di una grotta, al Tino. Visita e sosta sull’isola e poi ritorno e
visita del borgo.
Proprio di
fronte a Portovenere, disposte da nord a sud, si trovano le isole Palmaria
(divisa dalla terraferma solo da uno stretto braccio di mare), del Tino e del
Tinetto. Dalla Palmaria proviene la pietra grigia (il “marmo portoro”) con
la quale sono state costruite le chiese, le case e le fortificazioni. Nel
paesaggio restano ben visibili i segni del massiccio prelievo di materiale dalle
cave. In quest’isola si aprono due grotte: a livello mare la grotta Azzurra e,
più in alto, la grotta dei Colombi, ove si sono rinvenute tracce di
insediamenti del Mesolitico.
Nell’isola del Tino rimangono i ruderi dell’antichissima abbazia di
San Venerio, edificata nel XI secolo sulla cappella precedente del VII secolo,
costruita sul luogo dove l’eremita santo, patrono della Spezia, visse e morì.
Al Tinetto, la più piccola delle tre isole e anche la più lontana, vi sono
testimonianze antichissime di insediamenti religiosi, tra cui frammenti di
oratorio del VI secolo e resti di chiesa a due navate. Nei pressi, su uno
scoglio, appare una costruzione militare antica detta torre Scola.
Le tre isole costituiscono una notevole attrattiva turistica. La Palmaria è la
più frequentata, soprattutto dagli spezzini, che vengono qui per le sue acque
limpidissime; il suo versante orientale scende gradatamente a mare coperto da
una vegetazione di tipo mediterraneo, l’occidentale ha ripide scogliere che
raggiungono i 188 metri di altitudine.
Ogni 17
agosto si svolgono le celebrazioni in onore della Madonna Bianca, patrona di
Porto Venere, con accensione di fiaccole lungo il promontorio di San Pietro,
processione con l’immagine della Vergine e spettacolo pirotecnico. Il 13
settembre sull’Isola del Tino viene invece festeggiato San Venerio, patrono
della Spezia e dei fanalisti d’Italia (proprio sull’isola, che è
possedimento militare, sorge un faro). Per l’occasione è possibile visitare
l’Eremo di San Venerio.
Caratteristico
borgo medievale sull'estrema punta occidentale del Golfo, con le sue
case-fortezza, il castello genovese, la chiesa di S.Pietro a picco sul mare,
unisce al fascino delle "finis terrae" una storia illustre.
Oggi
Portovenere è amata dai turisti che la visitano per i suoi paesaggi semplici ma
molto suggestivi, per i variopinti colori delle sue case-torri disposte su file
parallele e ancora per l' amenità dei suoi vicoli. Di fronte a Portovenere
troviamo l' isola della Palmaria, collegata alla terraferma tramite traghetti
sia da La Spezia, che da Lerici che dalla stessa portovenere. Portovenere ha
forse perso le sue peculiarità di borgo marinaro per diventare un centro
turistico di notevole interesse.
L'antico
Portus Veneris nell'estremità più occidentale del Golfo della Spezia, è oggi
uno dei borghi più suggestivi della costa spezzina.
Le sue origini si perdono nel tempo: si pensa che fosse già abitato in epoca
preromana, quando era fiorente e frequentato porto commerciale.
Nel 1113, i Genovesi si impossessarono del paese, acquistando dai Signori di
Vezzano l'antico borgo, una stretta fascia di terreno, e le sue tre isole di
fronte: Palmaria, Tino e Tinetto. Data la felice e strategica posizione sul
mare, i Genovesi vollero fare di Porto Venere un paese fortezza, potente
baluardo difensivo della loro Repubblica.
Per questo motivo, le nuove case furono costruite secondo l'architettura delle
colonie genovesi, disseminate in tutto il Mediterraneo, con funzioni di
abitazione e di difesa. Furono edificate le mura, rafforzate da tre potenti
torri e da robusti bastioni, e venne innalzato un potente Castello, a protezione
del borgo. Oggi l'edificio è visitabile ed è spesso sede di mostre di grande
interesse.
Sempre nel "Castrum Superior", si trova la Chiesa di San Lorenzo, che
sorge sopra una piattaforma tagliata nella roccia del monte. Edificio a tre
navate, con ampie architetture romaniche, retto da colonne di pietra alla
senese, presenta muri perimetrali in pietra nera. La chiesa, in origine
costruita in stile romano pisano, in seguito ai bombardamenti delle flotte
aragonesi nel 1494, fu trasformata radicalmente con sovrastrutture, stucchi e
pitture. Fu distrutta l'abside, e la torre romanica fu sostituita da una cupola
cinquecentesca ottagonale con finestre rettangolari. Verso il monte, a fianco
dell'abside, fu costruito il campanile. La facciata presenta un antico schema
basilicale a 4 spioventi, con un corpo centrale a fasce bianche e nere, e una
trifora al centro. Sopra il portale in stile romanico si trova la lunetta con
scolpito il martirio di San Lorenzo. Originariamente, questa chiesa aveva un
solo altare romanico a semplice mensa, successivamente ebbe ad averne ben
diciassette, tutti barocchi, addossati al muro delle navate laterali. Le colonne
di pietra, che sostengono le arcate delle navate, furono sostituite nel 1628 con
colonne di marmo bianco. Oltre ad ammirare il maestoso soffitto ligneo e la
preziosa fonte battesimale, la chiesa racchiude il cosiddetto Tesoro di San
Lorenzo, esposizione di suppellettili ecclesiastiche ed altre opere di grande
valore. Tra queste spiccano il polittico di autore ignoto e i 4 cofanetti in
avorio appartenenti all'arte arabo bizantina. Da vedere anche gli ex voto
marinari donati alla Madonna Bianca per grazia ricevuta da scampati pericoli, i
raffinatissimi paramenti in raso di fine '600, dipinti con succo di erbe,
raffiguranti conchiglie e gabbiani. Il tesoro è visitabile gratuitamente da
piccoli gruppi, su appuntamento, contattando il parroco.
Nella parte più occidentale del paese, su un promontorio, sopra un'aspra
scogliera a picco sul mare, s'innalza la Chiesa di San Pietro. La sua forma
ricorda una grande nave di pietra, ed è il risultato di varie fasi di
costruzione. Prima del VI secolo, intorno alla chiesa, esisteva un monastero.
Dell'epoca romanica si conserva la loggetta, che si affaccia sul mare, addossata
al lato nord del primitivo tempio. La tarda fase costruttiva si identifica con
il periodo gotico. Nell'edificio sacro sono conservate integre le strutture
della cappella più antica e il presbiterio. L'esterno denota i caratteri tipici
del gotico ligure, con paramento a fasce in marmo alternativamente bianche e
nere. Su di esso svetta la torre impostata sulla cappella presbiteriale
sinistra.
Poco distante da San Pietro, si trova la splendida Grotta dell'Arpaia, detta
anche grotta Byron, incavata nell'aspra roccia del litorale che conduce alle
Cinque Terre. La grotta è dedicata al famoso poeta inglese del XIX secolo:
anche se gli elementi storici non sembrano confermare la sua presenza a Porto
Venere, è molto interessante evidenziare la "promozione turistica",
messa in atto alla fine del secolo da una Contessa residente alla Palmaria e dal
medico condotto del paese. Questi due illustri abitanti, per convogliare nel
borgo i flussi di viaggiatori inglesi, posero la lapide bilingue all'ingresso
della grotta e la dedicarono al poeta.
Da qui, si può imboccare il caratteristico Carugio, tipica via stretta e
tortuosa, che attraversa la parte alta di Porto Venere. Passeggiando per il
carugio, tagliato da tre pittoresche scalinate, dette capitoli, che collegano il
borgo al mare, si incontrano i locali e le trattorie tipiche, alternate alle
particolari botteghe artigiane.
Infine, alla base delle case allungate, dipinte con i tipici e brillanti colori
liguri, la Calata rappresenta la parte più viva e popolare del paese, dove si
trovano oggi ristoranti, bar e negozi.
Da
visitare:
Castello
, nella piazzetta dove inizia il sentiero per Levanto/ Chiesa di San Lorenzo
sopra una piattaforma tagliata nella roccia del monte / Chiesa di San Pietro
Nella parte più occidentale del paese, su un promontorio, sopra un'aspra
scogliera a picco sul mare / Grotta dell'Arpaia, detta anche grotta Byron,
poco distante da San Pietro / il caratteristico Carugio, tipica via
stretta e tortuosa, che attraversa la parte alta di Porto Venere.
La visita può cominciare dalla porta delle mura del borgo, risalente al 1160, come la Torre capitolare, imponente edificio in bugnato rustico. Inerpicandosi lungo il caruggio, si respira un'atmosfera dal sapore antico, accentuata dall'acciottolato, dai fregi dei palazzi, dalle strette stradine e dalle piazzette. Sulla sinistra si incontrano due scalinate a volta, ripidissime, mentre lo stretto caruggio prosegue, sfociando in una spianata rocciosa, sull'area del vecchio centro preromano. Sopra la piazza, proprio sulla punta del promontorio, spicca la chiesa di San Pietro, costruita sui resti del tempio dedicato a Venere e poco distante la chiesa di San Lorenzo, del XII secolo, dal cui sagrato si sale direttamente al castello Doria.
Agireverdetrek
, sull’OMBRONE IN CANOA.
Appuntamento
ore 7.45 al METAMARE (CorsaroVerde) Antignano, partenza ore 8. In auto fino
all’uscita ALBERESE/parco dell’UCCELLINA e imbarco ore 10.30.
Nel 1993 è stato insignito del Diploma di Parco Europeo rilasciato dal Consiglio d'Europa e naturalmente una semplice visita non è sufficiente per averne un’idea in quanto è molto ma molto di più, essendo necessario per questo, percorrerlo lungo i sentieri trekking dell’interno, il che non sarà comunque fatto oggi.
Oggi
ne conosceremo la parte che costeggia l’OMBRONE fino a Torre Trappola, tornati
poi indietro, raggiungeremo il parcheggio auto alla foce, con i nostri mezzi o
un bus, per arrivare, lungo la spiaggia, fino alla foce del fiume stesso.
Descrizione
percorso in canoa:
l’
imbarco
si trova in località "La Barca", un tratto del fiume su cui esisteva
fino a quaranta anni fa un traghetto e da qui iniziaerà il nostro percorso
odierno.
Le sponde del fiume,
inizialmente sono ricoperte da una fitta vegetazione di pioppi, ontani, olmi,
salici, mentre man mano che si scende, all'altezza della fattoria di S.
Mamiliano, la sponda in prossimità dell'argine artificiale presenta una
vegetazione bassa e diradata. Poco più avanti, presso Spolverino, si possono
vedere i resti di un ponte romano, chiamato "ponte del diavolo". Lungo
gli argini su alcuni esemplari secchi di eucalipto piantati nel corso delle
bonifiche, si posano i cormorani o vi passano la giornata le nitticore.
Raggiunta Torre Trappola, che dista circa 3 km dal mare, il fiume si
allarga; sugli argini che si fanno più bassi, la tipica vegetazione riparia
cambia: pioppi e salici lasciano il posto a cespugli di lentisco, a filliree e
tamerici. I terreni circostanti sono ricoperti prevalentemente da salicornieti,
semisommersi nel periodo invernale e asciutti in estate, dove pascolano i bovini
maremmani allevati allo stato brado. Man mano che ci si avvicina al mare si
intravedono, tra le cannucce e le tamerici che coprono gli argini, i monti dell'Uccellina
coperti dal verde delle macchie.
Una guida spieghera’ comunque agli interessati, i dettagli.
La
Tenuta La Trappola:
La storia della Trappola è controversa, e la sua ricostruzione è resa
difficile anche dal fatto che con la piena dell'Ombrone del 1966 è stato
danneggiato l'archivio aziendale. Secondo alcune fonti, la costruzione
risalirebbe alla fine del 1300, quando la torre fu eretta per ordine del Comune
di Siena. La Torre, fu eretta nel 1283 da Meo Guiducci di Torrenieri come
fortilizio costiero, per ordine del Comune di Siena. In origine era alta più di
30 m.; questo fatto, unito alla sua particolare posizione geografica, rendeva
l'edificio "strategico" per la sua ampia vista. Verso la metà del
secolo scorso fu abbattuta tutta la parte superiore, ed architettonicamente più
caratteristica, della torre, mentre i vari interventi operati nel tempo hanno
trasformato l'edificio originario in fabbricato rurale. Dell'antica struttura
rimane oggi osservabile solamente la base a scarpa in mattoni. E' documentata la
presenza in zona di saline e di un'altra piccola torre (Torre del Sale), delle
quali rimangono solo poche tracce, mentre la presenza di canali testimonia gli
interventi legati all'opera di bonifica della pianura grossetana. In epoca
medicea, nel 1531, la torre è citata sia come torre d'avvistamento e fortino,
sia come sede delle saline. In origine la torre sorgeva sulla riva del mare,
alla foce del Fiume Ombrone, a protezione di un porticciolo; il suo compito era
di proteggere la costa e le saline dagli assalti dei pirati. L'attuale posizione
della Torre della Trappola, a 4,5 km dalla costa, testimonia l'avanzamento della
linea di costa, dovuto all'abbondante apporto di materiale alluvionale da parte
dell'Ombrone. L'esame della cartografia storica consente di verificare che la
torre non era più sulla costa già nel XVIII secolo. Il nome
"Trappola" sembra derivi dal fatto che nella piccola insenatura che
formava, anticamente, la foce dell'Ombrone, era possibile prendere in trappola
le navi dei turchi che vi si avventuravano; altri affermano che il termine trae
origine dalle difficili condizioni ambientali che, da sempre, hanno
caratterizzato questa zona palustre, rendendone pressoché impossibile
l'attraversamento durante i periodi più piovosi. L'area della Trappola è
interamente compresa entro i confini del Parco
Naturale della Maremma. E' un'area caratterizzata dalla presenza di stagni
costieri con acqua salmastra, da residui di bosco e da piccoli lembi di pineta.
Nella sua parte più interna è ancora oggi praticato l'allevamento del bestiame
brado (cavalli e bovini maremmani), per opera dei "butteri.
Terminato il percorso sul fiume e dopo aver pranzato sulla sabbia della foce, breve passeggiata sulla riva e ritorno a Livorno e, se non avremo fatto troppo tardi……….passeggiata a CALA MARTINA E CALA VIOLINA, due incantevoli spiagge, famossissima in particolare la seconda, che deve il suo nome al particolare rumore che la sabbia fa quando viene calpestata. Circa due orette di cammino tra andata e ritorno.
Le Riserve naturali statali di Lamarossa, Orecchiella e Pania di Corfino, con la Foresta demaniale regionale dell'Alto Serchio, costituiscono il cosiddetto Parco Naturale dell'Orecchiella, un Parco che, concepito negli anni '60, l'Amministrazione Forestale (Azienda di Stato Foreste Demaniali) ha deciso di tutelare nel suo intero patrimonio ambientale, senza però ostacolare ed anzi incentivando le attività umane presenti e del resto necessarie alla permanenza delle popolazioni locali. Arrivando all'Orrecchiella, lo spettacolo che si osserva è splendido, sia per la maestosità delle montagne che attorniano il Parco, sia per le foreste sottostanti i monti, sia per i sentieri che numerosi attraversano i vastissimi boschi di cerro, di castagno e di faggio, sia per le torbiere (la zona è ricchissiama di acque), sia per le distese di mirtilli e le praterie montane. La rassegna dei colori visibili è praticamente completa, vista la grande varietà delle fioriture (sinteticamente apprezzabili nel “giardino di montagna” , proprio dove sorge il centro visitatori) e buona è la probabilità di imbattersi in qualche esemplare della fauna del Parco (cervi, mufloni, caprioli, cinghiali, volpi e, con un po' di fortuna e molta pazienza, anche marmotte). Difficile spiegare in poche righe la bellezzza di questo Parco, per cui vi invitiamo alla visita lungo i tre sentieri principali che vi sono: Airone 1 (ore 5,30), Airone 2 (ore 5,30) e Airone 3 (2 giorni). Oggi noi percorreremo parte del percorso 3, arrivando dal centro visitatori (m.1230) ai 1450 metri delle praterie di Lamarossa; una passeggiata per boschi, ruscelli e praterie di circa 4 ore complessive, non impegnativa. Si ricorda tuttavia che, per coloro i quali non volessero farsi tutta l’escursione, l’Orecchiella è comunque godibile perché esistono, a partire dal centro visitatori, percorsi nel verde di circa un’ora che portano ad attraversare il bellissimo giardino di montagna ed i diversi recinti faunistici dei cervi, mufloni, caprioli, galli forcelli e orsi.
Descrizione del percorso :
Dal Centro Visitatori seguiamo la strada fino ad una grande fontana, ci saremo in 15 minuti. Al bivio (a sinistra per Casini di Corte, a destra per Campaiana), saliamo a destra e, dopo circa 5 minuti, lasciamo lo sterrato per entrare nel bosco (a sinistra), iniziando il sentiero di Airone 3. Attraversiamo rigogliose faggete e radure, costantemente accompagnati dal rumore dell’acqua che sgorga dalle numerose sorgenti e diventano ora ruscelli ora torrenti, un po’ ovunque, e, dopo circa h.1, trovando una radura più ampia delle altre con uno specchio d’acqua ed una strada sterrata che gira a sinistra e torna indietro verso Casini di Corte, noi saliamo invece per il sentiero sulla nostra destra, arrivando, dopo un’altra oretta di cammino, ai prati dell’Incisa. Sono trascorse circa h.2.30/3 + 20/30 minuti. Sosta pranzo e ritorno per la sterrata, tutta in discesa, che riconduce al fontanone prima ed al centro visitatori poi (h.1 + 20 minuti).
NOTA/il sentiero talora non è segnalato in modo evidente, fare attenzione allora ai segni giallo/blu e recuperarli quando se ne perdono le tracce: per iniziare dirigersi su Airone 3
L’isola
di Capraia.
Capraia
è un antico vulcano nato circa 9 milioni di anni fa ed anch'essa, come le altre
isole dell'Arcipelago Toscano, è caratterizzata da ripide scogliere e
suggestive calette che ne formano i 30 Km di costa. Non è sicuramente adatta a
coloro che cercano una vacanza mondana, ma è l'ideale per chi ama la natura, la
tranquillità e il piacere di godersi giornate all'aria aperta. Apro e selvaggio
il paesaggio, dominato dalla macchia mediterranea, che si apre su panorami di
scogliere, con l’orizzonte a disegnare i profili della vicina Corsica e delle
altre isole dell’Arcipelago Toscano.
L'itinerario
di oggi è certamente il più significativo ed emozionante tra quelli possibili
sull’isola e, seguendo una vecchia mulattiera, dopo avere attraversato un
tunnel nella macchia, ad Erica e Corbezzolo, ci porterà al piccolo Laghetto ,
detto “Lo Stagnone” .
Da
qui, l'unico invaso naturale dell'Arcipelago che in primavera si ricopre di
bianchi fiori di Ranuncolo acquatico, dopo una
sosta e volendo anche un interessante birdwatching, in 30 minuti
(ricordandoci che il traghetto non ci aspetterà, se faremo tardi), prenderemo
un
piccolo sentiero in costa, per arrivare fino al Monte delle Penne, una
finestra aperta su tutto il panorama marino ad est dell’isola, quasi a picco
sulla scogliera e proprio di fronte alla Corsica.
in
dettaglio:
Dal
centro di Capraia e precisamente dal giardinetto di Piazza Milano, si costeggia
il lato sinistro della chiesa, imboccando la via del semaforo, strada bianca
notevolmente accidentata, costruita nel primo tratto in sopraelevata, su grandi
blocchi di pietra murati a secco. Arriviamo quindi ad uno slargo, residuo di una
vecchia cava di pietra, per proseguire in leggera salita
arrivando, dopo circa 500 metri, in località Descu du Mortu,
riconoscibile da un lastrone di pietra posto a sinistra della strada ed
anticamente usato come centro di ritrovo e sosta degli abitanti, in occasione di
cerimonie funebri.
Poco
dopo, percorsi circa 200 m.,
incontriamo due successive deviazioni verso sinistra: la prima conduce
rapidamente ad una delle più antiche ed interessanti costruzioni dell’isola
la chiesetta
di S. Stefano, risalente al IV secolo, circondata da radi pini domestici
che qui costituiscono uno dei pochi nuclei d'alberi d'alto fusto che sono
scampati al taglio od agli incendi; la seconda deviazione conduce invece ad una
zona pianeggiante, un tempo coltivata. Si prosegue per la strada del Semaforo,
tenendosi quindi sulla destra.
Dopo
un tratto in falso piano, la strada prende decisamente a salire, rimanendo sul
fianco del "vado" (fosso) dell'Acciatore, la cui valle si trova a
destra, proprio sotto di noi.
Percorso
circa 1 Km dall'ultimo bivio, si diparte sulla destra uno stretto sentiero, che
entra nella valle sottostante e conduce allo Stagnone, in alternativa si può
anche proseguire per la strada del Semaforo e, dopo circa 100mt , troveremo un
secco tornante a sinistra, superato il quale si trova una fonte (Le Fontanelle).
Il
trekking durerà circa 5 ore A/R e, pure non presentando eccessive difficoltà,
viene consigliato a sperimentati escursionisti.
In
alternativa comunque, per gli amanti delle passeggiate soft, daremo indicazioni
per arrivare, mentre noi gireremo per Lo Stagnone ed il monte Delle Penne, alla
antichissima chiesetta di S.Stefano, dopo aver fatto insieme la quasi totalità
del percorso, per ritrovarci e ricongiungerci successivamente, venuta l’ora di
ritornare al porto.
escursione alla Palmaria
Un sito culturale di eccezionale valore, dove l'uomo e la natura sono riusciti ad integrarsi perfettamente con un paesaggio affascinante ed unico".Questa la motivazione con cui l'UNESCO,nel 1997, ha incluso nel patrimonio dell'umanità Porto Venere e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto. L'isola Palmaria è la più grande delle tre isole del golfo ed ha una forma triangolare, con i lati verso il golfo di La Spezia, che degradano in mare, rivestiti da vegetazione mediterranea e quello verso il mare aperto, costituito invece da alte falesie a picco sull'acqua.
Numerose le grotte, in particolare la grotta Azzurra che è visitabile in barca e quella dei Colombi, in cui bisogna calarsi con una corda dalla scogliera e che è particolarmente importante, soprattutto per ricostruire le vicende storiche del golfo, infatti vi sono state ritrovate ossa fossili di animali pleistocenici quali il camoscio o il gufo delle nevi ed anche resti di sepolture umane, che attestano la presenza stabile dell'uomo almeno a partire da cinquemila anni fa.
La
nostra escursione inizia dal molo del seno del Terrizzo e prosegue a fianco dei
Bagni della Marina Militare. Una deviazione percorribile, in prossimità di
Punta della Scuola, ci porta poi al castello Umberto I, che risale al XIX
secolo, di fronte al quale sorge su uno scoglio "la torre
Scuola", fortificazione del XVII secolo. L'itinerario prosegue su uno
sterrato che porta alla cala della Fornace, chiamata così per la presenza un
tempo di fornaci per la produzione di calce. Si può anche scendere
all'insenatura del Pozzale, secondo attracco dell'isola e, seguendo la strada,
incontriamo così l'ex-cava di Portoro, lo splendido marmo dalle striature
dorate. A sud-ovest invece, si apre la grotta dei Colombi, che testimonia la
presenza dell'uomo preistorico, come prima accennato. Il sentiero prosegue e ci
porta quindi al Semaforo, una postazione militare situata nel forte Cavour, per
farci scendere poi alla punta C. Alberto, proprio di fronte alla quale si
staglia, con la sua inconfondibile sagoma, la chiesetta di San Pietro, da dove
torneremo nuovamente al Terrizzo, dopo un giro di circa tre/quattro ore, escluse
le soste.
Gabbro:
i mulini del botro Sanguigna
I mulini della
Sanguigna
(il mulino di cima, di mezzo ed il
mulino di Bucafonda),
il principale percorso molitorio della Toscana.
Descrizione:
una volta al
Gabbro, domandare dei mulini
e cercare via delle Capanne
poi, da
via delle Capanne prendere la strada
a destra, indicata con "Impianti sportivi" arrivando subito dopo al
parcheggio del campo sportivo. Lasciata l'auto, dobbiamo imboccare
una stretta strada asfaltata in leggera discesa che conduce all'impianto
di depurazione del paese. Fatti pochi metri, troviamo un bel pannello
informativo che illustra lo schema della lavorazione e le principali
informazioni sul complesso molitorio. Prendiamo subito dopo il sentiero che sia
apre nel bosco (sulla destra) e scendiamo verso il rio Sanguigna e, dopo pochi
minuti, fra le chiome degli alberi, già s'intravedono i resti del Mulino di
Cima e, poco più a valle, ma più difficilmente accessibili a causa della
vegetazione invadente, quelli del Mulino di Mezzo.
Dopo la visita (con attenzione perché non è ancora prevista la visita pubblica) torniamo indietro e riprendiamo per circa 250m la strada asfaltata in direzione del depuratore. Un cartello segnaletico con la dicitura MULINO ci manda a destra su un nuovo sentiero che entra nel bosco e che ci porterà, dopo una breve discesa, di nuovo al Sanguigna. Dovremo attraversarlo a guado su alcune pietre, proprio in prossimità dell'antica serra e subito avremo davanti la gora del mulino. Facendo molta attenzione ai dislivelli ed ai pericoli di crollo (allo stato, la sicurezza del sito è carente), possiamo iniziare la visita di un posto suggestivo, oggi silenzioso e abbandonato, ma un tempo rumoroso e pieno di vita, dove era un continuo andirivieni di persone e animali (buoi, asini, cavalli e barrocci) con i loro carichi di grani e farine, il mulino di Bucafonda.
Conviene ammirare anche l'ambiente circostante, il bosco innanzi tutto, che vede il pino marittimo (usato, in passato, nei rimboschimenti della zona) resistere tenacemente al ritorno della macchia mediterranea. Nello spazio di pochi metri, con l'avvicinarsi al botro, le conifere sono rapidamente sostituite da sughere e da maestose piante di alloro, segno inequivocabile che il livello di umidità sta aumentando, mentre nel sottobosco sono abbondanti l'edera, il pungitopo ed il ciclamino. Nei mesi caldi, l'equiseto e le grandi foglie del farfaraccio invadono il letto del Sanguigna. Ma è l'acqua la risorsa ambientale che, più di ogni altra, è legata alla storia e all'ecologia del botro. L'ecosistema fluviale in oggetto, proprio nella zona dei mulini, ha rivelato la presenza di Coleotteri acquatici di particolare interesse scientifico. In questo tratto, la qualità delle acque correnti e, più in generale, lo stato ecologico del botro risultano buoni, meno buoni invece a valle dell'impianto di depurazione del paese.
Il
monte Lieto, per l’anello di Farnocchia: i colori dell’autunno.
Il M.Lieto è una cima delle Apuane meridionali vicinissima al mare, un punto panoramico di prim’ordine, non solo sulla conca di Camaiore e la Versilia ma anche sulle altre vette delle Apuane. In più, se la giornata è tersa, lo sguardo spazia tranquillamente fino al golfo di La Spezia e oltre, distinguendosi molto bene sia la Palmaria che il Tino.
L’itinerario parte da Farnocchia, devia verso il Lieto e ridiscende a Farnocchia, descrivendo un anello intorno al monte e proprio sotto il M.Gabberi.
Descrizione
percorso:
L’escursione
inizia dal paese di Farnocchia (m.646), situato sul versante settentrionale del
M. Gabberi, tra boschi di castagni. Si sale la mulattiera che inizia nei pressi
della chiesa parrocchiale e attraversa diagonalmente il bosco di castagni –
sentiero 3 -, con un’ottima veduta sui gruppi del m. Procinto e del m. Forato.
Superata una marginetta, si raggiunge la località “ Castagno “ (sul crinale
nord est del m. Lieto) e, valicata la costa del monte, si inizia a salire sulla
sinistra, per un sentieretto che
segue lo spartiacque fino alla cima del m. Lieto ( m. 1016 ), contrassegnata da
un cippo di cemento. Un’ora fino alla deviazione, un’ora per salire e 0,40
per scendere.
Dal
crinale la vista si estende fino al mare, al golfo di La Spezia a nord e a
quello della Versilia a ovest , mentre in basso sono visibili l’abitato di S.
Anna di Stazzema ed il monumento ossario, in ricordo dell’eccidio nazista
nell’ultima guerra. Discesi dalla vetta del monte Lieto,
proseguiremo per l’antica mulattiera che unisce Farnocchia con S. Anna di
Stazzema, fino a raggiungere la prima casa abitata sulla nostra sinistra. Fatti
poi ancora un centinaio di metri, svoltiamo a sinistra, prendendo un sentieretto
laterale e lasciando la mulattiera che stiamo percorrendo (dopo un bivio
evidente), a cercare la strada asfaltata e la parte abitata più a monte del
paese di S.Anna di Stazzema. Poche centinaia di metri su asfalto (a scendere) ed
incontriamo una trattoria _ in località Sennari – dove, evidentissimo sulla
sinistra, c’è un cartello che indica la salita per il Gabberi e per
Farnocchia (sentiero n°4). Dal bivio per il Lieto a qui, 0.45 minuti. Saliamo
adesso una serie di scalini che conducono nel bosco, con il sentiero che si
inerpica fino ad incontrare una marginetta, dalla quale il panorama sulla costa
è splendido, si continua nel bosco, sino al valico delle Focette (m.873), che
mette in comunicazione Sant'Anna di Stazzema (Alta Versilia) con Farnocchia (Val
di Serra) e per boschi, spazi aperti sul
Gabberi e ancora boschi, arriviamo a vedere il paese dall’alto.Da qui, in
breve,
saremo di
nuovo in paese (sentiero n°4). Durata: ore 4.30/5
tufo
e acque termali in val d'Orcia
in auto, seguendo la direzione Livorno/Piombino/Grosseto/Scansano/Sovana.
Km211 h.3
primo
giorno:
prima
sosta a Sovana con visita al borgo, pranzo al sacco o (se c’è tempo) sotto i
Colombari (vedi sotto), in riva al fiume Lente.oppure in una via cava minore.
Poi,
passeggiata per una via cava (sempre avendo tempo), tanto per averne idea e
sosta a Sorano con visita di un paio d’ore.
Sperando che ci sia ancora luce, dopo
la visita al borgo, andremo alla Necropoli di san Rocco e quindi al Pigelleto
per la cena.In serata. In serata, visita notturna al borgo medioevale di Abbadia
san Salvatore e alla relativa abbazia.
Secondo
giorno:
Dopo
la colazione, prima sosta a Bagni San Filippo, seconda a Bagno Vignoni (da
notare la via dei mulini) con pranzo al sacco (procurarsi il necessario o al
Pigelleto o in paese) e terza sosta a
San Quirico d'Orcia, quindi il rientro per la
direzione……. San Quirico/Chianciano/Torrita di Siena/Firenze/breve tratto
autostradale fino a svincolo per Signa e poi in superstrada. Km.240 h.3
nota:
vedere la descrizione dei luoghi visitati, nelle pagine sotto.
SOVANA:
note storiche
I primi abitanti di Sovana furono piccoli gruppi di
agricoltori e pastori, come dimostrano le tombe risalenti al VII secolo a.C. I
loro insediamenti erano posti sulle varie alture tufacee prospicienti il medio
corso del fiume Fiora. La costruzione dell’antica Sovana fu dovuta proprio a
questi piccoli nuclei che, unendosi, dettero vita alla città di "Suana".
Il luogo prescelto fu quello sperone tufaceo isolato dai torrenti Folonia e
Calesine dove ancora oggi esiste ciò che rimane dell’antica Suana. Strade
etrusche la collegavano con Statonia, Saturnia e con i territori di Chiusi e
Cetona. Agli inizi del VI secolo a.C.
Suana aveva acquisito una notevole importanza tanto
che un suo cittadino potè prendere parte alle lotte degli Etruschi per il
predominio di Roma. Negli anni succesivi, fino al IV sec.a.C. anche Sovana
risentì delle generali condizioni di crisi che investirono l’Etruria e che
portarono alla scomparsa di alcuni centri, ma riuscì comunque a mantenere una
continuità di vita urbana non indifferente. Sovana, con Statonia, e altri
centri etruschi delle valli del Fiora e dell’Albegna, appartenne al territorio
di influenza della potente Vulci. Prese parte alle lotte sostenute dagli
Etruschi per impedire la penetrazione romana, finchè anche Vulci e Volsinii
caddero vinte dal Console Caio Tiberio nel 278 a.C. Statonia fu eretta dai
romani a prefettura "Civitas sine suffragio" e Sovana divenne "Municipium".
La prosperità agricola e commerciale, lo sviluppo dell’artigianato, fecero di
Sovana una città tra le più fiorenti, come dimostrano le bellissime e
monumentali tombe rupestri di cui si arricchì la necropoli. L’influenza
romana non determinò drastici mutamenti a Sovana, tanto che essa mantenne fino
al I sec.a.C. la scrittura etrusca. Nel V secolo la città divenne sede
vescovile, con confini quasi inalterati rispetto a quelli odierni. Fino
all’invasione longobarda Sovana mantenne ordinamenti municipali autonomi, e
anche con i longobardi la città conservò tutta la sua importanza, divenendo
sede di un gastaldo, funzionario del regno che governava la provincia, e sede
giudiziaria. Successivamente, con la caduta del dominio longobardo, Sovana fu
donata al pontefice Adriano I. Il periodo di massimo splendore Sovana lo ebbe
con gli Aldobrandeschi, che ne fecero sede del loro Principato. Arrivati
all’anno Mille, Sovana, sede della potente famiglia feudale, divenne capoluogo
indiscusso e lo rimarrà fino al declino degli Aldobrandeschi. Secondo molti
storici, Sovana diede i natali ad Ildebrando, che diverrà papa Gregorio VII,
emanatore del famoso "Dictatus Papae" che affermava la supremazia del
Pontefice rispetto all’Imperatore. Sovana, pur nelle lotte che sconvolsero gli
Stati in quegli anni, continuò ad aumentare la sua popolazione e a prosperare.
Nuovi edifici pubblici e privati trasformarono il volto urbano della città,
nascevano al suo interno le libertà comunali, che si sviluppavano in
ordinamenti e magistratutre con a capo i Consoli. Approfittando
dell’indebolimento della potenza aldobrandesca i sovanesi ottennero nel 1213
di fare convenzioni e patti liberamente. Tre anni più tardi il Comune di Sovana
stipulò un’alleanza con Orvieto, tentando in questo modo di sottrarsi ancor
di più al dominio degli Aldobrandeschi. Ma il mancato sviluppo di attività
diverse da quella agricola non permise un ulteriore incremento economico. Il
Comune di Sovana non potè svilupparsi di più anche a causa delle successive
guerre, anzi i Conti riuscirono ad imporre di nuovo il loro potere legando a sè
le sorti della città fino alla decadenza.
Con
l’estinzione della famiglia Aldobrandeschi, la contea passerà agli Orsini. I
nuovi conti cercarono di raddrizzare le sorti della contea che si stava avviando
alla rovina. Nonostante tutti gli sforzi della famiglia Orsini, Sovana era
sempre sotto la costante minaccia della repubblica Senese, che se ne impadronì
e la saccheggiò.
Nell’organizzazione
dello Stato Senense, Sovana divenne sede di Podesteria, comprendente Roccalbegna,
Rocchette di Fazio, Semproniano, Manciano, Montemerano. Alcuni anni dopo i
sovanesi, per migliorare le condizioni economiche della comunità, chiesero ed
ottennero di trasferire dentro le mura della città i monaci della vicina
Abbazia di Montecalvello. La comunità Vallombrosana dei monaci ebbe una
benefica influenza sulla città, sia religiosa che culturale, ma questi effetti
durarono ben poco, visto che il papa Innocenzo X abolì la comunità.Con la
caduta della Repubblica di Siena, nel 1555 Sovana passò ai Medici.
L’Amministrazione medicea cercò di risollevare le sorti di Sovana,
favorendone il ripopolamento con la concessione di privilegi fiscali e la
donazione di case e terre. Ma un’epidemia di malaria in poco tempo spopolò la
cittadina sovanese quasi completamente. Anche i successori dei Medici, i Lorena,
cercarono di ridare a Sovana un pò di vitalità, ma con scarso successo, dato
che 50 anni dopo la malaria fece nuovamente la sua comparsa. Infine, con Pietro
Leopoldo di Lorena venne disciolta la comunità di Sovana e la città, , insieme
ad altri villaggi limitrofi, divenne parte del Comune di Sorano, rimandendovi
definitivamente dal 1814 ad oggi. Ormai pochi abitanti tenevano in vita il
paese, basti pensare che nel 1843, quando l’Ainsley ne esplorò per primo le
tombe rupestri, facendola conoscere al mondo della cultura, contava appena 110
abitanti. Da allora, le ricerche e gli scavi effettuati e la popolarità
acquisita contribuirono a togliere il paese dall’oblio e dall’abbandono che
gli erano valsi il biblico soprannome di "Città di Geremia".
E’
il più importante monumento di Sovana. Si trova in fondo al paese, immerso nel
verde ; vi si accede tramite un breve viale fiancheggiato da cipressi,
resti di colonne e cippi romani. Fu costruito su una chiesa preesistente (VIII
sec.) della quale rimangono i marmi del portale e l’antica cripta. Anche
questa chiesa aveva funzione di cattedrale, come sembra dimostrare
indirettamente la Bolla di papa Niccolò II del 1061, che fa risalire la
fondazione della canonnica di S. Pietro al tempo del vescovo Ranieri (seconda
metà del X secolo).
Il Duomo attuale, infatti, perl l’architettura e per
la maggior parte delle decorazioni, sembra che sia stato costruito non prima
dll’XI-XII secolo. L’abside è scandita da lesene e coronata da archetti,
sotto di essa si apre l’ingresso esterno della Cripta, ddivisa in cinque
navatelle da sei rozze colonne. Al suo interno, poco visibili, sono incastonati
tre frammenti lapidei. Molto si è discusso circa la loro datazione, ed anziché
risalire all’epoca del Municipium romano, tutto lascia pensare che si
riferiscano al periodo paleocristiano, posti in ricordo di qualche sepoltura
dsituata nella cripta, come era uso nel culto cristiano dell’iumazione. Il
portale della Cattedrale, un tempo con portico, sorge ora su un fianco. Fu
spostato quando alla facciata principale venne addossato, forase per ampliamento
nel XII-XIII secolo, il palazzo episcopale, oggi canonica, di cui rimangono
alcuni stemmi. Il portale è formato da pilastri sormontati da teste leonine
(simbolo di fierezza), che sorreggono un grande arco nel quale è scolpita una
figura umana (simbolo animistico). Snelle colonnine, a spirale la destra ed a
teccia la sinistra, con capitello corinzio, si inseriscono tra i pilastri e gli
stipiti della porta sormontati dall’architrave sorreggente la lunetta. I
pilastri a lato delle colonnine presentano alcune decorazioni : a destra un
cavaliere armato di spada e scudo (forse S. Martino di Tours che divide il
mantello con il povero) e alcune sculture geometriche, motivi floreali ed
animali. Nel pilatstro sinistro troviamo : una sirena bicudata, una croce
con braccia a spirale, sormontata da un rozzo volto umano, due pavoni che
bwevono ad una fonte (simbolo rappresentante le anime che attingono alla grazia
divina mediante l’eucarestia. La lunetta è composta da frammenti di plutei
preromanici, con al centro un’iscrizione nella quale è ricordato :
"nato nella città di Siena e fatto Vescovo in questa città, Pietro fece sì
che questa porta fosse così fatta". L’interno della Cattedrale è diviso
in tre navate da pilastri cruciform idicromi su cui si impostano le volte a
crociera della navata centrale. L’abside ha una cupola protetta all’esterno
da un tiburio ottagonale. La navata centrale e quella di sinistra hanno archi a
tutto sesto di stile romanico, mentre la navata di destra è di stile
tipicamente gotico, infatti gli archi sono a sesto acuto. Nei suoi elementi
architettonici il Duomo è opera di due maestranze : una proveniente
dall’alto Lazio e l’altra dal nord attraverso il senese. Rappresenta
mirabilmtne il passaggio dallo stile romanico al gotico e si pone come il più
diretto antecedente del Duomo di Siena. Molto interesse assumono i capitelli,
opera di maestri legati alla tradizione lombarda dll’XI secolo ; sembra
che anche questi facciano capo a due modi : quello monastico di S. Antimo
(fila di destra) e quello lombardo-laziale (fila di sinistra). Tra tutti i
capitelli, quello più significativo e più bello è il penultimo della fila di
sinistra, che si distingue dagli altri con decorazioni arcaiche e fortemente
stilizzate. Vi sono rappresentate scene bibliche. Nella navata di destra si
trova dal 1769 l’urna di S. Mamiliano in travertino con figura vescovile
giacente, costruita nel 1490, quando fu rinvenuto il corpo del Santo ;
prima tale urna si trovava nella chiesa omonima. Tra questa navata e quella
centrale si trova il Fonte Battesimale del 1434. Resti di afreschi, risalenti al
1481, si trovano sparsi sulle pareti dell’area presbiteriale. Nella navata di
sinistra è conservato un cippo romano le cui facce laterali sono decorate :
una con un’anfora, l’altra con una pantera. Sul lato anteriore del cippo a
caratteri romani è riportata un’epigrafe. L’incisione parla di un Aulo
Fusco Assidio, che per voto aveva consacrato quel cippok non ci è dato di
sapere con sesattezza se alle Ninfe oppure ai numi tutelari. Sempre in questa
navata è posta un’acquasantiera del 1615 in sostituzione di un’altra
contemporanea al Fonte Battesimale. Restano inoltre nella Cattedrale un
pregevole "Martirio di S. Pietro" di Domenico Manenti (1671), seguace
della scuola del Carabaggio, una "Madonna con Bambino" e S. Giovanni
Gualberto e S. Benedetto in contemplazione opera a più mani attribuita alla
scuola di Andrea del Sarto e proveniente dal convento di S. Benedetto in Sovana.
L’altare attuale (1975) è stato realizzato in sostituzione di quello in marmo
bianco e giallo, costruito per volere del vescovo Pio Santi, per contenere
l’urna di vetro con le reliquie di S. Mamiliano (oggi conservate nell’urna
sotto il Sacro Cuore), al posto dell’altare romanico primitivo, del quale
purtroppo sono rimasti soltanto alcuni frammenti.
SORANO,
il Borgo: Cenni storici.
Il Borgo si erge su uno dei tanti
speroni tufacei che fiancheggiano il corso del fiume Lente.Costituisce
sicuramente uno degli aspetti più caratteristici
e se vogliamo misteriosi, di Sorano. Vi si accede per mezzo della porta
sud, dalla quale si snoda una via che, diramandosi in innumerevoli vicoli,
arriva al cuore di Sorano. Il Borgo, ora in parte abbandonato a causa di antichi
fenomeni franosi, è rimasto intatto nella sua struttura medioevale e ci si
presenta come doveva essere quando gli arditi soranesi vi posero la loro dimora.
Affacciandosi ad una delle tante scalinate che fiancheggiano la parete rocciosa,
si possono ammirare le sculture bizzarre che il fiume Lente ha scolpito sul tufo
che lo circonda, nel corso dei secoli; questi costoni, a volte brulli a volte
ricoperti di vegetazione, conferiscono al paesaggio qualcosa di irreale che
trasporta al di là del tempo e dello spazio. Le case sono quelle tipiche
medievali, esse si sviluppano in altezza, come piante alla ricerca del sole e
all’interno presentano una planimetria a dir poco singolare con
i vari piani su cui si sviluppano, che non sono tutti allo stesso
livello, ma sono sfalsati e collegati fra loro da scalinate in legno o in
pietra.Dire che queste case sono sculture non è far retorica, ma riflette una
realtà concreta.Molte di loro infatti sono state costruite sfruttando non
soltanto gli incavi naturali del tufo ma anche una serie di cunicoli e gallerie
che per la loro struttura, dove è possibile decifrarla, richiamano senza ombra
di dubbio rupestri etrusco - romane.Nei vari cortili che le abitazioni formano,
sembra che il tempo si sia fermato, la vita di questi vecchi "bianchi per
antico pelo", di queste donne dedite al più antico degli intrattenimenti,
il chiacchericcio, non è molto dissimile da quella che dovevano condurre i loro
antenati.In effetti poche cose sono cambiate : la foggia degli abiti, le
antenne dei televisori sopra i tetti; ma l’animo di questi uomini, coriacei
d’aspetto ma gentili di cuore, è sempre lo stesso, in essi c’è ancora
l’orgoglio della loro natività soranese, lo stesso orgoglio che animava
coloro che nei secoli passati combattevano per difendere il loro paese.Al Borgo
si accede tramite due porte, una nella parte settentrionale oggi in disuso detta
"Porta dei Merli", sulla quale si possono ammirare gli stemmi araldici
di Cosimo II dei Medici (sopra) e di Niccolò IV (sotto).Ai lati degli stemmi ci
sono due aperture dove un tempo scorrevano le catene del ponte levatoio.La porta
sud, alla quale abbiamo già accennato, nel corso dei secoli è stata
notevolmente modificata come dimostrano anche gli agili palazzi che si trovano
lungo la via che da essa diparte.A breve distanza si apre la piazza, su di essa
attirano l’attenzione la "Torre dell’Orologio", la chiesa di S.
Niccolò e ciò che rimane del Palazzo Comitale, Residenza dei Conti Orsini
prima dell’ingrandimento della Fortezza.
Masso
Leopoldino
Si tratta di un poderoso masso tufaceo situato di
fronte alla parte più antica della Fortezza, che venne fortificato nel
settecento, in età lorenese, con l’intento di contribuire al controllo del
territorio circostante. Le pareti del Masso Leopoldino furono in gran parte
smussate e levigate a mano mentre la sua sommità fu spianata a mò di terrazza
dalla forma irregolare. Sul lato più vicino alla chiesa di S. Niccolò fu
infine eretta la singolare Torre dell’Orologio che ancora oggi scandisce il
tempo di questo suggestivo Borgo.
La Chiesa di S. Niccolò
Dopo gli assurdi rifacimenti di fine
‘700 inizio ‘800, l’unica parte della piccola chiesa conservatasi pressoché
intatta è il lato nord.L’interno a croce latina irregolare presenta poche
caratteristiche degna di nota, eccetto un crocefisso ligneo, dono di Cosimo III
de’ Medici, del XVII secolo, su due tele rappresentanti "San Domenico
sorretto dalla Madonna incoronata" del pittore Vanni (1587 -1657),
"San Giuseppe con Bambino" e un Fonte Battesimale cinquecentesco.La
chiesa di Sorano fu elevata a Collegiata nel 1509 come molte altre della
Diocesi; è dedicata a San Niccolò "Il Tauamaturgo", vescovo di Mira,
morto nel 326 le cui spoglie furono portate a Bari nel 1087 dopo la caduta di
Mira in mano saracena.La diffusione del culto di San Niccolò si deve
probabilmente al papa Celestino III che fece consacrare la cattedrale di Bari.
La costruzione della chiesa di S. Niccolò, come di molte altre, fu voluta
presumibilmente da Margherita Aldobrandeschi valendosi di maestranze senesi tra
il 1290 e il 1300 ed è lecito pensare che la inusuale mancanza di decorazioni
interne sia dovuta alla partenza della Contessa della Maremma ed al conseguente
disinteresse per questa chiesa.Comunque la sua struattura architettonica
costituisce un insieme abbastanza armonioso con il resto della piazza.
La fortezza Orsini
Le notizie certe che abbiamo sulla Fortezza Orsini
risalgono al 1380, all’epoca del conte Bertoldo Orsini, ma sembra già stata
castello Aldobrandesco agli inizi del 1300; questo possiamo affermarlo grazie ad
alcuni particolari architettonici e soprattutto alla planimetria della stessa
fortezza. .
I lavori di costruzione furono diretti
dall’architetto del cardinale Albornoz, allievo di Gattapone da Gubbio,
artefice della maestosa Rocca di Spoleto.Per la descrizione di questa poderosa
opera di architettura medioevale e rinascimentale ci affidiamo alle parole del
Niccolosi, acuto osservatore degli inizi del ‘900: "Sorano non ebbe altra
importanza oltre quella militare e ad accrescerla ancora di più si valse della
sua posizione topografica, naturalmente forte, come delle opere d’arte,
accumulando intorno a sé le difese di ogni genere.L’abitato quasi non si
scorge, rannicchiato com’ è più in basso, a ridosso della fortezza Orsini,
la quale tutt’oggi mostra di sé solo quanto è necessario ad incutere
rispetto da lontano e a sviluppare quanto più possibile il suo fronte di
difesa.Attorno al pianoro la Lente gira tortuosa, isolando per tre lati il
paese.Ne difende il lato accessibile la fortezza alta e bruna sullo scoglio, il
tergo della quale era assicurato da opportuni fortilizi minori, stabiliti alla
riva opposta del fiume, sul culmine di tre poggi, vere fortezze già per se
stessi, che ancor nel nome conservano tuttora un ricordo dell’antica missione
gueresca: Castelvecchio, Castellaccio, Le Rocchette" .Sorano era
quindi incluso in una cerchia di fortificazioni che lo rendeva un vero e proprio
campo trincerato, validissimo per i tempi nei quali doveva servire.Pur di
accrescere la propria sicurezza o forse soltanto per mania di abbellimenti
guerreschi in carattere con l’aspetto esteriore, Sorano sentì il bisogno di
trasformare in fortezza anche un enorme masso di tufo, isolato come una torre al
centro del paese, coronandolo di un muricciolo di pietra ed elevandovi, nel
punto più stretto e maggiormente scosceso, una torricella merlata a sostenere
la campana comunale. Il "masso" era perfettamente inutile, o quasi,
qualora fossero cadute le difese esterne, e talvolta dannoso alle case
sottostanti per le frane, l’ultima delle quali nel 1801 travolse nel fiume
buona parte del paese insieme alla chiesetta di S. Caterina che occupava il
sommo.
Dopo questa frana il "masso" fu spianato e
murato in un vasto piazzale nella parte
superiore e conserva ancora oggi il
nome di Rocca Vecchia, forse perchè servì da
Mastio a Sorano, prima della
costruzione della fortezza feudale, così come in tempi
ancora più remoti aveva servito d’arce
fortissima per il popolo che primo abitò il
pianoro isolato dalla Lente.La Fortezza
Orsini occupa l’istmo della penisoletta su cui
giace Sorano e sta a guardia della
strada che lo raggiunge, proveniente da Pitigliano,
e, biforcandosi poco dopo si dirge, con
un ramo a levante verso Acquapendente e val di
Paglia, coll’altro a settentrione,
verso i paesi della regione amiatina
L’enorme sua mole non appare in tutta la sua
imponenza dall’esterno, poiché verso la campagna mosra soltanto i due
bastioni angolari, la cortina che li unisce e il basso e massiccio torrione
quadrato che sovrasta a cavaliere qust’ultima.Questo terrapieno rivestito
d’un paramento di pietrame, a filari regolari e a bozze squadrate, occupa
tutta la larghezza della penisola e ne sparra materialment l’accesso, così
che le strade moderne per giunger al paese hanno dovuto aggirare l’ostacolo
che si opponeva alla regolarità del loro tracciato rettilineo.Nel torrione
centrale, sul quale un cupolino assai più moderno si eleva a foggia di
belvedere, s’apre la porta massiccia, dall’arco incorniciato di bugne più
chiare, troppo bassa in paragone alla mole che l’accoglie, così che sembra ci
si debba chinare per non urtarvi col capo.Attraversando il fossato lungo un
ponte ex levatoio, s’accede al cuiore della Fortezza.Al di sopra dell’arco e
della cordonatura robusta che corre lungo la cortina ed avvolge pure i bastioni
laterali, bianchissima sul tono fulvo del pietrame, spicca un’arme monumentale
molto bella, nonostante la pomposità un po’ spagnolesca. E’ assai fine di
lavoro, specie nei particolari decorativi, dove sono inquadrati i leoni
Aldobrandeschi, le barre e le rose degli Orsini, sotto il cimiero carico
delll’orsacchiotto araldico.La targa che soggiace ci dice in bei caratteri
lapidari che i lavori furono eseguiti nel 1552 per ordine di quel feroce e
turbolento Niccolò IV Orsini il quale, nelle sue beghe continue col padre e con
il fratello, dovette assai spesso rallegrarsi dell’opera propria che gli
permetteva di poter essere prepotente e violento con tutta sicurezza.Un vasto
piazzale, sostenuto per due lati da muraglioni a picco, separa il baluardo
avanzato da un ssecondo corpo di fabbrica assai più antico, con un torrione
rotondo al centro, che costituì la prima Fortezza, prima delle aggiunte di
NiccolòIV, e che conserva ancor molto del suo carattere feudale.In questo
torrione cilindrico è posta una lapide, dove Niccolò IV Orsini sfoggia
alteramente tutti i suoi titoli, qualificandosi conte di Pitigliano, Sovana e
Nola. Inoltre ci fa notare che anche questa parte della Fortezza egli volse le
sue cure durante i lavori del 1552, restaurandola e adattandola a nuovo ufficio
per alloggiamento di truppe.Un secondo cortile, munito di portici, separa la
costruzione dell’abitazione castellana, alta sul paese sottostante, dalle
rampe di scale assai ripide e robuste scarpe ricavate nel vivo della roccia e da
cui ci si poteva isolare completamente sollevando i ponti e abbassando le
saracinesche.Questa parte della Fortezza ha però un aspetto assai meno arcigno,
piché le conferiscono carattere e dinità di Palazzo Comitale le molte finestre
scolpite apetre nelle muraglie, la varietà dei ballatoi e degli archi supestiti,
la pompa delle arme largamente profuse in ogni sua parte.Sostanzialmente questo
fortilizio consta di tre parti distineç il Mastio, corrispondente alla
primitiva costruzione e i due grandi Bastioni chiamati "Le Bozze" (di
San Marco a levante e di S., Pietro a ponente) con i baluardi minori ed i
quartieri di abitazione per la famiglia comitale, per il castellano e per i
soldati. Suul bastione di levante sorgeva un mulino a vento per fabbricare la
polvere da sparo, su quello di ponente ce n’era uno analogo per macinare le
granaglie. In un interrato ben protetto c’erano il magazziono della polveere e
del salnitro, la fonderria per cannoni ed archibugi, la "riservetta"
delle minizioni, la cntina di viveri, la cella per i prigionieri e l’armeria
ben fornita.Accanto ai quartieri d’alloggio c’era la cappella con
l’annessa sacrestia e l’abitazione del cappellano.Presso il baluardo
"del tettuccio" si apriva l’orifizio di un pozzo comunicante con una
vasta e profonda cisterna.I due ingressi della Fortezza, sia quello del ponte
levatoio presso le cosiddette "trincere" che quello della parte più
bassa (munito di una triplice serie di serrande ferrate), erano assolutamente
inviolabili.Curante i lavori di restauro del 1968, sono venuti alla luce, sotto
l’intonaco di quello che doveva essere "lo studio" del conte Niccolò
IV Orsini, due gruppi di affreschi. Essi sono stati eseguiti con una buona
tecnica da un artista di scuola senese fra il 1580 e il 1585.Il primo di tali
gruppi presenta i classici motivi floreali ed i caratteristici puttini che
sostengono riquadri festonati da scene bacchiche. In un ampio riquadro sono
dipinte le note gregoriane d’una musica d’accompagnamento alle parole di una
cinquecentesca ballata d’ispirazione polizianesca, per alcuni, mentre per
altri si tratterebbe dell’inizio di una canzione ripotata nel Decamerone del
Boccaccio.l secondo gruppo di affreschi è incorniciato da inquadrature
geonetriche che racchiudono scene di carattere mitologico.
I
COLOMBARI
Una caratteristica tipica di Sorano è rappresentata
dai "colombari", chiamati anche le colombaie.Sono enormi buche scavate
nel tufo nel primo secolo avanti Cristo. Si trovano all’ inizio del paese,
pare che un tempo servissero come abitazioni per i primitivi ed erano
indubbiamente un sicuro rifugio. Rappresentano una delle maggiori
caratteristiche di Sorano ; purtroppo però oggi sono pressochè
inaccessibili e il turista deve accontentarsi di osservarli a distanza o dalla
strada. Le interpretazioni che vengono date a questi colombari sono
diverse.Secondo lo studioso Gino Agostini essi fanno parte integrante di un
panorama scenografico di bellezza unica da oltre duemila anni. Questo complesso
monumentale è senz’ altro uno dei più belli e interessanti in senso assoluto
fra tutti quelli simili che sorgono numerosi nel territorio che fu un tempo
dell’ antica Tuscia. E dove il dirupo degrada verso l’ ansa del fiume, vi
era qualche decennio fa un arco neturale di tufo, che fu assurdamente fatto
saltare in aria con l’ esplosivo, per far posto a un viadotto.
"Quei colombari non sono altro che grandi locali
simili a stanzoni cubici, interamente scavati nella roccia, con pareti
bucherellate dalla cima al fondo da nicchie quadrangolari, somiglianti, parte la
grandezza, a nidi di vespa, in cui venivano depositati talvolta le ceneri dei
defunti".
"E’ molto difficile stabilire se gli etruschi,
afferma Agostini, scavarono queste enormi stanze con il preciso intento di farvi
un enorme sepolcreto oppure se colsero l’ occasione di utilizzare precedenti
caverne o tane rupestri fatte dai popoli che li precedettero in queste zone. Ma,
osservando bene l’ ubicazione, appare chiaro che essi risistemarono,
adattandole poi alle loro esigenze, queste tane rupestri". Un sentiero
scavato nel tufo attraversa diagonalmente tutta la faccia del dirupo e a lato si
affacciano quasi tutte le entrate dei colombari, ma alcune - che poi sono le più
grandi e più belle - sono raggiungibili soltanto per mezzo di scale. Questa
posizione così insolita per una necropoli fa pensare che fosse un luogo scelto
appositamente per la difesa e la sicurezza dei suoi abitanti. A Sorano e nei
dintorni certamente visse un popolo antichissimk prima ancora che vi giungessero
gli etruschi, forse i Villanoviani ; tracce non ne sono mai state trovate,
ma probabilmente in questa zona essi esistettero davvero anche perchè essa è
ben dotata di tutte le necessità occorrenti e ideali per ospitare un popolo
abbastanza numeroso. Sotto i colombari scorre il fiume Lente alimentato da acque
sorgive, fresche e abbastanza pescose. Lungo la stretta valle, un tempo, i
boschi di querce, cerri e corbezzoli fornivano legna da ardere e frutti in
abbondanza, nonchè animali selvatici da cacciare, mentre nelle piane
sovrastanti cresceva l’erba per il bestiame domestico e brado. In tempi
lontani, la roccia tufacea cadde sgretolata sotto i colpi vibranti da mano umana
armata di pietra dura e ben affilata ricavata dalle molte che giacciono lungo il
greto del Lente. Il villaggio rupestre, se così si può definire, era collegato
al terreno sottostante da lunghe scale di corda che ogni sera venivano
accuratamente ritirate per evitare spiacevoli sorprese da parte di eventuali
nemici. La posizione naturale rendeva gli abitanti sicuri e tranquilli :
ogni attacco che avessero subito era certamente destinato a fallire. E’
convinzione diffusa che gli etruschi sfruttassero le tane rupestri perchè non
avrebbero avuto alcuna convenienza a operare in quella infelicissima quanto
assurda posizione, dal momento che avevano a portata di mano tutte le tufaie che
circondano Sorano, ammesso che l’attuale paese fosse abitato allora da quel
popolo. Per convinversi che gli Etruschi costruirono o scavarono tombe in luoghi
relativamente facili da raggiungere, basta fare pochi passi e recarsi nelle
vicine località di San Rocco e Sovana. Si ritiene che le primitive tane
rupestri, nate come dimore dei vivi, si trasformarono con l’ arrivo della
gente etrusca in dimore dei morti, funo a che i nuovi dominatori, i Romani,
cultori accaniti di colombi viaggiatori, le adattarono, come oggi le vediamo,
per ospitare migliaia di questi pennuti per i lore svaghi preferiti. Da essi,
probabilmente, derivò il nome colombari. Ma, ripetiamo per un certo scrupolo,
sono queste soltanto delle ipotesi avanzate da qualche studioso e da alcuni
esperti. I colombari attendono da molto tempo dalle autorità competenti di
offrire la possibilità di essere visitati dai turisti ; basterebbe intanto
ripristinare l’ antico sentiero in modo da non mettere in pericolo il
visitatore. Rivalorizzare questi rari e singolari "resti del passato"
è un dovere sacrosanto
Meritano una visita anche le tipiche "cave" di Sorano, quelle singolari vie lunghe, buie e strette, profondamente incassate nella roccia tufacea che dai Pianetti scendono a lambire le sponde del fiume Lente. La folta vegetazione che spontaneamente cresce alle sommità delle alte pareti ne occulta l’ ubicazione da qualunque parte si osservino. A percorrerle a piedi danno l’impressione di trovarsi dentro a viscere di un immenso serpente in movimento, tante sono le curve, ora strette ora ampie, che si presentano agli occhi. Il percorso, anche se molto tortuoso, non ha pendenze eccessive, mentre l’ altezza delle pareti raggiunge in certi casi anche venti metri. Per millenni hanno visto passare genti di ogni linguaggio e condizione sociale, fino a che il progresso, con le strade asfaltate, non le ha gettate nell’ abbandonno totale. Oggi soltanto qualche coraggioso turista si avventura, a suo rischio e pericolo, alla loro esplorazione ; sempre che si riesca a indovinare l’ ingresso dato che nemmeno un cartello ne indica l’ esistenza.
Sono
in molti ad affermare che originariamente le "cave" non erano altro
che una specie di ruscelletti che portavano acqua al fiume Lente. Ma chi conosce
bene questi posti, e ha indagato per anni sul passato, sostiene che immani
precipizi, ben celati dalla vegetazione, orlano di continuo le profonde gole
vallive, dove sarebbe quasi arduo, anche ai nostri giorni, costruire qualsiasi
tipo di strada. Esse sono state scavate esclusivamente per farne
"percorsi" ; all’inizio potevano essere soltanto semplici
sentieri appena accennati sul terreno, che poi pastori e mandriani, conducendo i
loro armenti ai fiumi sottostanti, resero più simili a classiche mulattiere.
Con l’arrivo degli etruschi le cave, da umidi e scoscesi diverticoli, si
trasformarono in strade di grande comunicazione.
Da abili ingegneri in idraulica essi resero efficenti le cave ; regolarono, uniformandola, la tendenza stradale ; allargarono i punti più stretti e provvidero a canalizzare le acque piovane, che impetuose vi scorrevano durante violenti temporali, cause maggiori dello continua erosione. Sistemate queste strade e rese percorribili ai carriaggi, il traffico comincioò a svolgersi tra Saturnia e Sovana da una parte, Statonia, Vulci, Chiusi e Velsena (Orvieto) dall’altra. Che queste "cave" di Sorano, per intenderci quelle di San Rocco, San Vanlentino e Case Rocchi, siano state "costruite" lo dimostra il fatto che, nonostante partano da zone distanti tra loro, sboccano assai vicine l’una all’altra alla triplice confluenza dei tre fiumi del Cercone, Castelsereno e Lente, nell’unico punto della valle piatto e assai spazioso, da cui si può accedere agevolmente a Sorano attraverso l’antica porta dei Merli o del Lente.Anche le vie cave cotribuivano, secondo molti studiosi, a rendere più difficile e pericoloso l’accesso ai nemici che volevano tentare di avvicinarsi in armi all’abitato. Nei punti di confluenza di queste "vie" nella stretta vallata del Lente, sorgevano poi vecchi mulini ad acqua a cui i contadini della zona conducevano gli asini carichi di grano da macinare. Insomma, anche le cave e i colombari dimostrano che la zona di Sorano è etrusca, pur mancando testimonianze più dirette. Sorano, come già descritto, dispone indubbiamente di un ricco patrimonio archelogico e monumentale. Non si possono inotre ignorare le rocche medioevali di Vitozza, Montorio, Montevitozzo e Castell’Ottieri, le chiese rurali di San Rocco su poggio omonimo e di Santa Maria dell’Aquila nelle vicinanze del cosiddetto "Bagno di Filetta" alle acque termali nonchè numerose e suggestive necropoli etrusco - romane. E’ senz’altro utile suggerire al visitatore un mini escursione turistica. Si può iniziare il viaggio ai colombari, ma è necessario andare sempre a piedi anche per poter osservare meglio il panorama pittoresco e suggestivo. Dopo il ponte sul Lente, lungo la strada per Sovana, ci si dirige verso la chiesa di San Rocco da dove si può ammirare uno scenario naturale forse fra i più belli e singolari d’Italia. Intorno si potranno visitare alcune tombe etrusche di varie epoche. Attraverso stradette antichissime che portano fino ai torrenti Cercone e Castelsereno, si arriva alla Rocca soranese. Si rientra quindi in paese, passando dalla singolare porta "dei Merli". E fra un continuo sali e scendi, la mini visita potrà dirsi conclusa, dopo aver naturalmente curiosato attentamente in ogni angolo del "magico paese d’Etruria". Nella sua quiete profonda, con i ricordi di un ricco passato, Sorano aspetta con fiducia il turista e l’amante dei tesori dell’arte antica, sicuro di non deluderlo. Un autentico ritorno al passato. Visitare questo singolare angolo della Toscana del sud più sconosciuta, ignorato dal grande turismo, sarà come fare un grande salto nel passato. Al tempo stesso potremo gustare ciò che la vita moderna e stressante delle città ci nega sempre di più.Un soggiorno, un week end, una gita in questo suggestivo luogo è il minimo che qualsiasi cronista potrebbe consigliare ai suoi lettori. E noi, che abbiamo avuto il piacere di girovagare ripetutamente per lungo e per largo in questo angolo di terra leggendaria, suggeriamo di farlo appena possibile.Sorano merita sicuramente l’attenzione del grande turismo, un’attenta escursione degli amanti dell’ arte e delle "cose" del passato.
Questa
necropoli (III-II sec. a.C.), situata lungo il costone tufaceo che delimita la
valle del fiume Lente, è raggiungibile seguendo la strada provinciale che
congiunge Sorano a Sovana. _Superato il ponte sul fiume Lente, risalendo i
tornanti scavati nel tufo, si raggiunge sulla destra un agevole sentiero, lungo
il quale possiamo trovare la chiesetta romanica di S. Rocco, oggi completamente
abbandonata e semicoperta dalla vegetazione. Tuttavia all’interno, sopra
l’altare maggiore, possiamo ancora ammirare un affresco databile fine ‘600
inizi ‘700 rappresentante la Madonna con il Bamvino tra Santi. Proseguendo il
sentiero si raggiunge la necropoli, costtituita soprattutto da tombe a camera
scavate nelle pareti verticali dei terrazzamenti tufacei. Oltre alle tombe a
camera. Si possono notare moltissimi colombari romani che si afacciano numerosi
lungo la valle del fiume.Scendendo dall’abitato di Sorano alla "Porta dei
Merli", nelle adiacenze di un’ampia radura si dipartono i tracciati di
antichi percorsi scavati direttamente nel tufo: sono le cosiddette "Vie
Cabe", che univano Sorano con i circostanti centri etruschi e da lì con
tutti i più importanti centri dell’Etruria.
Secondo
giorno:
Bagni San Filippo è un
piccolo centro termale posto a 524 m.di altezza s.l.m. alle falde del Monte
Amiata: è conosciuto per alcune sorgenti termali sulfuree, ricche di carbonato
di calcio, ma io mi sono letteralmente entusiasmato per il "Fosso
dell'Acqua Bianca" e per la "Balena Bianca",
che non sono altro che un torrente di montagna che porta acqua calda e una
"cascata" di calcare fantastica, di un bianco così puro da sembrare
ghiaccio o neve; ma come si arriva a questo piccolo borgo? Anzitutto è
necessario arrivare a Siena e da qui prendere la Via Cassa in direzione Roma:
percorrerla per diverse decine di Km. fino a che non si notano sulla destra le
indicazioni per Bagni San Filippo (siamo al km.161, nel tratto fra San Quirico
d' Orcia e Acquapendente): il borgo è posto a soli 2 km. dalla Statale n.2;
arrivati in vista del paese si prosegue perché si trova la circolazione a senso
unico e si parcheggia, quindi, l'autovettura negli appositi spazi. Ma prima di
parlare del fantastico spettacolo offerto dal Fosso dell'Acqua Bianca è bene,
come sempre, spendere alcune parole sulla storia di questo paese: la leggenda
attribuisce a San Filippo Benizi, priore dell'ordine fiorentino dei Servi
di Maria (vedi itinerario Ursea per Montesenario), non solo l'appellativo della
località; ma anche il miracolo dello scaturire delle acque, lasciate in dono
agli abitanti del luogo in cui si era rifugiato in eremitaggio nel 1296 per
sfuggire all' elezione al soglio pontificio nel conclave di Viterbo. San Filippo
Benizi è sepolto nella chiesa dei Servi di Maria a Todi: era nato a Roma nel
1233 e aveva studiato medicina e filosofia a Parigi e a Padova; entrò nell'
ordine dei Serviti a 19 anni e sette anni dopo, nel 1259, fu ordinato sacerdote.
Divenne priore generale nel 1267: sotto la sua guida l'Ordine, non ancora
consolidatosi, acquisì rapidamente importanza e forza, diffondendosi in Italia
e in Germania grazie anche ai suoi viaggi missionari. A Filippo Benizi stavano
particolarmente a cuore le sorti dei poveri e degli ammalati e di questi si
occupò con grande altruismo e benevolenza fino alla sua morte avvenuta il 22
agosto 1285 a Todi; fu canonizzato da papa Clemente X nel 1671 e la chiesa lo
celebra il 22 agosto, anniversario della sua morte. Le prime notizie certe di un
"Casale S. Philippi" risalgono all'anno 859 ma alcuni
ritrovamenti di due necropoli romano testimoniano come il luogo fosse già
abitato in epoca imperiale (I - II sec. d. C.) e le sue acque utilizzate dai
romani per le terme; le terme furono, poi, ristrutturate nel 1556 grazie
all'intervento di Cosimo de' Medici e utilizzate da illustri personaggi: nel
1485 le aveva già frequentate Lorenzo il Magnifico, nel 1635 vi giunse il
granduca Ferdinando II de' Medici che qui guarì da un fastidioso mal di testa.
I bagni raggiunsero grande fama nel Rinascimento come testimoniano la citazione
delle terme nella "Mandragola" del Machiavelli e le illustri
frequentazioni di Papa Pio II Piccolomini. Le acque di San Filippo contengono
abbondanza di carbonato di calcio che solidificando forma delle concrezioni
bianche: questa proprietà di cementazione fu utilizzata, verso la metà del
XVII sec. da Leonardo de Vegni che inventò una tecnica, detta plastica dei
tartari, on la quale riuscì a realizzare vari oggetti; per la loro
realizzazione nel 1766 de Vegni istituì una apposita fabbrica. Queste acque,che
sgorgano alla temperatura di 52° C, sono classificate come sulfureo - solfate -
bicarbonate ipertermali e sono utilizzate nello stabilimento termale per
balneoterapia, fangobalnoterapia, inalazioni, aereosol e docce nasali. Inoltre
trovano applicazione nella cura delle malattie osteo - neuro - articolari,
dell'orecchio - naso - gola, dell'apparato respiratorio e della pelle. Presso le
terme è aperto, inoltre, un centro benessere che offre varie prestazioni come
idromassaggio, sauna maschere di fango; lo Stabilimento Termale (Nuoveerme San
Filippo s.r.l.) e il centro benessere sono collegati all'Albergo terme, ma
aperti anche agli esterni, così come la piscina termale, con cascata a 37° che
produce un efficace idromassaggio naturale. Dopo aver parlato della storia e
delle terme andiamo ora a descrivere quello che è uno spettacolo unico al
mondo: il "Fosso dell'Acqua Bianca" e la "Balena Bianca";
il primo è un caratteristico ruscello di montagna ma, cosa unica, alimentato
non solo da normale acqua fresca ma anche da calda acqua termale mentre la
seconda è una splendida cascata calcarea di un bianco abbagliante tanto da
sembrare tranquillamente ghiaccio o neve. Quello che si prova davanti ad un
simile spettacolo non lo si può descrivere: qualcosa lo si può apprendere
osservando le foto allegate a questo itinerario ma il consiglio che mi sento di
dare spassionatamente è di venire qui a constatare personalmente, perché ne
vale senz'altro la pena.
Bagno
Vignoni, (4,5
Km. scendendo verso sud, sulla Cassia), con la sua rarefatta atmosfera, con i
vapori caldi che si sprigionano dalla grande piazza d'acque, è il vero fiore
all'occhiello di San Quirico.
Entrare
in Bagno Vignoni è come travalicare il muro del tempo, come immergersi in una
realtà completamente avulsa dal nostro secolo, lasciando tutto alle spalle. Si
respira davvero un'aria nuova, anzi antichissima.
E'
da lì, dove nella grande vasca nel '500 presero il bagno Santa Caterina da
Siena e Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, che si può ammirare uno dei
panorami più suggestivi della zona:
le
anse del fiume Orcia che, a tratti accogliente e rasserenante, diviene
d'improvviso ostile ed inaccessibile; la severità della Rocca d'Orcia e,
guardando a destra nella valle, il tenebroso profilo del Castello della Ripa.
Alle
spalle dell'abitato si scorge Vignoni Alto, piccolo borgo immerso e seminascosto
nel verde della collina, mentre dinnanzi si erge, in posizione di dominio
dell'intera Val d'Orcia, il Monte Amiata, apprezzata meta turistica di vacanze
estive ed invernali, che sembra ricordare a tutti le sue minacciose origini
vulcaniche.
Il Comune di San Quirico
d'Orcia viene ricordato per la prima volta in un documento del 714 come
"villaggio" organizzato intorno alla Chiesa pievana di San Quirico in
Osenna, fonte di lunghe controversie tra la diocesi senese e quella aretina,
dalla quale dipendeva. Tra l’XI e il XII secolo il Castello, assoggettato
all'autorità imperiale, diventò residenza di un Vicario nominato
dall'Imperatore; dopo alterne vicende che videro Siena in lotta con Orvieto e
con Montepulciano per il suo possesso, San Quirico passò sotto il controllo dei
senesi e, nel 1262, divenne sede di vicariato. Durante la guerra di Siena si
schierò a favore delle forze ostili alla Repubblica, entrando definitivamente a
far parte dello Stato Mediceo nel 1559. Nel 1667 San Quirico, come marchesato,
fu concesso in feudo da Cosimo III al Cardinale Chigi, alla cui famiglia rimase
fino al 1749.
Quelle agricole erano nel passato le principali attività della popolazione del
luogo; nell'Ottocento, inoltre, si presentavano già attive alcune cave di
travertino. Agricoltura e pastorizia continuano ad essere praticati nel
territorio di San Quirico con buoni risultati, ma con calante impiego di
manodopera: per quanto riguarda la prima, si coltivano in prevalenza cereali,
viti e olivi; la seconda si fonda sulla presenza di piccole estensioni di prati
e boschi. Il Comune, inoltre, ha avuto uno sviluppo artigianale e industriale di
rilievo, quest'ultimo soprattutto nel settore estrattivo (travertino) ed
edilizio, della lavorazione del ferro (carpenteria, ma anche mobili e oggetti in
ferro battuto) e dell'arredamento. Notevole incremento ha avuto infine il
turismo, grazie anche alla sorgente di acque termali di Bagno Vignoni, nei
pressi di Rocca d'Orcia, conosciuta fin dall'epoca romana e medievale.
Monumenti
Da visitare la Chiesa
Collegiata, nata sopra i resti di una pieve romanica, al cui fianco si erge
Palazzo Chigi, edificato nel XVII secolo; l’interno raccoglie l’Archivio
Italiano dell’Arte dei Giardini. Di fronte si trova Palazzo Pretorio,
costruzione dall’aspetto austero oggi sede del Parco Artistico Naturale e
Culturale della Val d’Orcia e dell’Ufficio del Turismo; in Piazza della
Libertà vi è la Chiesa di S. Francesco e la Porta Nuova, antica via di accesso
al paese. Ad un angolo della piazza si trovano gli Horti Leonini, tipici
giardini del ‘500, che offrono al turista una sensazione di quiete assoluta,
quasi irreale. In estate i giardini diventano la sede di spettacoli all’aperto
quali quelli in programma per Sanquiricoestate e della mostra internazionale di
scultura Forme nel Verde.
Interessanti da vedere i
resti della Torre del Cassero, il Giardino delle Rose e la Chiesa di Santa Maria
Assunta. Tutt’intorno si susseguono le Mura Castellane; procedendo verso est
si può ammirare la Porta Cappuccini, antico baluardo del paese. Ma il vero
spettacolo viene offerto da Bagno Vignoni, situato lungo la via Cassia, a sud
del paese. La stazione termale di Bagno Vignoni è famosa per la sua vasca,
lunga 49 metri e larga 24, detta di Santa Caterina, perché la Santa di Siena fu
qui condotta nel 1360. La vasca, una vera e propria piscina di acqua termale che
sgorga a 52°, è anche la piazza del minuscolo paese, con tanto di loggiato e
case medievali intorno.
Se
avremo tempo andremo, nella serata
del primo giorno, a girare per:
Il
paese di Abbadia San Salvatore prende il nome dalla famosa
abbazia benedettina fondata nel corso dell'VIII secolo da Erfo,
nobile longobardo. Il centro monastico acquistò subito notevole prestigio e, a
partire dal XII secolo, intorno e in funzione di esso, si sviluppò un nucleo
abitato posto sotto la giurisdizione degli stessi religiosi. Presto, per
limitare l'espandersi del potere monastico, i feudatari della zona, tra cui gli Aldobrandeschi,
si sollevarono contro l'abbazia che fu costretta a ridimensionare i propri
possedimenti. In seguito alla crisi dell'ordine dei benedettini, nel 1228, il
papa affidò il monastero ai cistercensi. Nei secoli successivi il borgo passò
sotto il controllo di Orvieto, di Siena e infine di Firenze. In epoca fascista,
data la grande presenza della classe operaia impegnata nel duro lavoro delle
miniere, il borgo di Abbadia si distinse per la tenace resistenza opposta al
regime e alle truppe tedesche.
L'Abbazia di S. Salvatore domina il centro storico della
cittadina. Fondata nella metà dell'VIII secolo, sorgeva in posizione strategica
data la vicinanza con la Via Francigena, una delle principali vie di
comunicazione del Medioevo. All'inizio dell'anno Mille l'intero
complesso architettonico fu ampliato e ristrutturato: particolarmente
interessante è la solenne cripta a croce greca sorretta da 36 colonne decorate.
Di recente l'abbazia è stata nuovamente sottoposta a una delicata opera di
restauro e, al suo interno, è stato istituito un piccolo ma interessante museo
in cui sono esposti oggetti sacri e antiche testimonianze del passato.
Nel Museo Minerario di Abbadia San Salvatore sono state
ricostruite le tappe che hanno portato alla trasformazione del borgo medievale
in centro minerario. Nel 1897, infatti, l'apertura della miniera per
l'estrazione del cinabro (da cui si ricava il mercurio) portò alla nascita
della parte nuova di Abbadia, caratterizzata dalla presenza di abitazioni in cui
è riconoscibile lo stile architettonico mitteleuropeo. Accanto all'area del
museo sorge la Torre dell'Orologio in cui è conservato
l'archivio storico della società mineraria.
Tra gli altri monumenti da visitare segnaliamo, nella parte più antica del
borgo, la Chiesa di S. Croce, il Palazzo del Podestà
e il Palazzo del Popolo; appena fuori le mura che racchiudono
il centro storico si trovano, inoltre, la Chiesa di S. Leonardo
(XVIII secolo), la Chiesa della Madonna dei Rimedi (XVII
secolo) e la Chiesa della Madonna del Castagno (XVI secolo).
Il borgo di Abbadia, oltre a essere un centro ricco di storia e cultura, è oggi
molto apprezzato da numerosi turisti che qui vengono a trascorrere le vacanze
sia estive che invernali. Infatti, l'economia di questa zona, che un tempo si
basava essenzialmente sull'attività estrattiva, oggi è stata sapientemente
indirizzata verso un turismo intelligente e rispettoso dell'ambiente. In
particolare, nel periodo natalizio, una suggestiva manifestazione, nota con il
nome di Fiaccole della Notte di Natale, attira ogni anno
numerosi visitatori.
Parco
di Montemarcello: Barbazzano e Fiascherino
Ultimo
abitato della riva orientale del Golfo dei Poeti e abbarbicato sopra una
penisoletta rocciosa, degradante verso il mare, ecco Tellaro, dove, dietro una
ridente scogliera piena di atolli ed anfratti, sono le spiagge di Fiascherino.
Suggestiva congiunzione tra reale e divino, dalla quale grandi poeti e scrittori
come Byron, Shelley, Stanley, non seppero mai più staccarsi.
Di li a
poco poi, proprio alle spalle di tutto questo vasto parco naturale, per una
antica mulattiera, dopo un percorso di costa da punta Corvo a Tellaro, ecco le
ancora intatte vestigia di un paese abbandonato da secoli: Barbazzano. Un tempo,
forte borgo murato che dominava il colle sottostante, distrutto nel ‘500 da
una incursione di pirati Mori Catalani:
una passeggiata che è un tuffo nel passato,
tra stradicciole solitarie e mura muschiose e diroccate e semi sepolte, scenario
testimone di antiche memorie e dove gli ulivi sono gli unici elementi vivi,
piante nate tra muro e muro, sui focolai per sempre spenti o sulle antiche aie
deserte.
Estremamente
panoramico e suggestivo l’avvicinamento, tra mare e panorami e boschi.
Note
storiche: Le rovine di Barbazzano
Situato sulle alture di Fiascherino (Tellaro) fu borgo antichissimo, prima dei
liguri e poi dei romani. Ne troviamo menzione storica nel diploma di Ottone II
del 981. Di Barbazzano restano le rovine che mostrano la sua conformazione di
borgo murato. Ebbe grandissima importanza soprattutto per la sua marineria,
tanto che i marinai di Barbazzano avevano l'onore di accompagnare il vescovo di
Luni nei suoi viaggi per mare. Andò
spopolandosi intorno al 1348, anno della grande peste, quando i suoi abitanti lo
abbandonarono per dare origine a Tellaro, tra il 1320 e il 1380, borgo
altrettanto ben fortificato e militarmente importante, nel Medioevo.
Note sul
percorso:
partiamo
dal paese di Montemarcello Magra, nell’omonimo Parco, prendendo la stradella
che (all’altezza della A.P.T, prima della chiesa) scende a sinistra verso
lo
spiaggione di Punta Corvo (così chiamato solo perché è più esteso delle
altre spiagge), formato da una grossolana sabbia grigio scura, prodotta dallo
sgretolamento delle rocce circostanti che sono appunto di questo colore. Il mare
qui è talmente limpido che a pochi metri dalla riva si può ammirare il
profondo fondale roccioso (vale la pena
di fermarsi qui ad ammirare il panorama delle isole Palmaria, Tino e
Tinetto, di Porto Venere e del promontorio occidentale del Golfo della Spezia,
dinanzi a noi) poi, tornando un poco indietro, prendiamo per la macchia,
perdendoci in in leccete e boschi di pini d’Aleppo. L’inizio del sentiero è
indicato con un segno bianco e rosso e l’indicazione per Tellaro/Lerici.
Arriviamo ben
presto a un bivio, dove viene segnalato il sentiero 4, interrotto per
frana…… a sinistra si andrebbe a Punta Corvo…….andiamo a destra e
troviamo la strada asfaltata,la attraversiamo e , sulla nostra destra, troviamo
un sentiero in leggera salita.
Preso e percorso per intero, troviamo ancora la strada asfaltata, alla
fine. La attraversiamo, altro sentiero in leggera salita ed eccoci a Zanego (uno
spiazzo co quattro strade), dopo aver oltrepassato la deviazione per l’Orto
botanico ed un punto panoramico, con antiche postazioni militari (non ci si
perde perché le indicazioni dei sentieri sono chiarissime e noi avremo sempre
seguito le indicazioni per Tellaro/Lerici).
Adesso
prendiamo il sentiero che scende a Tellaro, davanti a noi…..quello sulla
nostra destra ci porterebbe in una mezz’ora a Ameglia e scendiamo, fino a
trovare un bivio che noi prenderemo, in salita e a destra e senza indicazioni,
per arrivare a Barbazzano. Fin qui sono passate due ore e 30. Passato Barbazzano
(altri 20 minuti) e arrivati ad un bivio (qui il cartello si legge male, se non
per l’indicazione Lerici), scendiamo per il sentiero a sinistra, scende e
quindi non ci si sbaglia, arrivando alle spiagge di Fiascherino.Per il ritorno:
20 minuti su asfalto, con direzione Tellaro.Andare in fondo al paese e, arrivati
ad una strada che scende (va al porticciolo del paese…...incantevole!) e una
che sale.Si sale e dopo 50 minuti di salita, si riarriva a Zanego dove
praticamente si rifà il percorso dell’andata e in un’ora e 30, siamo di
nuovo a Montemarcello.Totale percorrenza: circa sei
ore. Percorso non difficile
ma abbastanza lungo e per buoni camminatori (noiosa la salita da Tellaro
a Zanego, di circa 50 minuti).
Al
Parco Naturale Regionale di Porto Venere: al Colle del Telegrafo
Il Parco
offre un paesaggio unico, con coste a picco, grotte scavate nella roccia e
vegetazione che, in ogni stagione, permea l'ambiente con cangianti sfumature di
colore. Elemento che fonde ed armonizza ogni particolare, il mare, talora calmo
e cristallino, talora quasi rabbioso, quando
si infrange contro la roccia su cui svetta la Chiesa di San Pietro, nel
mentre che avvolge le tre Isole dell’arcipelago, la Palmaria, Tino e Tinetto,
proprio di fronte.
Nell'occasione verrà percorso l'itinerario che da Portovenere raggiunge il
Colle del telegrafo: una lunga scalinata che costeggia le mura del castello di
Portovenere, una erta salita in quota, fino a Sella Derbi e, sempre in salita, a
Campiglia, a quota 382 metri. Dal sentiero si possono ammirare panorami
stupendi, quelli stessi della costa che, mano a mano che si sale, spaziano
sempre di più sul golfo dei poeti. Infine, si raggiunge il Colle del Telegrafo
a quota m.t. 516. Il percorso, della durata di circa 6 ore, è adatto ad
escursionisti mediamente esperti con un buon allenamento. Consigliato l'utilizzo
di scarpe da trekking. Il pranzo è al sacco.
Nel
dettaglio:
Portovenere
- Campiglia
Si parte
dalla piazza di Portovenere antistante la porta risalente aI 1113 e si comincia
a salire ripidamente presso il tracciato delle mura, passando dietro il
castello; si entra quindi in un arbusteto, e il sentiero diviene meno erto.
La vista su Portovenere, sulle isole e sul golfo di La Spezia è superba: verso
ponente si vedono le falesie precipiti sul mare, in parte colonizzate dalla
macchia. Dopo la cava di Canese (si passa tra blocchi di marmo Portoro)
s’incontra la strada asfaltata che sale al forte Muzzerone; la si segue per
breve tratto, quindi per un boschetto di pini si giunge alla Sella Derbi (190
m), per proseguire in salita lungo le pendici a mare del Monte Castellana, ricco
di affioramenti rocciosi diversi e di formazioni a macchia.
I punti panoramici sono frequenti (notevole il belvedere detto ‘del Pitone’)
ed è possibile osservare i voli del gheppio e del falco pellegrino, che
nidificano negli anfratti delle sottostanti pareti rocciose. Il sentiero
prosegue nella macchia sulle pendici della Costa Rossa, in vista della valle
dell’Albana; sul crinale, all’incontro con un tornante della strada
asfaltata per Campiglia, si deve continuare in basso lungo il sentiero che entra
nella pineta, quindi si ritrova la strada asfaltata nei pressi di un campo di
calcio.
Si prosegue ancora dentro un lembo di pineta, fino al culmine del crinale: il
rudere di un mulino a vento del secolo scorso, utilizzato per macinare le
castagne, annuncia il villaggio di Campiglia, che si raggiunge passando a fianco
della chiesa di Santa Caterina e del cimitero, fino alla piazzetta (401 m).
Da
Portovenere 5, 5 km; dislivello 500 m; quota massima 405 m a Santa Caterina;
tempo medio necessario: 2 ore
Campiglia
- Colle del Telegrafo
Si lascia
Campiglia salendo la scalinata presso la fontana e guadagnando presto quota
lungo il crinale, attraversando vigne coltivate e anche abbandonate, godendo di
belle vedute su un ampio territorio, sino alle Apuane.
Si entra quindi in una pineta e, pervenuti ad un tornante dello sterrato
forestale che collega Campiglia al Colle del Telegrafo, si segue il sentiero che
risale la Rocca degli Storti tra lembi di pineta più fitta.
Alla quota di 570 m si incrocia nuovamente lo sterrato, che si percorre sino
alla conclusione di questo tratto di itinerario. Il percorso segue in piano il
crinale, affacciato ora sul versante interno, ora sul mare, ombreggiato dalla
rigogliosa pineta, che accoglie anche castagni che risalgono la vai di Vara e
qualche sughera dell’opposto versante.
L’incontro con gli attrezzi ginnici della ‘Palestra nel Verde’, un
percorso di 2,5 km con 15 punti di sosta per gli esercizi a corpo libero,
precede la cappella di Sant’Antonio (510 m), punto d’incrocio con il
sentiero n. 4 che collega Biassa a Schiara e luogo di scampagnate domenicali
(festa con sagra la sera del 12 giugno e il giorno seguente).
Con una deviazione di 500 m, discendendo lungo il sentiero n. 4, alla quota di
482 m nella zona della Crocetta si incontra il menhir di Tramonti,
un masso alto 2,50 m, conficcato nel terreno di fronte a un muretto in pietra a
secco, sormontato da una croce di ferro. Questo monumento) protostorico, o
comunque di tradizione preromana, forse risalente all’Età del Bronzo, aveva
probabili funzioni astronomiche primitive, utili alle pratiche agricole del
tempo: infatti nel giorno del solstizio d’estate (21 giugno) l’ombra del
menhir si proietta esattamente a metà del muretto antistante.
Dalla cappella lo sterrato prosegue nella pineta; il sentiero n. 1 lo affianca a
una quota lievemente inferiore e, mantenendosi quasi in piano nel bosco, tocca
il Monte Fraschi (526 m), raggiungendo la radura del Colle del Telegrafo (513
m), altro punto d’incrocio di strade (da La Spezia, Biassa, dall’Aurelia
ecc.) e di sentieri.
Al Colle del Telegrafo vi sono il bar ristorante Al Caminetto e il bar -
trattoria Da Natale. Non sarà più possibile rifornirsi d’acqua fino al
santuario di Nostra Signora di Soviore, volendo proseguire..ma noi, per oggi, ci
fermiamo qui. Ritorno per la stessa strada a ritroso.
note su :
Portovenere
(a La Spezia 12 km; 8 m s.l.m.; superficie 7,6 km2 popolazione 4557;
cap 1902 5; pref. tel. 0187), caratteristico borgo marinaro ligure, è situato
alla base della estremità rocciosa che definisce il confine sudoccidentale del
golfo di La Spezia ed è dotato di un attrezzato porticciolo turistico.
Le case dell’abitato, fortificato e dominato dalla mole dell’antico castello
genovese, si addossano in serrate barriere a schiera sulla calata del porto di
fronte al quale, separata da un breve tratto di mare, vi è l’isola Palmaria,
seguita più a meridione dalle minori isole del Tino e del Tinetto.
Presso il capoluogo vi sono i centri di Le Grazie, pittoresco borgo situato in
fondo all’omonimo seno, e Fezzano, affacciato su una serie di piccole
insenature. In origine stazione navale fra Luni e Sestri, nei
primi secoli del Cristianesimo nelle tre isole e sulla Punta di San Pietro
furono stabiliti gli insediamenti monastici, sui quali si estese l’influenza
dei vescovi lunensi. Occupata da Rotari nel 643, fino al X secolo subì
frequenti incursioni saracene. Nel 1113 i signori di Vezzano la cedettero ai
Genovesi, che costruirono l’attuale borgo quale caposaldo dei loro confini
orientali e lo fortificarono (1160) per difenderlo dagli attacchi di Pisa, che
era riuscita a occupare Lerici.
Portovenere fu assediata nel 1165, presa nel 1198 e attaccata ancora nel 1210 e
nel 1242, quando subì devastazioni e saccheggi. Caduta sotto i Francesi nel
1336, nel 1370 ebbe uno statuto proprio e nel 1494 respinse l’assedio della
flotta di Alfonso d’Aragona, re di Napoli.
Occupata dagli AustroRussi e poi dai Francesi nel 1779, fu bombardata nello
stesso anno dagli Inglesi. Fu annessa al regno di Sardegna in seguito al
Congresso di Vienna (1815).
La
chiesa di San Pietro,
all’estremità del sottile promontorio roccioso dell’Arpaia, proteso sul
mare, è costituita da due corpi diversi, il maggiore dei quali è sovrastato da
un campanile con bifore. Fu eretta nel 1277 con paramenti alterni di pietre
bianche e nere, effetto decorativo mantenuto anche all’interno, formato da un
presbiterio gotico diviso in tre cappelle quadrate e da una piccola navata.
Da questa, due archi immettono in una
chiesa paleocristiana
(V-VI secolo), di cui resta una parte a pianta rettangolare con abside
semicircolare incorporata, di tipo siriaco. D’epoca romana sono i frammenti di
un’ara
ritrovati sotto l’attuale costruzione, traccia dei resti di un tempio dedicato
a Venere.
La
loggia romanica con
elegante quadrifora aperta sul mare verso la falesia del Muzzerone è quanto
resta del monastero del XII secolo.
La parrocchiale di
San Lorenzo,
edificata nel 1116 e ripresa in epoche successive, si presenta con una facciata
nella quale elementi romanici (il portale) si uniscono ad altri gotici e
rinascimentali; a quest’ultima fase risalgono la cupola ottagonale e il
campanile.
Parte del
complesso medievale di fortificazioni
che cingono il centro storico è ancora osservabile, con una
torre scalare sul
promontorio e una porta d’accesso nella zona più antica del borgo. Il castello
attuale (visitabile: orario estivo 10-12 e 14-18; invernale 15-17), sovrastante
l’abitato, al quale è collegato da una cinta muraria con torri, è originario
del 1161, ma venne ricostruito nel XVI secolo e ulteriormente rafforzato nel
secolo successivo.
All ‘interno dell’abitato, attraversato in lunghezza dalla caratteristica
via Cappellini, la casa detta dei Doria venne costruita prima dello sviluppo
impresso al borgo da Genova ed è perciò fra le più antiche di Portovenere.
Nella frazione di
Le Grazie, interessante la parrocchiale di Santa Maria del XV secolo, e
l’attiguo
convento
degli Olivetani. Nella zona del Varignano vi sono i resti di una villa romana
rustica (fine Il - inizio I secolo a.C.), comprendente un impianto termale, una
cisterna e locali di servizio, in seguito trasformati in una fattoria.
Campiglia:
è un piccolo abitato rurale d’origine medievale, disposto a semicerchio e
affacciato sulla valle di Coregna, sul versante spezzino. E’ raggiunto dalla
rotabile che parte da Marola, nei pressi di La Spezia, ed è punto d’incrocio
di numerosi sentieri. È collegato al capoluogo dall’autobus n. 20. Vi sono
due ristoranti (La Lampara, e La Luna) e un negozio di generi alimentari.
Da
Campiglia è possibile seguire tre interessanti diramazioni che
conducono in località meritevoli di una visita, anche se le lunghe scalinate
che occorre scendere (e poi risalire!) sono piuttosto faticose.
descrizione varianti:
1) Dalla
piazza del villaggio il sentiero n. 11 conduce a Tramonti e al Persico
per mezzo di una scalinata continua, che scende in cresta dapprima in lieve
pendenza e che poi diviene ripidissima.
Da Campiglia alla spiaggetta di Punta del Persico vi sono circa 2000 gradini.
Superate le case ‘Sotto la Chiesa’, la discesa si dipana tra i vigneti
terrazzati dell’estremo settore orientale di Tramonti, che proprio qui
finiscono, incontrando anche qualche ulivo.
Il paesaggio è stupendo e aperto sul mare; il grappolo di case del Persico è a
quota 100 m e sembra dover precipitare da un momento all’altro nell’acqua,
tanto è scosceso il versante. Per raggiungere la spiaggia vi sono altri 400
gradini, strettissimi, alti e quanto mai ripidi.
Campiglia –Tramonti - Persico: segnavia bianco - rosso, sentiero n. 11; 1,3 km; dislivello 400 m; tempo medio: 45’ in discesa, un’ora e mezza in salita.
2)
Dalla
fontana di Campiglia, presso la piazza, si svolta a sinistra e s’imbocca il
sentiero n. 4b, seguendolo quasi in piano, poi in lieve discesa, tra le fasce
delle vigne, e incontrando una pineta con qualche esemplare di sughera:
la presenza di questa associazione è costante dal Colle di Sant’Antonio alla fontana
di Nozzano, che si raggiunge alla quota di 344 m, nell’impluvio
formato tra le coste di Schiara e dei Pozai. La fontana, d’età
napoleonica (1804), è la sola nella zona.
Da questo punto se si segue il sentiero n. 4 che discende, svoltando a sinistra,
il panoramico crinale di levante fra i vigneti della Costa di Schiara
(l’ultimo tratto è scalinato), si giunge alle case in pietra del villaggio
omonimo, alla quota di 200 m, frequentate durante la vendemmia; eventualmente si
può scendere fino al mare.
Campiglia - fontana di Nozzano Schiara: segnavia bianco - rosso, sentieri n. 4b e 4; 2, 5 km; dislivello 500 m; tempo medio: un ora in discesa, un ora e mezza in salita.
3)
Se
invece dalla fontana di Nozzano si segue il sentiero n. 4h opposto, discendendo
sulla destra il crinale della Costa dei Pozai (anch’esso in gran parte
scalinato, con il tratto iniziale fiancheggiato dalle fasce delle vigne: Pozai
significa pergolato), si raggiunge il villaggio di Monesteroli,
alla quota di 130 m, affacciato sulla punta omonima.
Campiglia - fontana di Nozzano - Monesteroli: segnavia bianco - rosso, sentieri n. 4b e 4d; 3 km; dislivello 500 m; tempo medio: un ora in discesa, un ora e mezza in salita.
Campiglia –Tramonti - Persico: segnavia bianco - rosso, sentiero n. 11; 1,3 km; dislivello 400 m; tempo medio: 45’ in discesa, un’ora e mezza in salita. Campiglia - fontana di Nozzano Schiara: segnavia bianco - rosso, sentieri n. 4b e 4; 2, 5 km; dislivello 500 m; tempo medio: un ora in discesa, un ora e mezza in salita. Campiglia - fontana di Nozzano - Monesteroli: segnavia bianco - rosso, sentieri n. 4b e 4d; 3 km; dislivello 500 m; tempo medio: un ora in discesa, un ora e mezza in salita.
Intorno al rifugio Carrara a Campocecina, per foce Pozzi
Un percorso che si sviluppa quasi per intero all'ombra dei faggi su un comodo sentiero che si affaccia sulle ben più scoscese e ripide cime Apuane della zona. Enormi pareti a strapiombo, cime rocciose e cave di marmo si susseguono attorno a noi, dandoci l'idea della forza selvaggia di questi luoghi.Partenza dal rifugio CAI Carrara situato a Campo Cecina, 1320 m. Si raggiunge da Carrara seguendo le indicazioni per Gragnana e Castelpoggio, sulla SS. 446 per Fosdinovo o da Fosdinovo, sempre sulla SS.446. Segnavia bianco - rosso, sentieri n. 183, 174, 40, 185.
Partiamo dal piazzale in cui la strada asfaltata si interrompe, dove le indicazioni sulla destra indicano il rifugio CAI Carrara, situato a campo Cecina. Passiamo accanto a una fonte e percorriamo un percorso lastricato che si porta nel bosco. Oltrepassiamo una abitazione ed arriviamo alla deviazione in salita per il rifugio, costeggiata da una staccionata in legno. Raggiunta la struttura teniamo la sinistra per infilarci nel bosco fitto di faggi. Procediamo senza grandi pendenze fino a quando troviamo una decisa deviazione sulla destra, che prendiamo per percorrere un breve tratto nella direzione dalla quale siamo venuti. Pochi passi ed abbandoniamo il sentiero voltando a sinistra: sono visibili le indicazioni per il n. 183. Poco dopo oltrepassiamo un spiazzo erboso che ci offre la vista delle montagne attorno ( Pizzo d'Uccello, Pisanino, Sagro, Borla, Cresta Nattapiana, Cavallo etc.etc.) e continuiamo arrivando al successivo pianoro che affrontiamo dritti. Quindi procediamo nella vegetazione tagliando il colle su cui passeggiamo a mezza costa, alterando tratti boschivi a brevi uscite allo scoperto, in modo da arrivare, in una ventina di minuti, ad uno splendido belvedere naturale che si affaccia sulla impressionante vetta del Pizzo d'Uccello e da cui è possibile seguire tutto lo sviluppo della cresta Nattapiana, che a strapiombo sale verso la cima. Il paesaggio che ci circonda mostra le tipiche caratteristiche alpestri che contraddistinguono la Apuane da qualsiasi altra zona. Proseguiamo con questo grandioso panorama e scendiamo trovando un piccolo promontorio che teniamo sulla sinistra. Puntiamo adesso il versante marino per un breve tratto, passiamo accanto ad un profondo pozzo naturale e, sempre seguendo il sentiero, arriviamo a Foce Pozzi. Qui troviamo indicata la foce di Cardeto, nella cui direzione procediamo seguendo il percorso n. 174. Per noi rappresenta il collegamento che percorriamo per andare a prendere la strada per il ritorno. Durante questo tragitto compare di fronte a noi l'isolata vetta conica della Torre di Monzone. Appena avvistata la Torre, un bivio, con indicati i sentieri n. 171 e 40, che ci introduce alla risalita del bosco. Il sentiero si divide e noi optiamo per quello di destra, il 40, trascurando quello che sale ripido a sinistra. Andiamo avanti per un po' fino a trovare il 185, che ci riporterà all'estremità del piazzale, nostro punto di partenza dove si trovano delle sculture in marmo. L'intero anello sarà durato h.3, 3.30.
nota: una variante interessante e molto remunerativa a questo percorso è, arrivati al bivio tra il sentiero 183 e 174, di prendere il sentiero 174 andando a destra (proprio quando vediamo una freccia con scritto per foce Cardeto) - a sx andremo per il nostro percorso, a dx per quello nuovo .Presa la nuova direzione, in un paio d'ore dalla partenza, arriviamo nella zona delle cave di marmo e da qui poi, girando attorno al monte Borla, arriveremo, per sterrato prima e per asfalto dopo, al rifugio Carrara.Panorami entusiasmanti!
Le aree marine protette sono tratti di mare, costieri e non, in cui le attività umane sono parzialmente o totalmente limitate.La tipologia di queste aree varia in base ai vincoli di protezione ma in ogni caso l'istituzione di parchi marini è regolata dalla legge 979/82 "per la difesa del mare", il cui concetto ispiratore è di promuovere un uso sostenibile delle risorse, per cui le attività umane si compenetrino con gli habitat e gli ecosistemi naturali, senza causare motivi di attrito.
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